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Natura. Tutti i i modelli organizzativi di diritto privato sin qui esaminati possono assumere una

configurazione diversa, pur mantenendo la loro natura, allorché siano adottati per l'esercizio di un'attività

d'impresa nel settore non profit e presentino determinati requisiti.

In tali circostanze, i modelli acquisiscono la qualifica di impresa sociale, che è ulteriore e aggiuntiva rispetto

alla forma giuridica da essi rivestita.

Requisiti: E' necessario il concorso di: i) svolgimento di un'attività di utilità sociale; ii) assenza di uno scopo

egoistico.

...utilità sociale. Può dipendere dall'oggetto dell'attività o dalle modalità con cui essa è esercitata. Nel primo

senso, occorre che l'impresa eserciti in via stabile e principale un'attività economica destinata al fine della

produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale, tali essendo quelli indicati dalla legge (es.

educazione, istruzione). Nel secondo senso, in via alternativa, il requisito dell'utilità sociale è soddisfatto, a

prescindere dall'oggetto dell'attività, qualora essa sia esercitata in modo tale da favorire l'inserimento di

lavoratori svantaggiati o disabili.

...assenza di scopo egoistico. E' necessaria l'esclusione di ogni forma di autodestinazione dei risultati della

gestione, i quali devono essere interamente devoluti allo svolgimento dell'attività statutaria e all'incremento

del patrimonio dell'ente. La qualifica può essere assunta non solo da associazioni o fondazioni, ma da

qualsiasi tipo societario, purché lo statuto escluda la distribuzione di utili o di avanzi di gestione a favore dei

soci.

Disciplina aggiuntiva. Rimane applicabile la disciplina relativa al modello organizzativo, salve alcune

deroghe. Tra esse spicca il regime della responsabilità per le obbligazioni dell'impresa sociale, delle quali

risponde soltanto l'ente. Sin dalla costituzione, il patrimonio deve essere pari ad almeno ventimila euro e non

deve essere diminuito in conseguenza di perdite di oltre un terzo al di sotto di tale limite. In assenza di tali

presupposti, vige la responsabilità solidale di coloro che hanno agito in nome e per conto dell'impresa

solidale.

Le imprese sociali devono costituirsi sempre per atto pubblico, iscriversi in un'apposita sezione del registro

delle imprese e redigere le scritture contabili. Nelle imprese sociali di maggiori dimensioni, il controllo sulla

gestione è riservato ad uno o più sindaci, chiamati anche a verificare l'osservanza delle finalità sociali e la

corretta tenuta della contabilità.

Vi è poi la soggezione alla vigilanza del Ministero del lavoro, l'esenzione dal fallimento e l'assoggettamento

a liquidazione coatta amministrativa.

18. IMPRESA PUBBLICA

Gli strumenti di esercizio dell'impresa da parte dello Stato: L'attività economica pubblica è riconosciuta

dalla costituzione, la quale prevede che, ai fini di utilità generale, la legge possa riservare o trasferire allo

Stato o ad altri enti pubblici le imprese relative a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni

di monopolio con carattere di preminente interesse generale (art. 41 e 43 cost.).

L'attività pubblica ha assunto dimensioni rilevanti anche al di fuori di tali settori. Le configurazioni adottate

sono riconducibili ai tre modelli sotto elencati. I primi due sono qualificabili come imprese pubbliche; la

terza è invece una società di diritto privato.

a) imprese-organo. L'impresa è esercitata direttamente dallo Stato, dalle regioni o ad altro ente pubblico

territoriale, avvalendosi di proprie strutture organizzative che, pur dotate di una più o meno ampia autonomia

decisionale e contabile, non si configurano come soggetti autonomi sotto il profilo giuridico. Sono

articolazioni interne all'ente pubblico di riferimento, dirette alla gestione di un'attività economica strumentale

e accessoria rispetto ai fini istituzionali ai quali quest'ultimo è preposto. E' quasi del tutto assente nel nostro

ordinamento.

b) imprese-ente. Lo stato e gli altri enti pubblici territoriali possono altresì costituire veri e propri enti di

diritto pubblico, dotati di distinta soggettività, per l'esercizio di una specifica attività d'impresa. Si tratta degli

enti pubblici economici che hanno a lungo rappresentato il nucleo principale delle imprese pubbliche (es.

Iri). A partire dagli anni novanta si è assistito a un loro graduale abbandono, mediante liquidazione,

trasformazione in s.p.a. a partecipazione pubblica (privatizzazione formale), anche al fine della vendita totale

o parziale delle rispettive azioni (privatizzazione sostanziale)

c) società a partecipazione pubblica. La struttura organizzativa adottata si presenta come un'impresa

societaria di natura privata (generalmente s.p.a.), cui sono pienamente applicabili tanto le regole

organizzative proprie del modello adottato, quanto la disciplina dello statuto delle imprese e delle imprese

commerciali (se l'oggetto non è agricolo); e ciò indipendentemente dalla circostanza che l'ente pubblico ne

conservi il controllo o lo ceda a privati e salve alcune deroghe previste al fine di riconoscere all'azionista

pubblico particolari poteri (golden share), in particolare sulla nomina di alcuni componenti degli organi

sociali.

Disciplina applicabile alle imprese pubbliche. Lo statuto generale delle imprese e delle imprese

commerciali trova applicazione anche nei confronti degli enti pubblici economici, i quali sono sottoposti, in

caso d'insolvenza, alla liquidazione coatta amministrativa e non al fallimento né alle procedure concorsuali

minori.

Dal fallimento sono a maggior ragione esonerati gli enti pubblici titolari delle imprese organo. Essi sono

altresì implicitamente esentati dall'obbligo d'iscrizione nel registro delle imprese (che si riferisce ad enti

pubblici che hanno per oggetto esclusivo o principale un'attività commerciale), ma permangono invece

soggetti alla restante disciplina dell'impresa commerciale.

Con riferimento a ciascuna regola, occorre verificare se non vi siano ragioni di incompatibilità con la

normativa pubblicistica cui a) e b) sono soggette.

19. IMPRESA DI GRUPPO

Nozione. I gruppi di imprese costituiscono una combinazione di modelli organizzativi, per lo più di natura

societaria, caratterizzata dalla circostanza che tutte le imprese del gruppo (possono essere pubbliche o

private), a prescindere dal modello adottato, sono soggette a una direzione unitaria (sono coordinate e dirette

da un unico vertice), che conferisce alla loro aggregazione una connotazione strutturale e duratura.

La direzione unitaria impressa dall'impresa capogruppo (holding) ai soggetti da esso controllati fa si che

questi ultimi, pur conservando la propria autonomia giuridico-patrimoniale, perdano indipendenza

economica e discrezionalità operativa.

Articolazioni del fenomeno. Il gruppo può nascere sia dal controllo di un'impresa su altre, basato

essenzialmente sul possesso, diretto o indiretto di una partecipazione di controllo da parte di una società

(controllante) in altre società (controllate), sia dall'assoggettamento di più imprese a una direzione unitaria

senza che l'una prevalga sull'altra (gruppo paritetico).

Problemi e regole del gruppo di imprese. L'esercizio dell'attività di direzione e coordinamento di società

capogruppo deve misurarsi con le legittime esigenze dei singoli centri di imputazione in cui il fenomeno

imprenditoriale, pur economicamente unitario, resta giuridicamente frazionato.

...tutela dei creditori sociali e dei soci esterni. Assumono rilievo le istanze di chi abbia fatto credito alle

singole società del gruppo (creditori sociali) e di chi partecipi in veste di socio soltanto ad alcune di tali

società (soci esterni delle società dipendenti). In entrambi i casi il soddisfacimento degli interessi dei soggetti

non dipende dall'attività globalmente considerata ma solo da quelli della società debitrice o partecipata.

Di qui l'esigenza di una tutela sia preventiva, volta ad assicurare una serie di informazioni (es. rapporti

infragruppo), sia repressiva, tesa a ristorare i due soggetti dai danni causati da un esercizio abusivo

dell'attività di direzione e coordinamento da parte della capogruppo.

Disciplina dei gruppi: La disciplina mira a tali finalità e contiene, oltre alle disposizioni in tema di

responsabilità, importanti prescrizioni riguardanti la pubblicità, la motivazione delle decisioni influenzate

dalla capogruppo, i finanziamenti infragruppo e il recesso dalle società del gruppo.

...distinta soggettività delle singole società. Non esiste l'ente o persona giuridica gruppo, il quale non

costituisce un centro autonomo di imputazione di rapporti giuridici e patrimoniali.

...bilancio consolidato. Mira ad una rappresentazione della situazione patrimoniale, finanziaria ed

economica del gruppo nel suo insieme (considerazione più unitaria del fenomeno), attraverso l'eliminazione

delle operazioni intercorse fra le società a esso appartenenti.

...marchio di gruppo e diritto antitrust. Il marchio di gruppo può essere registrato da un'impresa del

gruppo e usato da altre o fatto valere dalla capogruppo, anche se intestato a società figlie o utilizzato da

queste. Altrettanto significativa è la considerazione unitaria delle realtà appartenenti al gruppo operata, a

tutela della concorrenza, dal diritto antitrust.

Rilevanza generale della disciplina. Le regole sull'attività di direzione e coordinamento (art. 2497 ss.),

sebbene contenute nell'ambito della disciplina societaria, assumono rilevanza generale, trovando

applicazione indipendentemente dalla forma giuridica rivestita dall'ente collocato al vertice del gruppo.

Tali norme non sono applicabili nei confronti delle persone fisiche e dello Stato (art. 2497: per enti al vertice

di un gruppo di società si intendono i soggetti giuridici collettivi, diversi dallo Stato, che detengono la

partecipazione sociale nell'ambito della propria attività imprenditoriale ovvero per finalità di natura

economica).

20. AGGREGAZIONI TRA IMPRESE

Nozione. Oltre al gruppo d'imprese, vi sono altre forme di aggregazioni, che non fanno venir meno

l'indipendenza decisionale delle imprese aggregate e che non danno nemmeno luogo ad autonomi modelli

organizzativi d'imprese (come avviene per consorzi e Geie), ma che consentono comunque alle imprese di

organizzarsi nei loro rapporti con i terzi e con il mercato.

a) Contratto di rete. Con il contratto di rete, più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere,

individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato e a

tal fine si obbligano, sulla base di un programma comune di rete, a collaborare in forme e in ambito

predeterminati attinenti all'esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di

natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora a esercitare in comune una o più attività

rientranti nell'oggetto della propria impresa.

E' destinato a tutte le imprese ma pensato in particolare per le piccole e le medie.

...soggettività e autonomia patrimoniale. Se nel contratto di rete non è prevista l'istituzione di un fondo

patrimoniale comune e di un organo comune destinato a svolgere un'attività, anche commerciale, con i terzi,

il contratto non dà vita a un nuovo soggetto giuridico.

Se è invece prevista, la legge dispone che, per le obbligazioni contratte dall'organo comune in relazione al

programma di rete, i terzi possono far valere i loro diritto esclusivamente sul fondo comune: la rete

attribuisce autonomia patrimoniale e soggettività giuridica (e deve quindi essere dotata di una denominazione

e di una sede).

Nella seconda ipotesi vi è l'obbligo di redigere una situazione patrimoniale soggetta a pubblicità legale e

l'iscrizione nel registro delle imprese.

La differenziazione è analoga a quella tra consorzi con attività interna e con attività esterna.

...causa. Il contratto è diretto a rafforzare la capacità innovativa e la competitività sul mercato delle imprese

contraenti, sia individualmente che collettivamente. Le parti devono concordare e indicare nel contratto le

modalità per misurare l'avanzamento verso gli obiettivi indicati.

...contenuto. E' richiesta l'indicazione: delle imprese aderenti; degli obiettivi strategici; del programma di

rete (diritti e obblighi delle imprese, modalità di realizzazione dello scopo); della durata; delle modalità di

adesione e recesso; delle regole per assumere le decisioni; di altri eventuali elementi organizzativi.

...forma e pubblicità. Il contratto di rete è soggetto a iscrizione nel registro delle imprese e a tal fine deve

rivestire la forma di atto pubblico o di scrittura privata autenticata o sottoscritta digitalmente. Tali requisiti

formali non incidono sulla validità ma sull'efficacia del contratto.

Per i contratti di rete con attività interna, il contratto deve essere iscritto nel registro delle imprese dei luoghi

ove ha sede ciascuna delle imprese partecipanti; nel secondo caso, la rete può iscriversi nella sezione

ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sua sede.

b) Associazioni temporanee d'imprese. L'associazione temporanea è finalizzata a un affare specifico e

delimitato, sia oggettivamente che temporalmente; non dà vita a un autonomo soggetto cui fa capo l'esercizio

d'impresa.

...configurazioni. Può assumere due diverse configurazioni, a seconda che le imprese: a) assumano

congiuntamente e solidamente nei confronti dell'ente appaltante o concedente l'esecuzione dell'intera opera;

conferiscano mandato collettivo a una di esse (impresa pilota) di esprimere l'offerta per concorrere alla gara

di aggiudicazione dell'opera anche per conto delle mandanti, le quali saranno chiamate a rispondere nei

confronti dell'ente appaltante soltanto per i lavori o le opere di loro pertinenza, ferma restando la

responsabilità solidale dell'impresa mandataria.

...autonomia delle imprese riunite. L'associazione temporanea ha carattere occasionale e non determina un

rapporto stabile fra le imprese, le quali conservano la propria autonomia. Il mandato collettivo, gratuito e

irrevocabile, assegna all'impresa pilota la rappresentanza esclusiva delle imprese mandanti fino all'estinzione

del rapporto.

In caso di fallimento di una delle imprese mandanti, l'impresa capogruppo può indicare altra impresa

subentrante avente i requisiti di legge, rimanendo, in caso contrario, obbligata all'esecuzione direttamente o a

mezzo delle altre imprese mandanti.

c) Joint venture. Sono una figura di aggregazione di imprese che non corrisponde nel nostro ordinamento a

una specifica nozione giuridica. Le svariate fattispecie rientrano volta a volta in uno dei modelli

organizzativi o di aggregazione occasionale di imprese precedentemente esaminati. La figura può ricondursi

a due ipotesi generali: a) l'incorporated joint venture e b) l'unincorporated joint venture.

Nel primo caso, viene costituita una società veicolo distinta dai partner, nella forma di società di capitali,

soggetta alla relativa disciplina del Paese ospitante. Tali regole vengono tuttavia adattate e piegate, attraverso

clausole statutarie o patti parasociali, alla realizzazione degli obiettivi di coordinamento e collegamento tra le

imprese (la veste societaria si pone in termini strumentali, come nelle società consortili).

Nel secondo caso manca invece qualsiasi organizzazione societaria, trovandosi di fronte a una combinazione

puramente contrattuale nella quale si esaurisce la disciplina tra le imprese partecipanti e in cui risaltano quei

caratteri di occasionalità della cooperazione tra imprese che erano propri, all'origine, dell'istituto.

d) Associazione in partecipazione. Con il contratto di associazione in partecipazione, l'associante

attribuisce all'associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il

corrispettivo di un determinato apporto.

Il ruolo dell'associante è pertanto svolto in linea di principio da un'impresa, mentre l'associato può non essere

un'impresa. Questa forma di aggregazione mantiene una mera rilevanza interna, al pari delle altre figure

esaminate nel paragrafo e non dà luogo a un ente distinto, non costituendo pertanto un modello organizzativo

a sé stante.

Questo istituto rappresenta una forma di partecipazione ai risultati di un'impresa, senza che vi sia alcun

esercizio in comune della relativa attività economica, che rimane nella sfera dell'impresa associante.

CAPITOLO II - L'ATTIVITA'

SEZ. 1 - CONCORRENZA

21. IL SISTEMA DELLA DISCIPLINA DELLA CONCORRENZA

La disciplina sulla concorrenza sleale. Le regole riguardano la dimensione privatistica dei rapporti

commerciali e, in particolare, tra le imprese che competono per espandere la propria attività e accrescere la

propria quota di mercato.

La disciplina antimonopolistica o antitrust. Data l'importanza della concorrenza come fattore di crescita e

sviluppo del sistema economico, l'ordinamento si preoccupa di garantire la concorrenzialità dei mercati

attraverso il contrasto ai monopoli e agli accordi in grado di disattivare il virtuoso meccanismo

concorrenziale.

La tutela della concorrenza è articolata su due sistemi di norme complementari: il primo, di carattere

generale, posto a tutela di tutti i protagonisti del mercato (legge antitrust); il secondo, contenuto nel codice

civile, avente natura strettamente privatistica, che attiene nello specifico alla correttezza dei rapporti

concorrenziali fra le imprese.

22. IL DIRITTO ANTITRUST

Fonti. Il sistema normativo della disciplina è costituito anzitutto dalle norme comunitarie, alcune delle quali

hanno ad oggetto le intese restrittive della concorrenza e degli abusi di posizione dominante (Tratt. FUE),

mentre altre sottopongono a controllo preventivo le operazioni di concentrazione tra imprese (reg. 139/2004).

