Appunti di Giulia B: psicologia dello sviluppo
Percorso di sviluppo
Le unità fondamentali che definiscono lo sviluppo sono la maturazione fisica, lo sviluppo cognitivo e l'apprendimento che si influenzano vicendevolmente.
0-2 anni: cambiamento radicale, si passa da una fase primitiva (che pur consente una comunicazione) a una maturazione sia dal punto cerebrale che affettiva. Ciò che accade non viene però ricordato, poiché il ricordo non può ancora essere fissato, visto l'incompleto sviluppo della corteccia cerebrale dove ha sede la memoria (manca la traccia mnestica); rimane qualcosa, ma solo a livello di sensazione e percezione (si parla di memoria sensoriale che non possiede una consapevolezza verbale); verso la fine di questa fase, si costruiscono relazioni affettive e si stabiliscono le basi per lo sviluppo cerebrale.
2-6 anni: grande sviluppo del linguaggio; si iniziano a stabilire le relazioni sociali; espansione del pensiero e della capacità di esprimersi; legami con gli altri (oltre ai genitori), che danno al bambino una sorta di apertura che diventa un punto focale per lo sviluppo, solitamente la difficoltà nel legame con i pari riflette una difficoltà nel legame con i genitori, (c'è continuità della difficoltà che nel futuro può caratterizzare una disfunzione o le difficoltà successive, es. nell'adolescenza). C'è un affinamento della capacità motoria, compaiono le competenze morali.
6-12 anni: miglioramento competenze cognitive e del pensiero, delle capacità logiche, delle regole morali, tutto questo permette di avere una conoscenza del mondo più generale; si comincia a modificare l’atteggiamento verso le amicizie (non ci sono più amicizie “esclusive”, si tende ad essere amici di diversi bambini).
12-20 anni: miglioramento delle competenze emotive, si sviluppano nuove esigenze corporee; si sviluppa la capacità di comprendere nuovi valori e di formare proprie opinioni; ampliamento della relazione famigliare e amicale (innamoramento). Si tratta di un ponte tra infanzia ed età adulta, c'è lo sviluppo di dimensioni corporee adulte e capacità di pensiero astratto; i valori personali sono ben definiti e conquista dell'autonomia dalla famiglia.
Le fasi dello sviluppo
Le fasi dello sviluppo seguono due linee direttrici principali:
- Equifinalità: partendo da condizioni biologiche e/o ambientali differenti si può raggiungere lo stesso livello di sviluppo.
- Multifinalità: partendo da condizioni biologiche e/o ambientali simili si può giungere a profili di sviluppo differenti.
Questi due concetti sono riassumibili dalla metafora dell’albero: da uno sviluppo iniziale positivo si può proseguire con continuità (positivo) oppure vi possono essere cambiamenti negativi; da un disadattamento iniziale si può proseguire con una continuità che ha come esito un disagio, oppure con resilienza al disadattamento iniziale si possono raggiungere livelli di sviluppo positivi (fattori di resilienza: entrano in gioco, se presenti, solo nel momento in cui il bambino ne ha bisogno; es. la presenza di una zia al quale il bambino è molto affezionato, è un fattore di resilienza solo nel momento in cui vengono a mancare i genitori).
La concezione del bambino
Inizialmente si pensava al neonato come privo di una componente attiva nei primi mesi di vita, veniva infatti ritenuto un passivo ricettore di stimoli; ora si è accertato che invece il neonato ha competenze per interagire con il mondo esterno; è dotato di prerequisiti percettivi e cognitivi precoci, tra cui una predisposizione per interagire con gli altri esseri umani (riconosce facilmente le forme rotonde, che sono riconducibili al volto, e di conseguenza alla madre) e con l'ambiente; è inoltre predisposto a riconoscere i suoni “parlati”, piuttosto che quelli gutturali (es. un ruggito). Il bambino è quindi dotato di competenze ed è attivo grazie ai prerequisiti posseduti: i riflessi.
