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Cosa succede se le regioni fanno leggi che superano i propri limiti? O se lo stato invade le regioni?

Articolo 127 della costituzione

In questo caso la legge che viola i limiti consentiti viene impugnata davanti alla corte costituzionale: lo stato

o la regione può far ricorso (alla regione o allo stato).

Il ricorso è successivo alla pubblicazione (entro 60 giorni il governo o la regione deve far ricorso).

Prima del 2001, solo le regioni potevano impugnare in via successiva, invece lo stato poteva farlo anche

prima della pubblicazione.

Però adesso sia stato che regioni hanno la parità delle armi, e il ricorso per entrambi avviene in via

successiva.

LE LEGGI DELLA REGIONE PIEMONTE

La potestà legislativa regionale viene affidata al Consiglio Regionale e regolata dalla Costituzione e dallo

Statuto Regionale.

Il procedimento di formazione delle leggi si articola secondo tre fasi:

1. INIZIATIVA LEGISLATIVA: a questa fase possono prendere parte anche i soggetti esterni e diversi

rispetto agli organi regionali.

In questa fase:

 Un progetto di legge redatto in articoli viene presentato all’Ufficio di Presidenza del

Consiglio Regionale.

 L’Ufficio di Presidenza esprime un giudizio preliminare sull’ammissibilità del progetto

2. APPROVAZIONE: questa fase viene disciplinata dallo Statuto e dal Regolamento del Consiglio

Regionale.

In questa fase:

 Il Presidente del Consiglio Regionale assegna il progetto ad una commissione consigliare

competente per materia.

 La Commissione presenta al Consiglio regionale le proprie conclusioni in una relazione e si

aprono i lavori all’interno del Consiglio.

3. INTEGRATIVA DELL’EFFICACIA: si divide in tre fasi:

 PROMULGAZIONE: entro 15 gg dall’approvazione ad opera del Presidente della Giunta

 PUBBLICAZIONE: entro 10 gg dalla promulgazione sulla Gazzetta Ufficiale

 ENTRATA IN VIGORE: non prima di 15 gg dalla pubblicazione

I REGOLAMENTI DELLA REGIONE PIEMONTE

I regolamenti sono finti di grado secondario, subordinate alla legge.

La potestà regolamentare spetta a:

 Stato

 Regioni

 Provincie

 Comuni

ed è disciplinata dall’art.117 secondo lo stesso criterio per la formulazione delle leggi.

La potestà regolamentare è distribuita agli enti locali in ordine di organizzazione e svolgimento delle

funzioni a loro attribuite.

Con la riforma del 1999, è stata privilegiata un’autonomia statuaria delle Regioni, lasciando ai songoli

Statuti la possibilità si individuare l’organo cui attribuire la titolarità del potere regolamentare. 10

In Piemonte, il Consiglio Regionale ha potestà legislativa, mentre la Giunta ha potestà regolamentare.

Nella Regione Piemonte possono essere emanati 3 tipi di regolamenti:

1. REGOLAMENTI ESECUTIVI: hanno come finalità quella di dare esecuzione ad una legge

2. REGOLAMENTI INTEGRATIVI (di accordi internazionali o di atti dell’U.E): rispetto a quelli di

esecuzione hanno un contenuto normativo maggiore poiché danno attenuazione ai principi

contenuti in una legge integrandoli

3. REGOLAMENTI DELEGATI o di DELEGIFICAZIONE: determina i principi generali che il regolamento

deve rispettare nel disciplinare quella data materia e dispone essa stessa l’abrogazione delle leggi

in contrasto con il regolamento, a partire dalla data di entrata in vigore del regolamento.

GLI ISTITUTI DI PARTECIPAZIONE POPOLARE

Sono istituti che garantiscono al popolo la partecipazione al governo dello Stato e lo fanno:

 Direttamente: attribuendo al corpo elettorale alcuni poteri di decisione o di impulso in ordine alle

attività di governo (democrazia diretta)

 Indirettamente: attraverso rappresentanti designati al corpo elettorale (democrazia

rappresentativa)

L’Art. 123 della Costituzione descrive il contenuto obbligatorio degli Statuti

Gli Istituti di Partecipazione Popolare nacquero nel 1970 e avrebbero dovuto essere il “ponte” tra la

società politica e la società civile.

