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Appunti di Economia Industriale

Appunti dal libro "Cabral L., Economia Industriale, Carocci". Gli argomenti sono i seguenti:
1. Introduzione all’economia industriale e richiami di microeconomia
2. Introduzione alla teoria dei giochi
3. Monopolio e regolamentazione
4. Concorrenza perfetta e monopolistica
5. Oligopolio: modelli di Bertrand e di Cournot
6. Collusione
7. Struttura e potere di mercato
8.... Vedi di più

Esame di Economia industriale docente Prof. R. Basile

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ESTRATTO DOCUMENTO

Il monopolio puro è la situazione in cui un'impresa detiene una quota di mercato del 100%. I casi di monopolio puro

sono rari.

Un'impresa dominante viene cosi definita quando detiene dal 50% al 100% del mercato e non ha rivali di un certo peso.

Un monopolista dovrebbe fissare un margine di profitto unitario tanto più grande quanto più piccola è l'elasticità della

domanda rispetto a1 prezzo.

I1 grado di potere di monopolio, definito come la capacità di vendere ad un prezzo superiore a1 costo unitario, è molto

più basso dove la domanda è più elastica. Quindi, il grado di potere di mercato del monopolio è inversamente correlato

all'elasticità della domanda.

Le politiche pubbliche tengono conto della distinzione fra un’elevata quota di mercato e la detenzione di potere di

monopolio. In Europa, I'art. 82 del Trattato di Roma stabilisce che una posizione dominante non è illegale di per sé,

ovvero, non è illegale il fatto di possedere un’elevata quota di mercato. Ciò che viola il Trattato di Roma è l'abuso della

posizione dominante, cioè lo sfruttamento del potere monopolistico.

Monopolio delle risorse: barriere all’entrata derivanti dal controllo su input fondamentali (es. materie prime).

Monopolio legale: barriere legali (licenze governative o appalti, brevetti).

Monopolio naturale: economie di scala elevate rispetto alle condizioni di domanda. La struttura dei costi è tale per cui i

costi nell’industria sono minimizzati con un solo produttore. In questi casi, la regolamentazione diretta del monopolista

(o dell'impresa dominante) può essere la soluzione ottimale.

Nascono dalla presenza di elevati costi fissi necessari per intraprendere l’attività (es. telefono, gas, acqua, elettricità). Il

fatto che l’impresa possa o meno operare in condizioni di monopolio naturale dipende dall’ampiezza del mercato, ovvero

dalla collocazione della curva di domanda sul piano.

Intervento pubblico:

- Impresa pubblica: la produzione del bene viene affidata ad un’impresa pubblica, con obiettivi diversi rispetto al

monopolista privato, massimizzazione del benessere collettivo invece che massimizzazione del profitto.

- Normativa Antitrust: stimolo della concorrenza e controllo sulle imprese con “posizioni dominanti” su un mercato.

- Regolamentazione: l’impresa è privata, ma un’autorità pubblica decide il prezzo.

Prezzo politico: prezzo = costo marginale => sussidio Siccome l’impresa produrrebbe in perdita, lo stato deve coprire

Massima efficienza allocativa (soluzione di first best).

tale perdita attraverso un sussidio, ricorrendo alla tassazione in qualche altro settore dell’economia.

La possibilità di effettuare trasferimenti dal regolamentatore alle imprese regolamentate, conferisce al primo una

notevole discrezionalità e apre le porte alla possibilità della regulatory capture (cattura dei regolamentatori). Per

regulatory capture intendiamo la situazione in cui le imprese investono risorse per influenzare le decisioni del

regolamentatore, al punto che queste ultime finiscono per massimizzare il profitto delle imprese regolamentate più che il

benessere sociale.

Prezzo pubblico: prezzo = costo medio

Minimizzazione della perdita di benessere (E) dato il vincolo di profitti non negativi per l’impresa (soluzione di second

best). Copertura dei costi senza necessità di sussidi (disincentivo a ridurre i costi).

Nell’average cost pricing l'impresa è forzata a fissare il prezzo più basso compatibilmente col vincolo di fare profitti

non negativi, ovvero prezzo uguale al costo medio.

Il prezzo di monopolio porta a inefficienze allocative. Il prezzo fissato dal monopolista è più alto del costo

marginale, o meglio, l'output fissato dal monopolista è inferiore rispetto all'output ottimale; un aumento dell'output

farebbe aumentare il benessere sociale, poiché la disponibilità marginale a pagare è più grande del costo marginale.

I prezzi sono fissati in modo da consentire all’impresa un tasso di rendimento “equo” sul capitale investito (ROR -

Rate Of Return regulation). Questo tipo di regolamentazione dà all'impresa pochi incentivi a ridurre i costi. In effetti, se

l'impresa riduce i costi il prezzo fissato ex-post dal regolamentatore sarà abbassato, lasciando all'impresa lo stesso tasso

di rendimento. In pratica, fra il momento in cui l'impresa riduce i suoi costi e quello in cui entra in vigore il nuovo prezzo

che potrebbe procurare all'impresa un guadagno

regolamentato c'è un ritardo temporale (ritardo di regolamentazione)

transitorio.

La regolamentazione del tasso di rendimento è un meccanismo incentivante a bassa potenza: il prezzo varia nella stessa

esatta misura in cui varia il costo e questo minimizza gli incentivi a ridurre il costo.