I riflessi
I riflessi sono risposte automatiche, non apprese, ad uno stimolo o una classe di stimoli, che il neonato possiede alla nascita; è possibile che alcuni si perdano durante lo sviluppo, ma ricompaiano successivamente; sono molto importanti nella relazione con gli adulti, poiché favoriscono l’accudimento e quindi l’attaccamento, sollecitano negli adulti reazioni positive che avvicinano l’adulto. Si possono suddividere in due principali categorie: riflessi di sopravvivenza, quelle reazioni innate che mantengono la loro utilità per tutta l'esistenza (respirazione, ammiccamento, pupillare, deglutizione, starnuto) e riflessi neonatali, quelle reazioni controllate da aree sottocorticali del cervello e destinate a scomparire in un anno (rotazione del capo, suzione, marcia automatica, prensione, moro, babinsky). Di alcuni riflessi non è nota con certezza la funzione e possono essere considerati come retaggi della nostra storia evolutiva; sono importanti dal punto di vista diagnostico, poiché sono indicatori di possibili problemi al SNC; indicano inoltre la capacità del bambino di reagire non solo a sensazioni interne, ma anche a stimoli esterni.
- Rotazione del capo: è un riflesso molto importante per quanto riguarda il nutrimento; è innato e può essere stimolato anche senza la presenza di cibo, semplicemente toccando la guancia all'angolo della bocca, il bambino ruota il capo verso il lato stimolato, apre la bocca e poi gira di nuovo la testa dall'altro lato. Si parla di automatismi perché non dipendono dalla volontà, infatti scompaiono quando questa subentra, intorno al sesto mese circa.
- Suzione: si scatena quando un adulto mette qualcosa in bocca al neonato (es. ciuccio, biberon, dito); il bambino inizia a succhiare; appare intorno alla decima settimana di gestazione, scompare intorno ai quattro mesi.
- Marcia automatica: si manifesta nei primissimi giorni di vita, quando il bambino è in posizione eretta, inizia a muovere le gambe come se stesse camminando; si ha una perdita apparente nei giorni successivi, apparente perché se messo in acqua il riflesso riprende; si pensa che questo sia dovuto alla gravità che fa risultare le gambe troppo pesanti. La funzione del riflesso è quella di “allenare” le gambe del neonato alla camminata.
- Riflessi di prensione (gaspling) e plantare (babinsky): il neonato afferra in modo molto saldo le dita, se c’è una pressione sul palmo della mano; premendo a livello della radice delle dita del piede, si osserva invece una flessione delle dita del piede, accarezzando la pianta del piede dall'alluce al tallone, il bambino prima stende e poi richiude le dita dei piedi. Il gaspling si perde intorno al 3o-4o mese, mentre il babinsky intorno all’8o-12o mese; è probabilmente un residuo di un riflesso per la sopravvivenza (es. doversi aggrappare ai capelli della madre). Questo riflesso provoca nell’adulto reazioni come sorrisi e cambiamento del tono di voce, ciò è importante per l’accudimento.
- Riflesso di moro: detto anche di abbraccio; il neonato fa un movimento con gli arti, come se stesse abbracciando, quando ci sono per esempio rumori forti, shock fisico, o la testa non viene sostenuta; inizialmente contrae i muscoli dorsali con estensione degli arti, in un secondo momento il bambino allarga le dita a ventaglio e gli arti superiori descrivono un arco a cerchio per ritornare poi allo stadio di flessione.
Imitazione
Alcune volte i bambini piccoli tendono ad imitare i comportamenti e soprattutto le espressioni facciali di chi gli sta di fronte; perché ciò avvenga il neonato deve trovarsi in uno stato tranquillo, non deve avere né fame, né sonno (questo è infatti lo stato ottimale per la ricerca).
Questa tendenza dei bambini è sorprendente, poiché a quest’età non sono in grado di riconoscere il proprio volto e non ne hanno consapevolezza. Si ipotizza che questo comportamento sia causato da:
- Esistenza di una connessione cerebrale che permette di collegare il movimento con la percezione di quello che uno vede e fa;
- Neuroni specchio che permettono al neonato di ripetere una espressione a livello cerebrale, anche se non viene compiuta, ma viene solo vista.
L’imitazione è per i genitori motivo di risposte positive, infatti gli adulti si avvicinano e affezionano grazie a questi comportamenti, compensando i sacrifici che l’accudimento normalmente richiede; ciò è necessario per la sopravvivenza, perché il bambino ha bisogno dell’adulto per un lungo periodo.
Il pianto e il sorriso
Entrambi hanno il significato principale di comunicare lo stato endogeno del bambino.