A esse si affiancano le norme delle legislazioni nazionali. Il legislatore italiano ha adottato norme ispirate

quasi letteralmente alle regole comunitarie.

Ambito di applicazione. Il diritto comunitario si applica alle intese e agli abusi di posizione dominante

idonei a pregiudicare il commercio fra Stati membri (a prescindere dal luogo ove si sono verificati) e alle

concentrazioni che superano determinate soglie dimensionali.

Il diritto nazionale ha un ambito di applicazione residuale, nel quale rientrano soltanto le fattispecie non

disciplinate dalle norme comunitarie.

Criteri di interpretazione. La legge italiana dispone che l'interpretazione delle norme nazionali deve essere

effettuata in base ai principi dell'ordinamento comunitario in materia di disciplina della concorrenza

(ricavabili dalle fonti normative comunitarie, dalla giurisprudenza, dell'UE e dagli atti amministrativi dei

suoi organi).

Lo scopo è facilitare l'individuazione della disciplina applicabile e far sì che i principi dei due sistemi di

norme siano fra loro sempre coerenti.

Interessi tutelati. E' centrale la protezione dei consumatori, delle imprese ma anche della concorrenza nel

suo complesso.

Le diverse concezioni: Una prima concezione considera che ogni pratica che ha un impatto negativo

sull'efficienza del sistema debba essere sanzionata dal diritto antitrust e dunque essere considerata vietata.

Secondo una più recente concezione, soltanto le pratiche che hanno un effetto negativo sull'efficienza

allocativa del sistema meritano di essere sanzionate, mentre quelle che hanno meri effetti redistributivi

dovrebbero essere sempre consentite in quanto neutre per il sistema nel suo complesso.

...effetti allocativi. Per entrambe le impostazioni teoriche, le pratiche che portano a una ridotta produzione di

ricchezza devono essere sanzionate (es. accordo per ridurre la produzione ed aumentare i prezzi).

...effetti distributivi. Le due impostazioni teoriche divergono quando una pratica determina effetti

redistributivi, vale a dire che la ricchezza prodotta non cambia, ma cambia il destinatario finale, attraverso un

trasferimento di ricchezza (es. intese verticali).

23. LE INTESE

La nozione di intesa. La definizione è molto ampia: sono intese tutte le forme di cooperazione tra le

imprese, siano esse frutto di un accordo, di una pratica in essere tra le parti, di una decisione di un organismo

di coordinamento.

...gli accordi. Il concetto di accordo ricomprende ogni genere di comune intendimento di due o più imprese:

un contratto, valido oppure no, un semplice accordo, orale o scritto, espresso o tacito. Non occorre neppure

che sia vincolante per le parti.

...le pratiche concordate. E' un qualsiasi comportamento coordinato di due o più imprese, nella

consapevolezza che esso altera la concorrenza. Gli elementi costitutivi sono l'esistenza di un contatto tra le

imprese e la conseguente alterazione del loro comportamento sul mercato.

Il contatto consente di distinguere la pratica concordata (illegittima: contatto preliminare illecito) dai

comportamenti paralleli (legittimi: genuinamente unilaterali) che le imprese sono razionalmente portate a

tenere in certe situazioni di mercato (es. oligopolio).

Quando l'autorità non riesce a dimostrare lo scambio di informazioni (precedente contatto tra le imprese), la

pratica concordata può essere dedotta dall'analisi del comportamento sul mercato, verificando che i

comportamenti paralleli non siano giustificati dalle particolari condizioni concorrenziali (e che siano quindi

economicamente irrazionali).

...le decisioni di associazioni di imprese. Sono considerate intese tutte le decisioni di associazioni di

imprese (es. consorzi) che determinino un allineamento di comportamenti concorrenziali, indipendentemente

dal fatto che siano vincolanti o meno.

Le intese vietate. Sono vietate le intese tra imprese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire,

restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all'interno del mercato nazionale o in

una sua parte rilevante ( art. 2 l.ant.)

Intese orizzontali e intese verticali. Le intese vengono classificate in orizzontali e verticali in funzione della

partecipazione al disegno di imprese operanti allo stesso livello della filiera produttiva (e dunque in diretta o

potenziale concorrenza fra loro), oppure di imprese operanti a livelli diversi della filiera.

Mentre la natura anticoncorrenziale delle prime appare facilmente percepibile (e spesso ricade nel divieto),

per le seconde l'analisi richiede che le intese verticali possano rientrare nell'ambito del divieto quando

determinano un effetto di chiusura del mercato nel suo complesso, tanto da rendere difficoltoso l'accesso allo

stesso mercato da parte di concorrenti.

L'oggetto dell'intesa. L'oggetto dell'intesa va ricercato nella sua oggettiva funzione e non nella comune

intenzione delle parti. Sono considerate pericolose e fatte quindi entrare nell'area del divieto tutte le intese

inequivocabilmente anticoncorrenziali (es. cartelli di prezzo).

L'effetto dell'intesa. Affinché l'intesa sia da considerarsi vietata, è sufficiente che l'effetto

anticoncorrenziale sia solo potenziale. Ciò sussiste quando l'intesa può avere un impatto apprezzabile anche

solo su uno degli elementi strutturali di funzionamento del mercato (es. i prezzi).

La consistenza della restrizione. Sono escluse dal campo di applicazione della norma le intese aventi effetti

minimali e irrilevanti. A livello nazionale, vengono prese di riferimento le linee guida comunitarie, che

fissano criteri quantitativi per l'analisi della consistenza, la quale è solitamente condotta in una prospettiva

soggettiva (imprese) ed oggettiva (effetti sul mercato).

Le ipotesi tipizzate. Le norme italiana e comunitaria contengono un elenco non esaustivo di ipotesi di intese

certamente vietate:

a) la fissazione diretta o indiretta dei prezzi di acquisto o di vendita ovvero di altre condizioni contrattuali

(cartelli);

b) la creazione di vincoli o limitazioni (es. dell'accesso al mercato, della produzione);

c) la ripartizione dei mercati o delle fonti di approvvigionamento;

d) l'applicazione, nei rapporti commerciali con altri contraenti, di condizioni diverse per prestazioni

equivalenti (discriminazioni);

e) il subordinare la conclusione di contratti all'accettazione di prestazioni supplementari che per loro natura

non hanno alcun rapporto con l'oggetto dei contratti stessi (contratti leganti).

Nullità delle intese. Per entrambe le normative, le intese vietate sono considerate nulle ad ogni effetto. Le

imprese che vi hanno preso parte sono assoggettate a un articolato sistema di sanzioni pecuniarie

amministrative e all'obbligo di risarcimento del danno causato a terzi.

Esenzioni dal divieto. L'ordinamento considera che anche intese in astratto vietate possano beneficiare di un

trattamento di particolare favore (esenzione dal divieto) in considerazione degli effetti positivi che esse

possono determinare.

Deve essere dimostrato, in positivo, che le intese i) contribuiscono a migliorare la produzione o la

distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico e ii) riservano agli utilizzatori

una congrua parte dell'utile che deriva alle parti, nonché, in negativo, iii) che non contengono restrizioni

concorrenziali che non siano indispensabili per l'ottenimento dei benefici e iv) che non consentono alle parti

di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti oggetto dell'accordo.

24. GLI ABUSI DI POSIZIONE DOMINANTE

Nozione di posizione dominante. La Corte di giustizia afferma che la posizione dominante è una posizione

di potenza economica, grazie alla quale l'impresa che la detiene è in grado di ostacolare la persistenza di una

concorrenza effettiva sul mercato in questione e ha la possibilità di tenere comportamenti alquanto

indipendenti nei confronti dei concorrenti, dei clienti e dei consumatori.

Le norme comunitarie e l'art. 3 l.ant. affermano che è vietato l'abuso da parte di una o più imprese di una

posizione dominante all'interno del mercato nazionale o di una sua parte rilevante, indicando poi una lista di

comportamenti espressamente vietati. Ad essere vietato è lo sfruttamento abusivo della posizione dominante

e non la sola costituzione o detenzione di quest'ultima.

Il mercato rilevante. Per capire se un'impresa si trova in posizione dominante la Corte di giustizia ha

indicato un percorso che si fonda in primo luogo su una accurata individuazione del mercato rilevante, sia

dal punto di vista territoriale che merceologico. L'obiettivo è individuare un ambito nel quale esista una

relazione di sostituibilità tra i prodotti e i servizi offerti, tanto da poterlo considerare come un unico mercato.

Sotto il profilo territoriale, tale relazione viene accertata considerando le caratteristiche del prodotto (es.

dimensioni), le abitudini dei consumatori e le tecniche di distribuzione adottate dalle imprese (es. internet).

Sotto il profilo merceologico si tratta invece di indagare sulla funzione che i prodotti e i servizi offerti

dall'impresa assolvono in relazione alle esigenze dei consumatori.

Il mercato rilevante si estende fino a comprendere i concorrenti potenziali.

La quota di mercato. Individuato il mercato rilevante è possibile stabilire la quota di mercato detenuta

dall'impresa. La Corte ha stabilito che: a) una quota dell'80% circa è generalmente sufficiente di per sé ad

attribuire al suo detentore una posizione dominante; b) quote tra il 40% e il 75% possono essere un serio

indizio di dominanza se corroborate da altri indicatori; c) sotto al 30% è difficile che si stabilisca un potere

dominante.

...e gli altri indicatori. Va considerata in primo luogo la stabilità della quota di mercato: quanto più essa è in

grado di rimanere invariata nel tempo, tanto più essa risulta rilevante, dimostrandosi che l'impresa è

insensibile agli effetti della concorrenza.

A essa si affiancano le barriere all'ingresso, che costituiscono un ostacolo per le imprese che volessero

accedere al mercato: più elevate sono le barriere, più salda sarà la posizione del dominante e più difficile

quella dei concorrenti. La misurazione deve essere operata considerando gli investimenti richiesti per il suo

superamento (e il rischio connesso a quest'ultimi), in relazione alla redditività attesa dalla futura attività.

L'abuso. La norma fornisce un elenco di comportamenti vietati. L'impresa dominante non può:

a) imporre direttamente o indirettamente prezzi di acquisto, di vendita o altre condizioni contrattuali

ingiustificatamente gravose;

b) impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al mercato, lo sviluppo tecnico o il progresso

tecnologico, a danno dei consumatori;

c) applicare nei rapporti commerciali con altri contraenti condizioni oggettivamente diverse per prestazioni

equivalenti, così da determinare per essi ingiustificati svantaggi nella concorrenza;

d) subordinare la conclusione di contratti all'accettazione di prestazioni supplementari che per loro natura

non hanno alcun rapporto con l'oggetto dei contratti stessi.

L'impresa in posizione dominante, avvantaggiandosi della sua condizione di potere, può comportarsi in

maniera indipendente dagli altri protagonisti del mercato, senza temere la loro reazione, e imporre condizioni

gravose per i propri clienti (abusi di sfruttamento) o adottare comportamenti tali da impedire ai propri

concorrenti di scalfire la sua posizione di dominio (abusi escludenti).

25. LE CONCENTRAZIONI

Ratio della disciplina. Le concentrazioni sono forme di integrazione fra imprese che prima dell'operazione

erano tra loro indipendenti. L'effetto potenzialmente anticoncorrenziale sta nel fatto che viene meno almeno

uno degli operatori del mercato, oppure si modificano le quote di mercato.

Le concentrazioni che fanno nascere un'impresa dotata di una posizione dominante sul mercato, tale da

mettere a rischio il funzionamento del meccanismo concorrenziale, sono vietate.

La nozione di concentrazione. L'art. 1 l.ant. stabilisce che un'operazione di concentrazione si realizza: i)

quando due o più imprese procedono a fusione; ii) quando uno o più soggetti che controllano almeno

un'impresa acquisiscono (es. acquisto quote di partecipazioni) il controllo dell'insieme o di parti di una o più

imprese; iii) quando due o più imprese procedono, attraverso la costituzione di una nuova società, alla

costituzione di un'impresa comune.

Le imprese comuni si dividono in concentrative (spesso hanno effetti pro-competitivi: sono regolate dalla

disciplina delle concentrazioni) e imprese cooperative. Quest'ultime nascono da operazioni aventi quale

oggetto o effetto principale il coordinamento del comportamento di imprese indipendenti e non danno quindi

luogo ad una concentrazione. (hanno effetti anticompetitivi: sono regolate dalla più rigorosa disciplina delle

intese - possibile quindi il test di esenzione delle intese).

La nozione di controllo. L'art. 7 l.ant. detta una nozione ampia che si basa sulle tre fattispecie previste

dall'art. 2359 (controllo azionario di diritto, controllo azionario di fatto e controllo contrattuale) e viene

estesa a ogni forma di diritto, di contratto o di altro rapporto giuridico che conferisce al suo titolare, tenuto

conto delle circostanze di fatto e di diritto, la possibilità di esercitare una influenza determinante sulle attività

d'impresa.

Il divieto delle concentrazioni. Sono vietate le concentrazioni che comportano la costituzione o il

rafforzamento di una posizione dominante sul mercato nazionale in modo da eliminare o ridurre in modo

sostanziale e durevole la concorrenza (art. 6 l.ant.).

La normativa comunitaria dichiara incompatibili con il mercato comune le concentrazioni che ostacolino in

modo significativo una concorrenza effettiva nel mercato comune o una parte sostanziale di esso, in

particolare a causa della creazione o del rafforzamento di una posizione dominante.

Per la normativa comunitaria risulta quindi sufficiente per la dichiarazione di incompatibilità anche solo che

la concentrazione ostacoli in modo significativo una concorrenza effettiva. Si tratta del SIEC test

(substantially impede effective competition), introdotto nel 2004, che elimina incertezze e difficoltà

applicative in relazione agli effetti coordinati.

La notifica delle operazioni di concentrazione. Qualora l'operazione di concentrazione superi determinate

soglie dimensionali, basate sul fatturato delle imprese interessate, la parte che intende acquisire il controllo di

un'altra impresa deve preventivamente notificare l'operazione alla competente autorità di controllo.

La competenza è sempre ripartita fra le due autorità in ragione di criteri quantitativi stabiliti dalle norme: le

concentrazioni di dimensione comunitaria dovranno essere notificate alla Commissione UE; quelle di

dimensione nazionale, che superano a loro volta una soglia dimensionale, alla AGCM.

L'applicazione del divieto. A differenza della disciplina sulle intese e sull'abuso di posizione dominante,

quella delle concentrazioni non può essere applicata dai giudici direttamente ma necessita di un

provvedimento dell'autorità di controllo.

Le autorità valutano l'operazione e possono vietarla (quando crea un serio ostacolo alla concorrenza),

autorizzarla con condizione (quando si ritiene necessario correggere alcuni effetti distorsivi che l'operazione

potrebbe determinare) o autorizzarla.

26. L'APPLICAZIONE DELLA DISCIPLINA ANTITRUST

Le autorità di controllo. La Commissione UE è l'autorità di controllo per l'applicazione della disciplina

comunitaria; l'AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) è l'autorità di controllo prevista

per l'applicazione della disciplina nazionale (e comunitaria sulle intese e sull'abuso di posizione dominante,

in forma concorrente con la Commissione UE).

L'AGCM è un organo collegiale che decide a maggioranza, costituito da un Presidente e due membri,

nominati calle camere, il cui mandato, non rinnovabile, dura sette anni. Non ha rango costituzionale; è

tuttavia un'autorità indipendente, nel senso che è autonoma rispetto ai poteri dello Stato: essa è soggetta

soltanto alla legge e non opera come organo di politica economica. Oltre che alla tutela della concorrenza,

L'AGCM è preposta a diverse altre funzioni a protezione dei consumatori (es. repressione della pubblicità

ingannevole).

L'AGCM è dotata di penetranti poteri investigativi, di poteri decisori sui casi oggetto di procedimento da

parte della stessa Autorità, di poteri sanzionatori, di poteri inibitori di pratiche anticompetitive, di poteri

cautelari a protezione del meccanismo concorrenziale, di poteri consultivi in merito alle nuove leggi, di

poteri di segnalazione sui profili di eventuale incompatibilità delle leggi esistenti con il mercato.

Il procedimento amministrativo. In UE e in Italia, il ruolo dell'autorità di controllo è quello di avviare un

procedimento amministrativo in presenza del sospetto di una violazione, all'esito del quale, se accerta la

violazione, ordina la cessazione dei comportamenti illeciti e sanziona le imprese responsabili (In USA,

l'Antitrust Division promuove un'azione innanzi al giudice ordinario).

L'apertura dell'istruttoria viene notificata alle parti interessate. L'autorità può chiedere alle imprese

interessate e ai terzi tutte le informazioni e i documenti che ritiene utili all'analisi; può condurre ispezioni

presso le imprese coinvolte e acquisire tutta la documentazione utile.

Le parti del procedimento. Al procedimento amministrativo possono partecipare tutte le parti a cui

l'autorità ha notificato il provvedimento di avvio del procedimento nonché i soggetti che possono essere stati

danneggiati direttamente dalla violazione che forma oggetto del procedimento.

Le parti hanno il diritto di essere sentite, di produrre difese scritte, documenti e perizie e di aver accesso alla

documentazione acquisita durante le investigazioni, con il limite della riservatezza che può essere opposta su

motivata istanza delle parti interessate.