Un meccanismo incentivante ad alta potenza è il price cap, che è un meccanismo per mezzo del quale il prezzo è fissato

in anticipo dal regolamentatore per un certo numero di anni e non cambia, anche se il costo cambia. Questo meccanismo

fornisce il massimo incentivo alla riduzione del costo perché in tal caso l’impresa riuscirà ad aumentare i profitti.

Un problema relativo al price cap è che ha scarsi incentivi ad aumentare la qualità dei beni o dei servizi offerti.

L'impresa regolamentata, che non può aumentare il prezzo, può avere un incentivo a ridurre la qualità.

La concorrenza è lo strumento migliore per ristabilire l'efficienza allocativa da cui il monopolio, con i suoi prezzi elevati,

tende ad allontanarci. La regolamentazione, a sua volta, è la migliore alternativa quando, a causa della presenza di

condizioni di monopolio naturale, la concorrenza non è possibile.

Monopolio naturale e mezzi di produzione essenziale (essential facility): possono esistere diverse fasi del processo di

produzione.

Le condizioni di monopolio naturale potrebbero riguardare soltanto una delle fasi della produzione. Il monopolio

naturale riguarda la rete di trasmissione e di distribuzione: si dice che la rete è un mezzo di produzione essenziale

(“essential facility”).

In questi casi il monopolista (a monte o a valle) rappresenta un collo di bottiglia.

La soluzione sarebbe obbligare l’impresa monopolista a monte, a uscire dal mercato a valle (regolamentazione

dell’accesso ai mezzi di produzione essenziali) per favorire la concorrenza nelle altri fasi della produzione.

Un’alternativa consiste nel permettere all’impresa a monte di competere a valle, impedendole però di discriminare nei

confronti dei suoi concorrenti a valle (nella maggior parte dei paesi europei questa è stata la soluzione scelta nel caso

delle telecomunicazioni).

Altre soluzioni “tradizionali” per cercare di evitare gli “inconvenienti” associati al prezzo politico (erogazione sussidi) e

al prezzo pubblico (disincentivo a ridurre i costi) sono:

- Tariffe discriminate: i consumatori potrebbero avere una diversa disponibilità a pagare per il bene:

• p=AC per i consumatori con disponibilità più elevata;

• p=MC per i consumatori con disponibilità più bassa.

Il regolatore ha la possibilità di riconoscere i due tipi di consumatori.

Impossibilità di arbitraggio (cioè di scambio dei beni tra tipi diversi di consumatori).

- Tariffe non lineari o in due parti : onere fisso (per la copertura dei costi fissi) + parte variabile (in base ai consumi).

A differenze delle tariffe discriminate, tutti i consumatori partecipano alla copertura degli oneri fissi.

- Tariffe peak-load: alcuni servizi (non “immagazzinabili”) hanno una domanda molto variabile nel corso della giornata

(es. trasporti, telefonia, energia elettrica). Il termine peak load indica l’ammontare di energia elettrica (potenza) nel

momento della giornata in cui la richiesta è massima. Sono tariffe discriminate a seconda del periodo in cui avviene il

consumo (tariffe più alte quando la domanda è più elevata).

CONCORRENZA PERFETTA (O QUASI PERFETTA)

Il modello di concorrenza perfetta è basato su cinque ipotesi fondamentali:

1. ipotesi di atomicità, cioè che nel mercato ci sono molti offerenti, ciascuno dei quali è cosi piccolo che il suo

comportamento non ha un impatto significativo su quello degli altri.

2. ipotesi di omogeneità del prodotto, cioè che il prodotto offerto da diverse imprese è lo stesso.

3. ipotesi di informazione perfetta, cioè tutti gli agenti (imprese e consumatori) conoscono i prezzi fissati da tutte le

imprese.

4. ipotesi di simmetria tecnologica, cioè tutte le imprese hanno accesso alle stesse tecnologie produttive.

5. ipotesi di libertà di entrata, cioè che qualunque impresa può entrare o uscire dal mercato liberamente.

Assumiamo che l'obiettivo di ciascuna impresa sia la massimizzazione del profitto, il che implica che in equilibrio il

ricavo marginale sia uguale al costo marginale. Tuttavia, in un mercato perfettamente concorrenziale, il ricavo marginale

è uguale al prezzo (p = MC).

Tuttavia in condizioni di concorrenza perfetta questa uguaglianza vale solo approssimativamente. Se l'impresa fissa un

prezzo superiore a quello fissato dalle altre imprese, le sue vendite saranno pari a zero. Se fissa un prezzo inferiore a

quello fissato dalle altre imprese, allora tutti i consumatori si rivolgeranno a lei, ma la domanda totale del mercato pub

essere grande in confronto alla capacita produttiva dell'impresa.

Questo significa che quando un'impresa riduce il prezzo da un livello un po’ più alto di quello delle altre imprese ad un

livello un po’ più basso, la sua domanda passa da zero a "infinito". Per effetto delle ipotesi immaginiamo che la domanda

fronteggiata da ciascuna impresa sia orizzontale e che ciascuna impresa sia price taker.

La concorrenza perfetta implica il raggiungimento dell'efficienza allocativa in senso statico, cioè dato l’insieme delle

tecnologie produttive disponibili.

Riguardo alla distribuzione della dimensione delle imprese, il modello di concorrenza perfetta, a seconda delle ipotesi

che si fanno sulla tecnologia, può condurre a predizioni estreme oppure può dirci molto poco. Assumendo funzioni di

costo a forma di U a livello di impianto, tutti gli impianti devono avere la stessa dimensione nel lungo periodo.

