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Appunti di economia industriale

Cabral L., Economia Industriale, Carocci, 2002

Introduzione all'economia industriale

L’economia industriale si occupa del funzionamento dei mercati e dei settori industriali e, in particolare, del modo in cui le imprese competono fra di loro. L’economia industriale è l’analisi di un settore che riguarda le imprese che in esso vi operano e i consumatori del bene prodotto (domanda e offerta).

Il potere di mercato

Il potere di mercato è la capacità di fissare prezzi superiori al costo marginale, ovvero capacità di realizzare extra-profitti. Le imprese hanno potere di mercato? È un indicatore del livello del margine e consiste nel considerare tra le persone che possono usare il bene quante lo possiedono; se di queste molte non lo possiedono significa che ci sono delle distorsioni perché la produzione dovrebbe essere tale da dare a tutti ciò che desiderano. In questo caso il potere di mercato è elevato altrimenti si potrebbero abbassare i prezzi ed aumentando le quantità i profitti sarebbero gli stessi, quindi nella realtà il potere di mercato esiste. Per capire se esiste il potere di mercato, bisogna confrontare i prezzi di vendita con i costi marginali.

Acquisto e mantenimento del potere di mercato

Come fanno ad acquistare e a mantenere nel tempo il potere di mercato? Detenere il potere di mercato significa ottenere maggiori profitti. Pertanto, per un'impresa creare e conservare un certo potere di mercato costituisce un obiettivo strategico molto importante. Si può avere con:

  • Acquisto del potere di mercato: monopolio naturale o legale (esempio brevetti), consente di fissare prezzi alti senza però permettere a eventuali concorrenti di entrare sul mercato;
  • Comportamenti strategici: pricing, pubblicità, R&S, differenziazione dei prodotti, fusioni e acquisizioni.

Mantenere il potere di mercato è un’impresa di successo considerando che i brevetti scadono, le imitazioni sono frequenti e i settori industriali tipicamente regolamentati in passato (es. servizi di pubblica utilità) vengono sempre più spesso deregolamentati. Alcune imprese adottano comportamenti strategici per attirare il consumatore e determinare la sua fedeltà (es. strategie di prezzo predatorie, acquisizioni), mentre altre imprese adottano comportamenti aggressivi verso le altre (non prestare servizi). In alcuni settori ci sono costi iniziali elevati (costi sunk) che non rendono facile l'entrata nel settore quindi la dimensione degli impianti protegge l'impresa già esistente.

Conseguenze del potere di mercato

Dal punto di vista dell'impresa, la detenzione del potere di mercato implica maggiori profitti e quindi un maggior valore dell’impresa. Dal punto di vista del benessere sociale, il prezzo elevato comporta un trasferimento di risorse dai consumatori alle imprese. Un prezzo elevato, inoltre, implica un’inefficienza nell’allocazione delle risorse (la disponibilità a pagare di alcuni consumatori è inferiore al prezzo, ma superiore al costo marginale).

Un altro problema è che un monopolista non deve preoccuparsi della concorrenza, quindi si può sostenere che le imprese che detengono un elevato potere di mercato hanno meno incentivi ad essere efficienti. In altre parole, il potere di mercato implica l'inefficienza produttiva, ovvero l'incremento dei costi derivante dall'esistenza di potere di mercato.

Quando il potere di mercato è mantenuto artificialmente, attraverso l’intervento pubblico, può crearsi un terzo tipo di inefficienza: la ricerca di una posizione di rendita (rent seeking). Con questo termine si indica la spesa improduttiva realizzata dalle imprese per cercare di influenzare le scelte politiche. Il rent seeking non assume necessariamente la forma di finanziamenti occulti.

Il potere di mercato, per quanto possa essere positivo per le imprese, non è un bene per la collettività, visto che arricchisce le imprese a spese dei consumatori; riduce l'efficienza economica (allocativa e produttiva); induce le imprese a sprecare risorse per acquisire e mantenere il potere di mercato stesso. Il potere di mercato può anche avere conseguenze positive: incentivi al progresso tecnico (efficienza dinamica).