Qualora gli uffici ritengano di aver raccolto un numero sufficiente di prove, fanno istanza all'autorità di

comunicare alle parti le risultanze dell'attività compiuta; l'autorità, se ritiene che la proposta degli uffici non

sia manifestatamente infondata, adotta con provvedimento la Comunicazione delle risultanze istruttorie che

viene notificata alle parti del procedimento.

La conclusione del procedimento. Le parti hanno il diritto di chiedere di essere sentite in un'udienza finale

innanzi all'autorità, nella quale l'ufficio riassume la propria posizione accusatoria e i difensori delle parti

sviluppano le loro difese. Al termine, l'autorità dichiara chiuso il procedimento e nei giorni successivi adotta

il provvedimento finale che viene comunicato alle parti.

Per le concentrazioni, il procedimento viene instaurato per iniziativa delle parti interessate, che devono

notificare l'operazione all'autorità. La pronuncia di quest'ultima avviene in tempi molto più stretti, salvo che

essa non sollevi obiezioni alla concentrazione. Anche in questo caso, regole e poteri dell'autorità sono

analoghi a quelli sopra descritti.

Gli impegni. Si tratta della possibilità che i procedimenti istruttori in tema di intese e abusi di posizione

dominante (fanno eccezione i cartelli segreti) si chiudano senza accertamento dell'infrazione, qualora le parti

presentino impegni in grado di far venir meno i profili anticoncorrenziali oggetto dell'istruttoria, sempre che

l'autorità li giudichi tali, rendendoli obbligatori per le parti dopo la pubblicazione ai fini di confronto con le

eventuali osservazioni di terzi interessati (market test).

Le decisioni dell'AGCM possono essere impugnate innanzi al TAR, con appello al Consiglio di Stato; quelle

della Commissione UE innanzi al Tribunale, con appello alla Corte di giustizia.

Le sanzioni. Nel caso di violazione delle regole sulle intese e sugli abusi di potere dominante, l'autorità

ordina la cessazione dell'illecito e, in base alla durata e alla gravità dell'illecito, può applicare una sanzione

pecuniaria amministrativa fino al 10% del fatturato delle imprese responsabili. Le parti che hanno

collaborato con le autorità nel corso dell'indagine possono beneficiare di una riduzione o della non

applicazione delle sanzioni (programmi di clemenza).

Il sistema sanzionatorio delle concentrazioni stabilisce che, oltre alla sanzione del 10% del fatturato, vi sia

l'obbligo di ripristinare lo status quo ante mediante misure di deconcentrazione, e all'1% del fatturato per

l'ipotesi di omessa notifica.

Sono poi previste sanzioni pecuniarie per il rifiuto di fornire la documentazione richiesta, per la violazione di

un provvedimento cautelare, per la violazione di obblighi assunti nei confronti dell'autorità. La violazione

dell'obbligo di pagamento di una sanzione può comportare, da parte dell'autorità, la sospensione dell'attività

dell'impresa fino a 30 giorni.

La natura di tutte queste sanzioni è amministrativa e i destinatari sono solo le imprese che hanno violato la

disciplina; in altri ordinamenti la violazione della disciplina può comportare anche sanzioni penali (es.

reclusione di un dirigente).

Il private enforcement. Le norme antitrust, almeno quelle sulle intese e sull'abuso di potere dominante,

possono essere attivate innanzi ai giudici ordinari anche da chiunque vi abbia interesse per ottenere una

declaratoria di nullità e se del caso per ottenere il risarcimento del danno.

...la legittimazione ad agire. L'art. 33 l.ant. non stabilisce però chi siano i soggetti legittimati ad agire, anche

se l'interpretazione che ha prevalso è che sia i concorrenti, sia i consumatori possano agire per ottenere la

tutela risarcitoria in caso di violazioni della disciplina antitrust.

...l'accertamento della violazione. Le azioni risarcitorie solitamente seguono all'accertamento della

violazione da parte dell'autorità di controllo. Il provvedimento dell'autorità amministrativa, seppur non

vincolante per il giudice ordinario, costituisce una prova privilegiata dell'illecito concorrenziale.

Non è comunque escluso che il privato, l'impresa concorrente o il consumatore possano prescindere dal

preventivo intervento dell'autorità di controllo e promuovere l'azione innanzi al giudice indipendentemente

da esso. L'iniziativa privata è vista come un ulteriore strumento di attivazione delle norme che può portare

alla scoperta di illeciti che rimarrebbero altrimenti nascosti.

...la class action. Un altro ostacolo che potrebbe far desistere il singolo consumatore dall'intraprendere una

difficile e costosa azione giudiziaria è costituito dal modesto ammontare del danno individualmente subito.

Mediante la class action, una pluralità di consumatori titolari di un interesse omogeneo può esercitare

un'unica azione per il risarcimento del danno prodotto dai comportamenti concorrenziali.

La disciplina di questo strumento processuale è caratterizzata da una particolare enfasi posta sui meccanismi

di pubblicità dell'esistenza del giudizio, ai fini di favorire l'adesione dei consumatori: rafforza ulteriormente

la rilevanza dell'accertamento preventivo della violazione da parte dell'AGCM, in quanto consente al giudice

di sospendere il giudizio di risarcimento del danno qualora penda istruttoria davanti all'autorità.

27. DISCIPLINA DELLA CONCORRENZA NEL CODICE CIVILE

Nozione. La concorrenza è oggetto di una disciplina di natura privatistica, destinata a regolare i rapporti tra

imprese allo scopo di evitare che la competizione commerciale degeneri in condotte ingiustamente lesive

dell'altrui libertà di iniziativa economica.

Fonti. Le disposizioni del codice civile in materia di concorrenza sleale riprendono il contenuto e la struttura

della Convenzione di Unione per la tutela della proprietà industriale (Parigi, 1883), individuandone alcune

fattispecie e prevedendo una clausola generale di chiusura che estende la responsabilità a chiunque si

avvalga di qualsiasi altro mezzo contrario alla correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui

azienda. Alla luce della clausola generale, la giurisprudenza ha individuato altre figure di illecito

concorrenziale.

La disciplina civilistica prevede inoltre (art. 2595 ss.) specifici limiti legali alla concorrenza (es. divieto di

concorrenza dell'alienante dell'azienda), alcune regole in materia di limiti contrattuali della concorrenza e

obbligo di contrattare del monopolista. Tali regole trovano poi nuovi sviluppi e implicazioni con l'avvento

della disciplina antitrust.

Interessi tutelati. Questo insieme di disposizioni consente di proteggere l'avviamento dell'impresa, cioè quel

complesso di fattori che alimentano la sua capacità di attrarre nuova clientela e di conservare quella

acquisita. Tale protezione è assicurata soltanto contro le azioni concorrenziali illecite.

Il sistema normativo si pone come obiettivo la protezione dei principi di libertà di concorrenza (libertà di

iniziativa economica) ma anche la tutela dei consumatori (limite alla libertà economica dei privati).

Concorrenza sleale e diritto antitrust. Le due discipline sono non solo pienamente compatibili ma

addirittura complementari. In particolare, le norme civilistiche tutelano indirettamente quello stesso interesse

tipicamente presidiato dal diritto antitrust, cioè la conservazione della struttura concorrenziale del mercato.

Le discipline talvolta concorrono a regolare la stessa condotta e molte fattispecie risultano rilevanti sia come

atti di concorrenza sleale, sia come illeciti antitrust (sebbene entro certi limiti di carattere dimensionale, dal

momento che la disciplina antitrust si applica solo quando la violazione sia in grado di produrre

un'alterazione consistente della concorrenza e pertanto ove coinvolga imprese di una qualche rilevanza).

Viceversa, l'operatività di alcune regole civilistiche è stata nettamente ridimensionata dalla disciplina

antitrust chiamata a valutare la medesima condotta, con l'effetto di ridurre l'applicazione delle prime a un

ambito residuale (come accade nell'obbligo di contrattare del monopolista).

L'obbligo di contrattare del monopolista. Chi esercita un'impresa in condizione di monopolio legale ha

l'obbligo di contrattare con chiunque richieda le prestazioni che formano oggetto dell'impresa osservando

parità di trattamento (art. 2597).

Il rifiuto di contrattare e le pratiche discriminatorie sono oggetto di specifica repressione a opera della

disciplina antitrust nelle norme in tema di abuso di posizione dominante. Quest'ultima si dichiara tuttavia non

applicabile ai monopoli legali (art. 8 l.ant.): il presupposto è che la loro gestione a opera dello Stato sia

sufficiente a garantire la correttezza dei comportamenti del monopolista.

L'applicazione della disciplina civilistica a una fattispecie di questo tipo può essere sostenuta sulla base della

funzione strettamente privatistica dell'obbligo a contrarre, sebbene si possa ritenere che anche le norme

civilistiche sono comunque poste a tutela di quegli stessi interessi generali tipicamente presidiati dalle norme

antitrust, cui pertanto resterebbe affidato l'esclusivo controllo sui comportamenti abusivi del monopolista.

Per analogia, tutto ciò si estende anche al monopolista di fatto.

28. LA CONCORRENZA SLEALE

Il rapporto di concorrenza. Il rapporto di concorrenza sussiste quando danneggiante e danneggiato operano

sul mercato dello stesso prodotto o di prodotti fungibili (mercato del prodotto) e nello stesso perimetro

territoriale (mercato geografico), come accade per il mercato rilevante nella legge antitrust.

La concorrenza potenziale. La disciplina offre protezione anche al concorrente potenziale, e cioè a colui

che, pur non essendo ancora presente nel mercato in cui opera l'impresa cui l'illecito viene contestato, vi

possa agevolmente entrare.

I soggetti. La disciplina in materia di concorrenza sleale trova applicazione ove i soggetti coinvolti svolgano

attività imprenditoriale. Gli interpreti hanno concesso la tutela dall'illecito concorrenziale in un ambito

soggettivo più ampio rispetto a quello delineato dalla nozione codicistica dell'imprenditore, in particolare

ammettendola anche per i gestori di attività o per gli enti pubblici non economici; la giurisprudenza tende a

escludere i professionisti intellettuali dalla tutela offerta dal codice civile.

La concorrenza sleale indiretta. Sono qualificabili come atti di concorrenza sleale anche quelli compiuti da

soggetti che non hanno rapporti formali con l'impresa e pertanto non agiscono in virtù di un mandato

espresso, di una posizione organica all'interno dell'organizzazione o di un potere rappresentativo conferito.

In tal caso l'atto è riferibile all'impresa solo qualora sia stato compiuto nel suo interesse e tra il terzo e

l'impresa sussista un rapporto, anche di fatto, idoneo a far presumere che l'impresa fosse a conoscenza

dell'illecito e consapevole di trarne un vantaggio.

La legittimazione attiva. La tutela nei confronti degli atti di concorrenza sleale può essere fatta valere, oltre

che dall'impresa concorrente, anche dalle associazioni professionali o dagli enti che rappresentino gli

interessi di una intera categoria professionale, ove quegli interessi ne risultino pregiudicati (art. 2601) (es.

boicottaggio di una tipologia di aziende).

Le sanzioni:

...l'inibitoria. E' consentito all'attore di chiedere che il giudice pronunci l'inibitoria del comportamento

illecito (art. 2599). Questo tipo di tutela è ammesso quando l'illecito sia ancora in atto e serve a impedirne la

continuazione, oppure sia già compiuto ma sia suscettibile di essere ripetuto e produrre ulteriori danni.

Il giudice può inoltre adottare i provvedimenti opportuni per l'eliminazione degli effetti prodotti dall'illecito

concorrenziale (es. ordine di distruggere i prodotti imitati).

...il risarcimento. Può essere richiesto il risarcimento nei casi in cui l'illecito abbia prodotto un danno, a

condizione che sia stato compiuto con dolo o colpa (responsabilità extracontrattuale). Accertato l'atto illecito,

la colpa si presume.

La prova del danno e della sua misura resta invece a carico di chi domanda il risarcimento (quantificazione:

criterio equitativo; ricorso a prove presuntive per stima del lucro cessante). Quando sia riconosciuto il

risarcimento del danno il giudice può anche stabilire che sia data pubblicazione alla sentenza di condanna.

29. I SINGOLI ATTI DI CONCORRENZA SLEALE

Le fattispecie nominate e la clausola generale. Oltre a contemplare alcune fattispecie nominate di

concorrenza sleale (n° 1 e n° 2), l'art. 2598 prevede una norma di chiusura (n° 3) che estende la tutela a tutti

gli atti contrari ai principi di correttezza professionale: la clausola generale è quindi a contenuto

indeterminato e spetterà all'interprete individuare eventualmente altri casi.

I principi di correttezza professionale. Le ulteriori fattispecie di concorrenza sleale sono state tipizzate

sulla base di criteri il più possibile oggettivi, ricavati dai principi costituzionali di libertà d'iniziativa

economica e di utilità sociale, con ciò favorendo la soluzione più idonea a garantire la libertà di concorrenza,

l'accesso al mercato e la tutela degli interessi collettivi (e quindi dei consumatori).

Il danno concorrenziale. Il n° 3 richiede che gli atti compiuti con ogni altro mezzo non conforme ai principi

di correttezza professionale siano altresì idonei a danneggiare l'altrui azienda.

Si ritiene che requisito oggettivo sia applicabile anche per i punti n° 1 e n° 2. L'idoneità fa ritenere inoltre

sufficiente anche un mero danno potenziale. Inoltre, dato che al centro della tutela vi è l'avviamento

dell'impresa, la dicitura di altrui azienda induce a ritenere comprese nell'oggetto del danno tutte le

componenti dell'impresa.

Gli atti confusori (n° 1). Il primo punto contempla anzitutto due ipotesi nominate di atti confusori,

rappresentate dall'uso di nomi o segni distintivi altrui e dall'imitazione servile dell'altrui prodotto; infine, in

chiusura, una fattispecie innominata, riferita a tutti gli atti compiuti con qualsiasi altro mezzo che siano

idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente.

E' quindi sufficiente che l'atto abbia creato una situazione di confondibilità, procurando uno sviamento di

clientela attraverso l'inganno sulla riferibilità di un certo prodotto o servizio a un dato offerente. La

confondibilità va valutata in base alle capacità di osservazione e discernimento di un consumatore medio.

L'uso degli altrui segni distintivi. Sono segni distintivi tutti quegli elementi che connotano un prodotto o

un servizio (es. segni grafici, la confezione stessa. La forma del prodotto è invece oggetto di imitazione

servile).

Tali segni devono essere forniti di una effettiva capacità distintiva: possono quindi avere tutela solo gli

elementi che possono essere percepiti dal pubblico come provenienti da una certa impresa e non quelli che

sono o parte della struttura del prodotto o segni meramente descrittivi. Quest'ultimi possono acquisire

capacità distintiva se nel tempo siano percepiti dal pubblico come capaci di identificare uno specifico

prodotto.

Segni muniti di forte capacità distintiva possono perderla laddove vengano poi usati per indicare il genere di

prodotto cui appartiene quello per cui erano stati ideati.

L'accertamento va fatto in concreto, valutando se e in quale ambito (territoriale, merceologico) esso abbia

acquisito notorietà come elemento distintivo del prodotto. E' in quell'ambito che si possono verificare gli

effetti confusori. La tutela è offerta solo per i segni distintivi legittimamente usati.

...e i rapporti con l'azione di contraffazione. Alcuni segni distintivi come il marchio, la ditta e l'insegna

godono di una speciale protezione in materia di proprietà industriale. La tutela degli atti confusori si somma

a tale protezione, dato che i presupposti e le sanzioni sono diverse.

Il marchio registrato è protetto dalla contraffazione solo se l'uso dello stesso marchio, o di un marchio con

esso confondibile, da parte di un terzo, crea un rischio di confusione del pubblico, o un rischio di

associazione tra i due segni. La protezione è assoluta sul piano territoriale; inoltre, se il marchio registrato

gode di rinomanza, opera una tutela più forte.

Quanto all'imitazione confusoria della ditta e dell'insegna, il codice prevede una disciplina speciale che

impone a colui che operi con una ditta o un'insegna simili a quelle di altra impresa (idonee a creare

confusione) un obbligo di differenziazione mediante apposite modifiche o integrazioni. La tutela in materia

di concorrenza sleale opera pertanto soprattutto con l'imitazione di marchio o ditte non registrate, che non

possono cioè giovarsi della tutela offerta dalla disciplina speciale.

L'imitazione servile. L'imitazione servile consiste nella riproduzione dell'aspetto esteriore di un prodotto in

termini di stretta aderenza all'originale. Il rischio di confusione generato deve riguardare quindi le parti

esterne del prodotto (la confusione non sussiste se l'imitatore ha apposto sul prodotto alcuni elementi

differenziali idonei a far venir meno la confondibilità).

Anche la forma protetta dall'imitazione altrui deve presentare un carattere distintivo: non deve consistere in

una forma comune o necessaria del prodotto e deve essere conosciuta come tale dal pubblico.

