Capitolo 1: La politica
Che cos'è la politica?
Possiamo iniziare la nostra analisi ponendoci diverse domande: chi, come, dove e perché?
Chi?
I soggetti della politica sono essenzialmente non solo i politici di professione, cioè quelli che svolgono la politica a tempo pieno (cfr. Weber), ma anche i cittadini che fanno politica. In passato notevoli famiglie reali o aristocratiche hanno esercitato il potere politico, cosa che ad oggi risulta molto meno diffusa, anche se troviamo casi di parentela in eventi elettorali (Clinton – Kennedy – Bush – Berlinguer). Il fatto che vi siano attori economici, sociali, religiosi che operino all'interno della politica non deve farci credere che non vi siano differenze tra queste sfere, in particolare tra economia e politica. Per un Berlusconi che ha successo sia in economia che in politica, ci sono Agnelli, Rockefeller che non hanno avuto ruoli fondamentali in politica.
Come?
Dobbiamo interrogarci sull'agire politico. Ciò che caratterizzerebbe la politica dovrebbe essere un modus operandi non violento e basato sul dialogo, puntando all'interesse generale e non al particolare. È bene precisare subito che la guerra è da considerarsi come un modo estremo di fare politica internazionale; ora siamo approdati alla distinzione tra due modi di fare politica: uno pacifico e uno violento.
Dove?
Pensando al termine politica e riferendoci a un luogo che potrebbe essere privilegiato per la politica, dobbiamo fare riferimento alla polis. In generale, ai tempi d'oggi la politica è ovunque: ubiquità della politica collettività, Stato, sistema politico, associazioni.
Perché?
Ci sono diversi obiettivi nella politica, ma il principale è il conseguimento e il mantenimento dell'ordine (cfr. Bobbio), inteso come mezzo di raggiungimento per altri fini, come prendere decisioni, ottenere benefici e risorse materiali. L'ordine deve essere mantenuto per evitare il pericolo della violenza. Una comunità politica diventa primaria e importante rispetto alle altre quando mantiene la responsabilità dell'ordine pacifico: pensiamo all'Italia, Francia, GB e al Monferrato, Borgogna; queste ultime sono entità politiche di secondo livello, mentre Italia e Francia sono primarie. Il discorso cambierebbe qualora ci spostassimo nel tempo: in passato Monferrato e Borgogna erano molto più influenti; nel futuro Italia, Francia e GB probabilmente non sopravvivranno come entità politiche a pieno titolo, per via del crescente sviluppo dell'UE. La responsabilità dell'ordine pacifico che ieri toccava al Monferrato, oggi è dell'Italia, ma domani sarà assunto probabilmente dell'Unione Europea.
Se coniughiamo insieme questi quattro punti, è possibile definire la politica come un insieme di attività svolte da soggetti o da una collettività, caratterizzate da comando, potere e conflitto ma anche da partecipazione, cooperazione e consenso, inerenti al funzionamento della collettività alla quale compete il controllo della violenza e la distribuzione al suo interno di costi, benefici e risorse.
Le 3 componenti della politica: Politics, Policy e Polity
- Politics: si intende lo studio del potere politico, inteso come capacità di influire sulle decisioni prese dagli individui, su chi lo detiene, il suo esercizio e quali sono i suoi limiti. Lo studio del potere si può articolare in due piani: i regimi politici e gli attori che operano all'interno dei regimi e i processi. Possiamo distinguere per entrambi un approccio statico e dinamico. Per quanto riguarda l'approccio statico ai regimi politici, si studiano le differenze e le caratteristiche dei diversi regimi; per quanto riguarda l'approccio dinamico ai regimi invece, si studiano le trasformazioni che hanno subito. Gli attori e i processi politici sono studiati da un approccio statico, per quanto riguarda i caratteri e le componenti in un dato periodo; da un approccio dinamico invece per vedere come siano cambiati in un arco di tempo più lungo, per esempio come si è passati dai notabili ai politici di professione.
- Policy: si intende l'analisi delle politiche pubbliche, cioè le soluzioni individuate dallo Stato per risolvere i problemi della struttura sociale (sono tutte quelle politiche di risposta ai problemi e alle lamentele che i cittadini sollevano ai governi).
