Presenza della riflessione antica sull'amore nella cultura dei secoli XII e XIII
Platone, Aristotele, Ovidio, Agostino (appunti)
La tradizione spirituale
Il Cantico dei cantici e le sue interpretazioni nella cultura del XII secolo (http://it.cathopedia.org/wiki/Cantico_dei_Cantici); Alano di Lilla, Riccardo di San Vittore (http://www.filosofico.net/riccardosanvittore.htm), Bernardo di Chiaravalle (http://www.treccani.it/enciclopedia/bernardo-di-chiaravalle-santo_(Enciclopedia-Dantesca)/), - confronta anche il libro di filosofia di terza superiore - Frate Ivo, Francesco, Bonaventura, Iacopone, Alberto Magno, Tommaso d'Aquino. Abelardo ed Eloisa; l'amore cortese: De Amore di Andrea Cappellano, Tristano e Isotta, Lancelot propre; Il Roman de la rose (appunti).
I trovatori
Guglielmo d'Aquitania, Farai un vers pos mi sonelh; Marcabru, L'autrier jost'una sebissa; Jaufré Rudel e il "paradosso amoroso": No sap chantar, Lanquan li jorn son lonc en mai. Bernart de Ventadorn e Giraut de Bornelh: Canvei la lauzeta mover, Reis glorios verais lums e clartatz, Leu chansonet' e vil. Arnault Daniel e Folquet de Marselha: Loferm voler qu'el cor m'intra, Tant m'abellis l'amoros pessamens.
Giacomo da Lentini
Meravigliosamente, Io m'aggio posto in core a Dio servire, tenzone con Iacopo Mostacci e Pier della Vigna. Guido Guinizzelli, Al cor gentil rempaira sempre amore, tenzone con Bonagiunta Orbicciani. Guido Cavalcanti, Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira, Perch'i' no spero di tornar giammai, Donna me prega, - per ch'eo voglio dire, In un boschetto trova' pasturella.
Dante
Rime e Vita nuova; Petrose; Convivio.
Commedia
- Inferno, I e II; V
- Purgatorio, XVI-XIX
- Purgatorio, XXIII-XXIV; XXV-XXVI; XXX
- Paradiso, I; VII (vv. 1-9; 139-144); X (vv. 1-12); XXVII (vv. 1-7); XXXIII
Yeats e Dante
Hanrahan’s Vision, in Stories of Red Hanrahan; The Countess Cathleen in Paradise; Ego Dominus Tuus (in particolare vv. 1-37; 67-79); Sailing to Byzantium (in particolare vv. 17-24); Byzantium (in particolare vv. 9-16; 25-32).
Pound, i trovatori, Cavalcanti, Dante
Prefatio ad lectorem electum (1910), in The Spirit of Romance; scelta di brani da Psychology and Troubadours, ibidem; In a Station of the Metro; scelta di brani da Vorticism; Cantos XXXVI, LXXIII.
Eliot e Dante
Scelta di brani da Dante (1929); La Figlia che Piange; The Fire Sermon (vv. 235-265) in The Waste Land, III; The Dry Salvages, IV (vv. 169-183) in Four Quartets.
Letterature comparate
Introduzione al corso
Il corso si concentrerà sulla poesia d'amore del XII secolo (lingua d’oc, Francia - trovatori, Italia) e del XIX-XX secolo (Pounds e Elliot, Inghilterra). Le lingue interessate sono inglese, italiano, provenzale, antico francese (lingua d’oil), latino ma anche greco (cultura classica) e la tradizione ebraica cristiana (Bibbia).
La cultura classica latina e greca viene ripresa in Europa ma il greco non si conosce molto nel XII-XIII secolo (si conoscerà nel XV secolo con l’arrivo dei testi originali - non in traduzione - dopo la presa di Costantinopoli 1453). Il medioevo non sente uno stacco con la cultura antica; dalla cultura classica principalmente arriva la riflessione filosofica (Platone - con il neoplatonismo e S. Agostino - e Aristotele - anche grazie alla mediazione araba di Averroè) ma anche la poesia amorosa (Ovidio).
Accanto alla cultura classica, il medioevo rivive in maniera attiva la cultura biblica (riflessione anche sull’amore che viene dall’antico e dal nuovo testamento). Nel medioevo c’è una grande rilettura di un grande testo dell’antico testamento sull’amore, il Cantico dei Cantici, su cui si riflette molto. Sono diverse le esegesi del Cantico dei Cantici.
La definizione greca di amore
In greco abbiamo tre parole per riferirsi all’amore: eros, filìa, agape. Sono tre parole usate in autori diversi che scrivono in greco.
