POLITICA ECONOMICA
La politica economica è un ramo delle scienze sociali che esamina le azioni dell’autorità pubblica sia in
ambito microeconomico, cioè per quel che riguarda uno o più settori produttivi, sia in ambito
macroeconomico, ovvero con riferimento all’economia considerata nel suo complesso. L’intervento
pubblico in economia viene giustificato dal fatto che il mercato possa generare delle situazioni subottimali, i
cosiddetti fallimenti di mercato. La politica economica:
1) Definisce gli obiettivi socialmente desiderabili;
2) Confronta gli obiettivi desiderati con la realtà economica al fine di individuare le situazioni che
possano colmare i gap esistenti;
3) Identifica i compiti che devono essere assegnati a ciascuna istituzione.
Per fare ciò, la politica economica svolge un’indagine su tre diversi livelli: 1) scelte sociali; 2) scelte
istituzionali; 3) scelte correnti.
Il sistema economico è formato da una serie di reti tra loro interdipendenti tra soggetti che svolgono
attività di consumo, produzione, scambio, lavoro, investimento e risparmio con la finalità di soddisfare
bisogni individuali perseguendo il benessere materiale e, al tempo stesso, concorrere allo sviluppo
dell’economia. Tale sistema è, dunque, formato da una pluralità di sottosistemi:
1) Il sistema di produzione: promuove l’offerta di beni e servizi sul mercato grazie agli investimenti
effettuati in produzione ed innovazione;
2) Il sistema dei consumatori: promuove il consumo di beni e servizi in proporzione al reddito
percepito;
3) Il sistema creditizio-finanziario: concede il credito alle imprese che possono così investire nella
produzione e generare l’offerta di beni e servizi da proporre sul mercato ai consumatori;
4) Il mercato: luogo di incontro di domanda ed offerta di beni e servizi in cui avviene lo scambio grazie
all’incontro dei tre sistemi precedentemente descritti;
5) Lo Stato: alimenta il sistema economico mediante la spesa pubblica finanziata con le entrate
provenienti dal prelievo fiscale operato nei confronti dei cittadini. Lo Stato definisce ed attua gli
interventi di politica economica volti alla crescita dell’economia nazionale.
La scuola interventista sostiene che l’intervento dello Stato nell’economia venga ritenuto necessario per:
Garantire l’equità;
Evitare che l’individualismo danneggi la collettività;
Risolvere eventuali problemi di coordinamento;
Tramandare alle generazioni future regole e comportamenti che diano origine alle istituzioni.
L’intervento statale è necessario soprattutto in presenza di fallimenti di mercato a carattere sia
microeconomico (monopolio, asimmetria informativa, esternalità negative) che macroeconomico
(disoccupazione, inflazione, sottosviluppo, squilibri nella bilancia dei pagamenti). Si tratta di situazioni in cui
l’economia è instabile all’interno di un mercato capitalistico e ciò non consente il raggiungimento di un
equilibrio di mercato. La Teoria Generale promossa dall’economista John Keynes (1936) sostiene che sia
possibile raggiungere un livello superiore di benessere all’interno di una società proponendo l’intervento
dello Stato nel sistema economico per ridurre la spesa pubblica. Questa teoria è, dunque, a favore
dell’interventismo che favorisce la partecipazione dello Stato nella determinazione delle regole in cui deve
operare il mercato. Secondo Keynes, infatti, l’intervento statale stimola la crescita economica e
l’occupazione. Gli studi successivi al XIX secolo, parlavano di valore sociale della ricchezza, della formazione
e conseguente distribuzione di un surplus che mirasse allo sviluppo dell’economia. Si credeva che in un
sistema capitalistico operavano forze guidate da un interesse individuale che si assicuravano il
mantenimento di un equilibrio di mercato ottimale. Si trattava della politica del laissez-faire. Principio del
Liberismo economico fortemente a sostegno del non intervento dello Stato favorendo, piuttosto, la libera
iniziativa privata all’interno di un mercato libero in cui si scambiano beni e servizi. La scuola neoclassica
formata da personaggi quali Walras, Pareto, Marshall e Fisher, si fondava su due principi fondamentali: 1) la
razionalità caratterizzante gli agenti economici operanti sul mercato; 2) l’equilibrio di mercato di tipo
concorrenziale con flessibilità dei prezzi caratterizzato, dunque, per l’inesistenza di eccessi di domanda o
offerta. L’economista Walras dimostra come in un regime di mercato in cui vige la concorrenza perfetta si
determinano dei prezzi di equilibrio che conducono all’eguaglianza di domanda ed offerta in tutti i mercati
nonché l’eguaglianza tra costi di produzione e prezzi di vendita per ciascun bene offerto da ogni impresa.