- Polity: si intende l'analisi della costruzione della comunità nazionale, delle identità e dei confini della comunità politica in generale. Pensiamo alla disgregazione della Jugoslavia, alla divisione della Cecoslovacchia, all'integrazione europea: sono tutti fenomeni connessi dalla polity. L'idea dei confini è estremamente importante: superati questi, cambiano i governi, il parlamento, i partiti, il regime politico, le regole della vita politica; al tempo stesso anche la comunità nazionale può cambiare: ci sono stati nazionali (che condividono una forte identità culturale, come lingua, etnia, religione) e stati multinazionali (che non condividono nulla se non la struttura fisica, come l'Impero austro-ungarico in passato e attualmente la Svizzera o la Spagna post-franchista). All'interno della polity possono esserci coinvolgimenti diversi: alcune polities possono avere una partecipazione attiva (cittadini) e altri no (sudditi); o ancora può esistere una polity molto accentrata o una decentrata (che concede competenze politiche ad autonomie locali).
Per quanto riguarda le interferenze e i rapporti tra le tre facce della politica, un'analisi superficiale potrebbe farci credere che tra politics e policy, le politiche pubbliche siano influenzate dal potere. In realtà non è vero solo questo, perché intanto le politiche presentano una propria forza e in più possono giungere a mutare gli attori stessi della vita politica: questo significa che anche il potere è influenzato dalle politiche pubbliche. Tra politics e polity vige un rapporto paritario: il potere influenza la comunità nazionale in tutte le decisioni ma anche la comunità nazionale influenza il potere; si pensi alla capacità della polity di incidere sulla politics con la secessione di uno Stato o con la perdita di autonomia e l'incorporazione del regime prevalente anche sulla comunità nazionale che lo assorbe. Un caso del genere è avvenuto con l'assorbimento da parte della Germania Ovest della Germania Est oppure quando con l'unità d'Italia si è estesa la costituzione piemontese: anche l'interazione tra queste due facce è bidirezionale. Infine anche tra policy e polity vige un rapporto essenzialmente paritario. Le politiche pubbliche possono incidere sempre sulla comunità nazionale e sull'identità, rafforzandola o indebolendola; ad esempio le politiche pubbliche del welfare state hanno aiutato a consolidare una comunità nazionale molto forte, ma alcune politiche pubbliche possono anche portare la comunità nazione, come un gruppo etnico-linguistico, alla ribellione e alla secessione. Al tempo stesso la polity definisce i confini di validità delle politiche pubbliche, che valgono solo all'interno di una polity; inoltre quando muta la polity, inevitabilmente incide sulle politiche pubbliche che devono anche estendersi nel momento in cui viene incorporata una nuova polity da parte di un'altra.
Capitolo 3: La disciplina, origine e approcci
La scienza politica è lo studio o la ricerca sui diversi aspetti della politica al fine di spiegarla bene con la metodologia delle scienze empiriche. Si tratta di una disciplina relativamente giovane: in Europa nasce alla fine del 1800, più o meno nel 1896 con la data di pubblicazione degli "Elementi di scienza politica" di Mosca. Possono essere condotte due analisi: quelle quantitative (quando si effettuano ricerche su vasta scala) o quelle qualitative (ricerche su piccola scala); in ogni caso è bene usare entrambi gli approcci.
Finer nel 1954 si occupa di distaccare la scienza politica da altre materie:
- Dalla filosofia, quando con l'avalutazione, la scienza politica esclude i giudizi morali tipici della filosofia (cfr. Weber).
- Dal diritto pubblico, quando distingue i processi reali (tipici della scienza politica) dai processi formali (tipici del diritto pubblico).
- Dalla storia, quando dimostra che i dati non sono da considerarsi unici e legati al tempo, al luogo e condizioni specifiche, ma vengono studiati in funzione della loro ripetizione: tipo capire cosa hanno in comune le guerre in generale, non studiare la guerra dei trent'anni come caso specifico. La storia ha un approccio specifico, la SP ha un approccio astratto e decontestualizzato.
