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Politica economica

Con il termine “politica economica” ci si riferisce a quella branca della scienza economica che analizza gli interventi degli Stati all’interno del sistema economico e che si occupa di suggerire modalità e strumenti per raggiungere gli obiettivi desiderati.

In tale contesto emergono tutta una serie di tipologie di interventi, sempre intersecabili e sovrapponibili, che gli operatori pubblici possono adottare per il perseguimento degli obiettivi appena citati:

  • Politiche fiscali (governo, spese, entrate, deficit di bilancio)
  • Politiche monetarie (banca centrale, tassi di interesse, quantità di moneta)
  • Politiche di cambio (prezzo della moneta interna rispetto alle altre monete)
  • Politiche industriali e regionali (azioni di incentivazione e disincentivazione)
  • Politiche strutturali (o dell’offerta) e ambientali (interventi per favorire la crescita di lungo periodo)
  • Politiche di regolazione e di supervisione (interventi per impedire fallimenti di mercato, spesso avviati da autorità pubbliche indipendenti)

Chiaramente l’obiettivo delle diverse politiche economiche è la modifica dell'andamento spontaneo dell'economia, che si configura attraverso una maggiore o minore influenza dello Stato sul sistema economico stesso. Si parlerà di:

  • Economia di mercato (le decisioni di investimento, produzione e distribuzione vengono determinate dalle forze della domanda e dell'offerta)
  • Economia pianificata (le decisioni di investimento, produzione e distribuzione non vengono determinate dal mercato ma dalla burocrazia statale)
  • Economia mista (si tratta di un sistema ove l’approccio capitalista, determinato dal mercato, si fonde con l’approccio statale, determinato dall’intervento burocratico).

In tale contesto è doveroso distinguere la natura dei medesimi interventi, che possono avere un orizzonte temporale di breve, di medio o di lungo termine.

Approccio macroeconomico e microeconomico

Con il termine macroeconomia ci si riferisce a quella branca delle scienze economiche che si occupa di studiare l'economia a livello aggregato. Il suo obiettivo è infatti l’analisi delle performance economiche, nonché della struttura di Stati interi ed entità sovranazionali. Possiamo quindi considerare l’approccio macroeconomico come un utile strumento per comprendere il funzionamento del sistema economico nel suo insieme.

In tale contesto l’approccio macroeconomico rischia di trascurare l’analisi dei comportamenti individuali, che invece costituiscono il cuore pulsante della microeconomia. Le fondamenta dell’approccio macroeconomico sono costituite da tre variabili essenziali:

  • PIL (acronimo di Prodotto Interno Lordo, misura il valore aggregato di tutti i beni e i servizi finali prodotti in un Paese in un anno solare)
  • Livello generale dei prezzi (misura il livello medio dei prezzi dei beni e dei servizi di un sistema economico. Il tasso di inflazione è rappresentato dal tasso di variazione percentuale di P, ovvero del livello generale dei prezzi)
  • Tasso di disoccupazione (coincide con la percentuale di forza lavoro che in un determinato istante non ha un’occupazione nel sistema economico)

Attualmente l’obiettivo delle banche centrali è contenere il tasso di inflazione entro il 2% l’anno: garantire una bassa inflazione consente infatti di mantenere la stabilità dei prezzi. Chiaramente l’approccio macroeconomico necessita dell’analisi di ulteriori grandezze di riferimento per esprimersi al meglio, quali ad esempio le esportazioni, le importazioni, la spesa pubblica, la pressione fiscale, i tassi di cambio, gli investimenti.

Con il termine microeconomia, al contrario, ci si riferisce a quella branca della scienza economica che si occupa di studiare il comportamento dei singoli agenti economici, i quali operano in condizioni di scarsità di risorse. Risulta quindi evidente come l’analisi microeconomica suggerisca modelli economici che pongono al centro l’individuo, la famiglia e l’impresa: in tale contesto il concetto di decisione individuale costituisce il fulcro del medesimo approccio microeconomico.

Affinché l’approccio microeconomico risulti sensato è bene fare un assunto, che si esprime attraverso la razionalità degli agenti economici appena citati. Tale principio di razionalità costituisce, in linea di massima, la base funzionale di ogni mercato.

Calcolo del PIL con la remunerazione dei fattori

Uno dei principali metodi di calcolo del PIL, ovvero della funzione di produzione aggregata, è quello che si basa sul concetto di remunerazione dei fattori, in base al quale gli input della produzione vengono trasformati in prodotto aggregato. La medesima relazione macroeconomica può essere sintetizzata come di seguito:

Y = f (N,K)

dove Y (PIL) è determinato dalla quantità di lavoro (N) e di capitale (K) del sistema economico di riferimento.