Tuttavia le Regioni non furono all’altezza delle attese in quanto la classe politica regionale non fu stimolata

a sollecitare un confronto con l’opinione pubblica regionale ed i partiti nazionali tennero saldamente in

pugno i canali della partecipazione.

Dopo la riforma del 1999 il testo dell’Art.123 Cost. è immodificato, ma 3 fattori incisero sulla rivitalizzazione

degli Istituti di Partecipazione Popolare.

1. La forma di governo presidenziale e ampi poteri del governo regionale richiedono un riequilibrio di

rappresentanza politica.

2. Con i maggiori poteri legislativi delle Regioni, vi è una maggiore partecipazione ai processi normativi

da parte della società regionale

3. Gli istituti di partecipazione popolare diventano un canale alternativo alla rappresentazione politica

tradizionale che possono far fronte alla “disaffezione” politica.

L’Art. 72 dello Statuto della Regione Piemonte illustra quali sono gli Istituti della Partecipazione Pubblica.

Sono istituti di partecipazione:

L’iniziativa popolare: Per sottoscrivere una proposta di legge popolare:

o le firme (8000) degli elettori devono essere apposte su fogli contenenti il testo del progetto

preventivamente vidimati dall’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale e tutte le firme

devono essere autenticate.

o Accanto alla firma va apposto: nome, cognome, luogo e data di nascita e Comune nelle cui

liste elettorali si è iscritti.

o I primi tre sottoscrittori sono legittimati al deposito ufficiale della stessa nell’Ufficio di

Presidenza del Consiglio Regionale che al momento del deposito rilascia un verbale.

o La proposta deve essere deliberata dal Consiglio dell’Ente Locale e sottoscritta dal

presidente della Provincia o dal Sindaco. Vengono designati non più di 5 membri per

illustrare la proposta al Consiglio regionale. 11

Difficilmente però si ha una buona riuscita dell’iniziativa popolare visto l’elevato numero di

firme richiesto

L’iniziativa degli enti locali

Il referendum abrogativo e consultivo: è il più rilevante istituto di democrazia diretta in quanto

non svolge mera funzione di stimolo, ma ha effettiva capacità di incidenza sul sistema. A seconda di

quando interviene il referendum, questo può essere :

o Abrogativo: interviene dopo l’entrata in vigore dell’atto che ne costituisce l’oggetto. Può

riguardare l’abrogazione di:

 una legge regionale

 un regolamento regionale

 un atto amministrativo di carattere generale.

Per il referendum abrogativo possono votare tutti i cittadini iscritti nelle liste elettorali ed il

referendum è valido se alla votazione ha partecipato la maggioranza degli elettori e la

proposta è approvata se è raggiunta la maggioranza assoluta dei voti validi.

Può essere richiesto da 60.000 elettori o da 1/5 degli elettori della Regione.

o Consultivo: interviene prima dell’entrata in vigore dell’atto che ne costituisce l’oggetto.

Il Consiglio regionale (non elettori o altri organi) a maggioranza assoluta, può sottoporre a

referendum iniziative legislative o proposte di provvedimenti amministrativi.

L’interrogazione agli organi della Regione dagli enti locali e La petizione dei singoli cittadini: sono

richieste rivolte al Consiglio Regionale per chiederne interventi su questioni di interesse collettivo,

da parte di:

o Cittadini

o Enti locali

o Sindacati dei lavoratori e organizzazioni di categoria

L’Ufficio di presidenza decide su ricevibilità e ammissibilità. I firmatari posso chiedere udienza per

illustrare le loro proposte ed il Consiglio non ha l’obbligo di prendere in considerazione

petizioni/interrogazioni.

Possono essere oggetto di iniziativa popolare le proposte di legge regionale o provvedimenti amministrativi

che devono essere presentati sotto forma di testo redatto per articoli e in una relazione che ne illustra le

finalità.