...i rapporti con la tutela brevettuale. Se la forma del prodotto è una forma utile, essa può essere oggetto di

brevetto per invenzione o per modello di utilità. La tutela brevettuale assicura all'inventore il diritto

sfruttamento esclusivo dei risultati della sua attività inventiva per un certo lasso di tempo e rappresenta

pertanto una tutela assoluta di un diritto di proprietà intellettuale, cui è estraneo il problema della

confondibilità.

Se si dovesse ammettere il cumulo delle tutele, la tutela dell'imitazione servile della forma utile potrebbe

rendere permanente un'esclusiva che il legislatore ha concepito come temporale proprio per consentire alla

collettività di appropriarsi, scaduto il brevetto, dei risultati dell'invenzione. Per le forme brevettate (o

brevettabili) la tutela dalla concorrenza sleale deve ritenersi esclusa e deve essere ammessa la loro libera

imitazione dopo la scadenza del brevetto.

Ipotesi innominate di atti confusori. Si tratta di ipotesi del tutto residuali.

La denigrazione e l'appropriazione di pregi (n° 2). Ai sensi del n° 2, compie atti di concorrenza sleale

anche chi diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sulle attività del concorrete idonei a determinarne il

discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa del concorrente.

Le notizie screditanti. Sono illeciti i comportamenti screditanti, cioè la diffusione di giudizi o informazioni

idonei a compromettere l'immagine dell'impresa e a sminuire l'apprezzamento di cui gode sul mercato, con

possibile pregiudizio dei suoi rapporti con le controparti e quindi con un danno all'avviamento e alla sua

organizzazione. Le notizie screditanti devono essere diffuse, quindi trasmesse a una platea sufficientemente

ampia di soggetti.

La comparazione e la pubblicità comparativa. Il legislatore ha adottato una specifica disciplina a tutela

dei consumatori che, in attuazione di una direttiva comunitaria, ammette tale forma di pubblicità ove non

risulti ingannevole o screditante, né possa creare confusione o consentire all'impresa di avvantaggiarsi

indebitamente della notorietà altrui.

L'appropriazione di pregi altrui. L'appropriazione di pregi altrui ricorre quando il concorrente ascrive ai

propri prodotti o alla propria impresa qualità o meriti inesistenti, che potrebbero appartenere ad altri

concorrenti (o a terzi). Non sono quindi illeciti quei comportamenti di effettiva emulazione dei risultati altrui,

anche quando consistano nella riproduzione nel proprio prodotto di pregi o di qualità elaborati da altri, dal

momento che ciò contribuisce a innalzare il livello qualitativo generale dei prodotti e dei servizi offerti.

L'agganciamento. L'agganciamento consiste in quei comportamenti con i quali l'impresa presenta al

pubblico i propri prodotti evidenziando ripetutamente la loro somiglianza con i prodotti di un concorrente.

Non si richiede che le affinità dichiarate siano false, né che vi sia il rischio di confusione: ciò che si ritiene

rilevante per giudicare illecita la condotta è lo sfruttamento sistematico dell'impegno e della notorietà altrui e

pertanto il carattere parassitario della strategia commerciale adottata.

Le altre fattispecie di concorrenza sleale (n° 3). La clausola generale fonda una norma aperta: oltre alle

ulteriori fattispecie di concorrenza sleale tipizzate dalla giurisprudenza e dagli interpreti, possono

manifestarsi comportamenti diversi da quelli conosciuti che pure risultino idonei a essere valutati come

illeciti concorrenziali ai sensi della disposizione citata.

La pubblicità ingannevole. Si tratta di quelle forme di comunicazione commerciale che, ingannando i

destinatari su elementi rilevanti nelle valutazioni di acquisto o di consumo, sono idonee a indurli a compiere

scelte che non avrebbero altrimenti compiuto.

La comunicazione commerciale menzoniera, capace di indurre in errore il consumatore medio, è vietata ed è

annoverata tra le pratiche commerciali scorrette del Codice del consumo. Inoltre, all'AGCM è affidato il

controllo sui comportamenti delle imprese, per proteggere, tra l'altro, i consumatori.

E' riconosciuta la plurioffensività della pubblicità ingannevole e la sua natura di atto di concorrenza sleale

nella misura in cui l'inganno del consumatore abbia come motivo e come effetto lo sviamento della clientela

del concorrente.

I ribassi di prezzo e le vendite sottocosto. Esse sono lecite quando generate da incrementi di efficienza

nella gestione dell'impresa, che riesce a ridurre i suoi costi di produzione e a condividere tali vantaggi con i

consumatori.

Sono illecite quando sono finalizzate a conquistare velocemente quote di mercato sottraendole ai concorrenti

che non sono in grado di sostenere una competizione così aggressiva, aumentando la concentrazione del

mercato e favorendo la creazione di situazioni di monopolio; potrebbero inoltre configurare un abuso di

posizione dominante.

Sono considerati leciti solo i ribassi di prezzo o le vendite sottocosto motivati da scelte gestionali ragionevoli

e verificabili; sono considerate illecite le manovre sui prezzi che non possono trovare una spiegazione

diversa da quella di nuocere al concorrente.

La violazione di norme pubblicistiche. La violazione di norme di diritto pubblico può rappresentare un atto

di concorrenza sleale laddove perpetrata dall'impresa per conseguire uno specifico vantaggio sui propri

concorrenti, così alterando il gioco onesto della competizione (es. violazione di norme fiscali, contributive,

sindacali, amministrative, penali).

Lo storno di dipendenti. L'acquisizione di dipendenti altrui alla propria organizzazione aziendale può

colorarsi d'illiceità, e conseguentemente essere qualificata come storno, laddove sia realizzata allo scopo di

indebolire l'organizzazione del concorrente erodendo il suo patrimonio di risorse umane.

L'accertamento dei reali obbiettivi dell'operazione viene anche in tal caso effettuato in base a elementi

oggettivi: in particolare ciò accade quando l'acquisizione riguardi dipendenti particolarmente qualificati,

magari adibiti a mansioni strategiche nell'impresa, e sia effettuata con modalità insolite nelle normali

relazioni di lavoro. Si ritiene che non si possa configurare uno storno di dipendenti laddove l'iniziativa di

passare all'azienda concorrente sia stata presa dal lavoratore dipendente.

La sottrazione di segreti aziendali. Un'altra ipotesi di concorrenza sleale viene individuata nella sottrazione

di segreti aziendali altrui per rivelarli a terzi interessati o sfruttarli nella propria attività commerciale.

Il boicottaggio. Rilevante come atto di concorrenza sleale è il boicottaggio dell'impresa concorrente che si

realizza rifiutando di contrattare con essa o inducendo altri a non contrattare. La fattispecie rileva anche per

il diritto antitrust laddove sia ispirata da finalità escludenti o dall'intento di monopolizzare il mercato.

La concorrenza parassitaria. Si parla di concorrenza parassitaria quando un soggetto imiti

pedissequamente le iniziative del concorrente. Pur se da tali atti non derivino effetti confusori, si ritiene che

l'illiceità sussista laddove l'attività imitativa sia talmente sistematica e generalizzata da consentire all'impresa

imitatrice di vivere letteralmente alle spalle dell'impresa imitata. La possibilità di configurare un simile

illecito concorrenziale dipende quindi dalle caratteristiche di intensità, ampiezza, durata, con cui gli atti

imitativi vengono raelizzati.

30. I LIMITI LEGALI E CONTRATTUALI DELLA CONCORRENZA

Divieti legali di concorrenza e interessi tutelati. La legge impone a taluni privati l'astensione da iniziative

concorrenziali laddove si possa presumere che il soggetto agente sia in condizione di approfittare della

posizione assunta in un certo rapporto contrattuale o comunque sia legato alla controparte da un vincolo di

lealtà, fedeltà e protezione.

In alcuni casi, si tratta di limiti derivanti da esigenze collegate alla funzione economica di un certo tipo

contrattuale, la cui realizzazione è agevolata dalla sospensione dell'attività concorrenziale tra le parti; in altri,

si tratta di situazioni in cui l'atto concorrenziale appare poco consono alla morale e ai principi di correttezza

professionale.

Essendo posti a tutela di interessi privati, tali divieti sono ritenuti tendenzialmente derogabili; inoltre, sono

una soluzione che garantisce la piena realizzazione dell'iniziativa economica, quindi non hanno natura

eccezionale e sono applicabili per analogia a fattispecie diverse da quelle considerate.

...in caso di cessione, affitto o usufrutto d'azienda. L'art. 2557 prevede un divieto di concorrenza a carico

di colui che trasferisce, affitta o concede in usufrutto la propria azienda commerciale (o agricola per le

attività connesse), per un periodo di cinque anni dal trasferimento, dalla concessione in affitto o dalla

costituzione dell'usufrutto. In particolare, la norma vieta di iniziare una nuova impresa che per l'oggetto,

l'ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell'azienda ceduta.

Se l'impresa alienante o concedente potesse liberamente iniziare a svolgere analoga attività giovandosi dei

rapporti commerciali già instaurati in passato, l'acquirente, l'affittuario o l'usufruttuario potrebbero trovarsi

privati dell'avviamento commerciale che invece fa parte dell'azienda.

La violazione del divieto è fonte di responsabilità contrattuale e obbliga l'autore della condotta al

risarcimento del danno. La norma viene applicata per analogia al caso di cessione di partecipazioni sociali di

controllo.

...nel rapporto di lavoro. L'art. 2105 pone a carico del lavoratore subordinato, per tutta la durata del

rapporto di lavoro, un preciso obbligo di fedeltà che si specifica in due divieti distinti: da un lato il divieto di

trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l'impresa; dall'altro il divieto di divulgare

notizie attinenti all'organizzazione e ai metodi di produzione dell'impresa o di farne uso in modo per essa

potenzialmente pregiudizievole.

Il lavoratore dipendente che abbia violato i divieti in esame risponde dei danni cagionati al datore di lavoro a

titolo di responsabilità contrattuale, mentre l'eventuale terzo per conto del quale sia stata posta in essere la

condotta ne risponderà a titolo di responsabilità extracontrattuale.

...nel rapporto di agenzia. L'art. 1743 dispone un divieto di concorrenza anche per l'agente, fissando a suo

carico un obbligo di esclusiva vietandogli, nella stessa zona e per lo stesso ramo, di trattare per affari di più

imprese tra loro concorrenti (limitazioni: ambito merceologico e territoriale), per tutta la durata del rapporto

di agenzia.

La ratio della norma risiede nell'esigenza di proteggere l'avviamento del preponente, a sua volta gravato da

un obbligo di esclusiva a favore dell'agente che gli vieta di servirsi contemporaneamente di più agenti per la

stessa zona e per lo stesso ramo di attività.

La violazione del divieto genera una responsabilità contrattuale a carico dell'agente.

...nel diritto societario. Disposizioni contenute nella disciplina delle società di persone e di capitali pongono

a carico di soci e amministratori un divieto di concorrenza, per conto proprio o di terzi, con l'attività della

società partecipata o amministrata.

Tale divieto vale per i soci di s.n.c., ai sensi dell'art. 2301 che proibisce loro altresì di partecipare come soci

illimitatamente responsabili ad altra società concorrente, ed è richiamato negli stessi termini per i soci

accomandatari di s.a.s. dall'art. 2318. Tale divieto viene meno solo con il consenso degli altri soci, consenso

che si presume se l'attività concorrente o la partecipazione in altre imprese concorrenti preesisteva al

contratto sociale ed era nota agli altri soci.

Analogo divieto vale per gli amministratori di s.p.a. (art. 2390, da intendersi richiamato nella s.a.p.a. dall'art.

2454), cui è altresì vietato di assumere la carica di amministratori o direttori generali in società concorrenti,

salva autorizzazione dell'assemblea. Per analogia, tale divieto si estende alle s.r.l.

La violazione dei citati divieti rappresenta una giusta causa di esclusione del socio di società di persone e per

l'amministratore una giusta causa di revoca, nonché una fonte di responsabilità verso la società.

I patti di non concorrenza. Il patto di concorrenza è ammesso ove sia circoscritto a una determinata zona e

a una determinata attività e abbia durata non superiore ai cinque anni (art. 2596).

...e le intese restrittive. Questa possibilità risulta condizionata e ridimensionata dal divieto delle intese. Si

deve quindi ritenere che, ove il patto di non concorrenza sia stipulato tra operatori economici cui sia

applicabile la disciplina antitrust, la norma civilistica subisca una riduzione dell'ambito di applicazione.

La disciplina risulterà applicabile negli spazi in cui la disciplina antitrust non sarà operante e quindi laddove

il patto non abbia per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in modo consistente il gioco

della concorrenza all'interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante.

...in caso di cessione, affitto o usufrutto d'azienda. Il codice consente di prorogare, in via convenzionale,

alcuni limiti alla concorrenza previsti dalla legge. Il divieto in caso di cessione, affitto o usufrutto d'azienda

può essere pattiziamente esteso purchè non impedisca ogni attività professionale dell'alienante e sempre

entro il limite inderogabile di cinque anni dalla cessione, dalla concessione in affitto o dalla costituzione in

usufrutto.

...alla cessione del rapporto di lavoro. Analogamente, il divieto di concorrenza imposto al lavoratore

dipendente può essere prorogato oltre la cessazione del rapporto di lavoro purché risulti da atto scritto,

preveda un corrispettivo e sia contenuto entro determinati limiti di oggetto, tempo e luogo.

Tali requisiti devono sussistere a pena di nullità del patto. La disciplina prevede altresì un limite temporale

inderogabile fissato in cinque anni ove il patto riguardi dirigenti, in tre anni negli altri casi.

...alla cessione del rapporto di agenzia. E' consentito stipulare un patto di non concorrenza tra agente e

preponente per un periodo massimo di due anni successivi allo scioglimento del rapporto, a condizione che il

patto abbia forma scritta, riguardi la medesima zona, clientela, generi di beni o servizi per i quali era

concluso il contratto di agenzia e sia prevista una indennità a favore dell'agente.

SEZ. 2 - PROPRIETA' INDUSTRIALE

31. I DIRITTI DI PROPRIETA' INDUSTRIALE

Concorrenza e diritti di esclusiva. La competizione sul mercato richiede di individuare e distinguere tra

loro le imprese concorrenti. Si rende necessario quindi garantire a ciascuna impresa l'uso esclusivo dei segni

(detti segni distintivi e regolati dal c.c. e dal cod.pr.ind.) mediante i quali essa si distingue, nei diversi profili

(es. luoghi, servizi, prodotti) dalle imprese concorrenti.

Il potere di disporre in via esclusiva di particolari strumenti si pone anche in relazione ai frutti della

innovazione tecnologica realizzata dalle imprese: a tal fine, la legge riconosce le privative industriali,

disciplinate da entrambi i codici.

La proprietà industriale. Il termine designa unitariamente una serie di istituti accomunati dalla circostanza

che al titolare dei relativi diritti è riconosciuta una posizione di esclusiva in ordine alla loro utilizzazione.

Tale ampia categoria comprende: i marchi e gli altri segni distintivi; le indicazioni geografiche; le

denominazioni di origine; i disegni e i modelli; le invenzioni; i modelli di utilità; le topografie dei prodotti a

semiconduttori; le informazioni aziendali riservate; le nuove varietà vegetali.

Modi di acquisto dei diritti. I diritti di proprietà si acquistano attraverso la brevettazione (invenzioni,

modelli di utilità e nuove varietà vegetali), ovvero la registrazione (marchi, disegni e modelli, topografia dei

prodotti a semiconduttori).

In entrambe le ipotesi si parla di diritti titolati, ai quali si contrappongono i diritti non titolati (segni distintivi

diversi dal marchio registrato, informazioni aziendali riservate, indicazioni geografiche e denominazioni di

origine), il cui acquisto si realizza in presenza di presupposti diversi, previsti dalla legge.

Codice della proprietà industriale. Tutti questi istituti sono disciplinati dal cod.pr.ind., emanato al fine di

semplificare e riordinare numerose disposizioni di leggi speciali che avevano subito significative

modificazioni a seguito del recepimento di varie direttive comunitarie e dell'attuazione di alcuni accordi

internazionali.

Proprietà industriale e proprietà intellettuale. Il codice di proprietà industriale non si occupa del diritto

d'autore (anch'esso caratterizzato da esigenze di esclusiva), che è invece regolato da un diverso testo

normativo che comprende anche ulteriori istituti (es. software, banche dati).

32. SEGNI DISTINTIVI

Segni distintivi tipici e atipici. I segni distintivi tipici sono specificamente considerati e protetti dal

legislatore. Essi sono la ditta, il marchio e l'insegna. I segni distintivi atipici non godono invece di

un'espressa disciplina normativa (es. nomi di dominio, emblemi aziendali).

Funzione dei segni distintivi. L'obiettivo è permettere al pubblico di individuare i vari operatori economici,

ricollegando a ciascuno di essi le rispettive imprese operanti sul mercato e relativi prodotti che in esso

vengono offerti, così da poter indirizzare in modo consapevole le proprie scelte.

I segni distintivi concorrono a costituire la forza propulsiva dell'impresa sul terreno concorrenziale.