Politiche pubbliche e potere di mercato

Qual è il ruolo delle politiche pubbliche per risolvere i problemi generati dal potere di mercato? Nell'economia industriale il ruolo principale delle politiche pubbliche è di evitare le conseguenze negative derivanti dalla detenzione di potere di mercato. Le politiche pubbliche possono essere suddivise in due categorie:

  • Regolamentazione: caso in cui l’impresa detiene un potere di monopolio o quasi e le sue azioni (es. prezzo) sono direttamente supervisionate da un regolamentatore.
  • Antitrust o politica della concorrenza: tenta di impedire alle imprese di intraprendere azioni che aumentino il potere di mercato in modo pregiudizievole.

L'obiettivo di tali politiche è prevenire o rimediare alle situazioni in cui il potere di mercato raggiunge livelli eccessivi penalizzando la collettività e i consumatori. In alcuni paesi, oltre alle politiche di regolamentazione e antitrust, sono state adottate le politiche industriali cioè mirate a particolari imprese o gruppi di imprese. Le politiche di regolamentazione e antitrust cercano di promuovere la concorrenza, mentre la politica industriale cerca di rafforzare la posizione di mercato di un’impresa o di un settore, in particolare nei confronti di imprese estere.

La Scuola di Chicago ipotizza che in un mondo in cui vige la libera concorrenza, il potere di mercato non è mai particolarmente rilevante. Anzi, essa rovescia il nesso di causalità: non è la presenza di potere di mercato che giustifica l'intervento statale, ma è l'intervento pubblico che crea potere di mercato, proteggendo gli interessi delle imprese e non quelli dei consumatori.

Curva di domanda e surplus

La curva di domanda indica la quantità totale domandata dai consumatori in corrispondenza di un dato prezzo. La curva di domanda inversa misura la disponibilità a pagare per ciascuna unità del bene.

Il surplus del consumatore è la differenza fra la disponibilità a pagare e il prezzo realmente pagato per ogni unità acquistata. Il surplus del produttore è la differenza tra prezzo e costo marginale, ovvero il profitto. Il surplus totale, che misura l'efficienza allocativa, è pari alla somma del surplus del consumatore e del produttore. Il surplus totale rappresenta la creazione di valore che deriva dalla produzione e dallo scambio, cioè rappresenta il benessere economico creato nel settore industriale in esame.

Elasticità della domanda

L'elasticità della domanda è il rapporto fra la variazione percentuale della quantità domandata e la variazione percentuale del prezzo. Poiché la quantità domandata diminuisce quando il prezzo aumenta, e viceversa, si mette il segno meno prima del valore del rapporto in esame.

  • > 1 domanda elastica (consumatori molto sensibili a variazioni nei prezzi);
  • εd < 1 domanda anelastica;
  • εd = 0: domanda completamente rigida;
  • εd = infinito nel caso di concorrenza perfetta.

Il valore di εd non è costante lungo la curva di domanda.

Costi e decisioni economiche

La funzione di costo mostra i costi totali relativi agli input di cui l'impresa ha bisogno per produrre l'output q. Prendere decisioni significa confrontare costi e benefici. Una corretta stima dei costi è necessaria per potere compiere un'attenta analisi costi-benefici. I costi indicano il costo totale degli input che l’impresa deve pagare per produrre una certa quantità. Valutare quanto un’impresa sia efficiente nel trasformare gli input in output.

  • Costo fisso (FC): parte del costo che non dipende dal livello di output prodotto (es. costi legati al funzionamento dell’impianto, costi di pubblicità). Sono fissi solo nel breve periodo.
  • Costo variabile (VC): dipende dal livello di output prodotto e si annulla in corrispondenza di un output pari a zero.
  • Costo totale (TC): FC+VC (costi fissi + costi variabili).
  • Costo medio o unitario (AC): TC/q (è il costo totale diviso per il livello dell’output); è il dato chiave per decidere se produrre (se restare nel mercato).
  • Costo marginale (MC): è il costo di un’unità addizionale di output; è il dato chiave per decidere quanto produrre.

I costi opportunità devono essere presi in considerazione nelle decisioni economiche. È il beneficio che si sarebbe potuto trarre dall’impiego di quella risorsa nel miglior uso possibile alternativo. In questo caso si parla anche di costo imputato. Nei costi opportunità vanno misurati anche i costi degli input (capitale, manodopera, materie prime), ossia ciascun input deve essere pagato almeno quanto potrebbe rendere nel suo migliore utilizzo alternativo.