La proposta deve riguardare le materie di competenza della Regione e non possono essere oggetto di

iniziativa popolare:

 Le leggi tributarie e di bilancio

 Le leggi che regolano l’organizzazione degli uffici regionali

 Le leggi che regolano lo stato giuridico, economico ed il ruolo organico del personale.

L’Art 111 Regolamento Consiglio regionale afferma che per l’attuazione di tutte le iniziative di

partecipazione popolare, i soggetti autorizzati possono chiedere all’Ufficio di Presidenza di avvalersi dell’

Ufficio Legislativo per ricevere assistenza per la revisione formale e tecnico-giuridica dei testi da sottoporre

al Consiglio. 12

DIRITTO REGIONALE – PARTE SPECIALE -

Servizio Sociale: attività che erogano servizi gratuiti a pagamento, destinati a rimuovere e superare

situazioni di bisogno e difficoltà che l’individuo incontra nel corso della sua vita.

EVOLUZIONE DEI SERVIZI SOCIALI

Si articola in 7 fasi:

1. 1862: viene approvata la prima legge sulla beneficienza, che però è di carattere privato.

Le istituzioni pubbliche hanno un ruolo neutrale in quanto vi è uno Stato Liberale che non riconosce

i diritti sociali e nemmeno la necessità di un intervento dello Stato per garantire questi diritti.

Non viene esclusa la possibilità di un intervento da parte dello Stato, ma non si tratta di un dovere e

gli interventi sono volti per lo più per contenere la reazione sociale.

2. Fine ‘800 inizio ‘900: il periodo è caratterizzato da un notevole sviluppo industriale e da estesi

mutamenti sociali.

Inizia a prendere corpo una “legislazione sociale” che ha come obiettivo l’impegno diretto ed attivo

dello Stato e delle Istituzioni Pubbliche negli interventi sociali.

Non si tratta però di una vera e propria politica sociale.

 Nel 1890 con la Legge Crispi si supera il ruolo neutrale dello Stato.

Si prende consapevolezza che l’intervento pubblico non può avere solo una funzione

riparatrice ma deve mirare alla prevenzione e al reinserimento.

BENEFICENZA PRIVATA BENEFICENZA PUBBLICA

Le istituzioni ospedaliere e solidaristiche assumono veste pubblica (viene istituito il medico

condotto, l’ufficiale sanitario e le tutele assistenziali per i minori, i poveri ecc…)

 Nel 1912 viene istituito il suffragio universale, con il coinvolgimento del proletariato nella

politica con un conseguente maggior interesse per gli interventi pubblici contro la povertà e

l’analfabetismo.

3. 1948: entra in vigore la Costituzione e vi è un riconoscimento costituzionale dei diritti sociali.

Vi è l’affermazione di una diretta responsabilità dello Stato nella risposta ai bisogni di intervento

sociale della comunità.

Nella Costituzione non c’è una definizione univoca e sintetica dei diritti sociali; questi sono spalmati

nei primi articoli della Costituzione. Vengono poste le basi per un moderno Welfare State.

4. Anni ’70: i movimenti popolari e studenteschi del ’68 richiedono l’attuazione di un diritto

costituzionale alla salute e alla sicurezza sociale.

Vengono introdotte nuove politiche sociali:

 Nell’ambito lavorativo

 Nell’accesso alla scuola

 Del diritto all’abitazione

 Alla tutela della maternità

È però ancora assente una legge quadro in materia ed il settore dei servizi sociali è trasferito alle

Regioni e ai Comuni.

Il settore sei servizi sociali comprende:

 Polizia locale 13

 Beneficenza pubblica

 Assistenza sanitaria

 Istruzione

 Musei, biblioteche ed enti locali

L’organizzazione dei servizi sociali è così ripartita:

 Stato: finanzia i servizi sociali

 Regioni: organizzano il servizio sul territorio

 Comuni: gestiscono i servizi

5. Fine anni ’90: con la Legge Bassanini i servizi sociali non sono più la denominazione di una serie di

materie, ma sono essi stessi una materia.

