METODOLOGIA PSICOEDUCATIVA PER L’EDUCATORE PROFESSIONALE
1^ Lezione
La metodologia ha un origine psichiatrica, è stata dedicata inizialmente a pazienti con disturbi psichiatrici,
poi è stata mutuata anche per patologie di ordine diverso, anche di tipo organico.
La psicoeducazione è una tecnica molto interessante e potente, tanto è vero che viene utilizzata negli
ambiti più disparati. Sarà una tecnica che utilizzerete più frequentemente o in parte o come metodo
manualizzato, nel senso che ne esistono di diversi tipi a seconda della patologia in esame. Alcuni sono dei
metodi manualizzati, altri sono più modificabili alla nostra libera iniziativa.
❖ Come si è arrivati a definire questa tecnica?
Attualmente la psichiatria è estremamente interessata alle famiglie degli utenti, c’è una grandissima
sensibilità degli utenti e delle loro famiglie, tanto è vero che ci sono delle associazioni di familiari importanti
dal punto di vista politico. All’inizio era molto diverso non si teneva gran conto della famiglia. In alcuni
momenti storici è stata considerata come una nemica del medico e poi potenzialmente un alleata e così via.
Le diverse tappe storiche:
• Tra il 700/800 c’è stata la nascita della psichiatria, siamo in pieno Romanticismo, quindi la follia
veniva considerata una “passione eccessiva” e tra le varie cause di follia c’erano anche i conflitti
familiari. All’epoca molto spesso soprattutto in determinati contesti economici non si rifletteva
molto se si trattava di una schizofrenia piuttosto che un ritardo mentale o autismo. La persona
molto facilmente veniva ricoverata a vita nei cosiddetti “asili”. Si era però capito che le condizioni
economiche familiari soprattutto nei casi di massima povertà e quelli di denutrizione potevano
dare origine a quadri che assomigliavano molto a forme di follia (oggi diremo di demenza) di origine
carenziali alcune delle quali erano regredibili.
• Nell’800 inizia ad esserci la possibilità per alcuni, che si dovesse tener conto dell’opinione dei
familiari, perché secondo alcuni, ai pazienti folli ricoverati nei manicomi poteva essere utile avere
dei contatti sociali, secondi altri invece no.
Esempi: Philippe Pinel, psichiatra (o freniatra) famosissimo francese, fu il primo a liberare
letteralmente dalle catene i malati che si trovavano in un asilo, prima in quello di Bicetre, poi lui
diventa il direttore del manicomio della Salpetriére a Parigi liberando anche qui i malati dalle
catene. Era un propugnatore delle condizioni igienico-sanitarie migliori, diciamo più ospedaliere per
questi pazienti, che invece venivano normalmente detenuti in queste strutture come detentori di
reato, tanto più in promiscuità. All’epoca tutta una serie di pazienti erano affetti da demenza a
causa della sifilide o avevano delle altre malattie croniche, alcoolismo cronico, ritardi mentali gravi,
sindrome di down e così via e venivano messi tutti assieme all’interno di queste strutture chiusi a
chiave e incatenati fisicamente. Pinel è vissuto in pieno Illuminismo per questo era un
propugnatore di idea estremamente liberali, nonostante questo lui scrive: “L’esperienza insegna
che gli alienati non possono quasi mai guarire rimanendo in seno alla famiglia (...). Si può notare
anche che gli stranieri, il cui isolamento è completo, guariscono più facilmente (...). L’alienato deve
essere allontanato dalla famiglia dove vive sempre in stato di agitazione, e deve essere invece
rinchiuso in un luogo di detenzione fin dal primo manifestarsi della malattia; l’interruzione di tutti i
rapporti con i familiari, la mancanza di persone abituate a obbedirgli, e l’idea stessa di dipendere da
un estraneo, e di non poter soddisfare i propri capricci, gli daranno molti motivi di pensare, se ne è
capace. L’esperienza insegna che gli alienati non guariscono mai sotto la guida dei loro amici o
parenti. Perfino le visite degli amici, quando sono in stato di delirio, aumentano la loro ansia e il loro
carattere ribelle (...)”.
