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Linguaggi narrativi e complessità

Prof. Mauro Ceruti

Bibliografia: Indicata dal sito (Calvino, Kundera, Morin) più materiali aggiuntivi citati a lezione o personali che si può scegliere di sostituire con un libro della bibliografia.

Esame: Orale; non ci sono domande, ma si propongono argomenti significativi a piacere.

Introduzione

Calvino era un uomo di cultura, sia sul piano filosofico che scientifico. I contenuti, in particolare la poetica, la scrittura, il linguaggio sono profondamente influenzati dall’impronta della sua cultura filosofico-scientifica. Si tratta di una scrittura onomatopeica rispetto ai contenuti che tratta e onomatopeica dell’idea di complessità.

Il volume Lezione americane si compone di cinque lezioni, ognuna delle quali individua una parola (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità) attraverso la quale Calvino fa un’analisi della sua teoria del romanzo, rispecchiandola per omogeneità o per differenza con esempi tratti dalla storia del romanzo, in particolare moderno. La quinta lezione è quella che esplicita meglio la poetica di Calvino come poetica della complessità.

L’arte del romanzo di Kundera è invece una raccolta di sette testi, in alcuni casi interviste, che l’autore ha scritto o rilasciato in sette occasioni diverse e che sono caratterizzate dalla riflessione sull’arte del romanzo europeo, in quanto tensore della cultura europea moderna. Le riflessioni di Kundera partono dall’interno della sua esperienza di romanziere, e quindi l’espressione della sua poetica, e dalla sua esperienza di lettore di romanzi della tradizione europea; anche in questo caso, sono riflessioni nutrite dalla profonda cultura filosofica e anche in parte scientifica.

Mentre Calvino è un lettore professionista di filosofia e di scienza, Kundera è soltanto un lettore curioso di scienza.

In entrambi i casi, ciò che caratterizza il grande romanzo, soprattutto a partire dal XX secolo, è il fatto di intrecciare intenzionalmente le vicende della cultura europea con i tre grandi motori della cultura europea moderna: la filosofia, la scienza e la letteratura.

Kundera esordisce attraverso la citazione di La crisi delle scienze europee di Edmund Husserl, uno dei più grandi filosofi del Novecento: è un’analisi filosofica della crisi della società europea che si delinea a partire dal Novecento attraverso la crisi del paradigma scientifico, che è stato il motore dei grandi progressi dell’Europa a partire dal Seicento fino a oggi.

I capisaldi della visione del mondo e della conoscenza moderni, cioè dal Seicento in poi, delineati attraverso la grande scienza europea – da Galileo a Newton – e attraverso la grande filosofia europea, vengono meno intorno alla fine del Novecento e non sono più adatti a rappresentare la condizione umana, pur essendo prodotti di quella visione.

Il dibattito su moderno e post-moderno si è molto incentrato sulla crisi di questi capisaldi della visione del mondo definiti soprattutto dalla filosofia e dalla scienza. Kundera lamenta il fatto che c’è una terza grande invenzione dell’Europa moderna, forse più inedita e nuova della cultura moderna europea, cioè il romanzo e la letteratura.

Mentre la filosofia e la scienza moderna, fino a gran parte del Novecento, hanno voluto elaborare una visione del mondo semplice, fondata in modo certo e poi sgretolata attraverso gli stessi sviluppi delle discipline scientifiche, il romanzo, da quando nasce la modernità sulle spoglie del Medioevo, è attrezzato ancora più della filosofia e della scienza a vivere la crisi dell’uomo postmoderno. Una crisi che corrisponde allo sgretolarsi del cosmo e dell’universo della terra e dell’umanità, che sembrava invece aver trovato una sua compattezza attraverso i tre e quattro secoli progressivi dell’età moderna.

Epistemologia

L’approccio che utilizziamo, ma che d’altronde utilizzano anche Calvino e Kundera quando scrivono le loro opere, è un approccio meta-discorsivo, cioè riflettiamo su quali sono i fondamenti della conoscenza. L’epistemologia ha un’etimologia greca, epistème e logos, ed è la teoria della conoscenza. Ma, mentre tutte le altre scienze sono il logos (teoria, conoscenza, scienza) di qualcosa che sta fuori di loro (il biologo studia in laboratorio la cellula delle forme di vita, lo psicologo osserva i comportamenti e le espressioni umane), l’epistemologia è la conoscenza che studia sé stessa. Mentre si può ricavare una certa referenzialità nella definizione del metodo e dell’oggetto delle altre scienze, l’epistemologia manifesta un’insolita autoreferenzialità, perché studia la conoscenza attraverso il punto di vista della conoscenza stessa. C’è quindi una sorta di circolarità.