L’efficienza produttiva dinamica si riferisce alla capacità di innovarsi posseduta dalle imprese che le
conduce al miglioramento dei processi produttivi. Si ha, al contrario, efficienza produttiva statica nelle
situazioni in cui non si presentano degli sprechi in termini di materie prime o tempo di produzione e si
consumano soltanto le risorse necessarie allo svolgimento del processo produttivo.
Il 1° Teorema dell’Economia del Benessere (di Vilfredo Pareto): “Un equilibrio concorrenziale si definisce
pareto efficiente se l’allocazione delle risorse risulta tale che non sia possibile migliorare la condizione di un
dato soggetto senza peggiorare, allo stesso tempo, quello di un altro soggetto”. Il criterio di efficienza
paretiana è un giudizio di valore e non di fatto. Il teorema stabilisce che identificate le dotazioni iniziali e
assumendo che gli agenti economici si comportino rispettando le regole del mercato, si avrà come risultato
un’allocazione Pareto efficiente. Questa efficienza si può conseguire attraverso una configurazione
istituzionale caratterizzata da un modello di economia decentrata di concorrenza perfetta. L’ottimo
paretiano in un’economia di produzione e di consumo richiede: 1) efficiente allocazione del consumo dei
beni; 2) efficiente allocazione degli inputs della produzione; 3) efficienza generale del sistema economico. Il
mercato concorrenziale sfrutta tutti i vantaggi derivanti dalle attività si scambio; il ruolo dello Stato è
minimo dato che il mercato riesce a trovare il proprio equilibrio in maniera autonoma; le forze di mercato
raggiungono l’equilibrio ma senza garantire l’equità nella distribuzione della ricchezza tra i partecipanti. Ne
deriva che il punto in cui il mercato raggiunge un equilibrio potrebbe non corrispondere altresì ad una
distribuzione equa della ricchezza.
Il 2° Teorema dell’Economia del Benessere: afferma che, attraverso un’adeguata redistribuzione delle
risorse, si può conseguire l’ottimo paretiano come equilibrio competitivo. Per cui, modificando le
dotazioni iniziali con appositi strumenti di redistribuzione come imposte o sussidi a somma fissa (lump
sum tax), un’economia concorrenziale permette di perseguire qualsiasi stato sociale Pareto efficiente sulla
frontiera della massima utilità. Se c’è efficienza, ma non equità, lo Stato può intervenire attuando delle
politiche redistributive (politiche di bilancio), adottando imposte progressive e trasferimenti, lasciando poi
la funzione allocativa al mercato. La redistribuzione può, tuttavia, disturbare l’efficienza per cui si potrebbe
raggiungere l’equità, ma perdere l’efficienza. Il 2° teorema, dunque, suggerisce la divisione dei compiti tra
Stato, a cui competono la redistribuzione ed il perseguimento dell’equità, e mercato che è in grado di
conseguire autonomamente l’efficienza. Si determina così un appropriato trade-off tra efficienza ed
equità.
CONCETTI DI MICROECONOMIA: La microeconomia si occupa dello studio delle scelte dei consumatori
razionali e delle imprese efficienti, delle interazioni tra scelte ed equilibri e determina in quali particolari
condizioni si può parlare di equilibri efficienti. I consumatori e le imprese si qualificano come agenti
economici che operano sul mercato e che si presume effettuino delle scelte che si possano definire
razionali. Si parla di agenti economici razionali quando questi ultimi sono in grado di effettuare scelte
ottimali nel senso che assumono dei comportamenti che permettono loro di conseguire i migliori risultati
possibili in corrispondenza degli obiettivi che gli stessi si erano preposti inizialmente. Un problema di
ottimizzazione si verifica in presenza di tre elementi: 1) variabili oggetto di scelta; 2) funzione obiettivo; 3)
insieme delle possibili alternative. Gli agenti prendono decisioni con riguardo alle variazioni che possono
essere controllate e che potrebbero esercitare un’influenza sui risultati attesi. Ne deriva che, nell’assumere
certe decisioni, occorre valutare:
- Tutte le alternative possibili;
- Tutte le informazioni di cui si dispone;
- Le alternative vanno ordinate in base alle proprie preferenze;
- La scelta ricadrà sull’alternativa maggiormente preferita.