I costi irrecuperabili o costi sunk non devono essere presi in considerazione nell'analisi costi-benefici. È un costo sostenuto per acquisire un fattore produttivo che avrà un costo opportunità nullo. Il valore attuale dei profitti futuri attesi deve essere almeno pari al costo irrecuperabile di entrata. Tuttavia, una volta che l’impresa è entrata nel mercato, il costo irrecuperabile non ha più importanza (non va più considerato nelle decisioni economiche). Il costo irrecuperabile incide solo sulla decisione di entrata.

Decidere se un costo è recuperabile oppure no dipende dall’intervallo di tempo considerato. È importante distinguere tra la funzione dei costi medi di breve periodo (che esclude i costi che nel breve periodo sono irrecuperabili) e la funzione dei costi medi di lungo periodo (che include tutti i costi ricorrenti). Le decisioni economiche dovrebbero essere basate sul concetto di costo economico. Il costo economico differisce dall'effettivo esborso monetario poiché include i costi opportunità ed esclude le spese che corrispondono ai costi irrecuperabili.

La funzione di offerta dell’impresa (disponibilità a vendere) è data dalla funzione di costo marginale per valori di prezzo superiori al minimo del costo medio. Il concetto di profitto che stiamo utilizzando è quello di profitto economico (diverso da quello contabile) e implica che vi sono ricavi superiori all’ammontare necessario per pagare tutti gli input dell’impresa almeno quanto essi potrebbero ottenere in un impiego alternativo.

Economia di scala e produzione

Ci sono economia di scala (rendimenti di scala crescenti) se costo medio diminuisce al crescere dell'output. Ci sono rendimenti di scala costanti se il costo medio è costante. Ci sono diseconomia di scala (rendimenti di scala decrescenti) se costo medio cresce al crescere dell'output.

La scala minima efficiente (SME) rappresenta il livello di output più basso in corrispondenza del quale raggiunto il costo medio minimo. È un concetto collegato ai rendimenti di scala. Le economie di varietà si hanno quando il costo di produrre congiuntamente q1 unità del bene 1 e q2 unità del bene 2 è più basso del costo di produrle separatamente.

Massimizzazione del profitto

L’obiettivo principale dell’impresa è la massimizzazione del profitto, cioè la differenza tra i ricavi totali e i costi sostenuti esplicitamente e implicitamente (costi opportunità). La massimizzazione dei profitti implica che il ricavo marginale uguagli il costo marginale. Nei mercati concorrenziali le imprese sono price taker: se una sola impresa aumenta il prezzo, la sua domanda individuale sarà nulla; se invece lo diminuisce, la domanda aumenta in misura considerevole perché ora l'intera domanda di mercato sarà rivolta all'unica impresa che ha ridotto il prezzo.

Efficienza economica

L'efficienza economica può essere distinta in efficienza statica (allocativa e produttiva) ed efficienza dinamica. L'efficienza allocativa richiede che le risorse siano allocate nel modo più efficiente possibile. L'efficienza allocativa corrisponde alla massimizzazione del surplus totale. Di fatto, fino a che la curva di domanda (ossia la disponibilità a pagare) sta sopra la curva di costo marginale (la disponibilità a vendere), un aumento dell'output fa aumentare il surplus totale, migliorando l'efficienza allocativa. La piena efficienza allocativa è raggiunta in corrispondenza del punto in cui il costo marginale uguaglia la disponibilità a pagare.

L’efficienza produttiva richiede che l’output sia prodotto al minor costo possibile date le conoscenze tecnologiche disponibili. La bassa produttività può dipendere da un uso eccessivo di certi input e/o da combinazioni di fattori inappropriate. L’efficienza dinamica, miglioramento nel tempo dei prodotti e delle tecniche produttive. Diverse forme di mercato implicano livelli diversi di efficienza statica, ma anche di efficienza dinamica. Spesso c’è un conflitto tra efficienza statica e efficienza dinamica, poiché è difficile confrontare le inefficienze di natura statica (allocativa o produttiva) con quelle di natura dinamica. Queste difficoltà hanno indotto gli economisti industriali a prestare più attenzione all'efficienza statica che a quella dinamica. L'efficienza dinamica è difficile da misurare.

Giochi e strategie

Un gioco è un modello stilizzato che descrive situazioni di interazione strategica, dove il risultato ottenuto da un agente dipende non solo dalle sue azioni ma anche dalle azioni di altri agenti. L’elemento costitutivo della teoria dei giochi, pura ed applicata, è la nozione di gioco. Un gioco consiste in un insieme di giocatori (almeno 2), un insieme di regole (chi può far cosa e quando) e un insieme di funzioni di payoff (l'utilità che ogni giocatore ottiene in corrispondenza di ogni possibile combinazione di strategie).