Se i costi manageriali che si devono sostenere per gestire simultaneamente più di un impianto sono positivi, allora

ciascuna impresa controllerà un solo impianto e quindi tutte le imprese saranno della stessa dimensione. Ma se, al

contrario, i costi manageriali sono nulli, allora esiste un numero infinito di possibili configurazioni del mercato, tutte

coerenti con le ipotesi del modello.

L'evidenza empirica è la visione del modo in cui evolve nel tempo un mercato perfettamente concorrenziale. L’evidenza

empirica è disponibile sui mercati in cui sono presenti "molte" imprese piccole. In primo luogo si osserva che alcune

imprese entrano e contemporaneamente altre escono dallo stesso mercato. In secondo luogo, molte imprese ottengono

livelli di extra profitto positivi anche nel lungo periodo. In terzo luogo, la distribuzione della dimensione delle imprese

mostra diverse regolarità empiriche e non è concentrata su un singolo punto.

Nella selezione competitiva manteniamo le ipotesi che:

1. le imprese sono price taker; 2. il prodotto è omogeneo; 3. l'informazione sui prezzi è perfetta; 4. le imprese devono

sostenere un costo irrecuperabile per entrare nel Mercato (costi di entrata); 5. non tutte le imprese hanno accesso alla

stessa tecnologia (asimmetria tecnologica).

In particolare, supponiamo che diverse imprese abbiano diversi gradi di efficienza, il che si traduce in diverse funzioni di

costo: le imprese più efficienti hanno una curva di costo marginale più spostata verso il basso. Queste differenze possono

essere il risultato di diversi fattori. Per esempio, alcuni manager possono organizzare i fattori produttivi in modo più

efficiente di altri.

Si supponga inoltre che ciascuna impresa sia incerta relativamente a1 proprio livello di efficienza. Quando un'impresa

entra per la prima volta in un dato mercato, ha soltanto un’idea vaga del suo livello di incertezza.

L'introduzione nel modello di concorrenza perfetta delle ipotesi di eterogeneità tra le imprese e incertezza relativa ai

costi può spiegare le osservazioni empiriche che riguardano:

- il fatto che entrata e uscita si verifichino simultaneamente nello stesso mercato;

- la minore dimensione degli entranti e delle imprese che escono rispetto a quella delle imprese che rimangono sul

mercato.

L'equilibrio nel modello di selezione competitiva è efficiente.

I1 modello di concorrenza monopolistica assume che ci sia un grande numero di imprese, in modo tale che l'impatto di

ciascuna impresa sui suoi concorrenti sia trascurabile (proprio come nel modello di concorrenza perfetta). Tuttavia, a

causa della differenziazione dei prodotti, la curva di domanda fronteggiata da ciascuna impresa non è orizzontale, in

quanto ogni impresa è price maker, non price taker. Infine, come nel modello di concorrenza perfetta, assumiamo che ci

sia libertà di entrata e uscita e libertà di accesso a tutte le tecnologie correnti.

In breve, il modello di concorrenza monopolistica conserva tutte le ipotesi del modello di concorrenza perfetta ad

eccezione di quella di omogeneità del prodotto.

I profitti di lungo periodo in concorrenza monopolistica sono nulli, ma le imprese non producono nel punto di minimo

della curva dei costi medi. I profitti nulli non implicano necessariamente l'efficienza.

Teorema della capacità produttiva inutilizzata: dato che la curva AC è decrescente in corrispondenza del volume di

produzione di equilibro di ogni singola impresa, AC potrebbe essere più basso per l’intera industria se la stessa quantità

complessiva venisse prodotta da un numero minore di imprese; cioè se il volume di produzione di ogni singola impresa

fosse maggiore

Aumentando la produzione, il surplus totale aumenterebbe. Come in monopolio, la percentuale di surplus totale creato

dall’introduzione di una varietà e catturata dall’impresa è tanto più grande quanto più elastica è la domanda.

Questo teorema non tiene conto della love for variety (la varietà ha un valore).

CONCORRENZA OLIGOPOLISTICA

Normalmente osserviamo mercati in cui il numero delle imprese è maggiore di uno, ma inferiore a quel "numero molto

grande” che di solito si assume nel modello di concorrenza perfetta. La situazione in cui ci sono pochi concorrenti è

indicata col termine oligopolio (il termine duopolio si riferisce al caso in cui il numero dei concorrenti è due).

Modello di Bertrand

La decisione strategica più importante che ciascuna impresa deve prendere è quella relativa al prezzo. Le vendite di

ciascuna impresa dipendono dal suo prezzo. Inoltre, quando il numero delle imprese è basso, la domanda di ciascuna

impresa dipende anche dai prezzi fissati dalle imprese concorrenti.

I1 modello di Bertrand considera due imprese che operano in un mercato in cui viene prodotto un bene omogeneo e

assume che le imprese decidano i rispettivi prezzi simultaneamente. Poiché i prodotti dei duopolisti sono perfetti sostituti

(il prodotto è

omogeneo), tutta la domanda si rivolgerà all'impresa che fissa il prezzo più basso.

Se il prezzo dell’impresa 1 è maggiore di quello dell’impresa 2, la domanda sarà pari a zero (nulla).

Se il prezzo dell’impresa 1 è minore di quello dell’impresa 2, la domanda sarà pari a D (tutta la domanda di mercato).

Se il prezzo dell’impresa 1 è uguale a quello dell’impresa 2, la domanda sarà pari a ½ D (metà della domanda di

mercato).

Con concorrenza di prezzo, prodotto omogeneo e costi marginali costanti e uguali per tutte le imprese (concorrenza da

Bertrand), le imprese fissano il prezzo in corrispondenza del livello del costo marginale.