L’EQUILIBRIO: Si può affermare che un agente si trova in una situazione di equilibrio quando non ha alcun
motivo di cambiare le proprie decisioni e i propri comportamenti a meno che non intervengano delle
variabili che minaccino di modificare la sua situazione. Un insieme di agenti si dice in equilibrio se i piani
individuali risultano essere tra loro compatibili. Lo studio dell’equilibrio prende in considerazione una serie
di problematiche analitiche, ovvero:
- L’esistenza di un equilibrio;
- La sua stabilità: un punto di equilibrio si definisce stabile se ci si ritorna dopo aver subito un
disturbo a carattere temporaneo;
- L’unicità dello stesso punto di equilibrio.
La funzione di utilità: Il comportamento del consumatore può essere descritto mediante l’utilizzo di una
funzione di utilità dove U(x) è tale che x₁ e x₂ solo se U(x₁)>U(x₂) con x₁ e x₂ corrispondenti a due diversi
panieri di beni. In uno spazio a due dimensioni con soli 2 beni x e y, la funzione di utilità sarà U=f(x,y). Il
livello di utilità tenderà ad aumentare al verificarsi di un incremento della quantità consumata dei due beni
x e y. L’utilità marginale di un bene x è l’incremento di utilità totale legato ad una variazione infinitesima di
x e, espressa in termini matematici, l’utilità marginale corrisponde alla derivata prima d U rispetto ad x:1
Um= DU Dx. L’utilità totale è rappresentata da una funzione crescente della quantità del bene oggetto di
consumo. L’utilità marginale di tale bene avrà, quindi, valore positivo (Um>0). A ciascun aumento del bene
consumato corrisponde un aumento della sua utilità. L’utilità totale tende a crescere meno rapidamente al
crescere della quantità consumata di un bene. L’utilità marginale assume, invece, un andamento
decrescente.
Il consumatore, soggetto al vincolo di bilancio, sceglie quale paniere tra x₁ e x₂ lo soddisfa maggiormente
massimizzando anche la sua funzione di utilità (massimizzazione dell’utilità). Nel punto in cui si registra la
massima utilità, la retta di bilancio sarà tangente alla curva di indifferenza.
La teoria del consumo: Il consumatore definisce le proprie preferenze sui panieri di beni disponibili e
sceglie tra di loro in maniera razionale al fine di riuscire a massimizzare l’utilità che si può trarre
consumando il paniere scelto. Affinchè il consumatore possa ordinare i panieri a seconda delle proprie
preferenze, è necessario che le preferenze possiedano specifiche caratteristiche:
Completezza: consente al consumatore di effettuare un confronto tra i panieri;
Transitività: garantisce la coerenza nel giudicare i panieri poiché se, ad esempio, il paniere A è
preferito al paniere B, di conseguenza il paniere A sarà anche preferito al paniere C;
Riflessività: quando il consumatore deve effettuare il confronto tra due panieri identici, il suo
giudizio li riterrà equivalenti.
Le curve di indifferenza: è infinito il numero di panieri che può garantire al consumatore un eguale grado di
utilità. L’unione dei panieri che conferiscono lo stesso livello di utilità origina una curva di indifferenza.
L’insieme delle curve di indifferenza crea, a sua volta, una mappa di indifferenza. I punti che giacciono sulla
medesima curva di indifferenza attribuiscono uno stesso livello di utilità al consumatore. Le curve di
indifferenza che si trovano più in alto e a destra (nord-est del grafico) indicano livelli di utilità maggiore. Le
proprietà delle curve di indifferenza sono le seguenti:
Sono inclinate negativamente;
Le curve di indifferenza che appartengono alla medesima mappa non si intersecheranno mai;
Sono convesse verso l’origine.