La disciplina si sviluppa prima in paesi come l'America, la GB, il Nord Europa e la Germania. Perché non in Italia, nonostante due elementi positivi (la democrazia e l'assenza di provincialismo culturale)? Sono tre i motivi che frenano il diffondersi della scienza politica in Italia: la mentalità anti-empirica, le forti ideologie marxiste, socialiste e cristiane e la resistenza accademica (le facoltà di SP erano state fondate nel fascismo e rischiavano di essere chiuse nel secondo dopoguerra). Anche in Germania c'erano forti resistenze eppure la scienza politica si diffuse lo stesso per: il ritorno dei politologi emigrati durante il nazismo in USA o la loro forte influenza anche dall'estero e l'idea che bisogna insegnare la disciplina in Germania per civilizzare e prevenire ulteriori esperienze drammatiche. La disciplina in Italia si svilupperà solo negli anni '60 con Norberto Bobbio e subirà una decisiva svolta con la ricerca empirica tipica dell'americanizzazione.
Esistono 4 diversi approcci per studiare la scienza politica:
- Elitismo e pluralismo (fino agli anni '50): per élite si intendono tutte quelle cerchie ristrette che concentrano nelle loro mani il potere e mirano ad accrescerlo. I coniugi Lynd nel 1937 fecero degli studi a Middletown (Indiana) e iniziarono a capire che il potere si concentrava nelle mani di una sola famiglia. Nel 1953 Hunter ad Atlanta fece studi simili e arrivò a conclusioni simili. L'unica differenza tra i due studi era che nel primo caso la famiglia era una, perché il posto era piccolo; nel secondo invece ci sono più famiglie che prendono decisioni non all'interno delle sedi istituzionali ma nei loro club esclusivi, perché Atlanta era molto più grande di Middletown. Nel 1961 entrano in scena gli studi dei pluralisti in particolare con Dahl a New Haven ma arriva a conclusioni diverse. Il potere non è di un'unica élite ma è frammentato tra molteplici élite in competizione tra di loro. Secondo l'analisi di Dahl in una prima fase ci sono i patrizi (classe dirigente che ha risorse di potere) che con l'allargamento del suffragio e lo sviluppo industriale in America alla fine dell'800 c'è una seconda fase in cui subentrano gli imprenditori (ricchi ma senza status sociale o istruzione); poi si apre una terza fase per via della crescente immigrazione e arrivano gli ex plebei (figli degli immigrati). Per i pluralisti le élite decidono in considerazione delle preferenze dei cittadini, cosa che non avviene secondo gli elitisti.
- Approccio sistemico (anni '60): non si studiano più i soggetti della politica (élite) ma il sistema politico. Per capire questo approccio è fondamentale studiare il modello di Easton (1963): Le decisioni politiche nascono dagli input (pressioni dei cittadini) che possono essere sotto forma di domanda o di consenso: gli input sono troppi e quindi vanno filtrati, alcuni avranno seguito e altri no. A prendere questa decisione sono i gatekeepers (controllori d'accesso) e la struttura dove vengono prese le decisioni è la black box (istituzioni politiche) dove ci sono i decision makers (politici). Loro analizzano il problema dei cittadini e decidono come intervenire facendo politiche pubbliche (policy) che rappresentano l'output cioè le risposte agli input. Queste politiche pubbliche hanno un outcome, cioè un impatto esterno in base all'effetto che avranno e se saranno efficaci o meno. Nel primo caso ci sarà un feedback positivo e i cittadini daranno nuovi input; altrimenti loro chiederanno di modificare quella politica.