Rilevanza centrale del marchio. Un rilievo preminente è assunto dal marchio che, in quanto segno

distintivo dei beni e dei servizi prodotti e offerti al mercato, è assurto nell'attuale sistema economico a

vettore principale del rapporto tra impresa e clientela.

Al marchio (registrato) è dedicata un'analitica disciplina contenuta nel cod.pr.ind., mentre la ditta e l'insegna

sono regolate da una disciplina, più sintetica, all'interno del codice civile.

L'omogeneità funzionale dei segni distintivi e l'identità degli interessi coinvolti consentono tuttavia di

enucleare dalla disciplina del marchio un insieme di norme applicabili in via analogica agli altri segni.

Unitarietà dei segni distintivi. Il sistema normativo vieta espressamente di utilizzare come ditta,

denominazione o ragione sociale, insegna e nome a dominio di un sito usato nell'attività economica o altro

segno distintivo il medesimo segno già adottato da altri come marchio e, simmetricamente, di registrare

come marchio l'altrui ditta, ragione o denominazione sociale e insegna se dalla identità o somiglianza possa

derivare il rischio di confusione per il pubblico (principio di unitarietà).

Segni distintivi e concorrenza sleale. Il titolare di ogni segno distintivo legittimamente usato ha il diritto di

uso esclusivo e la conseguente facoltà di precludere ai concorrenti l'utilizzazione del segno o di segni con

esso confondibili. Il riferimento è all'art. 2598 n°1, che considera tali comportamenti come atti di

concorrenza sleale.

Questa disposizione svolge una importante funzione integrativa rispetto alle norme che esamineremo (e

viceversa), offrendo tutela sul piano sanzionatorio e rafforzando la scarna disciplina di ditta e insegna.

Funzione distintiva e relatività della tutela. Il diritto all'uso esclusivo del segno distintivo è relativo e

strumentale alla realizzazione della funzione distintiva dei segni di impresa. La riserva è stata circoscritta

all'interno del medesimo settore in cui il titolare opera o di settori di mercato a esso affini.

Il principio di relatività della tutela influenza la disciplina di tutti i segni distintivi e si riferisce: per il

marchio registrato, solo per le classi merceologiche indicate nella domanda di registrazione e per prodotti

affini; per l'insegna, solo per le attività analogiche o affini a quella svolta e all'interno dell'ambito territoriale

entro il quale il titolare opera; a limiti più restrittivi dal punto di vista territoriale soggiace infine la tutela

dell'insegna.

Segni rinomati. Questo limite non vale per i marchi rinomati: la legge, in ragione del loro particolare valore

suggestivo e pubblicitario, preclude la loro adozione in ogni settore merceologico, a prescindere dalla

possibilità di confusione, purchè da tale utilizzo derivi un indebito vantaggio per il terzo o un pregiudizio del

titolare del marchio rinomato.

Segni distintivi e azienda. L'azienda può essere ceduta senza i marchi a essa relativi; il marchio,

specularmente, può circolare indipendentemente dalla cessione dell'azienda o di un ramo particolare di essa e

può essere oggetto di cessione anche parziale e di licenze anche non esclusive.

Segni distintivi e impresa. Il diritto di esclusiva è indipendente dall'esistenza anche potenziale di una entità

aziendale-produttiva di cui il marchio sia segno distintivo. La registrazione è infatti ammessa a chiunque

(anche da un soggetto non imprenditore) abbia creato un marchio idoneo a essere sfruttato industrialmente da

imprese che ne facciano uso con il suo consenso.

Inoltre la decadenza a causa della cessazione della produzione o del commercio è stata abrogata. Pertanto, i

segni distintivi sono autonomi beni immateriali, tutelati in sé.

33. IL MARCHIO: NOZIONE, CATEGORIE E REQUISITI

Marchio nazionale, comunitario e internazionale. La registrazione del marchio comunitario produce gli

stessi effetti in tutta l'UE, mentre quella del marchio internazionale è priva di tale carattere di unitarietà: la

protezione del segno registrato nel paese d'origine è estesa a tutti gli Stati aderenti per i quali l'estensione sia

stata richiesta (si parla di fascio di marchi nazionali, ciascuno dei quali è protetto secondo la disciplina dello

Stato al quale il marchio appartiene).

I tipi di segni: segni grafici. Possono essere registrati come marchi d'impresa tutti i segni suscettibili di

essere rappresentati graficamente. I segni grafici possono consistere in parole (marchi denominativi), oppure

in figure, disegni e colori (marchi figurativi), oppure quelli composti da entrambi (marchi misti).

...suoni e odori. E' possibile la registrazione di segni non visivamente percepibili, purchè idonei a essere

rappresentati graficamente (marchi sonori e marchi olfattivi).

...forme. E' possibile registrare la forma del prodotto o della confezione di esso. La registrazione dei marchi

di forma è esclusa qualora il segno sia costituito esclusivamente dalla natura stessa del prodotto, dalla forma

del prodotto necessaria per ottenere un risultato tecnico, o dalla forma che dà un valore sostanziale al

prodotto.

...nomi e ritratti. Possono essere registrati come marchi i nomi e i ritratti di persone, a condizione che siano

rispettate alcune regole poste a tutela dei diritti altrui. Il consenso risulta sempre necessario per la

registrazione dei nomi altrui, che abbiano acquisito notorietà, nonché dei ritratti altrui.

Categorie di marchi:

...marchio di fabbrica e di commercio. Il marchio può essere apposto sul prodotto dalla stessa impresa che

lo ha fabbricato: si parla in questo caso di marchio di fabbrica. Il marchio di commercio si ha invece

nell'ipotesi in cui il commerciante appone sulle merci che mette in vendita il proprio marchio, a condizione

che egli non sopprima il marchio del produttore o del commerciante da cui abbia ricevuto i prodotti o le

merci.

...marchi generali e speciali. L'impresa può servirsi di un marchio che usa per contraddistinguere tutti i suoi

prodotti o servizi (marchio generale) e di tanti altri marchi quanti sono i singoli prodotti o servizi realizzati

(marchi speciali).

...marchi individuali e collettivi. I marchi individuali sono destinati ad essere utilizzati dalle imprese che li

hanno registrati. I marchi collettivi possono essere invece registrati dai soggetti che svolgono la funzione di

garantire l'origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi (il marchio non viene quindi usato

direttamente ma viene concesso in uso a produttori o commercianti).

Indicazioni geografiche e denominazioni di origine. Svolgono una funzione analoga a quella di garanzia

delle caratteristiche dei prodotti svolta dai marchi collettivi. La protezione si ha quando le indicazioni

geografiche e le denominazioni di origine siano adottate per designare la provenienza di un prodotto la cui

reputazione o le cui caratteristiche siano dovute esclusivamente o essenzialmente all'ambiente geografico

d'origine, comprensivo dei fattori naturali, umani o di tradizione.

La protezione consiste nel divieto di usarle per indicare o suggerire la provenienza del prodotto da una

località diversa dal vero luogo di origine o che il prodotto presenti le qualità proprie dei prodotti che

provengono da una località designata da un'indicazione geografica, quando l'uso sia idoneo a ingannare il

pubblico o quando comporti uno sfruttamento indebito della reputazione della denominazione protetta.

Funzione distintiva. Il marchio individuale assolve invece una funzione distintiva, cioè di individuare,

nell'ambito della classe costituita da tutti i beni dello stesso genere, la sottoclasse dei beni che provengono da

una specifica impresa.

...e funzione attrattiva. L'assetto normativo tutela anche la funzione attrattiva svolta dai marchi individuali,

risultato della complessiva strategia di marketing e promozionale dell'impresa.

Requisiti del marchio: La mancanza anche di solo uno di essi ne impedisce la registrazione (o ne comporta

la nullità). Il venir meno dei requisiti dopo la registrazione comporta invece la decadenza del marchio.

a) novità. Si considerano nuovi i segni che non siano già usati da altre imprese e che non siano già stati

registrati o per i quali sia stata depositata domanda di registrazione. Basta quindi la preesistenza del segno

identico per prodotti o servizi identici per impedire la registrazione del nuovo segno.

Nei casi in cui i segni siano identici e i prodotti affini, oppure che i marchi siano simili e i prodotti identici,

oppure ancora che i segni siano simili e i prodotti affini, è necessario, per impedire la registrazione del nuovo

marchio, che non si determini un rischio di confusione tra il pubblico (che può consistere anche nella

possibilità di associazione dei segni).

Nel caso in cui il marchio anteriore sia rinomato, la novità è esclusa anche quando la registrazione è chiesta

per prodotti o servizi anche non affini per i quali il marchio rinomato è stato registrato, a condizione che si

verifichino un pregiudizio o un indebito vantaggio.

Rispetto a un marchio di fatto o altro segno distintivo già presente sul mercato, ciò che impedisce la

registrazione del marchio è il preuso del segno e la notorietà dello stesso, se vi è rischio di confusione. Ciò

vale anche per ditta, denominazione o ragione sociale, insegna e nome a dominio.

b) capacità distintiva. Tale requisito manca nei segni divenuti di uso nel linguaggio corrente o negli usi

costanti del commercio, così come in quelli costituiti esclusivamente dalle denominazioni generiche di

prodotti o servizi o da indicazioni descrittive che a essi si riferiscono (es. specie, quantità).

...marchi forti e deboli. Si parla di marchio forte quando il segno è di pura fantasia, non ha alcun

collegamento con il prodotto e i suoi elementi costitutivi (es. Rolex). In questo caso non bastano modifiche

di poco conto per evitare il rischio di confusione.

Nel marchio debole, il segno contiene denominazioni generiche o elementi che si riferiscono al prodotto

stesso (es. Bergamon e Bergasol: l'essenza principale è il bergamotto). In tal caso, proprio perchè la capacità

distintiva non è accentuata, bastano poche modifiche o aggiunte per escludere la confondibilità.

c) liceità. Essa manca nel caso in cui il segno sia contrario alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume;

sia idoneo a ingannare il pubblico; dia luogo a violazione di un altrui diritto d'autore, di proprietà industriale

o altro diritto esclusivo di terzi.

34. IL MARCHIO: TUTELA E VICENDE

Tutela. La registrazione consente l'acquisizione del diritto all'uso esclusivo del segno per il periodo di 10

anni, periodo rinnovabile e dunque potenzialmente illimitato purchè non intervengano cause di decadenza.

Il diritto all'uso esclusivo del marchio si concretizza nella possibilità del titolare di vietare ai terzi anche

soltanto di apporlo su prodotti o confezioni, a prescindere dalla commercializzazione degli stessi

(contraffazione del marchio).

La registrazione del marchio non può impedire ai terzi di usare, purchè ciò avvenga nel rispetto dei principi

della correttezza professionale, una serie di indicazioni relative ad esempio a qualità, quantità e valore del

prodotto, nome e indirizzo.

Trasferimento e licenza. Il marchio può essere trasferito liberamente, sia inter vivos che mortis causa. Il

marchio può essere altresì dato in licenza, concesso cioè in godimento a terzi. Sia il trasferimento che la

licenza possono avvenire per la totalità o per una parte dei prodotti o servizi per i quali il marchio è

registrato. La cessione parziale è consentita solo per prodotti non affini a quelli per i quali il cedente

conserva la titolarità del marchio.

La licenza parziale consente a più imprese di usare lo stesso marchio per prodotti diversi; da essa si distingue

la licenza non esclusiva, nella quale a una pluralità di soggetti è consentito l'uso del marchio per gli stessi

prodotti. La seconda (es. franchising) è ammessa a condizione che il licenziatario si obblighi a usare il

marchio per contraddistinguere prodotti o servizi eguali a quelli corrispondenti messi in commercio con lo

stesso marchio dal titolare o altri licenziatari.

Il marchio può essere trasferito o dato in licenza separatamente dall'azienda o da un suo ramo. E' vietato che

dal trasferimento o dalla licenza derivi inganno per il pubblico sui caratteri dei prodotti o servizi da questi

apprezzati come essenziali.

Decadenza. E' necessario che il segno sia effettivamente usato, dal titolare o dal licenziatario, nel termine di

cinque anni dalla registrazione e per un periodo ininterrotto di cinque anni; in mancanza, e salvo che il non

uso sia giustificato da legittimo motivo, il marchio decade. Alla decadenza per il non uso del marchio si

aggiungono le seguenti ulteriori ipotesi previste (dal cod.pr.ind):

a) Volgarizzazione, che si verifica qualora il segno sia divenuto denominazione generica del prodotto o

servizio, così perdendo l'originaria capacità distintiva (es. biro). La volgarizzazione deve essere anche

conseguenza dell'attività o dell'inattività del titolare del marchio (quest'ultimo la può evitare).

b) Decettività, che si riscontra qualora il segno sia divenuto idoneo a indurre in inganno il pubblico, in

particolare circa la natura, qualità o provenienza dei prodotti o servizi, a causa del modo e del contesto con

cui viene utilizzato dal titolare o con il suo consenso, per i prodotti o servizi per i quali è registrato (es.

perdita di qualità del prodotto rispetto alle aspettative del consumatore).

d) Illiceità sopravvenuta. E' possibile che un marchio venga registrato pur non rientrando tra i segni idonei a

esserlo o pur mancando di uno o più requisiti di validità. La registrazione non pregiudica l'esercizio delle

azioni circa la validità e l'appartenenza dei diritti di proprietà industriale.

Nullità. Il marchio è nullo se si verifica una delle ipotesi elencate nell'art. 25 cod.pr.ind. Sono casi che

prevalentemente ricorrono in mancanza dei requisiti richiesti per la registrazione del marchio.

Il marchio è nullo, ad esempio, se è privo di capacità distintiva o illecito; se la domanda sia stata presentata

da un soggetto in malafede; se la registrazione viene effettuata a nome di chi non ne aveva diritto.

Convalidazione. La nullità del marchio può essere evitata in caso di convalidazione, prevista per la

mancanza del requisito della novità. Se il titolare del marchio anteriore e del diritto di preuso che importi

notorietà non puramente locale abbia tollerato per cinque anni consecutivi l'uso del marchio posteriore

registrato, gli è precluso di chiedere la nullità del marchio, salvo che il marchio sia stato domandato in mala

fede. Il titolare di quest'ultimo non può opporsi all'uso di quelli anteriorei o alla continuazione del preuso.

L'obiettivo della norma è evitare che il titolare del marchio anteriore agisca per la nullità allo scopo di

avvantaggiarsi della notorietà e del credito conseguiti, nel corso del tempo, dal titolare del marchio

successivo.

Secondary meaning. E' preclusa la nullità del marchio privo di capacità distintiva se, a seguito dell'uso che

se ne è stato fatto, il segno abbia acquisito detta capacità prima della preposizione della domanda di nullità in

via principale o riconvenzionale.

E' il caso del secondary meaning, che ricorre quando un'espressione descrittiva, di uso comune o generale, e

dunque non registrabile come marchio, assume a fianco del proprio signfiicato originario un altro,

secondario, di segno distintivo della provenienza dei prodotti da una certa impresa (accade in genere a

seguito dell'uso intenso o di campagne pubblicitarie).

Decadenza e nullità possono essere anche solo parziali, cioè riguardare unicamente una parte dei prodotti o

servizi per i quali il marchio è stato registrato. La legittimazione a far valere la nullità e la decadenza spetta a

chiunque vi abbia interesse e al pubblico ministero. Nel caso della nullità derivante dalla sussistenza di diritti

anteriori o di violazione di diritto esclusivo di terzi, la legittimazione ad agire è attribuita unicamente al

titolare dei diritti anteriori e al suo avente causa o all'avente diritto.

35. LA DITTA, L'INSEGNA E I NOMI DI DOMINIO

Ditta. La ditta è il nome che identifica l'impresa sul mercato; come tale è un segno distintivo necessario e, in

mancanza di diversa scelta, essa coincide con il nome civile dell'imprenditore ovvero con la ragione o

denominazione dell'impresa organizzata in forma societaria. La ditta può essere scelta dall'imprenditore,

purchè contenga almeno il cognome o la sigla dell'imprenditore.

Il principio di verità. Il limite legislativo sopra enunciato esprime il principio di verità che dovrebbe

presiedere alla formazione della ditta (ditta originaria). E' una regola tendenziale, perchè la ditta può

consistere in una semplice sigla dell'imprenditore aggiunta ad altre indicazioni o componenti; inoltre, in caso

di ditta derivata è riconosciuto il diritto dell'acquirente dell'azienda di conservare come ditta o nella ditta il

nome dell'alienante.

La giurisprudenza riconosce inoltre protezione anche alla ditta irregolare, di mera fantasia, formata cioè

senza rispettare il limite posto dall'art. 2563, sempre che essa non violi i diritti di altri soggetti.

Requisiti. Perchè la ditta possa essere validamente usata dall'imprenditore è necessario che essa abbia

capacità distintiva.

E' poi indispensabile che il segno presenti il carattere della novità: è vietato infatti utilizzare una ditta uguale

o simile a quella usata da altri se idonea a creare confusione. La sanzione prevista per la violazione del

divieto consiste nell'obbligo di integrare o modificare la ditta con indicazioni idonee a differenziarla.