Questa definizione di gioco esclude i giochi di pura fortuna (dato che non c’è strategia) e i giochi senza interazione strategica, cioè monopolio (vi è un solo giocatore) e concorrenza perfetta (le decisioni di un singolo agente non influenzano l’esito del mercato). Entrambi i giocatori del gioco scelgono le proprie strategie simultaneamente. Nella vita reale, è molto raro che gli agenti prendano decisioni esattamente nello stesso momento. L’idea è che, al momento di prendere le decisioni, nessun giocatore sappia quale sia la scelta dell'altro. In altre parole, è come se i giocatori scegliessero simultaneamente le proprie strategie.

La strategia ottimale per un giocatore è quella che massimizza il payoff data la previsione circa il comportamento degli altri giocatori; la strategia ottimale dipende dalle congetture del giocatore sulle scelte degli altri giocatori. I giocatori sono agenti che partecipano al gioco e assumono delle decisioni; il loro obiettivo è la massimizzazione del proprio payoff tramite la scelta delle azioni. Il playoff è l’esito del gioco (misurato in termini di utilità/profitto) per ogni strategia adottata dal giocatore. Nell’analisi di un gioco è importante verificare se i giocatori siano o meno razionali e verificare se i giocatori credono che gli altri giocatori siano razionali.

Strategia dominante: strategia strettamente migliore di ogni altra (in termini di payoff), indipendentemente dalle scelte strategiche dell’ altro giocatore (non sempre è possibile trovare un equilibrio in strategie dominanti).

Strategia dominata: strategia strettamente peggiore rispetto ad almeno un’altra strategia, per ogni possibile scelta degli altri giocatori.

Pareto-efficienza: situazione nella quale non è possibile migliorare la condizione di un individuo senza peggiorare quella di qualcun altro.

In equilibrio di Nash, la strategia di ogni giocatore è la miglior risposta alle strategie giocate dagli altri (nessun giocatore può unilateralmente aumentare il suo playoff cambiando la sua strategia). L’equilibrio di Nash è una coppia di strategie dalla quale nessun giocatore ha incentivo ad allontanarsi (a deviare) finché restano immutate le strategie di tutti gli altri giocatori. Ogni equilibrio in strategie dominanti costituisce un equilibrio di Nash, ma non è necessariamente vero il contrario.

L’equilibrio di Nash può non esistere, non è necessariamente unico, non è necessariamente efficiente. Ci sono giochi in cui esistono più equilibri di Nash, in questo caso non c’è modo per prevedere quale sarà il risultato del gioco: entrambi i giocatori vorrebbero coordinarsi, ma sono in disaccordo sul come coordinarsi. I giochi possono essere rappresentati in forma normale (matrice dei pagamenti) o in forma estesa (albero del gioco). Generalmente, i giochi a mosse simultanee sono rappresentati in forma normale, mentre i giochi sequenziali in forma estesa.

Giochi statici: le scelte dei giocatori sono simultanee e indipendenti e il gioco non viene ripetuto (es. modello di Cournot e Bertrand). In questo gioco, quindi, ogni giocatore muove una sola volta (one-shot game).

Giochi dinamici: i giocatori mettono in atto le proprie strategie in istanti di tempo successivi, dopo aver osservato la scelta di chi ha giocato precedentemente (es. modello di Stackelberg, strategie di deterrenza all’entrata). Una particolare classe è costituita dai giochi ripetuti in cui i giocatori giocano ripetutamente nel tempo lo stesso gioco statico (es. modello di Bertrand ripetuto, collusione).

La soluzione del gioco attraverso il principio dell’induzione all’indietro (backward induction) avviene individuando prima la strategia migliore per l’incumbent (giocatore 2) e poi, prevedendo come agirà il monopolista, si individua la strategia migliore per il potenziale entrante (giocatore 1).

Gioco ripetuto: è un gioco statico ripetuto un certo numero di volte. Se la ripetizione avviene un numero finito di volte, allora siamo in presenza di un gioco ripetuto finito; diversamente, siamo in presenza di un gioco ripetuto infinito.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher help_yoUniversity di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi della Campania "Luigi Vanvitelli" o del prof Basile Roberto Giovanni.
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