Viene istituito un Fondo Nazionale per le Politiche Sociali, ma continuano a mancare condizioni

politiche e culturali per definizione di un nuovo assetto organico di servizi sociali e per

l’approvazione di una legge quadro condivisa.

Lo Stato tende a concepire i servizi sociali in maniera frammentaria e settoriale, lasciando ai comuni

la gestione dei servizi sociali e intervenendo con normative sporadiche.

Anche a livello comunitario non esistono dei vincoli da rispettare in quanto non essendoci ancora

una coesione tra popoli rimangono profonde divisioni all’interno dell’Europa.

Ci sono delle differenze in materia di diritti sociali tra gli stati membri dell’U.E.

L’U.E può solo limitarsi ad affermare l’importanza di determinati diritti, suggerendo e non

imponendo ai legislatori nazionali possibili traguardi.

In Italia, manca una legge quadro e non ci sono livelli uniformi di interventi sul territorio nazionale.

Vi è quindi una disomogeneità tra livelli territoriali, specie tra Nord e Sud, con un conseguente

divario delle condizioni di vita.

Un grosso problema è dato dal fatto che per lungo tempo, il “sistema sociale” disegnato dalla

Costituzione è rimasto a lungo solo sulla carta ed i servizi sociali sono rimasti per un lungo periodo

destinati solo a categorie rendendo così aleatorio il concetto di giustizia sociale.

6. Legge quadro del 2000: per la prima volta prende forma una legislazione nazionale non più

settoriale bensì organica in materia di servizi sociali.

Attraverso il principio universalistico l’attenzione dei servizi sociali è rivolta a tutti gli individui e

non più particolari categorie di soggetti, lungo tutto l’arco della loro vita.

Si passa quindi da un sistema di interventi riparatori ad un sistema di protezione attiva teso alla

valorizzazione della persona.

Viene istituito il principio di domiciliarità attraverso il sostegno delle famiglie che si fanno carico

della cura di persone anziane o non autosufficienti con assistenza domiciliare in modo da creare

una comunità sociale.

La famiglia assume un ruolo centrale in quanto è il soggetto erogatore dei servizi sociali. La famiglia

diviene oggetto di intervento delle politiche sociali e a la tempo stesso è il soggetto erogatore di

servizi, con la conclusione che si ha un’ottimizzazione delle risorse.

7. Riforma costituzionale del 2001: viene completamente rivisto il sistema delle competenze

legislative e amministrative degli enti territoriali. Lo Stato continua ad avere il compito di rimuovere

gli squilibri nel godimento dei servizi e nell’individuazione e predisposizione delle risorse necessarie

a farvi fronte. Dopo la riforma del 2001 è ancora valida quella del 2000? 14

- 1 tesi: poiché oggi le regioni hanno materie esclusive perde efficacia

- 2 tesi: la riforma ha ancora valore finchè la regione non interverrà con una disciplina organica in

materia di servizi sociali

- 3 tesi: in realtà ancora oggi la legge del 2000 è valida in quanto la nuova riforma non ha

modificato le competenze dello statoà ma lo stato può sostituirsi alle regioni se inadempienti.

LA LEGGE QUADRO DEL 2000

I soggetti erogatori dei servizi sociali sono:

 STATO: indica linee guida in questa materia ogni 3 anni deve piano nazionale degli interventi e dei

servizi sociali(lo approva il governo ed è programmazione triennale della politica sociale del paese)à

all’interno del piano individua livelli essenziali delle prestazioni(servono a garantire uniformità

servizi sociali sul territorio); indica criteri minimi strutturali ed organizzativi per ottenere

autorizzazione ad erogare un servizio; determina requisiti professionali per esercitare professione

sociale e modalità di accesso e durata e dei percorsi formativi del corso; si sostituisce alle regioni se

non competenti.

 REGIONE: programmazione in collaborazione con gli enti località programma interventi sul

territorio, danno linea di indirizzo ai comuni, verifica dei servizi(il programma tramite il piano

regionale degli interventi e dei servizi sociali deve rispettare piano nazionale approvato dallo

stato)à attribuisce a comuni servizi sociali; stabilisce modalità e criteri per ottenere

accreditamento; istituisce registri di soggetti autorizzati ad erogare servizi sociali; contribuisce a

creare costi.