La ditta deve essere lecita, cioè non contraria alla legge, all'ordine pubblico e al buon costume e non sia

idonea a porre in inganno i consumatori.

Trasferimento. La ditta non può essere trasferita separatamente dall'azienda o da un suo ramo. Il negozio

traslativo dell'azienda richiede, per il passaggio della ditta all'acquirente, il consenso dell'alienante (peraltro

desumibile dal contenuto complessivo del contratto).

In ipotesi di successione dell'azienda per causa di morte, la ditta si trasmette automaticamente all'erede o al

legatario, salvo diversa disposizione testamentaria.

Estinzione. Il diritto alla ditta si estingue con la cessazione definitiva dell'impresa, non accompagnata dal

trasferimento dell'azienda, o con la cessazione dell'uso del segno e il decorso di un periodo di tempo

sufficiente a farne sbiadire il ricordo del segno e a farne riacquistare il carattere della novità.

Insegna. L'insegna è il segno distintivo dei locali ove viene svolta l'attività d'impresa. Il legislatore estende

la disciplina della ditta all'insegna: l'imprenditore che per primo si sia avvalso di un determinato segno per

identificare i locali ove è svolta l'attività potrà impedirne l'uso al concorrente se ricorra il rischio di

confusione.

Anche il diritto all'uso esclusivo dell'insegna si acquista con l'adozione della stessa, la quale deve avere

carattere distintivo ed essere lecita.

Nomi di dominio. I nomi di dominio corrispondono alla denominazione dei siti web. In particolare, viene

riconosciuta funzione distintiva alla parte centrale del nome di dominio, quella che contiene il nome

dell'impresa. In sede di registrazione vige il principio first come first served.

Dato che l'identità di tali segni è tecnicamente esclusa, il problema si pone nei confronti di nomi di dominio

quasi identici o confondibili con il segno anteriore altrui. In questi casi si ritiene valido il principio di

unitarietà dei segni distintivi, che li sanziona come contraffazione di marchio (e illecito concorrenziale) e

ovviamente ne vieta la registrazione.

Il nome di dominio assume rilevanza in quanto è il locale virtuale a cui il pubblico telematico accede ed in

cui si realizzano comunicazioni e transazioni.

36. LE INVENZIONI

Introduzione. I brevetti per invenzione attribuiscono all'inventore il diritto di sfruttamento esclusivo

dell'invenzione per un determinato periodo di tempo.

Incentivazione di ricerca e sviluppo tecnologico. La giustificazione della protezione sopra citata si rinviene

nella finalità dell'ordinamento di incentivare l'attività innovativa delle imprese. L'interesse collettivo

giustifica la limitazione all'assetto concorrenziale del mercato che discende dalla concessione del brevetto:

all'inventore è attribuito infatti il monopolio nello sfruttamento dell'invenzione, seppur soltanto per il periodo

di durata del brevetto, fissato a 20 anni.

La funzione del brevetto è quindi duplice: assicurare all'inventore un conveniente lasso di tempo entro cui

poter mettere a frutto il risultato dei propri investimenti e permettere alla collettività, scaduto il periodo di

esclusiva, di entrare in possesso delle conoscenze brevettate e di utilizzarle in regime di libera concorrenza.

La concessione del brevetto è subordinata all'assolvimento, da parte dell'inventore, di una serie di oneri di

pubblicità volti a rivelare al pubblico le caratteristiche dell'invenzione sin dal momento di deposito della

domanda di brevetto. Durante il divieto, ogni concorrente può quindi studiare l'invenzione ed acquisire

informazioni da poter sfruttare quando il divieto di utilizzare il trovato sarà scaduto.

Brevetti e segreto. Il brevetto si pone come schema di tutela legale alternativo rispetto al segreto. Rispetto a

quest'ultimo, che si proietta su una durata indeterminata, il brevetto offre all'inventore maggior solidità in

quanto il monopolio che deriva dal segreto dipende in larga misura dalla diligenza con cui l'inventore riesce

a preservare la sua riservatezza.

Invenzioni brevettabili. Il brevetto per invenzione è accordato alle invenzioni, di ogni settore della tecnica,

che sono nuove e che implicano un'attività inventiva e sono atte ad avere un'applicazione industriale.

L'art. 45 cod.pr.ind. precisa poi che non sono considerate invenzioni le scoperte, le teorie scientifiche e i

metodi matematici (la scienza esiste già e viene scoperta; la tecnica è invece l'invenzione che persegue uno

scopo pratico); i piani, i principi e i metodi per attività intellettuali, per gioco o attività commerciale e i

programmi di elaboratore; le presentazioni di informazioni.

Non possono essere poi brevettati i metodi per il trattamento chirurgico o terapeutico del corpo umano o

animale e i metodi di diagnosi applicati al corpo umano o animale.

Vi sono poi altre esclusioni. Ogni divieto risponde a logiche diverse: ad esempio, il software è protetto non

dal brevetto ma dal diritto d'autore

Distinzione delle invenzioni. Nel brevetto di prodotto l'invenzione ha ad oggetto un determinato bene, una

macchina o un composto chimico; nel brevetto di procedimento una nuova tecnica o un metodo di

produzione di beni già noti.

Si definiscono derivate le invenzioni che discendono da una precedente invenzione. Esse si distinguono in

invenzioni di perfezionamento (risoluzione migliore di un problema tecnico già risolto), di combinazione (la

novità si trae dalla originale combinazione di invenzioni precedenti) e di traslazione (applicazione di una

invenzione ad un settore diverso).

Nei primi due casi ricorre l'ipotesi di brevetto dipendente, nella quale può essere concessa al titolare del

brevetto posteriore la licenza obbligatoria se l'invenzione protetta dal brevetto non possa essere utilizzata

senza pregiudizio dei diritti relativi a un brevetto concesso in base a domanda precedente.

37. IL BREVETTO

Requisiti. I requisiti richiesti dalla legge per la brevettazione sono la novità, la liceità, l'attività inventiva

(originalità) e l'industrialità della invenzione.

Novità. L'invenzione si considera nuova se non è compresa nello stato della tecnica, per tale intendendosi ciò

che è stato reso accessibile al pubblico prima della data del deposito della domanda di brevetto. E' dunque

priva di novità l'invenzione che riprende conoscenze già note a tale data (anteriorità) o che sia stata resa nota,

anche involontariamente, al pubblico dall'inventore prima del deposito della domanda di brevetto

(predivulgazione).

La predivulgazone non fa venir meno tale requisito se si è verificata nei sei mesi precedenti la data di

deposito della domanda di brevetto e risulta da un abuso evidente ai danni del richiedente o del suo dante

causa o se si è verificata in esposizioni ufficiali.

Liceità. La liceità è esclusa se l'attuazione dell'invenzione è contraria all'ordine pubblico o al buon costume.

Nel caso l'invenzione sia considerata illecita solo per il fatto di essere vietata da una disposizione, il brevetto

non può essere utilizzato in Italia ma può fungere da presupposto per la presentazione di domande di brevetto

all'estero.

Originalità. L'attività inventiva ricorre se, per una persona esperta del ramo, essa non risulta in modo

evidente dallo stato della tecnica (patrimonio di conoscenze in un determinato settore e in un dato momento).

In caso di contestazioni, il giudice dovrà valutare l'esistenza del requisito individuando il settore, il modello

di persona esperta e stabilire se quest'ultima considererebbe il requisito sussistente o meno.

Industrialità. Un'invenzione è considerata atta ad avere un'applicazione industriale se il suo oggetto può

essere fabbricato (invenzione di prodotto) o utilizzato (invenzione di procedimento), in qualsiasi genere di

industria, compresa quella agricola.

Nullità. La mancanza dei requisiti di brevettabilità dà luogo alla nullità del brevetto eventualmente concesso.

L'art. 76 cod.pr.ind. menziona altre tre ipotesi di nullità del brevetto:

i) mancanza di descrizione sufficientemente chiara e completa;

ii) estensione del brevetto oltre il contenuto della domanda iniziale o estensione della protezione del brevetto;

iii) qualora il brevetto sia stato richiesto da chi non aveva diritto di ottenerlo e l'avente diritto non si sia

avvalso delle facoltà di: assumere a proprio nome la domanda; depositare una nuova domanda; ottenere il

rigetto della domanda.

La nullità può essere anche parziale (limitazione del brevetto). La conversione del negozio nullo (art. 1424) è

applicabile anche al brevetto nullo, ma solamente nel caso in cui quest'ultimo possegga i requisiti sufficienti

per ottenere una protezione diversa da quella richiesta e che ciò sarebbe stato voluto dal richiedente qualora

questi ne avesse conosciuto la nullità (es. conversione di un brevetto per invenzione industriale in un modello

di utilità).

La nullità del brevetto ha effetto retroattivo. Sono salvi però:

i) gli atti di esecuzione compiuti in forza di sentenze di contraffazione passate in giudicato;

ii) i contratti aventi a oggetto l'invenzione conclusi prima del passaggio in giudicato della sentenza che

dichiara la nullità, nella misura in cui essi siano stati eseguiti;

iii) i pagamenti eseguiti in favore dei dipendenti a titolo di equo premio, canone o prezzo.

Cause di estinzione del brevetto, oltre alla scadenza ventennale di efficacia, sono la decadenza e la rinuncia.

Decadenza. La decadenza avviene per il mancato pagamento dei diritti. Decorsi i termini previsti dalla

legge, l'Ufficio comunica all'interessato il mancato pagamento e, qualora questo non sia eseguito nel termine

di trenta giorni, provvede ad annotare l'intervenuta decadenza.

Rinuncia. La rinuncia al brevetto avviene mediante dichiarazione dell'Ufficio. Diversa dalla rinuncia è la

limitazione, che consiste in una sorta di rinuncia parziale.

Diritto morale. E' il diritto dell'inventore a essere riconosciuto autore dell'invenzione. Il diritto morale nasce

per il solo fatto dell'invenzione, prescinde dalla concessione del brevetto ed è inalienabile. Il titolare potrà

sempre pretendere di essere menzionato quale inventore del trovato.

Diritti patrimoniali. E' il diritto di conseguire il brevetto e di utilizzarlo in via esclusiva per il periodo di

tempo previsto dalla legge. Spetta anch'esso all'inventore e ai suoi aventi causa, ma è trasferibile. Il diritto

patrimoniale attribuisce al titolare la facoltà di attuare l'invenzione e di trarne profitto nel territorio dello

Stato, vietandone l'uso (brevetti di prodotto e di procedimento si collegano a divieti differenti) a terzi.

Invenzioni dei dipendenti. La regolamentazione dei diritti nascenti dall'invenzione distingue tre ipotesi:

a) l'invenzione di servizio: quella cioè fatta in esecuzione o adempimento di un contratto o di un rapporto di

lavoro in cui l'attività inventiva ne è l'oggetto (ed è a tale scopo retribuita). In questo caso al dipendente

spetta solo il diritto morale di essere riconosciuto autore dell'invenzione, mentre i diritti patrimoniali spettano

al datore di lavoro.

b) l'invenzione aziendale: quella cioè fatta in esecuzione o adempimento di un contratto o di un rapporto di

lavoro, senza però che l'attività inventiva costituisca oggetto del rapporto di lavoro e sia prevista una

retribuzione in compenso della stessa. All'autore dell'invenzione spetta il diritto morale e, qualora il datore di

lavoro o i suoi aventi causa ottengano il brevetto o utilizzino l'invenzione in regime di segreto, un equo

premio; al datore di lavoro spettano i diritti patrimoniali.

c) l'invenzione occasionale: in questo caso l'invenzione non è collegata al rapporto di lavoro del dipendente,

ma rientra nel campo di attività del datore di lavoro. Il diritto morale e il diritto al brevetto spettano al

dipendente; al datore di lavoro è attribuito (in ragione del fatto che l'inventore può essersi avvalso

dell'organizzazione per giungere all'invenzione) il diritto di opzione per l'uso dell'invenzione, per l'acquisto

del brevetto e per la facoltà di chiedere, per la medesima invenzione, brevetti all'estero.

Domanda di brevetto. La domanda di brevetto deve contenere una descrizione sufficientemente chiara e

completa dell'invenzione perchè ogni persona esperta del ramo possa attuarla (e ciò a pena di nullità), i

disegni necessari per la comprensione della stessa e le rivendicazioni.

Le rivendicazioni consistono nell'indicazione specifica di ciò che si intende debba formare oggetto del

brevetto e vanno interpretate anche utilizzando quanto emerge dalla descrizione e dai disegni.

Esame. Depositata la domanda, l'Ufficio italiano brevetti e marchi procede alla verifica della regolarità

formale della stessa, ad accertare che l'oggetto del brevetto risponda ai requisiti dell'art. 45 cod.pr.ind. e che

il brevetto sia lecito.

L'Ufficio deve accertare anche la sussistenza dei requisiti di validità e la ricerca delle eventuali anteriorità.

Ciò avviene a opera dell'Ufficio Europeo dei Brevetti, al quale l'Ufficio italiano invia la richiesta del

rapporto di ricerca delle anteriorità, che deve essere evasa entro nove mesi.

Durata. Il termine di durata del brevetto per invenzione industriale è fissato in venti anni che decorrono

dalla data di deposito della domanda.

Trasferimento. I diritti patrimoniali derivanti dall'invenzione sono trasferibili sia per atto inter vivos che

mortis causa. I contratti attraverso i quali si dispone del brevetto o della domanda di brevetto sono la

cessione e la licenza. Col primo il titolare trasferisce a terzi il proprio diritto, a titolo oneroso o gratuito; col

secondo, egli si limita a consentire a terzi l'uso dell'invenzione, con o senza esclusiva.

Il legislatore distingue le licenze obbligatorie da quelle di diritto.

La licenza può essere obbligatoriamente concessa con decreto del Ministero delle attività produttive nel caso

della mancata attuazione del brevetto e in quello del brevetto dipendente. La licenza in questi casi è sempre

non esclusiva e a titolo oneroso.

La licenza obbligatoria per mancata attuazione può essere richiesta se il titolare del brevetto non abbia

attuato l'invenzione nel termine di tre anni dalla data di rilascio del brevetto o quattro dalla data di deposito

della domanda se questo termine cade successivamente al precedente. Ciò per evitare abusi del titolare che

non se ne serva impedendo però anche ad altri lo sfruttamento dell'invenzione.

La licenza obbligatoria nel caso di brevetto dipendente può essere concessa se l'invenzione protetta dal

brevetto dipendente non può essere utilizzata senza pregiudizio del brevetto precedente. La licenza, però, può

essere concessa al titolare del brevetto posteriore solo nella misura necessaria a sfruttare l'invenzione e

purchè questa rappresenti, rispetto al brevetto precedente, un importante progresso tecnico di considerevole

rilevanza economica.

La licenza di diritto (di scarsa attuazione pratica) ricorre nel caso in cui il titolare del brevetto offra al

pubblico licenza per l'uso non esclusivo dell'invenzione. In tal caso gli effetti della licenza decorrono dalla

notificazione al titolare dell'accettazione dell'offerta, anche in mancanza di accettazione del compenso, che

sarà in questo caso determinato da un collegio di arbitratori.

38. I MODELLI, I DISEGNI E LE ALTRE PRIVATIVE

Modello di utilità. Il brevetto per modello di utilità riguarda invenzioni che hanno ad oggetto la forma

nuova di un prodotto industriale, che consente di attribuire allo stesso una particolare efficacia o comodità di

applicazione o di impiego.

Il modello industriale si distingue dalla invenzione industriale per il fatto che il problema tecnico oggetto di

soluzione è più ristretto e non consiste nell'invenzione di un nuovo prodotto o procedimento.

Ai modelli di utilità si applicano le disposizioni in tema di invenzioni industriali; la durata del brevetto è

tuttavia ridotta a dieci anni.

Disegni e modelli. Può essere protetto come disegno o modello la forma, l'aspetto esteriore del prodotto, il

c.d. design industriale. La tutela del disegno o modello discende dalla sua registrazione, la quale ne

presuppone la novità (cioè se non è identico ad altro già divulgato), il carattere individuale (cioè se

l'impressione generale del disegno o modello differisce da altro già divulgato) e la liceità. La registrazione

dura cinque anni ed è rinnovabile per analoghi periodi fino a al massimo di venticinque anni.

I disegni industriali possono essere salvaguardati anche dalla legge sul diritto d'autore, con una protezione

che si estende per un periodo più ampio, a condizione che si tratti di opere che presentino carattere creativo e

valore artistico. Se la forma assume uno specifico carattere distintivo, la tutela relativa alla concorrenza

sleale per imitazione servile si cumula alla tutela brevettuale.

Topografie dei prodotti a semiconduttori. Il prodotto a semiconduttori consiste in un insieme di materiali

che comprende uno o più strati di materiale semiconduttore destinato a svolgere una funzione elettronica. La

topografia del prodotto a semiconduttori costituisce invece una serie di disegni correlati che rappresentano lo

schema tridimensionale degli strati di cui si compone un prodotto a semiconduttori e che riproducano la

superficie del prodotto, in tutto o in parte.

La tutela di questi disegni è accordata se la topografia presenti elementi di novità, se cioè non sia comune o

familiare nell'ambito dell'industria dei prodotti a semiconduttori. Il diritto esclusivo è riconosciuto per un

periodo di dieci anni.