L’equilibrio del duopolio di Bertrand implica quindi p = MC.

Entrambe le imprese fanno profitti nulli (payoff=0). Nessuna delle due imprese può aumentare i profitti cambiando

unilateralmente il prezzo.

Se p > c , ci sarebbe sempre incentivo per le imprese ad abbassare il prezzo per accaparrarsi l’intero mercato.

Questo risultato è noto come “paradosso di Bertrand”: bastano due imprese su un mercato per replicare il risultato

della concorrenza perfetta.

Per “sfuggire” al paradosso di Bertrand ci sono 3 strategie a disposizione per l’impresa:

riducendo il prezzo al di sotto di quello del rivale, nel modello di Bertrand un duopolista

- vincoli di capacità produttiva:

ottiene l'intera domanda di mercato. Ma se non ha una capacita produttiva sufficiente a soddisfare tutta questa domanda

non potrà trarne beneficio. In altre parole, un'ipotesi importante del modello di Bertrand è che le imprese non siano

soggette a vincoli di capacita produttiva.

i1 modello di Bertrand assume che entrambe le imprese vendano lo stesso prodotto. Però,

- differenziazione del prodotto:

se le imprese vendono prodotti differenziati, allora la concorrenza nei prezzi non spinge i prezzi al livello del costo

marginale, come nel modello di Bertrand. In effetti, riducendo il proprio prezzo leggermente al di sotto di quello del

rivale, un'impresa non potrà ottenere l'intera domanda di mercato come nel modello di Bertrand.

- collusione (concorrenza dinamica): i1 modello di Bertrand ipotizza che le imprese competano soltanto in un periodo,

cioè il prezzo è scelto una volta per tutte. Una delle possibili conseguenze cui si può andare incontro praticando un

prezzo un po' più basso di quello del proprio concorrente è che quest'ultimo reagisca riducendo a sua volta il proprio

prezzo e in questa maniera si potrebbe dare inizio ad una guerra di prezzo. In questo caso, la politica di ridurre il prezzo

al di sotto di quello del concorrente non garantirebbe all'impresa il risultato di ottenere l'intera domanda di mercato,

tranne forse che nel breve periodo.

Modello di Cournot

Supponiamo che le decisioni relative al livello di produzione siano prese dalle imprese simultaneamente prima di fissare

i prezzi.

Il gioco in cui le imprese scelgono simultaneamente il proprio livello di produzione è il modello di Cournot.

Supponiamo che ci siano due imprese, in un mercato in cui viene prodotto un bene omogeneo. Supponiamo che le

imprese fissino simultaneamente le quantità che desiderano produrre. I1 prezzo di mercato è poi fissato al livello tale che

la domanda uguagli la quantità prodotta da entrambe le imprese.

Nel modello di Cournot, l'output di duopolio è maggiore dell'output di monopolio ma minore di quello di concorrenza

perfetta; corrispondentemente, il prezzo di duopolio è minore del prezzo di monopolio ma maggiore del prezzo di

concorrenza perfetta.

Bertrand e Cournot a confronto

I due modelli di duopolio, per quanto basati su ipotesi simili, raggiungono conclusioni diverse: il modello di Cournot

implica che il prezzo di duopolio sia minore del prezzo di monopolio ma maggiore del prezzo di concorrenza perfetta,

mentre il modello di Bertrand implica che con due sole imprese il prezzo viene spinto al livello di concorrenza perfetta.

L’unica ipotesi diversa è la variabile su cui le imprese competono: quantità o prezzo.

quando è costoso modificare il livello di produzione o la capacità produttiva. In Cournot, le imprese

Modello di Cournot,

hanno profitti positivi e il livello dei profitti è negativamente correlato con il numero delle imprese presenti sul mercato.

Le imprese scelgono prima la capacità e poi il prezzo poiché le scelte relative alla capacità produttiva (variabile di lungo

periodo) sono più difficili da modificare, a causa delle elevate barriere all’entrata, di quelle relative ai prezzi (variabile di

breve periodo). quando capacità produttiva e livello di output possono essere modificati facilmente. In Bertrand, le

Modello di Bertrand,

imprese hanno profitti nulli anche quando ci sono solo due imprese. Le imprese scelgono prima il prezzo e poi il livello

di produzione poiché le scelte relative alla capacità produttiva (variabile di breve periodo) sono più facili da modificare,

grazie ad una struttura produttiva flessibile, di quelle relative ai prezzi (variabile di lungo periodo). Le imprese decidono

simultaneamente il proprio prezzo e servono la domanda che ad esse si rivolge dati i prezzi fissati pertanto si assume

implicitamente che le imprese producono esattamente ciò che viene domandato (l’output si adegua alla quantità

domandata in corrispondenza dei prezzi fissati).

Statistica comparata

Una volta che abbiamo sviluppato un modello, possiamo usarlo per studiare come l'equilibrio del mercato si modifica al

variare di una serie di variabili esogene, come per esempio il prezzo di un fattore di produzione o quello di un prodotto

sostituto.

Questo tipo di analisi è noto come analisi di statica comparata: permette di confrontare equilibri diversi a cui

conducono i modelli di Cournot e Bertrand supponendo che vi sia una variazione in qualche dato fondamentale del

modello.

Il termine "statica" significa che non ci chiediamo in che modo si passa da un equilibrio all'altro ma che cosa succederà

dopo che il mercato ha avuto il tempo di aggiustarsi e raggiungere il nuovo equilibrio.