 COMUNI: titolari delle funzioni in materie di servizi sociali(sono i veri erogatori delle prestazioni);

spetta ai comuni autorizzare e concludere convenzioni che erogano servizi sociali; stabiliscono

parametri per accesso ai servizi(sulla base dei criteri posti dalla regione); tira piano di zona(che

rispetti piano della regione e dello stato)strumenti dove vengono stabiliti interventi dei comuni in

ambito sociale.

 TERZO SETTORE: legge 328 non dice cosa si intende per terzo settore ma indica soggetti (onlus,

volontariato, cooperative sociali) che devono avere 3 caratteristiche: devono essere privati,

perseguono finalità non lucrative, attività di natura sociale

 Associazioni di volontariato: associazioni che sono costituite liberamente, in cui i soci

prestano la propria attività in maniera volontaria e gratuita attività rivolte a terzi

 Cooperative sociali di tipo A:attività socio-sanitari e attività di tipo educativo

 Cooperative sociali di tipo B: tra il personale inserite persone svantaggiate; inserimento soci

volontari ma non +50%

 Istituti di patronato e di assistenza sociale: soggetti privati che svolgono attività di utilità

sociale(associazioni di lavoratori che svolgono attività di assistenza, accompagnamento,

tutela, informazioni ecc…) e sono prestazioni per chiunque in maniera gratuita

 Associazioni promozione sociale: associazioni che svolgono attività di tipo sociale o verso

terzi o verso membri dell’associazione

 Imprese sociali: svolgono attività di impresa, producono utili che vengono reinvestiti nel

sociale 15

 Enti appartenenti a configurazioni religiose riconosciute dallo stato.

LEGGE QUADRO DEL 2002 afferma che il terzo settore può erogare enti sociali e lo può fare

privatamente o per conto dell’ente pubblico il quale si distingue da quello privato per 2 motivi:

1. ha un determinato standard qualitativo e quantitativo previsti per legge

2. si caratterizza anche per la gratuità del servizio o da un onere economico tale da garantire le

uguaglianze d’accesso ai cittadini.

Il servizio pubblico viene erogato o direttamente dall’ente pubblico (comune) oppure in via indiretta

(tramite il terzo settore) . In entrambi i casi devono ottenere la cosiddetta AUTORIZZAZIONE ovvero il

possesso di requisiti tecnici strutturali e organizzativi che consentono l’esercizio dell’attività data dal

comune. Un ente privato però che desidera erogare una prestazione di tipo pubblico deve chiedere

l’autorizzazione e dopo ottenere o una convenzione con l’ente pubblico o un accreditamento.

CONVENZIONE = atto bilaterale in cui entrambi i soggetti definiscono diritti e doveri in cui il comune

ha una scelta libera nel scegliere con chi concludere la convenzione. Non può prestare il servizio con il

soggetto che ha minor prezzo ma deve tenere conto anche della qualità di chi opera nel servizio.

ACCREDITAMENTO = tipologia d’accordo. Atto unilaterale della pubblica amministrazione con cui

accerta che il soggetto a cui si vuole offrire il servizio abbia determinate caratteristiche chiamate

standard di qualificazione.

I servizi pubblici sociali possono essere erogati direttamente e indirettamente. Non tutti i comuni

sono in grado di offrire tutti i servizi .

Legge 38 del 2002 e legge 1 del 2004 incentivano forme di associazione comunale. Nella regione

Piemonte è obbligatoria la forma di consorzio comunale: creazione di un ente assestante in cui i comuni

assegnano le proprie risorse e le proprie materie : qualora il comune non sia in grado di esercitare le

funzioni adeguatamente.

IL PIANO DI ZONA :diventa importante, si trovano tutte le relazioni indicative al sistema sociale di

una zona particolare. Obiettivi e proprietà che il comune si da. Strumenti per realizzar questi obiettivi

e priorità. Modalità per rilevare i dati relativi ai servizi sociali. Asl per la sua erogazione.

