Letteratura del mondo classico 12/02/15
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tematiche affrontate. Corso ha 54 ore di lezione (18/04).
Introduzione su Nerone
Condannato a morte quando aveva 31 anni. 14 anni di regno, periodo non troppo breve per l’impero romano. Nerone
commise una serie di misfatti che sono: uccise la madre, due mogli, il maestro (Seneca) e altri scrittori del tempo. In più
gli antichi lo accusavano anche di aver incendiato Roma e come conseguenza dell’incendio di Roma si ebbe la prima
persecuzione dei cristiani per colpa di Nerone che li accusava dell’incendio. Di questi misfatti gli studiosi moderni
ritengono che almeno uno non sia da addebitare a lui ma che sia stato accidentale ed è l’incendio di Roma. Nerone si
riteneva un grande artista e anche un grande sportivo, un grande cantante, accompagnandosi con la cetra. Anche in
Grecia partecipò a gare olimpiche, che vinse tutte. Egli divenne, subito dopo la sua morte, una leggenda e questa
leggenda si ingigantì man mano che ci si allontana da questa figura storica. Tutto questo ha originato anche una serie di
opere letterarie dedicate a Nerone, al di là delle fonti che vedremo, tragedie, romanzi, film dedicati a questo imperatore o
a qualche momento del suo regno. Illustreremo le vicende di Nerone seguendo un ordine cronologico e tematico (politica
estera, interna, rapporto con cultura del suo tempo…).
Prenderemo in analisi tre autori antichi della letteratura latina che si sono occupati in modo dettagliato di Nerone. Tre
autori diversi come peso nella letterature e come caratteristiche:
Tacito, uno storico, vedremo una parte della sua opera che si chiama Annali quella dedicata all’inizio della carriera di
• Nerone. Gli Annali di Tacito non ci sono pervenuti integralmente quindi non abbiamo i libri che ci raccontano la
conclusione del regno di Nerone.
Svetonio, un biografo, che scrisse Le vite di dodici cesari, ovvero imperatori, una è di Nerone. Questa vita ci è giunta
• completa, che ci serve per parlare della parte finale della vita di Nerone che non ci è pervenuta di Tacito.
Queste due opere le leggeremo in parallelo.
L’Ottavia, tragedia che parla di una delle prime mogli di Nerone, fatta uccidere da lui. Il poeta tragico non si accontenta
• di parlare esclusivamente della vicenda di Ottavia ma ripercorre un po’ altri momenti della vita di Nerone, con
flashback e con una sorta di profezia, ci descrive la brutta fine che farà Nerone.
Non sappiamo di chi sia questa tragedia, ci è stata trasmessa tra le tragedie di Seneca. Con molta probabilità, quasi
con assoluta certezza, non è sua questa tragedia. Probabilmente scritta pochi anni dopo la fine del regno di Nerone.
Sia Tacito che Svetonio non scrivono sotto Nerone, appartengono ad un periodo un po’ più tardo. L’Ottavia invece è
probabilmente stata scritta da qualcuno che era adulto nell’età di Nerone, ma dopo la fine del suo regno.
Monarchia
L’antica Roma, nella sua lunga storia, durata circa 1300 anni, ha conosciuto tre forme di governo: monarchia, repubblica
e impero (in ordine cronologico). La monarchia è il periodo più lontano da noi ed è anche quello più avvolto nella
leggenda, secondo gli autori antichi Roma fu sotto i re dalla sua fondazione, 753 a.C., fino alla cacciata dell’ultimo re
nell’anno 509 a.C. Per 244 anni Roma è stata sotto un monarca. Aggiungiamo però che queste date così precise sono
da prendere in senso relativo, approssimativo, siamo in un’epoca in cui ci sono molte leggende, grossomodo comunque
questa fu la durata della monarchia. Sempre stando agli autori antichi i re di Roma furono 7. Secondo gli studiosi
moderni è probabile che i re siano stati qualcuno di più. Altro punto che mettono in luce gli studiosi moderni è che è
possibile che qualcuno di questi sette re non sia mai esistito, soprattutto i primi, Romolo ad esempio. Invece è probabile
che gli ultimi siano esistiti. Le notizie più fondate che possiamo ricavare su questo periodo così lontano da noi ci arrivano
dall’archeologia, da scavi condotti a Roma e dintorni, soprattutto dall’Ottocento in avanti. Intorno all’VIII secolo a.C. una
comunità di pastori cominciò ad espandersi e a conquistare le altre comunità e uno di loro fu scelto come re. Questo è
quello che si può dire storicamente, per il resto sono tutti “abbellimenti”. Roma conosce un modesto sviluppo come
territorio, comincia ad impadronirsi di altre zone del Lazio, conosce un modesto sviluppo economico e anche culturale.