Eros
Eros è il nome del dio dell’amore nella tradizione greca, ne parla già Esiodo che scrive la teogonia. Nella teogonia l’eros è l’entità cosmica primordiale che è il principio animatore dell’universo. In vari testi della letteratura greca Eros è rappresentato come un dio fanciullo con le ali e con l’arco e le frecce, figlio di Ermes (o in altri filoni Ares, dio della guerra) e di Afrodite, della dea della bellezza (in latino Venere). Questo dio alato della cultura greca è chiamato amor o cupidus. Platone attivo nella prima metà del quarto secolo a.C. Nasce ad Atene nel 427 e muore nel 348. Platone scrive un dialogo, fondamentale per il concetto di amore, il Simposio, tra il 385 ed il 375 a.C.
Simposio si chiama perché vi sono vari personaggi che partecipano ad un banchetto (anche Socrate). Socrate racconta di Eros quello che gli aveva raccontato a sua volta una sacerdotessa, Diotima. Dice Socrate che Eros non è un dio ma è un daymon, una forza interna a noi, figlio di povertà (penìa, mancanza, povertà, indigenza) e di poros (l’espediente, l’astuzia). Si tratta, per Socrate, di una forza destinata a colmare una mancanza mediante l’astuzia. Questa carenza è la lontananza dell’uomo dalla perfezione delle idee e dalla idea eterna di uomo e anche colmare la mancanza dovuta alla separazione dall’essere primordiale, dall’essere androgino, in creature di sesso maschile e femminile.
Ancora adesso si parla di amore platonico, per definire un amore che non si esprime attraverso un rapporto sessuale. Tutto ciò deriva dal fatto che nel Simposio di Platone si insiste su questo: non è per Platone tanto importante la sessualità, la bellezza fenomenica, che appare, ma la partecipazione dell’anima, spinta da Eros, alla contemplazione della bellezza ideale. Platone, attraverso Socrate, insiste su questo processo di salita dai fenomeni, dalla bellezza del corpo alla bellezza ideale, alla contemplazione dell’idea del bello. Un processo di ascesi da una bellezza fenomenica individuale all’idea del bello. Questa è la concezione di Eros che compare nel discorso di Socrate nel Simposio. Questa concezione nella ripresa neoplatonista avrà elementi cristiani. La trasformazione, questa tensione verso l’ideale, viene ripresa dal cristianesimo e il concetto dell’eros si mescola al termine agape.
Filia
Il termine filia si incontra molto in un’opera di Aristotele, l’Etica a Nicomaco, oppure l’Etica Nicomachea. Aristotele nasce a Stagira nel 384 e muore a Calcide nel 322 a.C. L’Etica Nicomachea è uno scritto in dieci libri che si interroga sul fine dell’uomo. Nel secondo libro afferma che il fine dell’uomo è la felicità. In cosa consiste la felicità per Aristotele? Non consiste nei piaceri sensibili, che l’uomo ha in comune con gli animali, né consiste nella ricchezza, che è un mezzo e non un fine. Cosa dà all’uomo la felicità? L’uomo è felice se può esercitare quello che lo distingue dagli animali: l’intelligenza. Se l’uomo esercita l’intelligenza, allora l’uomo è felice. È felice in un’attività di contemplazione della verità che in greco di chiama teoria, il vedere, il contemplare la verità.
Accanto a questa contemplazione della verità (libro 5 e 6) Aristotele evoca un’altra cosa che porta la felicità, l’amicizia, quella che lui chiama con il termine filìa. Dell’amicizia si occupa nel libro 8 e 9 dell’Etica Nicomachea. Aristotele ci parla a lungo nell’etica delle quattro virtù che nel cristianesimo saranno le quattro virtù cardinali, fortezza, temperanza, giustizia e prudenza. Accanto a queste quattro virtù vi è un fiore che sorge dalla loro pratica (di queste stesse quattro virtù) che è la filìa, l’amicizia, che non è dovuta solo a un naturale rapporto di simpatia tra simili ma è un amore reciproco e disinteressato tra due persone che amano il bene (questa è denominata filìa perfetta). Un percorso verso il bene che è un bene intellettuale. Per raggiungere questa felicità tramite la pratica della virtù l’amicizia è utile, vi è il bisogno di amici di valore per poter tendere verso questa felicità a cui si arriva attraverso l’esercizio della teoria e delle quattro virtù cardinali.