Modello di Stackelberg

Se le imprese non scelgono simultaneamente, il risultato ottenuto da Cournot cambia. Chi sceglie per primo (“leader”, L)

ha un vantaggio informativo rispetto a chi sceglie dopo (“follower”, F).

Il gioco si svolgerà con l’induzione all’indietro, quindi sarà calcolata prima la funzione di reazione di F, in questo modo

L sceglierà per primo sapendo con anticipo F cosa sceglierà.

COLLUSIONE

In tutti i modelli di oligopolio i profitti totali in equilibrio sono minori dei profitti di monopolio. Questa diminuzione dei

profitti totali è il risultato di una esternalità che è caratteristica del processo di concorrenza imperfetta.

E’ pertanto naturale che le imprese cerchino di raggiungere accordi con l’obiettivo di accrescere il proprio potere di

mercato. In realtà, è possibile trovare soluzioni alternative tali che tutte le imprese stiano meglio (normalmente a spese

dei consumatori). Questo tipo di comportamento è la collusione.

Il comportamento collusivo è una strategia che consente alle imprese partecipanti ad un mercato di praticare prezzi

superiori ad un livello competitivo utilizzato come parametro di riferimento.

Il comportamento collusivo non deve necessariamente essere basato su accordi pubblici e formalizzati. Spesso la

collusione è il risultato di accordi segreti, anche perché questi accordi sono illegali.

Alcuni cartelli come l’OPEC sono espliciti in quanto non esiste un’autorità sovranazionale che impedisca l’accordo. Ma

non esiste neanche un’autorità sovranazionale che faccia rispettare l’accordo.

E’ tanto più probabile che in equilibrio si osservi collusione di prezzo quanto maggiore è la frequenza con cui le

imprese interagiscono e quanto maggiori sono la probabilità di continuazione e il tasso di crescita del mercato.

Fattori che ostacolano la collusione. Le aziende non colludono più spesso perché:

- autorità antitrust: la politica antitrust è un vincolo effettivo ai comportamenti delle imprese. Gli accordi di cartello

espliciti e gli accordi collusivi taciti sono illegali.

- rischio di uscire dal mercato.

- rinegoziazione: credibilità della minaccia di “guerra di prezzi” infinita.

- informazione imperfetta: non sempre i prezzi sono osservati con precisione. In un mondo in cui i prezzi sono

osservabili imperfettamente, si deve considerare la possibilità di riduzioni segrete del prezzo.

Fattori che facilitano la stabilità dell’accordo collusivo.

- tasso di interesse: minore è r, maggiore sarà il fattore di sconto e quindi maggiore sarà la possibilità di avere un accordo

stabile.

- elevato tasso di crescita della domanda di mercato: se ci si attende una crescita della domanda, ci si attende anche una

crescita dei profitti in futuro; aumenta il peso dei profitti futuri (cioè il fattore di sconto) e aumenta la possibilità che

l’accordo collusivo sia stabile.

- basso rischio di scomparsa dell’impresa: se il mercato è molto dinamico, c’è il rischio che altre imprese entrino sul

mercato con innovazioni che spiazzano le imprese già presenti. In questo caso il rischio di uscita dal mercato diminuisce

il valore dei profitti futuri rispetto a quelli presenti e quindi diminuisce la stabilità di un accordo collusivo.

- frequenza con cui le imprese interagiscono: maggiore è la frequenza con cui le imprese interagiscono maggiore è la

possibilità di avere un equilibrio di collusione. Tanto più rari sono gli ordini, quanto più tempo sarà necessario per punire

un’impresa che devia dall’accordo di cartello. Ciò renderà più attraente la possibilità di deviare dall’accordo.

- concorrenza su più mercati: le imprese che competono tra di loro in diversi mercati hanno una maggiore propensione a

colludere quando esse hanno quote di mercato asimmetriche nei diversi mercati in cui competono.

- struttura di mercato: è più facile colludere se le imprese sono poco numerose e simmetriche. Basse barriere all’entrata

minano la collusione anche nel caso in cui chi entra partecipi al cartello: un aumento del numero dei membri rende il

cartello più difficile da mantenere. E’ più facile colludere se le imprese producono beni omogenei o poco differenziati.

- fattori istituzionali: regolamentazione, severità dell’autorità antitrust, ecc..

- ritorsione: se la ritorsione è più severa, l’accordo collusivo sarà più stabile.

Guerre di prezzo

Se le riduzioni di prezzo sono difficili da osservare, dora possono essere necessarie guerre di prezzo temporanee per

disciplinare un accordo collusivo.

La dimensione dinamica aumenta il grado di realismo dei modelli di concorrenza oligopolistica.

Osservazioni empiriche: anche quando c’è un accordo collusivo, i prezzi tendono a oscillare nel tempo (fluttuazione dei

prezzi) fra livelli alti e livelli bassi: vi sono periodi in cui l’accordo viene effettivamente rispettato e altri in cui le

imprese sono invece coinvolte in guerre di prezzo.