Chiaramente in questa relazione interagiscono stock e flussi: il PIL è per definizione un flusso che si registra durante l’anno solare, mentre capitale e lavoro si esprimono sotto forma di stock nel medesimo periodo.

Tuttavia è bene sottolineare come la relazione appena vista sia estremamente statica e semplificata: attraverso un’analisi più dinamica possiamo notare come la crescita economica venga costantemente supportata dal progresso tecnologico che, a parità di input, permette di realizzare continui aumenti di prodotto.

Y = f (N, K, A(t))

dove A(t) è il progresso tecnologico tendenzialmente crescente.

Ai fattori produttivi lavoro e capitale sono associate specifiche forme di remunerazione, rispettivamente salari e interessi. Ne consegue che:

Y = wN + iK

dove wN è la remunerazione complessiva del lavoro, data dal prodotto fra la quantità di lavoro impiegata (N) e il salario unitario (w), mentre iK è la remunerazione del capitale, data dal prodotto fra il tasso di interesse (i) e la quantità complessiva di capitale (K).

In tale contesto Y (PIL) va tenuto distinto sia dal PNL (prodotto nazionale lordo, costituito da PIL + redditi netti dall’estero) che dal PIN (prodotto nazionale netto, costituito da PIL - ammortamenti del capitale).

Calcolo del PIL con la domanda aggregata

Uno dei principali metodi di calcolo del PIL, ovvero della funzione di produzione aggregata, è quello che si basa sulla scomposizione secondo le voci della domanda aggregata, ovvero sulla relazione tra prodotto e spesa totale.

Y = C + I + G + NX

Tale formula rappresenta l’identità fondamentale della domanda aggregata e suddivide la spesa in quattro componenti fondamentali:

  • C = spesa per i consumi delle famiglie
  • I = spesa per gli investimenti delle imprese
  • G = acquisti di servizi e beni da parte della PA
  • NX = esportazioni nette, data dalla differenza tra esportazioni (X) e importazioni (M)

Risulta quindi molto semplice comprendere come le azioni intraprese dallo Stato, che si manifestano attraverso l’adozione delle politiche fiscali, possano influenzare e incidere direttamente sul PIL.

Calcolo del PIL attraverso la relazione fra risparmio e investimento

Uno dei principali metodi di calcolo del PIL, ovvero della funzione di produzione aggregata, è quello che si basa sulla relazione fra risparmio e investimento. Data un’economia semplificata in cui vengono esclusi sia il settore pubblico che gli scambi con l’estero, avremmo Y = C + I.

Sappiamo tuttavia che la produzione è uguale al reddito, il quale viene in parte consumato e in parte risparmiato (S). Y = C + S di conseguenza C + S = C + I quindi matematicamente S=I.

Appare quindi evidente come nell’economia semplificata alla quale stiamo facendo riferimento il risparmio è uguale all’investimento. Analizzando invece un sistema economico aperto caratterizzato dalla presenza del settore pubblico e da scambi con l’estero, è bene sottolineare come la politica fiscale adottata dal settore pubblico non andrà a determinare i soli acquisti di servizi e beni da parte della pubblica amministrazione (G), ma al contrario si configurerà attraverso una spesa redistributiva (TR).

Per coprire le spese appena citate la PA si finanzia sia con imposte dirette (sui redditi) che indirette (sulla produzione), tantoché si indicherà con TA la somma di tutte le imposte.

Possiamo ora definire il concetto di reddito disponibile (Yd), pari al reddito meno le imposte più i trasferimenti, e la sua relazione con il consumo.

Yd = Y + TR - TA

Il reddito disponibile, per definizione, è anche la somma fra consumo e risparmio:

Yd = C + S di conseguenza C + S = Yd = Y + TR – TA quindi matematicamente C = Yd - S = Y + TR - TA - S

Sostituendo ora alla C della formula originale la sequenza Y+TR-TA-S avremo:

Y = Y + TR - TA - S + I + G + NX

Che risolta e semplificata viene S - I = (G + TR - TA) + NX. Possiamo quindi affermare che il saldo tra risparmio e investimento del settore privato a livello aggregato è pari al disavanzo del settore pubblico, ovvero G+TR-TA, più le esportazioni nette di beni e servizi, ovvero NX.