E’ probabile che Roma fu sotto gli etruschi nell’ultima parte della sua età monarchica, questo si ricava dal fatto che gli
ultimi tre re di Roma hanno nomi etruschi, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbio. Gli etruschi erano un
popolo dell’Italia molto più sviluppato dei romani, occupavano l’Italia centrale, soprattutto l’odierna Toscana. Gli etruschi
non si riconoscevano in uno stato unitario, erano una serie di città confederate, ciascuna indipendente ma si
riconoscevano in determinati valori comuni come la lingua, la religione e in generale usi e costumi. Ad un dato momento
con molta probabilità occuparono anche Roma e questi nomi di re che ci sono pervenuti, che siano essi esistiti o meno,
rappresentano il momento in cui gli etruschi furono i signori di questa nascente città destinata ad un futuro così lungo e
glorioso. A parte gli etruschi Roma deve molto sia allora sia in seguito ad un altro popolo che già allora era presente in
Italia, vale a dire i greci. Nell’Italia meridionale e in Sicilia, specialmente lungo le coste, c’erano parecchie colonie greche.
Questo perché la Grecia continentale era allora come oggi una terra povera. Per risolvere il problema della povertà dalle
città della Grecia continentale in vari momenti della loro storia più antica partivano cittadini alla volta di altre terre lungo il
mediterraneo, sia nella parte occidentale, sia nella parte orientale, oppure per la sponda sud del mediterraneo (Nord
Africa). Lasciavano le loro città perché vi era un’eccedenza di popolazione che aveva bisogno di nuove terre per
sfamarsi. In più vi era anche un’altra ragione per cui venivano fondate colonie, una ragione commerciale. I greci per
risolvere i problemi interni della loro economia si dedicavano al commercio per mare. Erano spesso mercanti ed era
importante avere luoghi di approdo lungo il mediterraneo, significava poter sostare in luoghi amici, fermarsi, rifornirsi,
procurarsi materie prime e poi riprendere il viaggio. Queste sono le due ragioni fondamentali per cui i greci fondarono
colonie lungo il mediterraneo. Il motivo del greco che si mette in mare per ragioni di commercio è ben presente nella
commedia antica greca e latina, vi sono talvolta dei personaggi che all’inizio della commedia sono in viaggio.
I viaggi per mare nel mondo antico avvenivano generalmente da primavera ad autunno perché le navi non erano
attrezzate o robuste per affrontare l’inverno. Questi viaggi erano molto rischiosi comunque, se si rientrava sani e salvi e
si era riusciti a vendere un buon carico di merci vi era un ringraziamento agli dei. L’antica Roma ha guardato ai greci con
una sorta di sentimenti molto complessi. Da un lato molta ammirazione, la cultura greca era infatti di gran lunga
superiore a quella romani, che presero i greci come modello (la letteratura latina ad esempio si sviluppa su quella greca).
Al tempo stesso abbiamo un senso di invidia. Per quanto riguarda l’età monarchica il contributo culturale che diedero i
greci allo sviluppo di Roma fu rilevante. Un esempio importante è l’alfabeto latino, che è un adattamento dell’alfabeto
greco. I romani appresero l’alfabeto dai greci. Napoli era una colonia greca, ad esempio, nea - polis, Reggio Calabria,
Taranto, Siracusa, Agrigento, erano tutte colonie greche. La monarchia si concluse a Roma con la cacciata dell’ultimo re,
che le fonti antiche chiamano Tarquinio il Superbo. Questo appellativo ci fa capire che il re viene presentato come un
tiranno crudele avido di potere e ricchezza. Si narra che vi fu una ribellione di romani, il re venne cacciato, cercò di
tornare a Roma e non ci riuscì. Morì esule (non a Roma) di morte naturale (stranamente, in genere gli imperatori romani
vengono uccisi). Quando parliamo di ribellione di romani si tratta di una ribellione di famiglie nobili, non del popolo. Erano
famiglie imparentate con il re, una sorta di congiura di corte, non una ribellione popolare. Gli antichi ci hanno spiegato
questa ribellione con una leggenda, uno dei figli del re avrebbe violentato la moglie di uno di questi nobili, la cosiddetta
virtuosa Lucrezia. Il motivo probabilmente vero dietro questa leggenda è che sorsero contrasti di potere tra gli interessi di
Tarquinio il Superbo e questi nobili che volevano più potere nel consiglio romano.