1. Contesto di informazione imperfetta e possibilità di “riduzioni segrete”: è difficile per un’impresa controllare il

rispetto degli accordi collusivi. Anche se si verificano guerre di prezzo, in equilibrio le imprese non deviano mai

dall'accordo collusivo. Se le riduzioni di prezzo sono difficili da osservare, allora possono essere necessarie guerre di

prezzo temporanee per disciplinare un accordo collusivo. La riduzione delle vendite di un’impresa i possono dipendere

2. Fluttuazioni di domanda non perfettamente osservate.

da:

- condizioni negative del mercato

- deviazioni dell’impresa concorrente (j) dall’accordo collusivo;

• se l’impresa i non punisce mai j, j ne approfitta per attuare sistematiche deviazioni (strategia non di equilibrio);

• se l’impresa i punisce sempre j, nasce una guerra di prezzi senza che vi sia stata una deviazione iniziale dall’accordo

collusivo (strategia non di equilibrio);

• soluzione intermedia: ogni volta che un’impresa osserva una riduzione delle proprie vendite inizia una guerra di prezzo

per un numero finito di periodi; poi si torna alla collusione (equilibrio con fasi di collusione alternate a guerre di prezzo)

(necessarie per disciplinare l’accordo collusivo).

3. Fluttuazioni della domanda osservabili: se la domanda aumenta di conseguenza anche i vantaggi della deviazione

aumentano. Si ha la necessità di diminuire i prezzi quando la domanda è alta al fine di diminuire i vantaggi della

deviazione e permettere il raggiungimento dell’equilibrio di collusione.

4. Shock asimmetrici: presenza di qualche asimmetria fra imprese che scatena in modo unilaterale la guerra di prezzo.

Legislazione Antitrust

In quasi tutti i paesi sviluppati le intese sui prezzi sono vietate dalla Legislazione Antitrust al fine di promuovere

concorrenza e tutelare il consumatore:

- Stati Uniti (Sherman Act - 1890), furono il primo Paese a dotarsi di una legislazione antitrust.

- Europa (art. 81 del Trattato di Roma - 1957).

- Italia (AGCM - legge 287/10 Ottobre 1990), ricalca esattamente, su questo punto, il Trattato di Roma.

In Europa il divieto è formulato dall’art. 81 Trattato di Roma: “sono vietate le intese che hanno per oggetto o per effetto

di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale o in

una sua parte rilevante: fissare direttamente o indirettamente i prezzi d'acquisto o di vendita ovvero altre condizioni

contrattuali; impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi a1 mercato, gli investimenti, lo sviluppo tecnico

o il progresso tecnologico; ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento”.

L’applicazione della normativa Antitrust in Italia è affidata all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

(AGCM) ed è tra le più rigorose in Europa.

Collusione esplicita: accordi (segreti) sui prezzi, ripartizione quote di mercato (vietata da normativa Antitrust).

Collusione tacita: equilibrio collusivo “naturale”, cioè derivante dalla razionale valutazione svolta da ciascun operatore

in modo indipendente (condotta lecita dal punto di vista dell’Autorità Antitrust). La collusione tacita non è vietata.

La differenza è puramente di tipo giuridico e non rileva ai fini del risultato economico (potere di mercato).

Affinché si possa configurare un intervento dell’AGCM, questa deve dimostrare l’esistenza di un’intesa tra le imprese,

deve quindi necessariamente basarsi su elementi verificabili.

STRUTTURA E POTERE DI MERCATO

Cosa succede in un modello alla Cournot con n imprese, se n tende all’infinito? L'output di equilibrio di ciascuna

impresa diminuisce al crescere del numero delle imprese. Quando il numero delle imprese tende all'infinito, l'output

totale converge a1 valore di concorrenza perfetta.

In termini di efficienza allocativa, è stato stimato che, affinché l’equilibrio del modello di Cournot sia molto vicino a

quello di concorrenza perfetta,non è necessario che n sia particolarmente grande

Per misurare il potere di mercato viene usato l’indice di Lerner che è la media ponderata dei margini di profitto di

ciascuna impresa, dove i pesi sono rappresentati dalle rispettive quote di mercato. Se tutte le imprese hanno gli stessi

costi marginali, allora l’indice di Lerner si riduce al margine di profitto (uguale per tutti) delle imprese.

Per misurare la concentrazione invece possono essere usati i coefficienti C , che sono la somma delle quote di mercato

m

delle m imprese più grandi. Una misura alternativa è l’indice di Herfindahl. Questo fornisce una misura del grado di

concentrazione

migliore rispetto agli indici C . E’ più difficile da calcolare: richiede che si conoscano le quote di mercato di tutte le

m richiede la conoscenza delle sole quote di mercato delle quattro imprese più grandi.

imprese, mentre per esempio C 4

Il paradigma struttura-condotta-risultato (SCR) fornisce un metodo per l'analisi di ciascun singolo mercato. Il

mercato è caratterizzato dalla sua struttura (per esempio, il livello di concentrazione), la condotta (cioè il comportamento

delle imprese che operano in esso) e il risultato (potere di mercato, efficienza allocativa e cosi via). Inoltre, il paradigma

SCR presuppone che ci sia una relazione causale tra la struttura, la condotta e il risultato: la struttura influenza la

condotta; la struttura e la condotta assieme influenzano il risultato.

Il grado di potere di mercato dipende da tre fattori: l'elasticità della domanda, la concentrazione e il grado di collusione.

LA DISCRIMINAZIONE DI PREZZO

La discriminazione di prezzo si ha quando lo stesso bene è venduto a prezzi diversi senza che la differenza di prezzo

rifletta una differenza nel costo di produzione. La discriminazione di prezzo è possibile solo in assenza di mercati

secondari.

Per verificare se si è o meno in presenza di discriminazione di prezzo, si può controllare se il rapporto tra i prezzi

prevalenti nei vari mercati è diverso dal rapporto tra i rispettivi costi marginali.

In un mercato perfettamente competitivo vige la legge del prezzo unico, cioè non possono esserci due prezzi diversi per

lo stesso bene. Se ci fossero due prezzi diversi, un agente potrebbe acquistare al prezzo basso e rivendere a quello alto

(arbitraggio).