Il pianto è un segnale utile alla sopravvivenza, è il primo canale comunicativo del bambino si scatena se c’è un bisogno, in caso di dolore, se si presenta uno stato di disagio o di stress; i bambini molto piccoli non piangono per capriccio. Il segnale è molto forte e attiva una reazione empatica negli adulti di vicinanza e condivisione con il neonato; il pianto può però scatenare anche rabbia nei genitori che sono stati vittime nell’infanzia: si ha bisogno di far smettere il neonato di piangere, ma non si possiede la calma necessaria, si verificano così una serie di maltrattamenti, tra cui lo shaken baby (il bambino viene scosso con violenza), questo provoca micro lesioni cerebrali che non provocano lesioni evidenti, ma si presentano ritardi mentali nelle funzioni cognitive, anche se non sempre.
Il pianto provoca nell’adulto delle reazioni forti, in modo che percepisca l’urgenza del segnale, per esempio vi è un aumento del battito cardiaco e si sente stressato, c'è un aumento del livello ormonale e percepisce una spinta all'azione; questo aumenta la vicinanza al bambino ed è funzionale alla sopravvivenza dello stesso, inoltre è un segnale di attaccamento. Il pianto provoca un'attivazione del sistema nervoso sia del bambino sia dell'adulto che se ne prende cura, creando uno stato di reciproca attenzione.
Il pianto ha origine da stimolazioni negative interne o esterne che richiedono la coordinazione di diversi sistemi; seguono quattro fasi:
- Espiro;
- Riposo;
- Inspiro;
- Riposo.
Vi sono tre modalità di base del pianto:
- Pianto base: o frequenza elementare, è legato alla fame ed è più regolare con vocalizzazioni ritmiche e ripetitive con cicli di apertura e chiusura delle corde vocali;
- Pianto di dolore: alto picco di pianto o iperfonazione; inizia improvvisamente, è caratterizzato da un grido iniziale lungo e un trattenimento del respiro prolungato, simile quasi all’apnea;
- Pianto per rabbia: è un pianto turbolento o disfonazione; la vibrazione delle corde vocali è fastidiosa e non armonica, vocalizzazione forte e prolungata (es. se non è stato pulito).
Evoluzione del pianto:
- Nascita e primi mesi: è provocato da stimoli fisiologici (fame, dolore, freddo) per lanciare un segnale di bisogno; si tratta di un modello automatico di scarico della tensione interna scatenato dall'intensa attività viscerale (coliche e dolori addominali), dalla fame, da una temperatura corporea inferiore a 31°-32° C e dall'assenza di contatto tattile.
- 2o-3o mese: si presenta la funzione sociale del pianto nel richiamare la vicinanza e la presenza dell'adulto come fonte di stimolazione, quando per esempio il caregiver si allontana dal campo visivo del bambino e smette di parlargli; il pianto viene attivato per questo cambiamento improvviso della stimolazione.
- Dall'8o mese: si tratta di un pianto consapevole atto a modificare il comportamento altrui, poiché il bambino ne comprende l'effetto sull'altro, si verifica infatti quando si è stabilito un legame specifico con il caregiver.
Se il bambino non viene consolato, dopo molto tempo che piange, non acquista la capacità di regolarsi, non capisce che l’elemento di disagio può scomparire attraverso le attenzioni e, quindi, che potrebbe subentrare un’emozione positiva; se viene consolato la volta seguente piangerà meno, se ciò non accade piangerà di più e questo potrà causare una difficoltà nella regolazione emotiva nel futuro.
Il sorriso caratterizza il neonato sin dai primi giorni di vita, si parla in questo caso di sorriso endogeno, e si alzano solo gli angoli della bocca, non vengono coinvolti i muscoli degli occhi, per questo motivo viene ritenuto un sorriso involontario, infatti se si vede sorridere il neonato nei primi giorni di vita si tratta di manifestazioni inconsapevoli, in assenza di stimoli identificabili, al di fuori del contesto comunicativo, prodotto spontaneamente durante le fasi del sonno REM. Dal 2o mese si parla di sorriso sociale, sono coinvolti sia i muscoli dello zigomo che dell’occhio, avviene in relazione a stimoli esterni, come per esempio ad una voce che canta, se entra in contatto con qualcuno con gli occhi, se sente una voce umana familiare, se vede un volto, inoltre non è selettivo, infatti reagisce con sorriso anche a volti esterni al nucleo familiare se somiglianti a quelli conosciuti. Tra la fine del 2o mese e l’inizio del 3o mese compare il sorriso sociale selettivo, direzionato e rivolto solo a persone specifiche, ciò indica la capacità di discriminare e indica la formazione di una prima traccia mnestica. Il bambino sorride in modo da sincronizzare la sua risposta con quella del caregiver e stabilisce così una reazione di reciprocità.