Agape
Il terzo nome nella lingua greca è agape, un termine che si incontra nella Bibbia e che è rarissimo nella letteratura greca classica [cfr Antico Testamento e una parte del Nuovo tradotto in greco, dalla traduzione dei settanta]. Il verbo agapan, amare, è usato nel Nuovo Testamento 141 volte. La parola filìa è usata una volta sola. Il termine agape è usato 117 volte. Cfr Matteo 3,17 battesimo di Gesù: Gesù è amato del padre, si usa il termine agapetòs, per descrivere l’amore che il padre e la madre hanno verso il figlio. I vangeli di Matteo, Marco e Luca sono sinottici perché guardano con la stessa ottica. Un altro importante esempio è in Matteo 17,15 il racconto della trasfigurazione di Gesù, i cieli si squarciano e si sente una voce, Gesù anche qui viene proclamato agapetòs, amato dal padre.
Un testo particolarmente importante è quello del vangelo di Giovanni, 3,16, quando l’evangelista dice “Dio ha tanto amato il mondo da mandarci il suo figlio unigenito”, anche in questo caso si usa il verbo agapen. In una lettera degli apostoli (sempre nel Nuovo Testamento), nella prima lettera a Giovanni, libro IV, versetti 7,21 vi è la rivelazione chiara di chi è Dio nella cristianità, Dio è amore, Dio viene definito agape. In questa definizione di agape vi è una concezione diversa di amore rispetto all’eros, come mancanza.
Approfondimenti su eros e agape
Nygren ha scritto nel 1930 un testo chiamato Eros e agape: la nozione cristiana dell'amore e delle sue trasformazioni. Afferma che l’eros insiste sul desiderio su ciò che non è ancora posseduto e agape invece è l’amore che c’è nella trinità, un amore come dono di Dio. Nyger dice che con il passare del tempo e con Agostino questi due concetti di agape ed eros confluiscono. Per Agostino amore è sì l’amore di Dio ma anche desiderio. Agostino utilizza il termine latino di caritas, amore come dono di Dio e pulsione, desiderio. Dante afferma che l’amore, nel concetto di caritas, più viene condiviso più ce n’è, mentre non è così per l’eros. Nella cultura occidentale si fa molto riferimento alla parola eros e spesso si indicano impulsi sessuali e sensuali.
Una personalità importante che ha riflettuto sull’eros è stato Sigmund Freud. In Al di là del principio di piacere (1920), ha riflettuto a lungo sul piacere nella coppia e sul concetto di eros e tanatos, amore e morte. Freud in questo testo afferma che eros rappresenta le pulsioni di vita, che sono opposte alle pulsioni di morte, però vi è un collegamento misterioso tra le pulsioni di vita e di morte, un legame paradossale.
Denì de Rougemont ha scritto L’amour et l’Occident, l’amore e l’occidente (1939). Si tratta di un autore svizzero che analizza il concetto di amore e afferma che vi siano due modi diversi di intendere l’amore, uno che sottolinea soprattutto l’importanza del desiderio, senza fine e senza limiti, che ama in assenza dell’altro e che è spesso legato all’adulterio [cfr Cappellano | Anna Karnina]; l’alternativa a questo tipo di amore è l’amore in presenza dell’altro, che si incarna nel limite dell’altro e che si trasforma, ad esempio, in matrimonio. Vi è un grande filone che celebra l’adulterio e, dall’altra parte, vi è il filone che celebra il matrimonio (verso cui pende De Rougemont).
Il pensiero platonico nel medioevo
Cfr T1 Il Timeo è un dialogo di Platone scritto prima del 347 a.C. Questo dialogo filosofico ha per protagonista Timeo, un filosofo, che si mette a raccontare l’origine del mondo. L’universo è stato generato da un artigiano divino, il demiurgo, che ha guardato l’esemplare eterno dell’universo e ha realizzato l’immagine di questo esemplare eterno che è costituita dal mondo. Dietro è presente l’idea platonica del mondo, che quello che vediamo è un’immagine delle idee perfette, che stanno nel mondo delle idee.
Dato che nel mondo vediamo solo le immagini delle idee, Timeo ci racconta attraverso un mito la creazione. Il demiurgo è un artigiano divino che fa passare dal mondo delle idee a questo mondo di immagini imperfette (il nostro) le idee. Il demiurgo mosso dalla bontà ordina la materia informe e assegna a questa materia informe bellezza, intelligenza e anima (anima mundi). Il mondo, secondo questo racconto del Timeo, è un essere vivente di forma sferica formato di anima e di corpo, composto in un insieme armonico dei quattro elementi (acqua, aria, terra, fuoco). Il demiurgo, per amore, genera il mondo, dotato di bellezza, intelligenza e amore, che ha un suo movimento.