Per questo motivo, introduciamo un grande filosofo, scienziato ed epistemologo del Novecento, Heinz von Foerster, che ricorda che il termine epistemologia è composto da un prefisso epì, che significa “su, sopra”, e da istemi, che significa “stare”, quindi “stare in posizione più elevata” per vedere meglio la conoscenza. È quindi un approccio metacognitivo, riflessivo, meta-discorsivo, che utilizza cioè sempre concetti del secondo ordine che parlano a loro volta di concetti, e non di non oggetti.

Tutti noi riflettiamo sul modo in cui riflettiamo, e tutti noi conosciamo il modo in cui conosciamo. Lo facciamo spontaneamente, cioè cerchiamo di capire, per esempio, qual è il punto di vista da cui una cosa viene detta o osservata, consapevoli del fatto che ogni cosa viene detta da un punto di vista. L’idea che in ogni espressione e in ogni conoscenza è in gioco un groviglio di punti di vista è l’attitudine che dobbiamo maturare per cercare di inoltrarci nel campo della riflessione, dell’epistemologia, dei linguaggi e delle narrative della complessità.

L’epistemologo, per esempio, studia quali sono i metodi attraverso i quali si sviluppa una conoscenza. Quali sono i principi su cui si fonda la conoscenza? I fatti, gli oggetti, gli esperimenti sono ripetibili in condizioni di laboratorio, e se condotti con i criteri e i metodi che noi definiamo daranno sempre gli stessi risultati; questo, che sembra un metodo neutro, è un principio rivelato dalla fisica che, a partire dagli anni Trenta del Novecento, mette in crisi i fondamenti della scienza (attraverso un esperimento l’atomo, da sempre considerato indivisibile, si rompe), perché si rompe il fondamento ontologico, cioè la natura dell’essere, e quindi quello epistemologico, cioè l’ipotesi per cui gli atomi sono indivisibili e sono gli elementi costitutivi di ogni cosa esistente dell’universo. Comincia così una meta-riflessione: gli scienziati, accompagnati dai filosofi e da alcuni romanzieri (Robert Musil, L’uomo senza qualità) si mettono a riflettere sulla disintegrazione di una visione del mondo che sfugge da tutte le mani; si pensava di aver messo le mani sulla possibilità di prevedere attraverso la scienza la realtà materiale, quindi una visione del mondo che con grande fatica in tre secoli di scienza moderna aveva dato grandi risultati. Lì nasce l’esigenza di una riflessione epistemologica, circa la natura della conoscenza e la natura dell’essere. Cosa vuol dire conoscere qualcosa? Che non è più definibile come la cosa che definivamo prima. E perché non è più definibile? Si pensava di aver ottenuto una definizione precisa di che cos’è un corpo, che fosse l’atomo, la luna o una mela. Che cos’è un corpo per la scienza del Seicento fino al Novecento? Il corpo è una cosa rispetto alla quale in linea di principio possiamo misurare in modo perfetto, in uno stesso istante, la sua posizione e la sua velocità (impulso). Se noi – questa è un’ipotesi epistemologica – riusciamo a definire in uno stesso istante e in modo perfetto, di una cosa, la sua posizione e la sua velocità in quell’istante definito, quello è un corpo. È dunque un oggetto di studio, ben definito e ben definibile. Cosa si scopre quando l’atomo è disintegrabile? Che le particelle infinitesime di cui è composto l’atomo non sono definibili secondo questa proprietà. Il fatto di non riuscire a misurare perfettamente e simultaneamente la posizione di una particella subatomica dipende dal fatto che ancora non si hanno dispositivi sperimentali o calcoli matematici adeguati, o perché effettivamente l’elettrone si comporta in maniera irrazionale, cioè non riconducibile a quel tipo di razionalità comportamentale che vediamo in tutti i corpi del mondo e che pensavamo fosse l’unico modo di comportarsi? Se finora si pensava che tutto nel piccolo e nel grande si dovesse comportare allo stesso modo, ora si è scoperto un altro mondo, quello subatomico, che segue leggi diverse. Perciò si deve inventare un altro tipo di razionalità per rendere conto di questi comportamenti.