L’ approvazione del piano di zona è complessa . inizia con l’avvio della procedura : vi partecipano sia

soggetti politici(Assemblea dei sindaci = riunisce tutti i sindaci che partecipano al consorzio. E’ di tipo

politico all’interno dei sistemi sociali.) che tecnici(Organi tecnici = tavoli tecnici :organizzazione

tecnica, prendono parte le asl e i soggetti riconosciuti dalla regione.).Fase di analisi del contesto : dalla

realtà già presente sul territorio ovvero servizi che già si hanno(solo organi tecnici partecipano). Analisi

della spesa dei comuni. Scegliere quali priorità e quali obiettivi porsi. Redazione del piano di zona che

viene in un ultima analisi dell’assemblea dei sindaci. Destinatari dei servizi pubblici : garantiti ai

cittadini italiani i servizi. Agli stranieri non regolari sono garantiti solo i servizi sociali di 1 necessità.

PRINCIPIO D’UGUAGLIANZA : ai cittadini extracomunitari dovrebbero essere dati gli stessi diritti

affidati ai cittadini italiani. Analisi delle condizioni economiche del destinatario : servizi possono essere

gratuiti o prevedere un costo. Alcuni servizi vengono assegnati tramite ISEE: Questo viene definito in

base al nucleo famigliare, reddito, patrimonio. I livelli essenziali della prestazione. Sono degli standard

di servizio che lo stato ritiene essenziali per un’adeguata condizione di vita. La regione può innalzare 16

questo livello di prestazione ma se è lo stato stesso a metterli troppo alti le regioni non riescono a

soddisfarli.

FINALITA’ stabilire un principio d’uguaglianza nella fruizione del servizio di tutti i cittadini

e in tutte le regioni in ugual modo.

LEGGE 328 vengono indicati 16 tipologie di servizi.

Legislazione regionale = come si sono comportate le regioni dopo la riforma del titolo V. legge di

fondamentale importanza per il sistema sociale.

GLI ASILI NIDO

Le origini risalgono al primo dopo guerra.

Nel 1926 viene istituita una prima normativa che prevedeva l’introduzione di alcune strutture per

consentire alle madri di poter allattare il proprio figlio senza doversi allontanare dal lavoro(non come

obbligo).

CAMERE DI ALLATTAMENTO: era un servizio aziendale in aziende con più di 50 donne che avessero più di

15 anni; il servizio divenne obbligatorio nel 1934.

Contemporaneamente i comuni iniziarono ad introdurre asili nidi comunali (IPAM) come luoghi di

custodia dei figli durante il lavoro delle madri. 1950 approccio alla custodia e tutela dei

bambini senza finalità di assistenza sociale.

Venne previsto che il datore di lavoro che avesse assunto almeno 30 donne coniugate con età inferiore a 50

anni avesse l’obbligo di porre una camera di allattamento o di disporre una asilo nido aziendale o nelle

vicinanze oppure adempiere a tale compito attraverso asili nido interaziendali o con il versamento di

contributi per gli asili nidi pubblici.

La legge del 1971 legge 1044 progetta un piano quinquennale : lo stato svolge un ruolo indiretto, eroga

le risorse finanziarie alle regioni e ai comuni sulle basi di un piano annuale presentate dalla regione.

Lo stato però non interviene in maniera puntuale sui nidi. I nidi divengono un servizio alla famiglia ,i

genitori non devono badare ai loro figli : si giunge quindi all’ ASSISTENZA ALLA FAMIGLIA.

Questo comporta però una disuguaglianza tra le regioni poiché lo stato non prevede una disciplina comune

e mancano linee guida precise per i comuni.

Con l’intervento da parte dello stato nel 2001 i nidi diventano strutture volte alla formazione e alla

socializzazione. Coprono però solo il 14,6 % delle risposte effettive alla domanda e vi è una disomogeneità

tra nord 27% e sud 8% circa.