Nuove varietà vegetali. Le varietà vegetali sono risultanti da un certo genotipo o da una certa combinazione

di genotipi non conosciuti. Esse possono essere oggetto di tutela a condizione che la varietà vegetale sia

nuova, distinta, omogenea e stabile.

Se la nuova varietà vegetale è brevettata occorre l'autorizzazione del titolare del brevetto per la produzione o

riproduzione della varietà vegetale e per le altre attività indicate dal cod.pr.ind. La protezione è accordata per

il periodo di venti anni dalla data della concessione (trenta per alberi e viti).

Invenzioni biotecnologiche. Sono brevettabili come invenzioni biotecnologiche il materiale biologico

isolato, il procedimento tecnico per produrlo, qualsiasi nuova utilizzazione del materiale o del procedimento,

una invenzione relativa ad elementi isolati del corpo umano, una invenzione riguardante piante e animali.

La legge prevede una nutrita serie di esclusioni dalla brevettabilità che si affiancano a quelle previste dall'art.

45 cod.pr.ind.

Informazioni aziendali riservate. La legge protegge le informazioni aziendali e le esperienze tecnico

industriali, anche commerciali, soggette al legittimo controllo del detentore (es. know how). Per ricevere

protezione, esse devono essere segrete, avere un valore economico in quanto segrete ed essere sottoposte a

misure di protezione dirette a mantenerle segrete.

La protezione non è soggetta ai limiti temporali del brevetto ma è condizionata dalla segretezza, cioè dalla

oggettiva difficoltà per il concorrente di acquisire altrimenti, e senza costi, le informazioni aziendali in

questione.

Il titolare delle informazioni ed esperienze potrà avvalersi della disciplina della concorrenza sleale per

proteggerle. La legge gli accorda anche uno strumento specifico: la possibilità di vietare a terzi, salvo proprio

consenso, di acquisire, rivelare a terzi o utilizzare, in modo abusivo, le informazioni ed esperienze, salvo che

esse siano state acquisite indipendentemente dal terzo.

SEZ. 3 - CONTRATTAZIONE

39. LE CATEGORIE DELLA CONTRATTAZIONE DI IMPRESA

Impresa, mercato e contratto. L'impresa, svolgendo un'attività economica sul mercato, si relaziona

necessariamente con i terzi. Il suo agire presenta principalmente carattere negoziale, in quanto l'attività si

scandisce in una serie di atti il cui valore giuridico è tipicamente quello del contratto.

Nonostante i contratti rappresentino per l'impresa soltanto singoli momenti di un'attività, gli stessi non

possono essere indifferenti rispetto al contesto generale in cui si riferiscono. Tale inerenza suggerisce

all'ordinamento di dedicare una regolazione specifica al fenomeno della contrattazione di impresa.

Le norme dettate nel libro quarto dal codice civile regolano le problematiche relative a una singola

operazione economica. Esse tuttavia spesso prescindono da una considerazione complessiva del contesto in

cui quella determinata operazione si colloca.

Contrattazione di impresa: una forma polisemica. L'attività contrattuale dell'impresa è retta da regole

speciali. Anche in questa disciplina speciale è necessario operare alcune distinzioni in quanto sono differenti

i tipi di problemi che si presentano nelle relazioni, da un lato, tra imprese e consumatori (business to

consumer) e, dall'altro, quelle che vedono l'impresa confrontarsi con altre imprese (business to business)

Problemi sottesi al contratto business to costumer. Il problema è connesso alla circostanza che i contratti

si presentino inevitabilmente seriali e standardizzati. Ciò consente all'impresa di rende prevedibile ex ante la

dimensione economica di impegni e rischi e di eliminare i costi di negoziazione.

In tal caso, la disciplina è orientata al rafforzare la tutela del consumatore (a cui vengono sottratti alcuni

strumenti previsti dal codice civile, come la trattativa negoziale), in modo da ridurre la disparità di potere tra

le parti.

...e al contratto business to business. Vi è la necessità di intervenire al fine di correggere l'asimmetria di

posizioni di potere tra le part; tuttavia, a differenza di quanto accade nei rapporti tra imprese e consumatori,

ciò non è un dato strutturalmente caratterizzante la relazione contrattuale, ma è conseguente alla disfunzione

dell'assetto concorrenziale del mercato. Il problema è quindi parzialmente diverso.

Le regole di tutela della c.d. impresa debole, a differenza di quel che avviene nella disciplina a tutela del

consumatore, sono quindi più direttamente collegate a contesti di mercato non efficientemente funzionanti,

nei quali un'impresa si trovi in posizione di dipendenza economica rispetto all'altra impresa contraente.

40. IL CONTRATTO TRA IMPRESA E CONSUMATORE

La formazione del contratto. Nei rapporti business to consumer, il consumatore è chiamato a scegliere tra

diverse offerte preconfezionate dalle imprese.

Nella formazione del contratto tra impresa e consumatore, la tutela di quest'ultimo non può essere affidata

semplicemente alla previsione di una generale regola di correttezza nella trattativa (forma di autotutela

prevista in via generale dall'art. 1337), appunto perchè qui viene a mancare una vera e propria trattativa.

I principi di disciplina. L'obiettivo è di tutelare il potere di scelta consapevole del consumatore tra le

diverse alternative presenti sul mercato. Affinchè tale potere si possa esercitare occorre che l'impresa:

i) fornisca le informazioni sulle caratteristiche dei prodotti e servizi offerti e sulle relative condizioni

economiche;

ii) si astenga dal porre in essere condotte tali da impedire od ostacolare un corretto processo di selezione e

valutazione dell'offerta.

L'esigenza di costruire una disciplina del processo di formazione del contratto in cui siano rafforzate le

istanze di trasparenza trova oggi la sua prima organica forma nell'ambito del codice del consumo.

Funzione della disciplina e nozione di consumatore. Le regole sono destinate a governare le modalità con

cui le imprese debbono operare nel mercato allorchè intendano sollecitare atti di acquisto dei propri beni e

servizi, quando si rivolgano al consumatore.

Sono consumatori coloro che operano al di fuori dell'esercizio della propria attività professionale e che

pertanto sono soggetti a una condizione strutturale di debolezza cognitiva, anche per via dell'incapacità di

acquisire autonomamente le informazioni. Tali problematiche riguardano talora anche le microimprese, cui

viene estesa parte della disciplina dettata per il consumatore.

La finalità di riservare ai consumatori una tutela rafforzata viene perseguita attraverso interventi legislativi

che si collocano su due diversi livelli.

La tutela contro le asimmetrie informative. Per ovviare alla asimmetria informativa, la legge impone

all'impresa di garantire sempre almeno un livello minimo di dati e notizie rispetto ai prodotti e ai servizi

offerti al pubblico (es. prezzo) e di farlo con modalità di immediata e semplice fruizione.

La tutela contro le forme di induzione all'atto di consumo. La legge impone a carico dell'impresa regole

di comportamento concernenti le forme di induzione all'atto di consumo. L'impresa diffonde infatti

informazioni, organizzate secondo tecniche di marketing e comunicazione, al fine di offrire una

rappresentazione suggestiva e indurre il consumatore a preferire il proprio prodotto a discapito di quelli

concorrenti. Non sempre, tuttavia, le suggestioni hanno corrispondenza con il dato reale.

La disciplina della comunicazione commerciale. All'impresa è vietato porre in essere tecniche di

sollecitazione al consumo non conformi al parametro della correttezza e che siano idonee a far assumere al

consumatore scelte non sufficientemente meditate.

L'ambito di applicazione del divieto è correlato alla fase precontrattuale ma si estende talvolta anche a

comportamenti che presuppongono il contratto concluso e che attengono alla sua esecuzione.

Le pratiche commerciali scorrette: Sono la fattispecie principale cui si rivolge la disciplina della

comunicazione commerciale e sono, in linea generale, vietate (dall'art. 20 cod.cons).

Il cod.cons. individua alcune condotte tipiche, valutandole a priori come pratiche commerciali scorrette;

introduce poi una clausola generale, in grado di permettere la repressione di ogni altra condotta volta a

incidere in maniera non corretta sulla capacità del consumatore di orientarsi nella scelta tra le molteplici

offerte.

...le fattispecie tipizzate (pratiche ingannevoli e pratiche aggressive). La finalità è comune a entrambe ed

è la menomazione della libertà contrattuale del consumatore; i vizi del consenso cui esse mettono capo sono

invece diversi tra loro.

Nelle pratiche ingannevoli l'effetto della pratica commerciale è indurre il consumatore in una falsa

rappresentazione della realtà, quanto alle caratteristiche del prodotto, al prezzo o alla provenienza. Le

pratiche aggressive hanno invece l'effetto di provocare nel consumatore una sorta di coazione a contrarre,

suscitando nel destinatario la sensazione di non potersi sottrarre alla sollecitazione all'acquisto in nessun

modo, se non concludendo il contratto.

Le ipotersi di entrambe le pratiche previste dalla legge sono assai numerose. Si distingue tra comportamenti

in cui il carattere di ingannevolezza o di aggressività è assistito da una presunzione assoluta oppure relativa

(in questo ultimo caso è possibile per l'impresa offrire la prova contraria: anche per questo è importante

individuare un criterio generale per valutare la correttezza delle condotte).

...la clausola generale. Il giudizio di scorrettezza della pratica dipende da una valutazione dell'idoneità della

stessa a falsare in maniera apprezzabile il comportamento del consumatore sul mercato. Occorre svolgere

una duplice valutazione:

i) va analizzata la coerenza dell'azione dell'impresa con il grado della diligenza professionale che è

ragionevole attendersi, tenuto conto delle usuali modalità di comportamento delle imprese che agiscono in

concorrenza tra loro in quel determinato mercato (cioè del contesto concreto in cui l'impresa opera);

ii) va valutata l'attitudine del comportamento imprenditoriale a falsare la scelta del consumatore medio, cioè

di un tipo ideale di attore del mercato, sufficientemente attento e avveduto, capace di selezionare e

interpretare le informazioni.

Il divieto di pubblicità ingannevole. Alla pubblicità ingannevole è dedicata una disciplina speciale, a tutela

degli stessi interessi protetti dalle norme in tema di pratiche commerciali scorrette. La specialità della

disciplina è da collegare alla maggiore capillarità e capacità della tecnica di comunicazione pubblicitaria di

raggiungere larghe fasce di potenziali consumatori. La disciplina della pubblicità ruota ad alcuni principi

guida:

i) l'informazione offerta deve essere veritiera;

ii) la pubblicità deve essere basata sempre su elementi oggettivamente riscontrabili e verificabili, anche ove

declinata in forma comparativa;

iii) il messaggio promozionale deve essere sempre riconoscibile come tale: sono vietate, cioè, le tecniche di

pubblicità occulta o subliminale.

Gli interessi tutelati:

a) la correttezza dello scambio. Il principio di correttezza nello scambio si realizza ponendo regole che

garantiscono che il consenso del consumatore al contratto sia effettivo e consapevole. Il tipo di interesse

protetto viene in rilievo innanzitutto in una dimensione individuale, riconoscendo un duplice tipo di tutela.

...e i relativi rimedi. In primo luogo il consumatore può proporre, sia in forma individuale che in forma

aggregata con altri soggetti analogamente pregiudicati, un'azione risarcitoria ascrivibile alla responsabilità

precontrattuale ex art. 1337. Essa costituisce rimedio esperibile anche in presenza di un contratto

validamente concluso.

Al consumatore sono inoltre concessi i rimedi tendenti all'annullamento del contratto. E' necessario

dimostrare che la condotta ingannevole posta in essere dall'impresa sia stata idonea a indurre, pur senza dolo

contrattuale, il consumatore in un errore essenziale ai fini della conclusione del contratto; oppure che la

condotta aggressiva si sia tradotta in una vera e propria coercizione suscettibile di integrare il vizio della

violenza.

b) il corretto funzionamento del mercato. L'interesse dei consumatori emerge anche in una dimensione

diffusa, cioè di classe intesa come cerchia ampia e indeterminata di soggetti. Gli standard di correttezza in

questa dimensione comportano il dettare regole che hanno rilevanza anche quanto alle modalità di

svolgimento della concorrenza. La disciplina presenta infatti marcati punti di contatto con la disciplina della

concorrenza sleale.

L'ordinamento riconosce, accanto agli strumenti civilistici di tutela, un potere repressivo di tipo

amministrativo delle condotte imprenditoriali contrarie alle regole di correttezza, previsto sia nella forma

della sanzione pecuniaria di natura pubblicistica (ammenda), sia nella forma dell'ordine inibitorio anche da

parte dell'AGCM.

41. LE MODALITA' DI CONCLUSIONE DEL CONTRATTO

Introduzione. La disciplina della modalità di conclusione dei contratti tra impresa e consumatori si

differenzia a seconda che essi si perfezionino presso i locali dell'impresa, istituzionalmente aperti al

pubblico, oppure fuori dai locali commerciali.

Contratti conclusi presso i locali dell'impresa. Il procedimento soggiace alla disciplina generale del codice

civile. Esso presuppone una proposta che deve incontrarsi con l'accettazione, affinchè il contratto possa dirsi

concluso.

La proposta è formulata dall'impresa, in condizioni generali di contratto che il consumatore potrà solo

accettare in blocco e che sono vincolanti per quest'ultimo se sono state rese astrattamente conoscibili

dall'impresa. La proposta dell'impresa assume spesso la natura di offerta al pubblico.

L'accettazione è il più delle volte espressa attraverso semplici comportamenti concludenti (l'adesione alla

proposta si esprime cioè attraverso un comportamento che si identifica con l'inizio della fruizione della

prestazione offerta).

Contratti senza accordo? Pur in questa accentuata spersonalizzazione del rapporto, non emerge una

nozione di contratto in cui si prescinderebbe persino dall'accordo.

Quest'ultimo si individua infatti sulla base di comportamenti concludenti da parte del consumatore, secondo

la prospettiva generale dischiusa dall'art. 1327.

I contratti negoziati fuori dai locali commerciali e contratti a distanza. Ha assunto maggiore rilevanza il

canale della vendita a domicilio, ovvero la maggiore facilità con cui è possibile realizzare forme di

negoziazione a distanza.

Ciò fa sorgere problemi specifici di tutela del consumatore, che versa in una condizione più accentuata di

soggezione, in quanto non cerca l'offerta ma rischia di subirla passivamente, spesso in condizioni di

debolezza cognitiva. La disciplina a tutela del consumatore ha pertanto a oggetto:

i) quella dei contratti negoziati fuori dai locali commerciali, caratterizzati dal fatto di essere conclusi in

luoghi diversi dai locali dell'impresa ma pur sempre con la presenza, nel medesimo luogo, del consumatore e

di incaricati o agenti dell'impresa;

ii) quella dei contratti a distanza, caratterizzati dall'uso di strumenti di comunicazione che permettono

l'interazione tra impresa e consumatori anche in assenza di un incontro diretto.

I principi generali della disciplina: In entrambe le ipotesi, la disciplina si basa su due principi generali:

l'obbligo di informazione e il diritto di recesso.

a) informazione. Al consumatore deve essere resa un'informazione puntuale in ordine agli elementi

essenziali del contratto che va a concludere. Nelle operazioni concluse a distanza, l'impresa ha l'onere di

trasmettere un testo scritto del contratto nel termine di trenta giorni dal suo perfezionamento.

b) recesso. Si accorda inoltre al consumatore la possibilità di liberarsi dal vincolo, qualora si renda conto,

all'esito di una valutazione più meditata, della non opportunità ovvero dell'assenza di utilità o ancora della

non convenienza del contratto concluso, con conseguente nullità di ogni patto contrario.

Per garantire un corretto bilanciamento di interessi tra impresa e consumatore, il diritto di recesso deve

essere esercitato entro il termine di dieci giorni.

...esercizio ed effetti del recesso. Per l'esercizio del diritto di recesso non è richiesta alcuna particolare

motivazione (efficienza maggiore rispetto al rimedio dell'art. 1522 che richiede la difformità del bene

rispetto al campione ai fini della risoluzione del contratto).

Il recesso produce lo scioglimento del rapporto contrattuale e rende quindi indebite le prestazioni già

eventualmente eseguite. Ciò significa che il consumatore deve restituire (integro) il bene ricevuto e ha diritto

alla restituzione del prezzo pagato.

E' nullo qualsiasi patto che escluda o limiti il diritto alla sostituzione del prezzo già corrisposto (es. clausola

che prevede il diritto dell'impresa di considerare quale caparra confirmatoria gli eventuali anticipi corrisposti

dal consumatore). In caso di ricorso di credito al consumo, il recesso implica l'automatica risoluzione del

contratto di finanziamento (collegamento negoziale).

42. IL CONTROLLO SUL REGOLAMENTO NEGOZIALE

Le condizioni generali di contratto. L'impresa predispone unilateralmente il regolamento contrattuale, nei

confronti di una pluralità di consumatori: tale regolamento risulta, pertanto, fortemente standardizzato.