In Inghilterra pochi decenni dopo John Conolly fa la stessa cosa che aveva fatto Pinel in Francia,
cioè liberare i pazienti dai ceppi, anche lui fu direttore di due ospedali psichiatrici, il primo era un
ospedale psichiatrico pubblico il secondo invece era un’istituzione psichiatrica (=oggi detta
residenza) da lui fondata, quindi privata. Lui scrive: “Ciò che si richiede è questo: che nessuna
persona sana di mente venga trattata come se non lo fosse; che tutti i malati di mente possano
essere curati; che gli amici dei malati possano aiutarli immediatamente, se ciò viene richiesto loro;
che tutti quelli che mostrano un’imminente insanità vengano protetti da trattamenti pericolosi; che
non gli venga impedito di poter vedere i loro amici o le persone che hanno a cuore la loro
guarigione; che possano essere frequentemente visitati da coloro i quali non permetterebbero che
essi rimangano confinati più a lungo dello stretto necessario, o che siano soggetti a restrizioni in
virtù delle quali l’incolumità e la sicurezza della loro persona e delle loro proprietà, o l’incolumità e
la sicurezza di terzi, non sia assolutamente garantita.”. Spirito completamente diverso rispetto a
Pinel.
In Italia le visite erano permesse non dappertutto e non nello stesso modo, ma se il paziente aveva
superato la fase acuta, veniva permesso un contatto con l’esterno. In altri manicomi italiani
vigevano delle regole come: “Gli infermieri non devono tenere relazioni con le famiglie dei malati,
darne notizie, portar fuori senz’ordine lettere, oggetti, ambasciate, saluti: né possono recare agli
ammalati alcuna notizia dal di fuori, né oggetti, né stampe, né scritti…”.
Basaglia riuscì a far chiudere i manicomi successivamente, anche se molti rimasero aperti.
• Nel corso della prima metà del XX secolo cominciano ad esserci delle indicazioni per un’origine
organica dei disturbi mentali, la ricerca avanza ed iniziano ad essere scoperti tutta una serie di
farmaci che agiscono sul SNC, determinando degli effetti di sedazione molto importanti per non
dover più contenere fisicamente un paziente agitato. Questi studi tolgono l’attenzione sulla
possibilità che tra le cause della patologia, ma anche e soprattutto ad influenzare il decorso delle
patologie psichiatriche potessero esserci dei fattori sociali e familiari. Negli Stati Uniti nei primi anni
venti del secolo scorso, cominciano ad organizzare delle terapie di gruppo che avevano una matrice
psicodinamica e psicoanalitica, fatti per lo più da assistenti sociali ed interessarsi in questi gruppi
anche i rapporti tra questi pazienti e le famiglie. Freud: “Per quanto riguarda il trattamento dei
parenti, confesso la mia totale perplessità, e ho, in generale, scarsa fiducia in un loro trattamento
individuale.” Alla psicoanalisi ortodossa tradizionali non son mai interessati i rapporti tra famiglie e
pazienti, considerando anche il poco tempo.
• Successivamente a partire da un movimento nato da esponenti non ortodossi di matrice
psicoanalitica, si iniziano a interessare alla famiglia, da cui nasce un filone di studi inquietante:
inizia come interesse relazionale. Sullivan per esempio propone una genesi relazionale delle
patologie psichiatriche, in particolare per le psicosi croniche. Successivamente nel ’48 Frieda From
introdusse il concetto di “madre schizofrenogena” essenzialmente la colpa se in famiglia c’era
qualcuno affetto da schizofrenia era colpa della madre, a causa della sua freddezza il bambino
diventava schizofrenico. Questa teoria venne ripresa da Bentlain e da altri per l’autismo, veniva
detta “madre frigorifero” poi Rosen parlò di “madre perversa”.
Successivamente questa attenzione malata nei confronti della famiglia, si inizia a verificare chi altro
è malato in famiglia, chi presenta dei tratti interessanti e ci si sposta al padre che viene considerato
debole o assente. Sullivan sposta l’attenzione su quella che invece è la relazione, secondo lui c’è un
problema nella relazione per il paziente schizofrenico. Ma il problema nasce da un deficit
relazionale dovuto alla personalità schizofrenica, infatti Sullivan disse: “Il campo di osservazione è
ciò che le persone fanno le une con le altre, ciò che comunicano le une alle altre su quello che
fanno le une alle altre… Per quanto ne so, ogni essere umano ha tante personalità quante relazioni
interpersonali”. La relazione tra il terapeuta e il paziente diventa di per sé curativa, se la relazione
coi genitori è malata e fa insorgere la schizofrenia, una relazione sana può essere determinante
nella guarigione di questa persona, perché Sullivan da riabilitatore pensa che si deve puntare sui
punti sani della persona per recuperare le sue abilità, proprio un’ottica riabilitativa.