Repubblica
Scegliamo il 509 come anno di inizio della repubblica, sempre data approssimativa. Non sappiamo bene quando finisce
la repubblica, potremmo indicare più date. In un certo senso, almeno ufficialmente, la repubblica romana non finì.
Secondo qualcuno la repubblica romana anziché finire all’improvviso venne restaurata, rinacque e cominciò una nuova
vita. Che tipo di repubblica era quella dei romani? Partiamo da una sigla che usavano gli antichi romani: S.P.Q.R., che
corrispondono a quattro parole latine, Senatus Populusque Romanus, senato e popolo romano. Era considerata una
specie di riassunto di ciò che era la repubblica romana, che puntava su due elementi fondamentali: da un lato il senato,
ovvero un gruppo di persone autorevoli che si occupavano di prendere decisioni riguardo all’economia di Roma, alla
politica estera, alle leggi che bisognava fare. Poi vi era il popolo, ovvero i romani che votavano per nominare i loro
rappresentanti, i magistrati alle varie cariche, ogni anno. Le votazioni “politiche” si svolgevano ogni anno. Le donne e gli
schiavi non votavano, votavano solo gli uomini. Senato e popolo vi erano anche sotto i re ma nella repubblica hanno un
rilievo diverso. Gli antichi cercavano di capire come nasceva una forma di stato e per quale ragioni poi questo stato ad
un determinato momento decadesse, da ottimo com’era in origine perdesse forza e diventasse pessimo. Di questo si
erano occupati i filosofi greci, anche Platone. Avevano elaborato una specie di schema in cui venivano prese in
considerazione sei forme di governo, tre buone e tre cattive, e la storia di tutti gli stati percorreva secondo questi filosofi
questo ciclo. Le forme erano, nell’ordine in cui si succedevano:
Monarchia (forma buona)
• ➔
Tirannia (forma cattiva) Ribellione degli uomini finiti sotto la tirannia
• Aristocrazia (forma buona, governo dei migliori), che inevitabilmente declina.
• ➔
Oligarchia (forma dei pochi, è un governo ristretto ma dei peggiori; forma cattiva) Ribellione dei cittadini
• Democrazia (forma buona, governo del popolo), che declina, peggiore e si trasforma.
• Oclocrazia (oclos vuol dire popolo in senso negativo, il volgo, la plebaglia), il governo del volgo, dei peggiori.
•
Il ciclo riprendeva dopo l’Oclocrazia. Ne parlano gli storici greci e in particolare Polibio, uno storico greco che aveva
combattuto contro i romani, era stato fatto prigioniero ma durante la prigionia era venuto a contatto con importanti
famiglie nobili romane, si era fatto apprezzare perché uomo di cultura e alla fine aveva espresso un giudizio molto
positivo su Roma. Scrisse un’opera storica, a noi pervenuta solo in parte, in cui parecchie pagine sono dedicate alla
storia di Roma. Polibio si domanda com’è la repubblica romana e perché sta andando così bene. Polibio vive in un
periodo in cui Roma è particolarmente fiorente, non vi sono sintomi di crisi. Confronta con Roma la sua patria greca e si
chiede come mai Roma è così splendente. Cita questo schema, non inventato da lui, e trae una conclusione: la
repubblica romana è uno stato così solido perché è l’insieme delle tre forme positive dello schema elaborato dai filosofi
antichi. E’ una repubblica che da un lato è monarchia, da un lato aristocrazia e da un lato democrazia. Perché? La
monarchia a Roma è rappresentata da coloro che ogni anno sono eletti per un anno per prendere le massime decisioni,
vale a dire i consoli. La carica politica più importante nella vita della repubblica romana era il consolato. L’apice per la
carriera di un politico. I poteri dei consoli si avvicinano a quelli che ha il presidente degli Stati Uniti, poteri decisionali forti.
Ogni anno venivano eletti due consoli. L’anno dopo potevano ricandidarsi oppure vi erano altri. Pochi furono i consoli che
ebbero un secondo mandato. I consoli rappresentano l’equivalente di un re, in senso positivo, perché prendono le
massime decisioni. Poi vi è l’aristocrazia, il governo dei migliori, rappresentato dal senato, da questo gruppo di persone
che sono ex magistrati, i consoli una volta terminato il mandato entravano a far parte del senato. I senatori sono i migliori
scelti fra un gruppo ristretto. La democrazia è il popolo, cittadini che ogni anno votano per eleggere i consoli,
rappresentano il meglio del popolo e vale a dire sono la democrazia. Ecco perché Roma era tanto solida per Polibio.