Il sorriso non è ancora un’emozione, ma semplicemente è un’espressione emotiva, perciò se il bambino non sorride non significa che sia triste.
Nei bambini prematuri il sorriso si manifesta più avanti nel tempo. Se intorno ai 6-12 mesi il bambino non ricambia il sorriso durante un’interazione si potrebbe parlare di autismo precoce; se affetto da sindrome di Moebius (malattia rara dovuta alla mancanza della formazione di alcuni nervi nel cranio, indispensabili per dare al viso alcune espressioni e soprattutto per sorridere) il bambino non è in grado di sorridere, di muovere gli occhi lateralmente, fare delle smorfie e di fare dei movimenti che ad altre persone riescono spontanei. I sintomi della sindrome si manifestano sin dalla nascita. Il bambino mostra evidenti difficoltà nella suzione, non riesce a chiudere la bocca, spesso soffre di strabismo e ha la lingua corta o deforme, e in un gran numero di casi manifesta una difficoltà nello sviluppo motorio degli arti superiori, causata da una scarsa tonicità muscolare.
Il riso
È più frequente nel bambino di almeno tre mesi; difficilmente il riso si verifica quando da soli, ma più frequentemente nell'interazione con gli altri, in particolare in queste situazioni:
- Se c'è un'incongruenza
- Per solletico
- Se vede ridere un genitore
- Durante il bagnetto ludico
- Con il gioco del cucù
- Davanti allo specchio
Inoltre, dagli studi si evidenzia come mamme e papà siano ritenuti divertenti allo stesso modo e come i maschi sembrano che ridano di più rispetto alle femmine.
Moduli comportamentali nella cura della prole
La cura della prole si verifica perché presente come caratteristica innata, poiché per il mantenimento della specie gli adulti sono indotti a prendersi cura del piccolo, che per sua natura ispira tenerezza. Questo è dovuto in parte anche a delle caratteristiche particolari che rendono il bambino un elemento positivo per l'adulto, di cui prendersi cura; queste caratteristiche sono per esempio la testa grande rispetto al resto del corpo, la fronte arcuata e convessa, il cranio grande rispetto al viso, gli occhi grandi situati molto al di sotto della linea mediana del volto, le estremità corte e grassocce, le forme del corpo arrotondate, gli stati superficiali soffici e morbidi, le guance paffute e rotonde.
René Spitz e le relazioni oggettuali
René Spitz conduce studi sulla formazione delle relazioni oggettuali attraverso una raccolta di dati e l'interpretazione di questi nel primo anno di vita del bambino. Si tratta di ricerche di tipo longitudinali attraverso osservazioni sia di bambini che vivono con la figura della madre, sia di bambini in orfanotrofio dalla nascita, i cui bisogni fisici erano soddisfatti adeguatamente, ma mancavano cure e relazioni significative continue; i bambini erano 366, osservati in diversi ambienti longitudinalmente e trasversalmente per due anni circa, da osservatori indipendenti alternativamente di sesso maschile e femminile; i test venivano ripetuti mensilmente.
La madre viene definita come oggetto delle pulsioni libidiche e le difficoltà incontrate dal bambino come deformazioni delle relazioni oggettuali.
Si parla di stadio pre-oggettuale (0-2 mesi) in cui il neonato è soprattutto un essere orientato a sé (narcisismo primario), indifferenziato, che considera il seno materno come parte di sé, vive in simbiosi con la madre, ha reazioni prettamente fisiologiche e risponde a stimoli introspettivi; nello stadio dell'oggetto precursore pian piano si esce da queste indifferenziazioni per entrare in contatto con gli altri, si tratta di un punto di transizione dallo stadio narcisistico a quello della libido oggettuale: le percezioni sono esterne e non più solo interiori, compare un Io rudimentale, c'è una transizione dalla passività all'attività e iniziano le relazioni sociali; un modo di entrare con altri è la risposta sorriso, che si verifica quando mostre... [contenuto incompleto].
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Psicologia dello sviluppo - Appunti
-
Appunti Psicologia dello sviluppo
-
Psicologia dello sviluppo - Appunti
-
Appunti Psicologia dello sviluppo