• Negli anni ’50 ci sono tutta una serie di studi interessantissimi tra cui quelli che prendono la spinta
da quelli di Bowlby, i cosiddetti stili di attaccamento. Si inizia a studiare l’alterata comunicazione
intra-familiare ritenendo che questa potesse portare ad una genesi sempre relazionale, intra-
familiare della schizofrenia. In Inghilterra nei Paesi Scandinavi questo approccio ha avuto notevole
fortuna (son nati moltissimi studi come quelli di Wynne). In altri paesi europei come la Svizzera e la
Germania dove il pensiero psicodinamico era molto più ortodosso, quest’ipotesi fece molto meno
fortuna e meno interesse. Bowlby disse che: “Il bambino si costruisce un modello interno di se
stesso in base a come ci si è preso cura di lui”. Ipotesi affascinante perché con determinate persone
scatta una risonanza affettiva e si tende a comportarsi in un certo modo, questo scatta quando la
risonanza assomiglia a delle relazioni ancestrali che noi abbiamo avuti.
Stili di attaccamento
Studi etologici sugli animali
Lorents nel 1935, studiò le paperelle e vide che la prima persona che vedevano la ritenevano la madre,
questo fenomeno si chiama imprinting, esiste in tutte le specie. Mentre i coniugi Harlow 1958 son stati
molto perfidi. Infatti fecero degli studi sulle scimmiette che veniva presa dalla madre appena nati e messi
con una scimmia finta ricoperta di pelliccia e calda ma senza il latte e una scimmia finta fatta di metallo ma
con il biberon con latte caldo. Scoprirono che la scimmietta andava dal peluche e siccome era furba
ciucciava il latte dalla madre metallica e poi tornava nella scimmia pelosa. Da qui nascono gli studi, i modelli
e le teorie di Bowlby che poi son state riprese dalla Ainsworth e da Main&Salomon, essenzialmente noi
saremo “divisibili” in alcuni tipi di attaccamento, a seconda della relazione che la nostra mamma o la figura
di accudimento primaria che abbiamo avuto nella nostra vita ha sviluppato con noi:
❖ Stile Sicuro: quando il bambino (che poi diventa adulto) ha fiducia nella disponibilità e nel supporto
della figura di attaccamento, esplora il mondo con tranquillità e serenità perché poi torna indietro e
trova la mamma che Bowlby definiva “la sua base sicura”. Quindi è sicuro di ritrovarla ed è sicuro
che l’atteggiamento della mamma sarà pienamente disponibile nel momento in cui lui dovesse
tornare ma anche se lui dovesse andare ad esplorare il mondo, perché la mamma promuove anche
un’esplorazione, quindi l’autonomia del bambino nei confronti dell’esplorazione del mondo. I
bambini che appartengono a questo stile sono convinti di essere amabili, hanno grande autostima,
hanno fiducia nelle proprie capacità ma vedono anche l’altro degno di fiducia e come una persona
sicura. L’emozione predominante di questi bambini è la gioia.
❖ Stile Insicuro-Evitante: il bambino qua non è sicuro che se tornerà indietro troverà la figura
materna disponibile ad accudirlo ma anzi si convince che la figura materna lo eviti, lo allontani, lo
rifiuti. Il bambino esplora il mondo perché pensa che può essere meglio della mamma, cosa fa? Può
contare solo su stesso, quindi fa i conti con questa cosa. L’altro non è sicuro né affidabile, il
bambino invece si sente estremamente affidabile per cui conta solo su stesso, fuori ci son solo
pericoli. Le emozioni predominanti son tristezza e dolore. Questi tratti insicuri-evitanti, questo tipo
di relazione con la mamma si trova anche in uno stile cognitivo che viene detto depressivo. Il senso
di inaiutabilità nella depressione nasce proprio da questo, le persone si scompensano nel momento
in cui da soli non riescono ad aiutarsi, fuori non c’è nessuno che li possa aiutare, a questo punto
nasce la depressione.
❖ Stile Insicuro-Ansioso-Ambivalente: qui la mamma non si sa se c’è. Perché a volte c’è a volte no, a
volte aiuta e a volte no. Quindi magari nei momenti in cui al bambino serve di più la mamma lui
torna, ma lei non c’è. Il rischio è che effettivamente quando non c’è, non ci sia per sempre, si
costituisce una fortissima angoscia nel bambino la cosiddetta ansia da separazione. Sono quei
bambini che all’asilo son amatissimi dalle maestre. La mamma che però fa questo gioco e
comunque vista positiva e affidabile. Lui crede che sia colpa sua se la mamma non c’è sempre,
perché a volte c’è e quando c’è il bambino sta bene, quindi se non c’è il bambino si sente in colpa, e
non è colpa della mamma che non si fa trovare. L’emozione predominante in questi bambini è la
colpa oltre all’angoscia dell’abbandono.