- Teoria della scelta razionale (anni '70): la Teoria classica della democrazia si basa sulla volontà popolare con l'obbiettivo dell'interesse popolare. Schumpeter mette in discussione questa teoria, dicendo che la democrazia è una configurazione istituzionale tesa al conseguimento di decisioni, nella quale gli individui acquisiscono il potere di decidere attraverso una lotta competitiva per il voto popolare. Downs invece paragona il sistema politico al MKT: dice che i politici hanno come obbiettivo quello di essere rieletti e usano la spesa pubblica G con l'obbiettivo non dell'interesse popolare ma per avere consenso ed essere rieletti (Teoria economica della democrazia). Al posto degli imprenditori ci sono i politici che offrono politiche pubbliche ai cittadini (consumatori) per max il numero dei voti (profitto) e accedere al governo. Cercano di offrire politiche pubbliche (offerta) allettanti per intercettare i gusti dei cittadini (domanda) anche se nel lungo periodo non sono politiche buone. Gli elettori voteranno chi max le loro domande e i loro gusti, così i politici diranno che vorranno ridurre le tasse e aumentare G ma così creeranno soltanto debito pubblico nel lungo periodo (a loro non interessa questo, l'importante è essere eletti nel breve periodo). Questo modello di Downs funziona solo se non c'è una forte ideologia radicata negli elettori. Nel Mezzogiorno funziona bene perché non c'è un'ideologia ma il clientelismo: chi vuole vincere le elezioni deve fare molte promesse. L'esito della politica e dell'economia secondo Buchanan è il dissesto dei conti pubblici (teoria della Public Choice) per via dell'aumento del debito pubblico dato che le uscite dello Stato sono maggiori delle entrate. Secondo questo politologo, possibili soluzioni potrebbero essere ad esempio l'introduzione di norme che impediscono allo Stato di spendere più di quanto guadagna o evitare che il debito pubblico superi una determinata quantità. Anche Keynes dice una cosa simile, cioè che lo Stato deve intervenire per superare la crisi e fare inizialmente debito pubblico; una volta superata la crisi però c'è una seconda fase della politica keynesiana che i politici non applicano e cioè ridurre il debito pubblico nei momenti più prosperi. Nel 1975 Nordhaus elabora la Teoria del ciclo elettorale che si articola in più fasi: Fase 1: la probabilità che ha un politico di essere rieletto dipende dalla quantità di disoccupazione che c'è nella fase pre-elettorale; se è molta, gli elettori non lo voteranno più perché danno a lui, che era al governo, la colpa di queste forti disoccupazioni. Fase 2: il governo sa che se c'è molta disoccupazione l'elettorato non lo rivoterà così usa la G per la disoccupazione e cercare di aumentare la probabilità di essere rieletto. In questo modo però aumenta anche il tasso di inflazione. Fase 3: dopo il periodo elettorale, il governo è costretto a ridurre la G e dunque aumenterà la disoccupazione a causa delle politiche inflazionistiche. Osborne e Gaebler portano avanti in quegli anni un'altra teoria molto importante, quella del New Public Management nel 1995. Si tratta di una risposta al problema politico ed economico che presentano gli Stati negli anni '90: secondo loro bisogna ridare spazio al MKT. Nel loro libro, "Reinventare il governo", suggeriscono di guardare alle aziende private che riescono sempre a fare "utili" tipo il McDonald: bisogna incorporare la logica privatista alle aziende pubbliche all'interno dello Stato, riducendo la pesantezza della burocrazia. Bisogna anche capire se i cittadini sono soddisfatti o meno tramite il loro coinvolgimento. Si devono coinvolgere i governi locali perché alcune aree del paese sono diverse e quindi necessitano di politiche diverse, mirate non solo al decentramento ma anche all'introduzione degli indicatori di performance. Nel breve periodo i risultati del NPM sono andati bene; nel lungo periodo però è emersa una situazione disastrosa perché gli indicatori di performance sono fuorvianti e possono essere facilmente aggirati per modificare la realtà.
- Neo-istituzionalismo (anni '80-'90): come funzionano le istituzioni? North dice che le istituzioni non sono organizzazioni fisiche ma sono un insieme di vincoli formali (norme + sanzioni) e informali (consuetudini + cultura) e sorgono per ridurre l'incertezza presente nei rapporti umani (dato che condizionano l'agire umano grazie allo strumento delle sanzioni). Nelle società tradizionali prevalgono i vincoli informali perché solo nel Medioevo emergono le società moderne e gli Stati che prevedono anche la presenza di vincoli formali. Nelle società tradizionali questi vincoli formali non ci sono perché ancora non è nato l'ordinamento giuridico dello Stato moderno. Ad esempio la Costituzione USA (vincolo formale) funzionava molto bene così l'America Latina ha voluto adottarla ma non fu un successo perché c'erano vincoli informali molto forti in America del Sud. Questo ci fa capire che i modelli non si possono copiare: tutti i paesi hanno vincoli informali molto forti e diversi che non permettono di avere gli stessi vincoli formali. Anche su scala nazionale la stessa legge può dare risultati diversi in regioni diverse perché ci sono vincoli informali molto diversi. Nel libro "Perché le nazioni falliscono?" si fa l'esempio di Nogales, una città al confine tra Arizona e Messico: nella parte americana il reddito è di 30.000 + istruzione alta + basso tasso di mortalità infantile; nella parte messicana, invece, la situazione è notevolmente diversa.
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