Da qui viene ripresa una grande tradizione neoplatonista. Proclo, un neoplatonista del quinto secolo d.C., riprende il Timeo di Platone, interpretandolo anche alla luce di Plotino, e dice che c’è uno schema circolare, si va da Dio, che è uno, e si arriva al molteplice. Dal molteplice si arriva nuovamente all’uno, a Dio. Tutto questo movimento è dovuto alla forza dell’amore, l’amore spinge l’Uno per creare il molteplice che viene spinto dall’amore al ritorno all’Uno. Permanenza, processione e ritorno: sono le tre fasi cicliche che spiegano il senso della realtà e il movimento, originato dall’amore.
Quest’idea del neoplatonismo di Proclo è ripresa alla fine del quinto o sesto secolo d.C. da un altro pensatore del neoplatonismo, lo pseudo Dionigi Aeropagita. Aeropagita nel senso che era presente nell’aeropado. Luca narra come l’apostolo Paolo va a narrare nell’aeropado, luogo dove i sapienti vanno a parlare. Quando Paolo annuncia il cristianesimo dopo un po’ molti se ne vanno, ma alcuni rimangono e uno di questi dovrebbe essere Dionigi Aeropagita, che poi diventerà vescovo. Un tale scrive sotto il nome di Dionigi Aeropagita nel quinto secolo. Non è il vero Dionigi Aeropagita, per questo viene chiamato pseudo-Dionigi. I testi di Dionigi sono riuniti nel Corpus Dionisianum, Dionigi applica questo schema ciclico di Proclo al cristianesimo. La creazione come un momento di apertura divina, diffusione della bontà di Dio, la creazione della molteplicità come testimonianza dell’amore di Dio e il ritorno della stessa molteplicità all’amore, a Dio. Tommaso d’Aquino in una delle sue opere, Il libro dei nomi divini, commenta le riflessioni e il testo sulla creazione dello pseudo-Dionigi Aeropagita.
Cfr T2 Par XXIX - Par XXX Dante. Amore di Dio come luce.
Il pensiero aristotelico nel medioevo
Aristotele è una grande novità filosofica del XIII secolo, un secolo fondamentale, fondata l’università di Bologna, di Napoli, la Sorbonne, vi è una grande riflessione filosofica all’epoca. Aristotele arriva in occidente tramite un’interpretazione naturalistica come quella di Averroé, islamico arabo. Nel corso del XIII secolo vi è l’interpretazione di Averroé, seguita da alcuni, e l’interpretazione di San Tommaso (concezione aristotelico-averroistica VS concezione aristotelico-tolemaica). Forma e materia sono i due concetti chiave dell’aristotelismo. La sostanza è composta di forma e materia, l’individuo è sinolo di materia e forma. La forma è la parte più importante, è la causa efficiente di questo essere, quello che fa che questo essere sia così. La materia è una possibilità. È la potenza della forma. Altro binomio fondamentale è il passaggio da potenza ad atto, volontà della forma di espandersi nella materia, si passa dalla potenzialità all’attuazione. L’atto puro è Dio. Vi è un rapporto dinamico in cui la forma tende ad informare di sé la materia e la potenza tende a diventare atto. Da un lato vi è Dio, che è atto puro, che non è affetto da materia, da potenzialità.
Anche in un pensiero di tipo aristotelico, però poi molto presente nella rilettura aristotelica, si può pensare che questo atto puro che è Dio, immobile nella sua perfezione, metta in movimento qualcosa (motore immobile). Anche qui si presenta il concetto di creazione.
Cfr T3.2 Dante Par - XXIV “Io credo in un Dio solo ed eterno che tutto il ciel move, non moto, con amore e con desio”. Dio come atto puro, immobile, ma motore immobile del cosmo.
10/02/15
Aristotele prima del XIII secolo era presente nella cultura occidentale nella traduzione di Severino Boezio (VI secolo). La svolta che permette l’avvicinarsi ad Aristotele è data dalle traduzioni fatte dall’arabo in latino nel XII secolo. Il fulcro dello studio dei testi greci di Aristotele proviene da Averroé. Averroé nasce nel 1126 a Cordoba e muore a Marrakesh nel 1198. È commentatore di Aristotele ma anche filosofo in proprio e scienziato; scrive tre grandi commenti all’opera di Aristotele: il grande, il medio e il piccolo commento. Egli interpreta Aristotele in un modo particolare, che differisce da quello che nel secolo successivo farà Tommaso D’Aquino (XIII sec).
Tra l’averroismo e il tomismo cambia la riflessione su tanti punti fondamentali:
- Unicità di Dio: Naturalmente sia Averroé che Tommaso d’Aquino pensano che vi sia un solo dio (monoteismo),
- Averroé si ferma a questo, l’affermazione dell’unicità di Dio. Tommaso cambia questo punto di vista: Dio è uno e trino. Dio si rivela essere composto di tre persone.
L’origine del mondo: Il mondo per Averroé è eterno, c’è ...
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