❖ Stile Disorientato-Disorganizzato: viene introdotto da studi successivi di Main&Salomon attraverso
la cosiddetta Strage Situation (consiste nel portare il bambino all’interno di una stanza, gioca un po’
con la madre, poi la madre si allontana, il bambino resta da solo si valuta la reazione del bambino,
poi entra un estraneo gioca con lui e poi rientra la madre.) In questi casi i bambini ad esempio
quando rientra la mamma voltano le spalle oppure si avvicinano a lei in maniera circospetta o
ancora si buttano in terra e danno in escandescenza. Hanno delle reazioni che son dettate dalla
disorganizzazione nella relazione con la mamma, che spesso è una disorganizzazione anche
mentale.
Successivamente si inizia ad avere interesse anche su quello che le famiglie dei malati psichiatrici dicono,
perché in molti paesi l’istituzione psichiatrica diventa un po’ più flessibile con l’esterno. Le persone iniziano
ad essere dimesse dagli ospedali psichiatrici per periodi più o meno lunghi e poi di nuovo ricoverate, a
questo punto le famiglie riferiscono ciò che succede dopo anni che magari non vedevano il congiunto,
diventa sempre più interessante per la psichiatria. Come il fatto che si lamentano del danno alle loro
relazioni sociali e negli svaghi oltre che ripercussioni di tipo economico. Questa è la stessa cosa di cui si
lamentano i cargiver di molti pazienti con malattie croniche, ad esempio l’Alzheimer.
Teoria del doppio legame
Teoria molto affascinante sull’ipotesi relazionale, soprattutto della schizofrenia, che è la Teoria del doppio
legame. Il doppio legame: il bambino va dalla mamma e le chiede: “mamma è vero che mi vuoi bene?” e la
mamma “ma sii che ti voglio bene!” (scocciata) Cosa succede? Ha usato delle parole che son congrue, ma il
tono, la mimica e la postura con cui le ha dette ha rappresentato il contrario di ciò che ha detto al bambino.
Il doppio legame è questo, quando esiste un livello comunicativo alto in cui affermiamo un qualcosa e un
livello metacomunicativo più basso in cui si afferma esattamente il contrario o comunque si nega ciò che
prima si è detto a parole. Che cos’è la meta-comunicazione? È tutto ciò che non è comunicazione diretta,
quindi tutto quello che noi comunichiamo con i gesti, la postura, l’intonazione della voce, la mimica. Noi
metacomunichiamo molto di più rispetto alla comunicazione, che è molto più controllata. Il bambino è
esposto a un doppio legame, cioè ad una comunicazione di questo tipo, lui avrà un’estrema confusione
perché non sa se credere alle parole della madre o a ciò che lui percepisce. Caratteristiche del doppio
legame: se ci son due o più persone, l’esperienza va ripetuta nel tempo, deve essere cronica altrimenti non
funziona, c’è un’ingiunzione negativa primaria: “Non fare così o io ti punirò!” oppure “Se non fai così ti
punirò!” un’ ingiunzione negativa secondaria in conflitto con la prima ad un livello più astratto e rinforzata
come la prima da giudizi e segnali che minacciano la sopravvivenza, cioè non considerare questo come una
punizione (es: Imboccando un bambino che fa “ghh”. La maestra: “Guai a te se vomiti! Però lo faccio per il
tuo bene quindi questa non è una punizione di ingoiare il vomito! Io son brava sei tu che sei cattivo quindi
non vomitare! Questo fatto cronicamente). E ancora a un livello sottostante c’è la terribile ingiunzione che
“Se mi molli sei dannato! Per te è la fine! Guarda che mamma se ne va!”. Quindi cosa succede con
l’esposizione cronica? Che ad un certo punto non serve più l’intera serie di tutti gli elementi, perché il
bambino è abituato a questa forma di metacomunicazione e comunicazione, quindi basta uno solo di questi
elementi. (es: Il bambino che si alimenta da solo e che lascia qualcosa sul piatto occhiata uguale a mangia
tutto.)
Watzlawick è uno degli scopritori e ricercatori che si son occupati di più della teoria del doppio legame: “…
quando questi bambini percepivano la rabbia e l’ost
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