Nel 2000 interviene a riguardo l’ U.E: il consiglio europeo di Lisbona suggerisce di coprire almeno il 33%

della domanda. La finalità è quella di aumentare il tasso di occupazione. L’Italia in seguito a questo

suggerimento interviene nel 2007 con una legge finanziaria volta a sviluppare i servizi sociali della prima

infanzia tramite misure economiche di sostegno per le regioni.

Si vogliono incrementare i posti nei nidi tramite finanziamenti speciale di durata triennale con obiettivo di

attenuare anche i forti squilibri tra Nord e Sud e far crescere il sistema sociale nazionale verso gli standard

europei. 17

TIPOLOGIA DEI SERVIZI EDUCATIVI

1. ASILO NIDO : volto ad attività di socializzazione e formazione dai 3 mesi ai 3 anni, con permanenza

di tipo illimitato. Da un minimo di 25 ad un massimo di 75 bambini. Accessibili ai portatori di

handicap. Autorizzazione al funzionamento viene rilasciata dall’Ente Comunale per il personale.

2. MICRONIDI: permanenza illimitata, utenti dai 3 mesi ai 3 anni. La principale differenza è il numero

di bambini che va dai 12 ai 24 bambini, massimo.

3. BABY PARKING: finalità anche di tipo ricreativo, non c’è una frequenza illimitata ma vi è un

massimo di 5 h consecutive ed inoltre non si può frequentare ogni giorno per 5 H consecutive. Gli

utenti dai 13 mesi ai 6 anni, con un massimo di 25 bambini. Non si possono somministrare pasti. La

struttura deve essere adattabile ai portatori di handicap.

4. SEZIONI PRIMAVERA: bambini dai 2 ai 3 anni. Servizio integrativo all’asilo nido o ai micronidi:

progetto educativo/integrativo globale per questa fascia d’età.

5. NIDI IN FAMIGLIA.: servizio sperimentale che si svolge in ambito prettamente familiare con un

massimo di 5 h continuative. Bambini dai 3 mesi ai 3 anni con un massimo di 4 bambini. E’ richiesta

l’adattabilità per portatori handicap. Non è necessaria l’autorizzazione ma basta la comunicazione

di avvio attività con dei controlli. Bastava che il genitore frequentasse un corso di formazione con

una durata minima di 24 ore. Controllati dai nidi Comunali gestiti dal Comune.

In seguito a delle critiche riguardanti il personale, sono stati approvati due progetti di legge:

1) Risale al 2010 (obiettivo quello di disciplinare tutti questi servizi e riunirli sotto un’unica legge,

diversa da quella attuale) : ripensando alla strutturazione dei servizi, ponendo dei servizi primari (asilo

nido, micro-nidi, sezioni primavera) e dei servizi integrativi e non alternativi (nido in famiglia, centro per

bambini, centri per bambini e famiglie) e servizi sperimentali e ricreativi+ modifiche di competenze dei

soggetti: controllo da parte della provincia e delle asl.

2) Nel 2011 legge volta a disciplinare questi nidi in famiglia; interviene dichiarando tra le finalità, quella

di sopperire alla decadenza di asili nidi e creare nuovi posti di lavoro per le donne. Vi è un ampliamento

dell’orario dei nidi in famiglia che passa dalle 5 h alle 8 h. Ad occuparsi dei bambini può essere un

genitore o una persona avente un diploma adatto, inoltre vi è la possibilità di seguire un corso di

formazione, non più di 24 h ma di 500 h, suddivise metà teoriche e metà pratiche.

DIRITTO ALLA TUTELA DELLA SALUTE

E’ un diritto sociale: nel periodo liberale(prima del 1948) non c’era un diritto tutelato previsto. L’assistenza

sanitaria era incentrata in capo allo stato ma non c’era una vera e propria politica sanitaria come quella

odierna.

L’approvazione della Costituzione nel 1948 porta un cambiamento: viene introdotto lo stato sociale e non

più liberale portando il diritto alla salute. Art.32: non può essere totalmente incluso né nelle totalità

negative, né in quelle positive. 18


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione (SAVIGLIANO - TORINO)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher babycoach17 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto regionale e dei servizi sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Bertolino Cristina.

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