La riflessione epistemologica è entrata in gioco per riflettere in modo metacognitivo sul fatto che esiste un solo tipo di razionalità o comportamento, oppure sono due? Quando e perché siamo indotti a pensare che ce ne siano due? Il fatto che ce ne siano due, trasforma tutte le ipotesi fatte sulla natura della natura. Se ne esistono due, perché non ce ne potrebbero essere tre? E come queste eventuali tre nature si combinano? Nasce l’idea che le cose sono molto più complesse di quanto noi pensassimo.

Complesso e complicato

Complesso: È una parola che viene considerata, nell’uso comune, come sinonimo di complicato. Per come la usiamo oggi, nella filosofia, nella scienza e nella letteratura, complessità non è l’opposto di semplicità, ma l’opposto di completezza, che è coerente con l’etimologia della parola stessa. Complessità, infatti, deriva dal verbo latino cumplectere: plectere significa intrecciare e cum insieme; sta dunque per intrecciare insieme. Semplicità ha un’etimologia simile: deriva da plectere e sèm-el, una volta sola. Semplice è ciò che intrecciato una volta sola, complesso è ciò che è intrecciato insieme tante volte nel tempo. La dimensione temporale è importante per generare complessità. Complesso, dunque, è una cosa, un insieme, un sistema, un’unità fatta di tante parti che si intrecciano insieme più e più volte nel tempo.

Esempio: La persona, il libro, il linguaggio.

Qual è la proprietà più significativa di una “cosa” complessa? Cosa complessa e cosa complicata indicano che è presente un’unità; non è complicato o complesso un disordine totale. Devono perciò avere un’unità e un’identità. Le proprietà/comportamenti di un insieme complesso sono di più e sono diverse dalle proprietà delle singole parti; le proprietà del tutto non sono la somma delle proprietà delle singole parti, ma emergono nel tempo attraverso il continuo intrecciarsi di relazioni tra le parti. Un organismo vivente è un sistema complesso le cui proprietà emergono – diventano tali: parlare, respirare, sorridere, camminare – attraverso l’interazione continua nel tempo fra le parti (cervello, cuore, stomaco, intestino…). La somma di tutti gli organi – parti – non è sufficiente per fare l’organismo; quando le parti di un organismo, infatti, smettono di intrecciarsi, allora non si avrà più un organismo, ma un cadavere, cioè, una somma delle parti. La proprietà della vita, del sorriso, della parola scompaiono, perché scompare l’intreccio continuo delle parti fra di loro che, intrecciandosi, fanno emergere qualcosa che non è derivabile dalle singole parti separate. Il tutto è più e diverso dalla somma delle parti. La proprietà degli insiemi complessi si chiama proprietà dell’emergenza, cioè emergono le proprietà del tutto attraverso l’interazione fra le parti.

Complicato: È un insieme, anche questo fatto di tante parti, che però non sono intrecciate fra di loro nel tempo, ma che in qualche modo sono sommate fra di loro.

Esempio: Una casa, una macchina, una costruzione in lego.

Qual è la proprietà più significativa di una “cosa” complicata? Un insieme complicato ha delle proprietà che sono la somma delle proprietà delle parti. Una volta costruita una macchina o un castello di lego, questa ha delle proprietà statiche che non hanno bisogno del tempo – come invece ne ha un organismo – per far sì che le parti interagiscono tra di loro e facciano emergere qualcosa di diverso. Qualcosa di complicato non ha bisogno del tempo per esistere: certo, ci vuole del tempo per far funzionare una macchina, ma questa funziona né più né meno sulla base della sovrapposizione delle sue componenti.