Questo schema fu poi accettato da altri nel mondo romano, come Cicerone. Polibio quindi vede molto bene la repubblica
romana, però ha una mentalità di tipo pessimistico ed è condizionato dalle idee del suo tempo sul piano filosofico e
morale e quindi conclude il suo discorso sulla repubblica romana dicendo però che verrà un giorno in cui anche la
repubblica romana declinerà e cadrà. In vari punti della sua opera osserva che la vita di tutti, alla fin fine, è soggetta,
succube di una divinità che fa il bello e il cattivo tempo, ovvero ciò che gli antichi chiamavano fortuna, una dea bizzarra
che in un determinato momento può essere a favore di un uomo o di uno stato, in un altro momento può essere a
sfavore. 13/02/2015
Il meccanismo della repubblica rimase in vigore per circa 400 anni. La descrizione di Polibio era la “facciata buona” con
cui si presentava la repubblica romana. Nella realtà non si trattava di un governo così giusto. In realtà era un’oligarchia, il
governo di pochi, e neanche i migliori. Quando i romani cacciano il re, non si tratta del popolo ma di esponenti di famiglie
nobili anche imparentate con il re. Il potere viene preso con forza dagli esponenti di queste famiglie e poi attraverso vari
ampliamenti di famiglia questo gruppo continuerà di generazione in generazione a trasmettersi i poteri che contavano.
Come è possibile che questo potere si trasmettesse se non sempre di padre in figlio comunque di generazione in
generazione, attraverso le votazioni, per oltre 400 anni? Gli studiosi credono che il motivo stia nel clientelismo. Ogni
famiglia nobile cercava di avere un seguito, un gruppo di famiglie che la seguiva. Queste famiglie votavano e per far sì
che votassero la famiglia nobile, quest’ultima donava benefici ai propri seguaci, trovando loro un lavoro o anche solo del
cibo. Si parla in questo caso del fenomeno del clientelismo. La parola cliente era utilizzata nell’antica Roma con il
significato di persona “pagata” per dare il proprio voto. La differenza è che, caduta la repubblica, a gestire le forme più
importanti sarà l’imperatore e la ristretta cerchia attorno a lui. In epoca repubblicana questo sistema del clientelismo è
fondamentale per capire come un gruppo ristretto di famiglie riusciva a trasmettersi il potere per via legale. Il clientelismo
durerà per tutta la durata della repubblica. Un altro meccanismo che aiutava molto erano i matrimoni tra famiglie nobili.
Nell’antica Roma il matrimonio non era un atto di amore ma un atto politico. Le famiglie aumentavano il loro potere
alleandosi e sancendo queste alleanze tramite il matrimonio. Abbiamo documenti latini che parlano di questi temi in
maniera molto esplicita. Questi documenti parlano di tutto ciò perché non erano destinati alla pubblicazione, erano lettere
private. Le lettere sono state scritte (o inviate a) in buona parte da Cicerone.
Cicerone (I)
Cicerone occupa un posto di primissimo piano nell’ultimo secolo della repubblica. Cicerone fu ammazzato per ragioni
politiche da dei suoi avversari. Di Cicerone sono giunte a noi oltre 900 lettere (e non sono tutte). Queste 900 sono solo
quelle scritte da lui, di quelle inviate a lui non sono molte quelle pervenute. Cicerone partecipava in modo molto attivo
nella politica. Fra queste lettere ve ne è una molto lunga che il fratello gli manda. Il Cicerone più celebre si chiamava
Marco, mentre il fratello si chiamava Quinto. La lettera di Quinto è una lettera molto particolare, la potremmo definire una
specie di manuale di propaganda politica: come deve comportarsi un uomo romano che aspirava alla carica massima (il
consolato). Quinto Cicerone dona consigli su come fare per avere più voti possibili. In genere il potere veniva trasmesso
di generazione in generazione tra famiglie nobili. Era molto difficile che un uomo romano non legato alle famiglie nobili
arrivasse al potere. Questo è il caso di Cicerone. Se ci arrivava i romani utilizzava il termine homo novus, per indicare
qualcuno che riusciva ad arrivare alla carica suprema di console senza essere legato alle famiglie nobili. Questo
avvenne anche grazie ad una serie di circostanze che consentirono a Cicerone di essere eletto console. La famiglia di
Cicerone era benestante ma non nobile (bellatores).
Quinto dice a Marco che molto importante è saper fingere.
• Visto che Marco Cicerone faceva l’avvocato e aveva difeso personaggi importanti, si era conquistato conoscenze
• importanti e Quinto suggerisce a Marco di far pesare l’aiuto che Marco Cicerone aveva dato a questi personaggi in
mo
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