PIL nominale e PIL reale

Qualora si dovesse fare riferimento ad un preciso periodo temporale, il calcolo del PIL, che per natura è una variabile di flusso ancorata all’anno solare, non creerebbe particolari problematiche. Il discorso cambierebbe qualora l’obiettivo fosse quello di confrontare la medesima variabile in anni differenti: in tale contesto si genererebbe la necessità di distinguere fra PIL nominale (a prezzi correnti) e PIL reale (a prezzi costanti).

Ne consegue che per effettuare una misura corretta della produzione aggregata fra anni diversi è necessario fare riferimento al solo PIL reale, che è il prodotto fra la quantità corrente di produzione di ciascun bene e il prezzo di ciascun bene nell’anno base. La somma fra i medesimi fattori costituirà il PIL reale aggregato.

Premettendo che il costante progresso tecnologico determina un upgrade dei prodotti aumentando di fatto la complessità del calcolo, il PIL reale influenza in maniera determinante la politica economica degli Stati ed è generalmente considerato come una variabile proxy del benessere economico.

È bene tuttavia procedere con cautela nell’utilizzare il PIL come misura del benessere collettivo, così come evidenziato nel 2007 dal Premio Nobel Daniel Kahneman. Infatti, al di là di ogni considerazione personale, il PIL non è oggettivamente in grado di considerare le variazioni relative alla distribuzione dei redditi, né le operazioni di compravendita che appartengono per esempio all’economia sommersa.

Deflatore del PIL

In questo contesto emerge il ruolo del cosiddetto deflatore del PIL, uno strumento che consente di depurare la crescita del PIL dall’andamento dei prezzi.

Deflatore del PIL = (PIL nominale / PIL reale) x 100

Una maniera alternativa per esprimere lo stesso concetto, forse preferibile a livello accademico, può essere: Y = y * P

dove Y = PIL nominale, y = PIL reale, P = indice dei prezzi esprimendo quindi la formula in tassi di variazione percentuali avremo GY = Gy + Gp.

Possiamo quindi affermare che il tasso di variazione percentuale del PIL nominale è uguale alla somma del tasso di crescita del PIL reale più il tasso di crescita dei prezzi.

Determinazione del reddito con economia chiusa senza settore pubblico

Ipotizziamo una situazione delineante un’economia chiusa senza settore pubblico con le seguenti assunzioni di base:

  • Reddito nazionale come somma delle principali componenti della spesa complessiva, con imprese aggregate in un unico settore produttivo.
  • PIL nominale = PIL reale (livello dei prezzi che rimane costante).
  • Eccesso di capacità produttiva e disoccupazione elevata.

In questo contesto emerge il ruolo della funzione aggregata del consumo, che mette in relazione la spesa desiderata totale per consumo e i fattori che la determinano.

A livello teorico l’economista Keynes sosteneva come il consumo delle famiglie fosse determinato principalmente dal reddito disponibile corrente: tuttavia nella pratica quando il reddito è nullo l’individuo continua a consumare un certo ammontare minimo per sopravvivere (questa componente della spesa è detta esogena).

C = c0 + c1*Yd

dove C=consumo desiderato, c0 = consumo esogeno, c1 = propensione marginale al consumo, Yd= reddito disponibile.

Assumendo che gli investimenti siano una variabile esogena, ovvero non influenzata dal reddito e dai consumi delle famiglie, possiamo scrivere le seguenti relazioni:

C = c0 + c1*Yd

Y = C + I

I = I0

Y = Yd

dove c0>0 0<c1<1 I0>0

Risolvendo il sistema rispetto a Y otteniamo che Y* = (I0+ c0)/(1 – c1).

Il reddito di equilibrio (Y*) è quindi proporzionale alla spesa esogena di investimento e di consumo, con coefficiente proporzionalità 1/(1-c1).

Moltiplicatore keynesiano del reddito

Tale coefficiente, che prende il nome di moltiplicatore keynesiano del reddito, è uguale al reciproco della propensione marginale al risparmio e misura l’effetto moltiplicativo sul reddito di variazioni della spesa esogena.

Determinazione del reddito con economia chiusa e settore pubblico

Ipotizzando di voler determinare il reddito nazionale di un’economia chiusa con settore pubblico, sarà necessario effettuare due premesse fondamentali:

  • La componente G, ovvero la spesa pubblica destinata all’acquisto di beni e servizi, è una componente diretta del PIL.
  • La spesa pubblica relativa ai trasferimenti si ripercuoterà indirettamente sul prodotto attraverso la produzione di effetti sul reddito disponibile delle famiglie.