Perché un libro è complesso mentre una casa o una macchina sono complicate? Qui si passa all’epistemologia, perché essa nasce sempre da una domanda. È esempio di meta-complessità il fatto che una cosa potrebbe essere classificata in un modo piuttosto che in un altro. Il libro è evidentemente complicato ma, allo stesso tempo, è complesso. Da cosa dipende il fatto che sia complesso o sia complicato? Questo è un esercizio di epistemologia. Sono veri tutti i due punti di vista. Questi rimandano all’esigenza di distinguere due livelli diversi: un libro è complicato perché è la giustapposizione fisica di pagine scritte attraverso la giustapposizione tipografica di caratteri; nel momento in cui un lettore apre il libro, questo diventa complesso, perché deve fare i conti con quello Eco definiva nel titolo di un suo libro di interpretazione lector in fabula: un libro è scritto dallo scrittore, ma è continuamente riscritto dal lettore. In un romanzo, lo scrittore ha depositato l’interpretazione vera e unica di ciò che voleva scrivere? Oppure l’interpretazione del libro scritto poi sfugge all’univocità, fosse pure quella dell’interpretazione, di chi l’ha scritto e si riverbera nelle infinite potenziali interpretazioni di ciascun lettore che porta nella lettura i propri presupposti? La natura nel libro sta proprio in questa sua potenzialità di rifrangersi di letture. Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino tratta proprio questa tematica: c’è un continuo spostarsi tra lo scrittore Calvino e il protagonista del libro; sono due cose diverse, ma la stessa cosa. Questo sta nella poetica di Calvino e nella sua teoria della complessità della scrittura, ma dimostra come ogni scrittura è di questo tipo: non è scontato anche nei romanzi più semplici distinguere tutti i vari ruoli (osservatore interno ed esterno…). Il lettore, a questo punto, è trascinato in questo vortice non solo a leggere, ma anche a riflettere; per questo motivo, la lettura di Calvino può apparire ostica. Il libro come oggetto è complicato, ma un libro come oggetto è definibile in quanto libro al di là della sua possibilità di essere letto nel momento in cui ha un lettore. Se l’essere libro dipende dal fatto di essere letto, allora immediatamente l’osservatore e l’osservato si intrecciano, per cui la complessità non è più legata alla cosa in sé soltanto, ma è legata alla relazione con un osservatore. La complessità è sempre parzialmente nell’occhio dell’osservatore che la definisce: una compagna ha interpretato il libro solo in quanto oggetto da leggere, mentre l’altra lo ha proposto come atto disimplicato dall’atto della lettura, quindi come oggetto fisico e non come parte di una relazione.

La filosofia della scienza moderna e contemporanea

La storia della letteratura, e in particolare anche quella di Calvino e Kundera, è stata influenzata dai linguaggi, dagli sviluppi e dalle teorie della scienza e della filosofia contemporanea. Linguaggi e teorie della scienza e della filosofia contemporanea sono in discontinuità con i linguaggi e le teorie della scienza e della filosofia moderna, dove, per moderno, si intende l’epoca che grossomodo si sviluppa dal Seicento-Settecento fino alla prima parte del Novecento. Come sappiamo, la manualistica divide la storia umana e la storia dei saperi umani in grandi epoche: l’antichità, il Medioevo, la modernità e la contemporaneità. Cosa accade a partire dagli anni Trenta del Novecento? Si delinea una discontinuità nei modi di pensare, nei linguaggi, nella natura degli oggetti indagati e sviluppati dal pensiero scientifico. Per cui, si distingue tra una scienza definita classica o moderna (dalle sue origini moderne con Galileo, Newton, Cartesio) e una scienza definita contemporanea, il cui punto di svolta è abbastanza sfumato (taluni lo collocano alla fine dell’Ottocento, altri negli anni Venti/Trenta del Novecento). Di conseguenza, c’è una discontinuità anche nella riflessione filosofica che, insieme alla riflessione scientifica si sono sempre sviluppate in maniera intrecciata.

Scienza e filosofia, infatti, nascono insieme nell’antichità greca, con Aristotele e, anche nella loro versione moderna, sono implicate insieme. Per vari secoli, i grandi scienziati, cioè coloro che hanno introdotto nuove invenzioni, scoperte e visioni del mondo, sono stati anche i grandi filosofi: Galileo, noto per essere il padre della scienza moderna, è anche colui che ha rivoluzionato la filosofia moderna, introducendo il metodo scientifico. Carte...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/13 Filologia della letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lazzerimartina9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguaggi narrativi e complessità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Ceruti Mauro.
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