Circostanze che nella realtà giustificano la presenza di discriminazione di prezzo:

- informazione imperfetta (gli operatori non sono perfettamente informati circa le differenze di prezzo);

- costi di transazione elevati: non è più conveniente l’attività di arbitraggio;

- rivendita illegale o fisicamente impossibile (es. servizi).

Tipologie di discriminazione di prezzo

Ci sono diversi modi di praticare la discriminazione di prezzo, per cui può essere utile una classificazione. La

classificazione più significativa è quella basata sulle informazioni di cui dispongono le imprese circa le preferenze dei

consumatori, cioè circa la loro disponibilità a pagare:

- 1° grado (discriminazione perfetta);

- 2° grado (ventaglio di offerte e autoselezione; prezzi non lineari);

- 3° grado (segmentazione del mercato).

Discriminazione di 1° grado: il venditore fissa prezzi diversi per ogni acquirente e per ogni unità di bene acquistata, in

modo da estrarre tutto il surplus del consumatore.

La discriminazione di 1° grado è anche conosciuta come discriminazione perfetta; in pratica è poco frequente perché

richiede un’informazione perfetta sulla disponibilità a pagare degli individui (es. vendita di navi e aeroplani,

consulenze).

Discriminazione di 2° grado: le imprese hanno informazioni sulle preferenze dei consumatori, ma non sono in grado di

osservarle individualmente (autoselezione dei consumatori).

Si parla di discriminazione di 2° grado anche quando il prezzo dipende dalla quantità acquistata, ma non dall’identità dei

consumatori (prezzi non lineari). Comunque si tratta sempre di autoselezione del consumatore.

Una tariffa in due parti è un caso di prezzi non lineari e consiste in: una parte fissa positiva, f, che ogni consumatore

deve pagare indipendentemente dalla quantità acquistata; una parte variabile, p, che è proporzionale alla quantità

acquistata.

Il prezzo unitario diminuisce all’aumentare della quantità acquistata.

Discriminazione di 3° grado (group pricing): il venditore divide gli acquirenti in gruppi, fissando un prezzo diverso per

ogni gruppo (segmentazione del mercato).

Possibili segmentazioni:

- localizzazione geografica (pricing to market o discriminazione spaziale dei prezzi);

- età (es. sconti agli anziani);

- occupazione (es. sconti agli studenti).

In regime di discriminazione di prezzo di 3° grado, un venditore dovrebbe praticare un prezzo più basso in quei segmenti

di mercato in cui la domanda è più elastica.

Altre forme di autoselezione dei consumatori:

offerta di diverse combinazioni qualità-prezzo tale da indurre i consumatori ad autoselezionarsi in

- classi di prodotti:

base alla loro disponibilità a pagare. Una diversa qualità può implicare costi diversi di produzione, ma esistono casi

estremi in cui l’impresa deve addirittura sostenere un costo addizionale per abbassare la qualità, cioè le imprese

peggiorano volutamente il prodotto al fine di realizzare una discriminazione fra consumatori.

- vendite collegate (o budling):

bundling puro: i consumatori possono acquistare i prodotti solo congiuntamente, quindi possono acquistare l’intero

pacchetto o niente;

bundling misto: i consumatori possono scegliere se acquistare l’intero pacchetto o ciascuna delle sue componenti

separatamente.

- beni durevoli: l’elemento essenziale nella decisione di acquisto è il “quando”. Le strategie di prezzo relative ai beni

durevoli consentono di effettuare una discriminazione di prezzo lungo un’altra dimensione, quella temporale. Praticando

oggi prezzi diversi da quelli futuri, un monopolista può riuscire a vendere ai consumatori con alta disponibilità a pagare a

un prezzo elevato e ai consumatori con bassa disponibilità a pagare a un prezzo più basso.

Un’impresa che offre beni durevoli può impegnarsi a non realizzare una discriminazione di prezzo intertemporale. A

causa dei rinvii strategici degli acquisti da parte dei consumatori, con discriminazione di prezzo i profitti possono essere

più bassi.

L’impresa per sfuggire a questa “trappola” può impegnarsi a non ridurre i prezzi in futuro.

Discriminazione di prezzo e intervento dell’Autorità Antitrust.

I principali dilemmi implicati dalla discriminazione di prezzo sono: dilemma tra efficienza (che è garantita dalla perfetta

discriminazione) e benessere dei consumatori (che è più alto con prezzi uniformi); il dilemma tra equità (maggiore con

prezzi uniformi) e accessibilità del bene ad un numero elevato di acquirenti (efficienza allocativa garantita dalla

discriminazione perfetta).

L’Autorità antitrust ha il compito di valutare caso per caso. L’Autorità antitrust in Europa ha dato molto peso

all’obiettivo di evitare la segmentazione su base nazionale del mercato europeo, mentre negli USA le motivazioni sono

risultate legate soprattutto alla protezione delle piccole imprese più che alla massimizzazione del benessere sociale.

RELAZIONI VERTICALI

I clienti delle imprese non sono solo i consumatori finali, ma possono essere altre imprese. La relazione tra imprese a

monte e impresa a valle è diversa dalla relazione tra impresa e consumatore finale. L’impresa che vende direttamente al

consumatore controlla la maggior parte delle variabili da cui dipende la domanda (es. prezzo, qualità, pubblicità), mentre

questo non avviene per il produttore che vende attraverso un dettagliante, perché ci sono molti fattori che influenzano la

domanda e che sfuggono al suo controllo.