Ne consegue che (TA-TR)-G = T-G = SP.

TA = imposte totali lorde

TR = trasferimenti pubblici

G = spesa pubblica per beni e servizi

T = imposte nette

SP = saldo del bilancio pubblico

Il saldo del bilancio pubblico è quindi costituito dalla differenza tra entrate pubbliche complessive e spese pubbliche complessive (T-G). In questo contesto il saldo di bilancio pubblico potrà essere maggiore di zero (avanzo di bilancio), minore di zero (disavanzo di bilancio), oppure uguale a zero (pareggio di bilancio).

Ipotizzando che G venga definita dallo Stato in maniera esogena (G0) e che l’entità di T venga determinata allo stesso modo (T0), avremo una funzione di consumo uguale a: C=C0+C1(Y-T0) con condizione di equilibrio Y=C+I0+G0.

Ne consegue che Y*= (c0+I0+G0-c1*T0) e in termini di variazione avremo DeltaY= (1/(1-c1))*(deltaI + deltaG - c1*deltaT).

Nell’ambito del medesimo modello (economia chiusa con spesa pubblica) analizziamo ora l’impatto delle politiche fiscali:

  • Aumento della spesa pubblica causa un aumento del reddito di equilibrio uguale all’incremento di spesa per il moltiplicatore, lasciando invariato il saldo del bilancio pubblico.
  • Aumento delle imposte provoca una diminuzione del reddito uguale al moltiplicatore per la propensione marginale al consumo per l’incremento di spesa.

Appare quindi evidente come lo Stato sia in grado di regolare il reddito tramite la politica fiscale.

Determinazione del reddito con economia aperta e settore pubblico

Ipotizzando di voler determinare il reddito nazionale di un’economia aperta con settore pubblico, sarà necessario effettuare due premesse fondamentali:

  • Esportazioni di beni definite soltanto dal livello di domanda estera
  • Importazioni come funzione proporzionale del reddito

XN=X0-mY dove

XN= esportazioni nette di beni e servizi

X0= esportazioni esogenamente fissate

M= mY (importazioni come funzione proporzionale del reddito)

Qualora ipotizzassimo altresì la proporzionalità delle imposte nette col reddito: T=tY, per cui, considerata la funzione del consumo rapportata alle variazioni, avremo un moltiplicatore ridotto rispetto a quello di un’economia chiusa, dal momento che il denominatore è incrementato di m della propensione marginale ad importare. Ne consegue che il risultato espansivo di un incremento della domanda esogena verrà attenuato dalla crescita delle importazioni.

Economia monetaria e funzione della moneta

Per comprendere le dinamiche dell’economia monetaria, è necessario comprendere prima di tutto il concetto di moneta: la funzione fondamentale della medesima all’interno della società è infatti quello di scambio e di pagamento. Per esser definita tale, essa deve possedere quattro specifiche fondamentali:

  • Essere generalmente accettata
  • Spendibile senza costi di transazione
  • Trasportabile
  • Divisibile

Esistono tuttavia ulteriori funzioni che vale la pena citare, ovvero:

  • Funzione numeraria (o unità di conto), in base alla quale i prezzi dei beni e servizi sono espressi in termini di unità di moneta.
  • Funzione di riserva di valore, in base alla quale la conservazione della moneta è uno dei modi per accumulare ricchezza nel tempo. In tale contesto emerge il concetto di liquidità, ovvero l’ammontare di moneta che può essere immediatamente scambiata con beni o servizi.

Emerge quindi nettamente la natura stessa della moneta, che è uno stock, a differenza per esempio del reddito, che si configura come flusso. Un tempo la moneta era costituita esclusivamente da metalli preziosi, quali argento e oro, mentre oggigiorno, oltre alle classiche monetine, che sono costituite da leghe di metalli poco preziosi, si parla di moneta-segno (o carta moneta), costituita da biglietti e depositi bancari convertibili a vista.

Attualmente la Banca Centrale Europea propone tre diverse definizioni di moneta (o aggregati monetari):

  • M1 = Circolante + depositi bancari e postali a vista
  • M2 = M1 + depositi bancari rimborsabili con preavviso fino a tre mesi + depositi bancari con scadenza fino ad un massimo di 2 anni
  • M3 = M2 + pronti contro termine bancari + quote di fondi comuni + titoli
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher federicazanchetta289 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica Guglielmo Marconi di Roma o del prof Masera Rainer.
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