Le curve di indifferenza sono, dunque, inclinate negativamente dato che al crescere del quantitativo del
bene consumato, va ridotto il quantitativo consumato dell’altro bene per mantenere costante il livello di
utilità conseguito dal consumo dell’individuo. Le curve non si intersecano tra loro perché, qualora ciò si
verificasse, si avrebbe una logica contraddizione. Nel prendere le proprie scelte, il consumatore valuta il
margine di sostituzione (MRS – marginal of rate substitution) che esprime la quantità di un bene a cui il
consumatore è disposto a rinunciare per acquisire un’unità aggiuntiva di un altro bene mantenendo
costante l’utilità. Il saggio marginale di sostituzione tra due beni x e y esprime la quantità di y a cui una
persona è disposta a rinunciare per consumare un’unità in più di x. Esso misura il valore attribuito dal
consumatore ad un’unità ulteriore di un dato bene il cui costo opportunità è rappresentato dalla quantità
del bene a cui si è disposti a rinunciare. In termini geometrici, il tasso marginale di sostituzione tra i beni x e
y corrispondente ad un certo paniere è rappresentato dalla pendenza della curva di indifferenza e si può
calcolare mediante il rapporto tra l’utilità marginale dei due beni MRS=∆x/∆y
La pendenza: la relazione tra due variabili si può rappresentare mediante una curva e considerando la sua
pendenza (o coefficiente angolare). Quando la pendenza è positiva, la relazione tra 2 variabili è diretta; se,
invece, la pendenza è negativa la relazione sarà inversa. Se la pendenza cambia di segno, la relazione non è
monotona. L’elasticità misura la sensibilità di una variabile alle variazioni percentuali dell’altra variabili.
Il vincolo di bilancio: esprime il vincolo di spesa del consumatore e deriva dal fatto che le risorse
disponibili al consumatore sono scarse e, dunque, limitate. Relativamente a due beni, il vincolo di bilancio
si esprime come segue S=p₁x₁+p₂x₂
Dove:
S=reddito del consumatore
p₁ e p₂= prezzi dei beni 1 e 2
x₁ e x₂= quantità dei due beni
La retta di bilancio ha un’inclinazione negativa che si esprime come - p₁/p₂
LA DOMANDA E L’OFFERTA: Si distingue tra domande e offerta individuale e di mercato:
Domanda individuale: corrisponde alla quantità (Q) di un bene che un consumatore desidera
acquistare ad un certo prezzo (P);
Domanda di mercato: è data dalla somma di tutte le domande individuali;
Offerta individuale: corrisponde alla quantità (Q) di un bene che un’impresa produce ad un certo
prezzo (P);
Offerta di mercato: è costituita dalla somma delle offerte delle imprese in corrispondenza ai prezzi.
Le singole domande individuali variano con il variare dei prezzi, ma anche delle preferenze dei consumatori
e della sostituibilità dei prodotti. Le domande individuali dei consumatori avranno poi un riflesso sulla
domanda aggregata o di mercato. Se la curva di domanda subisce uno spostamento verso destra, questo
implica che si verifica un incremento della quantità di domanda a parità di prezzo. L’offerta individuale,
invece, varia con il mutare della tecnologia legata al grado di innovazione disponibile in un dato momento,
la sostituibilità tra i fattori produttivi, il numero di imprese presenti sul mercato (concorrenza), le barriere
all’entrata, il livello di capacità produttiva di cui dispone la singola impresa. L’equilibrio sul mercato si
raggiunge nel punto in cui domanda e offerta si incontrano e si eguagliano (D=O).
La funzione (o curva) di domanda: è ottenibile mediante un’analisi della massimizzazione dell’utilità.
Occorre valutare la funzione di domanda di un certo bene rispetto al prezzo corrispondente, mantenendo
costante sia il prezzo di un altro bene che il reddito (S) di cui dispone il consumatore. La funzione (o curva)
di domanda sintetizza l’insieme delle informazioni sulle modalità in cui i consumatori prendono le decisioni.
La curva di domanda esprime la relazione che intercorre tra quantità domandata ed il prezzo, lasciando
costanti le altre condizioni. Tale relazione di considera vera in due casi:
Domanda individuale: si prende in considerazione la quantità domandata dal singolo individuo;
Domanda aggregata (o domanda di mercato): si prende in considerazione la quantità domandata
da parte di tutti i consumatori presenti sul mercato.
Tra prezzo e quantità domandata intercorre una relazione di proporzionalità inversa (legge della domanda).
Perciò la curva di domanda ha un andamento discendente (è inclinata negativamente).
Forma diretta: P=f(Q) Forma indiretta: Q=f (P)
Solitamente si ottiene una funzione di domanda lineare tale che P=a-bQ dove il segno negativo indica la
relazione di proporzionalità inversa.
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