Il prezzo al dettaglio, una variabile chiave per determinare la domanda finale, è scelto dal rivenditore e non dal

produttore.

Le vendite di un produttore dipendono non solo dal prezzo che essa fissa (prezzo all’ingrosso), ma anche da una serie di

altri fattori, la maggior parte dei quali non possono essere controllati direttamente.

I rivenditori inoltre, a differenza dei consumatori finali, sono in competizione uno con l’altro, quindi ciascuno di essi è

interessato al prezzo all’ingrosso che deve pagare al produttore ma anche al prezzo all’ingrosso che è pagato dagli altri

rivenditori, perché il prezzo all’ingrosso determina il costo marginale dei rivenditori e in equilibrio il profitto di ciascuna

impresa dipende dai costi marginali di tutte le altre imprese.

Le relazioni verticali sono relazioni tra due imprese che operano in stadi successivi del processo produttivo o

distributivo.

Un’impresa a monte potrebbe quindi trovare conveniente stabilire con le imprese a valle relazioni contrattuali più

complesse rispetto alla semplice fissazione di un prezzo all’ingrosso costante per unità di prodotto. Tali contratti sono

detti restrizioni verticali perché di solito vincolano in qualche modo le scelte dell’impresa a valle. Per raggiungere lo

stesso obiettivo è possibile utilizzare diversi tipi di restrizioni ma è anche possibile che uno stesso tipo di restrizione

permetta di raggiungere diversi obiettivi.

A volte i problemi di coordinamento possono suggerire una soluzione più estrema, cioè l’integrazione verticale:

realizzazione di stadi successivi del processo produttivo all’interno di un’unica impresa.

Nell’ipotesi in cui vi sia un monopolio a monte nella produzione e un monopolio a valle nella distribuzione,

l’integrazione verticale tra i due monopolisti migliora l’efficienza complessiva.

La ragione di questo risultato risiede nella doppia marginalizzazione o doppio mark up, per la quale nel caso di

contrattazione autonoma tra produttore e distributore, ciascuno di essi applicherebbe il margine di monopolio in ciascuna

fase della filiera del prodotto, con ciò riducendo complessivamente la quantità prodotta e venduta sul mercato, generando

una perdita di efficienza superiore a quella associata al monopolio verticalmente integrato.

La ripartizione dei profitti tra impresa a monte e impresa a valle dipenderà dal potere contrattuale relativo e quindi, in

presenza di una pluralità di rivenditori e/o di produttori, dal grado di concorrenza presente nel mercato a monte e nel

mercato a valle

Quando ci sono più rivenditori, i servizi di vendita (es. servizi di assistenza, attività promozionale, pubblicità) forniti da

uno di essi rappresentano delle esternalità per gli altri rivenditori, cioè l’investimento promozionale del primo

rivenditore arreca benefici a entrambi i rivenditori.

In realtà, se la maggior parte dei consumatori è sensibile al prezzo, è il secondo rivenditore che trae il massimo beneficio

Di conseguenza, si hanno bassi incentivi a investire risorse per

dai servizi di vendita offerti dal primo (free riding).

fornire servizi di vendita qualificati.

Alcune restrizioni verticali possibili per correggere il problema, sono:

- prezzo imposto, cioè il produttore impone un prezzo minimo ai rivenditori;

- territori di vendita esclusivi, cioè a ciascun rivenditore è assegnato un certo territorio al quale gli altri rivenditori

non hanno accesso.

Spesso l’impresa a monte non ha la possibilità di controllare direttamente, attraverso contratti, tutte le decisioni dei

rivenditori, in particolare quelle relative agli investimenti che influenzano la domanda finale. Può tuttavia cercare di

fornire i corretti incentivi ai rivenditori attraverso determinate clausole contrattuali.

A volte sono i rivenditori a detenere un maggior potere di mercato rispetto ai produttori. In questi casi può capitare che la

tassa di franchising sia negativa, ovvero che sia il produttore a dover pagare il rivenditore per poter disporre di spazio

sugli scaffali.

In una situazione simile siamo in presenza di slotting allowances, cioè somme pagate dai produttori per ottenere il

patrocinio di rivenditori particolarmente importanti.

Le esternalità possono verificarsi anche tra i produttori. I produttori non sono disposti a realizzare investimenti da cui

traggono beneficio i propri rivenditori, se questi vendono anche prodotti dei concorrenti. Un modo per risolvere questa

esternalità è quello di imporre ai dettaglianti una clausola di esclusiva, cioè restrizione verticale in base alla quale il

rivenditore può trattare con un solo produttore.

Le restrizioni verticali come il prezzo imposto possono essere uno strumento di collusione.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti dal libro "Cabral L., Economia Industriale, Carocci". Gli argomenti sono i seguenti:
1. Introduzione all’economia industriale e richiami di microeconomia
2. Introduzione alla teoria dei giochi
3. Monopolio e regolamentazione
4. Concorrenza perfetta e monopolistica
5. Oligopolio: modelli di Bertrand e di Cournot
6. Collusione
7. Struttura e potere di mercato
8. Discriminazione di prezzo
9. Relazioni verticali tra imprese
10. Differenziazione di prodotto
11. Pubblicità
12. Costi di entrata, struttura di mercato e benessere
13. Entrata, uscita e comportamento strategico
14. Ricerca e sviluppo
15. Reti e standard


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher help_yoUniversity di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Seconda Università di Napoli SUN - Unina2 o del prof Basile Roberto Giovanni.

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