Sotto il profilo dell'interpretazione del contratto, il codice civile stabilisce che le clausole contrattuali

ambigue si interpretano tenendo conto di ciò che si pratica nel luogo ove ha sede l'impresa e non nel luogo di

conclusione del singolo contratto.

Sotto il profilo delle condizioni generali di contratto, il codice civile riconosce all'impresa il potere di

definire le regole dello scambio, che vengono rese vincolanti sol perchè conoscibili dai clienti, potenziali

contraenti, con l'ordinaria diligenza.

Il potere normativo dell'impresa e la necessità di forme di controllo. All'impresa è riconosciuta una sorta

di potere normativo in quanto la vincolatività delle regole prescinde da una verifica circa l'esistenza di una

reale volontà del consumatore orientata alla loro accettazione.

Poichè la sussistenza di un'effettiva concorrenza sul mercato costituisce obiettivo doveroso ma di incerta

realizzazione, l'ordinamento non si disinteressa dei modi con cui il potere normativo spettante all'impresa si

esprime.

Per questa ragione, si stabiliscono forme di controllo all'esercizio di tale potere e si pongono limiti

all'operatività delle regole unilateralmente disposte, a prescindere dalla capacità del processo concorrenziale

di favorire la selezione anche delle regole contrattuali.

...la soluzione nel codice civile. L'approccio seguito dal legislatore era nel senso di isolare le clausole

vessatorie, tali ritenute in quanto eccessivamente gravose per l'aderente, e di renderle applicabili soltanto in

presenza di una espressa approvazione scritta (ad substantiam) di quest'ultimo.

La soluzione accolta non era però adeguata dato il limitato ambito di applicabilità della norma e la scarsa

utilità del rimedio approntato.

...e nel codice del consumo. Una risposta più efficiente viene fornita dal codice del consumo, che non si

limita definire un elenco più analitico di clausole che si presumono vessatorie, ma tratteggia anche una

definizione generale di vessatorietà delle condizioni generali del contratto.

Tale qualifica viene riferita a tutte le clausole che prevedono un eccessivo squilibrio, tra diritti e obblighi, a

vantaggio dell'impresa e a danno del consumatore. L'esistenza dello squilibrio deve essere verificata secondo

una valutazione da condurre in buona fede e tenendo conto delle circostanze esistenti nel momento della

conclusione del contratto.

Secondo aspetto è che per superare la qualificazione di vessatorietà della clausola non si utilizza più il

criterio formale della specifica approvazione per iscritto, ma quello sostanziale, costituito dalla circostanza

che la clausola abbia formato oggetto di una specifica trattativa con il consumatore.

Clausole abusive e nullità di protezione. Il carattere vessatorio determina la nullità della clausola, ma senza

possibilità alcuna che la nullità si estenda all'intero contratto, il quale rimane valido per il resto (art. 36

cod.cons.). Il principio è dunque quello della nullità parziale, seppur differente da come viene codificato

dall'art. 1419 c.c.

La norma realizza un rafforzamento dell'interesse del consumatore e quindi un riequilibrio delle condizioni

contrattuali. Tale nullità si definisce infatti come una nullità di protezione. Inoltre, in deroga al principio

generale, la legittimazione a far valere la nullità non viene attribuita a chiunque vi abbia interesse ma

soltanto al consumatore (nullità relativa).

L'interesse delle imprese e del mercato. La soluzione di conservazione del contratto è funzionale anche

alla protezione di un interesse della stessa impresa preponente, che si sottrae così al rischio della perdita di

clientela e a maggiori oneri.

Inoltre, la previsione di un potere del giudice di rilevare d'ufficio la nullità delle clausole assolve anche una

funzione di tutela di interessi generali, nella prospettiva della riduzione delle rilevate asimmetrie del mercato.

I rimedi generali: Sono previsti a tutela dell'interesse generale, garantendo una corretta funzionalità del

mercato.

...il controllo dell'AGCM. In capo all'AGCM è riconosciuto il potere di accertare la natura vessatoria delle

condizioni generali di contratto. L'autorità può esercitare tale potere sia ex post, cioè rispetto a condizioni già

applicate sul mercato, su richiesta dei consumatori, individualmente o come associazioni, che ex ante, su

richiesta delle imprese che sottopongono preventivamente le condizioni generali da esse predisposte, in vista

della loro futura applicazione (meccanismo dell'interpello).

...le azioni inibitorie collettive. Anche alle associazioni dei consumatori è riconosciuta la legittimazione a

esercitare davanti al giudice civile l'azione volta a far valere il carattere abusivo delle condizioni generali di

contratto e in particolare azioni di tipo inibitorio.

Attraverso tali tipi di azioni, il legislatore incentiva il controllo sul regolamento negoziale, per ridurre gli

squilibri, anche sotto il profilo economico. L'ordinamento cerca inoltre di conseguire anche l'obiettivo di una

maggiore giustizia contrattuale.

Il coordinamento tra l'AGCM e il giudice. L'esistenza di due controlli tra loro concorrenti fa sorgere il

problema del loro coordinamento, soprattutto per la rilevanza della valutazione preventiva effettuata da parte

dell'AGCM in sede di interpello, con riferimento al successivo intervento del giudice.

Si ritiene che, una volta che l'AGCM abbia accertato il suo potere di accertamento relativamente all'assenza

di vessatorietà, tali valutazioni non possano essere in discussione dal giudice ordinario. In questo modo non

si vanifica lo strumento dell'interpello e si dà un rilievo prevalente alle valutazioni dall'AGCM,

istituzionalmente e tecnicamente competente ad analizzare il grado di concorrenzialità del mercato.

43. LA TUTELA DEL CONSUMATORE NELL'ESECUZIONE DEL CONTRATTO

Il diritto al conseguimento delle utilità attese. Tale diritto viene protetto con l'obiettivo di incrementare la

propensione al ricorso al mercato. La tutela del diritto avviene contro il rischio che il prodotto non solo si

riveli incapace a soddisfare il concreto bisogno che ha indotto il consumatore ad acquistarlo, ma venga

persino a costituire, a causa di vizi a esso intrinseci, fonte di danni per la sua persona.

a) Il diritto a ricevere prodotti idonei all'uso. I prodotti devono rivelarsi idonei all'uso specifico a cui sono

destinati e devono presentare le caratteristiche e le qualità ragionevoli da attendersi da prodotti dello stesso

tipo e anche quelle che siano state indicate dalle promozioni e comunicazioni commerciali.

Tale diritto alla conformità del bene di consumo è una specificazione del diritto all'esatto adempimento

spettante al creditore di ogni rapporto obbligatorio.

Secondo la disciplina civilistica, l'acquirente di un bene viziato ha semplicemente la possibilità di scegliere

tra la riduzione del prezzo, conservando il bene viziato, e la risoluzione del contratto con i relativi effetti

restitutori, entro termini stringenti (decadenza: otto giorni; prescrizione: un anno).

Il rimedio specifico: il diritto alla sostituzione. Il diritto è tuttavia tutelato in forma più intensa. Il cod.

cons. consente al consumatore nella possibilità di ottenere, senza spese aggiuntive, il ripristino della

conformità mediante riparazione o sostituzione del bene.

Il tutto avviene con maggiore ampiezza rispetto al diritto comune (responsabilità: due anni dalla consegna;

prescrizione dell'azione: ventisei mesi dalla consegna; decadenza: non denuncia nei sessanta giorni dalla

scoperta del vizio).

...e la sua ratio. La ratio della norma si fonda non solo sulla tutela del consumatore, ma anche sulla

funzionalità della soluzione a soddisfare gli interessi della stessa impresa venditrice o fornitrice,

consentendole di sottrarsi sia al rischio della restituzione parziale del prezzo, sia al rischio della perdita del

cliente.

b) Il diritto a ottenere prodotti sicuri. Il cod.cons. prevede sia l'obbligo per l'impresa di mettere in

circolazione prodotti sicuri, sia alcune regole specifiche sulla responsabilità del produttore, da applicare nei

casi in cui il consumatore subisca danno in ragione dell'uso di un prodotto difettoso.

L'obbligo di mettere in circolazione prodotti sicuri. L'obbligo per l'impresa non si esaurisce nella fase

dell'immissione in commercio, ma consiste anche nel compiere controlli a campione sui prodotti

commercializzati e di adottare misure per evitare i rischi, compreso il ritiro dal mercato dei prodotti che non

garantiscono standard di sicurezza.

La responsabilità del produttore. Le norme che la disciplinano trovano applicazione non solo nell'ipotesi

in cui si sia stabilita una relazione diretta tra il consumatore e il produttore del bene difettoso, ma a tutte le

imprese che a vario titolo sono coinvolte nel processo che sfocia nella messa in circolazione del prodotto

difettoso fonte di danni.

La disciplina travalica la dimensione propriamente interna all'operazione di scambio, e dunque di norme a

tutela della parte contrattuale, assumendo il significato più generale di regole di protezione dell'utilizzatore di

un prodotto che si è rivelato difettoso, indipendentemente dalla sua veste di acquirente, attivabili contro

chiunque abbia concorso a permettere la diffusione sul mercato del bene.

Il rischio di impresa come criterio di imputazione della responsabilità. L'imputazione non si basa sulla

regola determinata dal 2043 (in forza del quale il danno è risarcibile solo allorchè sia dovuto quanto meno a

colpa del danneggiante) ma su un criterio tendenzialmente oggettivo (simile a quanto prevede il 2050 in tema

di esercizio di attività pericolose), nel senso che l'impresa risponde sempre del danno, salvo che non provi

l'esistenza di una delle circostanze indicate dall'art. 118 cod.cons.

Tali circostanze (es. inesistenza del difetto all'immissione sul mercato) sono fatti oggettivamente estranei alla

sfera di controllo dell'impresa, quindi il rischio del loro accadimento non può essere eliminato tramite una

pianificazione e organizzazione dell'attività.

44. IL CONTRATTO TRA IMPRESE

Le relazioni contrattuali tra imprese nel mercato. Nelle relazioni business to business, il rapporto

contrattuale che si instaura non è necessariamente sottratto alla logica del negoziato: le posizioni dei due

contraenti tendono a porsi come speculari e simmetriche.

Inoltre, entrambe le parti hanno un'analoga capacità di procurarsi le informazioni rilevanti ai fini della

valutazione di convenienza delle operazione (fanno eccezione le microimprese).

La concorrenza e l'equilibrio contrattuale. L'ordinamento lascia la formazione del contratto e la

definizione del suo regolamento alla libera negoziazione. Quest'ultima può condurre a un assetto di interessi

di reiuproca soddisfazione allorchè vi sia un sufficiente grado di concorrenzialità nei mercati nei mercati in

cui operano le imprese che entrano in contatto fra loro.

Vi è tuttavia l'esigenza di interventi correttivi: quanto minore è la pressione concorrenziale e tanto maggiore

è infatti il rischio che un'impresa possa avvalersi in maniera abusiva del potere di mercato di cui dispone.

I rimedi contro gli abusi: La politica legislativa di contrasto all'esercizio abusivo del potere di mercato

detenuto dall'impresa si realizza attraverso un duplice tipo di interventi, che si collocano a due differenti

livelli.

a) la tutela del mercato. Il primo è finalizzato alla repressione delle condotte idonee ad accrescere il rischio

che il mercato non sia in grado di equilibrare il contenuto dei contratti. L'intervento, di interesse generale e

demandato all'AGCM, è diretto a sanzionare sotto il profilo pubblicistico e comunque a inibire i

comportamenti che integrano la fattispecie dell'abuso di posizione dominante o di preminenza economica

(quest'ultima è una posizione che è comunque in grado di influenzare il comportamento di altre imprese: si

configura, in questo caso, un abuso di dipendenza economica).

b) la tutela della singola impresa contraente. Il secondo attiene direttamente al piano negoziale e si traduce

nella possibilità di attivare davanti all'autorità giudiziaria un'azione finalizzata a ottenere una parziale

rettifica del regolamento contrattuale.

Ciò può avvenire quando la definizione del contenuto del contratto sia stata condizionata dal potere

negoziale di una delle due imprese contraenti, mettendo capo a un assetto di interessi squilibrato a vantaggio

di quest'ultima.

I rapporti verticali tra imprese. Si tratta di rapporti tra imprese che si collocano a diversi livelli della filiera

produttiva. Gli interventi normativi sono sempre più numerosi ma ancora eterogenei. Vi sono in particolare:

i) norme che individuano la black list delle clausole che possono caratterizzare i rapporti tra produttore e

rivenditore sulla base di contratti di concessione di vendita o di distribuzione;

ii) norme riguardanti i contratti di affiliazione commerciale (es. un'impresa concede ad altra il diritto di

sfruttare il proprio know how commerciale);

iii) norme concernenti i rapporti di subfornitura (impresa fornitrice di un bene con produzione esternalizzata

delle diverse componenti del bene in altre imprese).

Tali discipline assolvono anche una finalità più generale di tutela dei consumatori, che potranno godere dei

benefici derivanti da un corretto funzionamento del mercato.

Riequilibrare le condizioni contrattuali tra le imprese che partecipano alle diverse fasi del processo

produttivo significa infatti evitare che i maggiori oneri sostenuti dall'impresa che versa in posizione di

soggezione possano essere traslati sul mercato finale, a carico appunto dei consumatori (c.d. passing on).

La tutela dell'impresa debole. Sebbene non vi sia un organico statuto normativo del contratto business to

business, si possono comunque individuare alcuni principi di applicazione generale, che rappresentano il

livello minimo di tutela dell'impresa che versa in condizione di vera e propria dipendenza economica nei

confronti della propria controparte.

Tale condizione si verifica quando sul mercato non si offrano alternative soddisfacenti alla negoziazione con

l'impresa che tende a imporre le proprie condizioni contrattuali.

La nullità delle condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose. In presenza di tali condizioni opera il

principio della nullità delle condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose, per tali intendendosi quelle

che realizzano un eccessivo squilibrio di diritti tra le parti.

Sono nulle, ad esempio, le clausole che prevedano soltanto per la parte in posizione di preminenza il potere

di recedere dal contratto senza costi e senza preavviso.

Il c.d. terzo contratto. La figura del contratto tra imprese caratterizzato da asimmetria di posizioni, in

ragione della dipendenza economica di un'impresa nei confronti dell'altra, viene denominato terzo contratto,

per contrapporre la relativa disciplina a quella indifferenziata rispetto alla tipologia di parti (codice civile) e a

quella del codice del consumo.

...la sua disciplina. La l. 192/1998 contiene una norma (art. 9) destinata a trovare generale applicazione nei

rapporti asimmetrici tra imprese. Quest'ultima, oltre a sancire la nullità del patto con cui si realizza l'abuso di

dipendenza economica, riconosce all'autorità giudiziaria anche il potere di adottare tutte le altre misure

inibitorie volte a far cessare il denunciato abuso.

In considerazione del contenuto atipico dell'ordine inibitorio, il potere del giudice finisce così per assumere

un carattere conformativo del rapporto negoziale, quando non addirittura sostanzialmente costitutivo del

medesimo: si pensi ai casi in cui l'abuso si manifesta in forma omissiva (es. rifiuto a contrarre).

...e le sue prospettive evolutive. Il raggiungimento di un giusto equilibrio contrattuale nelle relazioni tra

imprese è una preoccupazione sempre più avvertita dal legislatore, come dimostrano alcuni recenti interventi

normativi.

Vi è ad esempio una norma del d.l. 1/2012 che, nei rapporti tra imprese agricole, introduce limiti stringenti

all'autonomia negoziale, pur in assenza di una posizione dominante, vietando una serie di condizioni

contrattuali ingiustificatamente gravose.

45. MERCATO GLOBALE E LEX MERCATORIA

Il problema. La contrattazione tra imprese è influenzata dal carattere sempre più transnazionale del mercato.

Il problema è individuare la cornice normativa di riferimento. Il problema è sempre esistito, ma oggi, oltre

alla maggiore dimensione del fenomeno, diverge anche il modo con cui viene soddisfatta quest'esigenza di

uniformità delle discipline cui assoggettare le relazioni di scambio.

Le regole del commercio internazionale. Nella realtà contemporanea vi è anzitutto la tendenza delle

imprese all'elaborazione di modelli di regolamento contrattuale estremamente dettagliati, per ridurre il

rischio delle lacune di disciplina, e la propensione a renderli oggetto di circolazione nel mercato affinchè

possano diffondersi e avere costante applicazione, fino ad assumere il significato di veri e propri usi.

Inoltre, il riconoscimento dei modelli contrattuali e la loro assunzione al rango di norme uniformi è sempre

meno legato al modello tradizionale della produzione delle norme nel diritto internazionale (modello delle

Convenzioni tra Stati, i quali poi recepiscono le regole e armonizzano le relative discipline).

Esso nasce sempre più da organizzazioni private (es. ICC), che elaborano regole e principi generali destinati

a colmare eventuali lacune del regolamento contrattuale: tali regole sono finalizzate a trovare applicazione

nei rapporti tra imprese a prescindere da qualsiasi fenomeno di riconoscimento da parte di singoli

ordinamenti nazionali.

Le camere arbitrali internazionali e la nuova lex mercatoria. Un altro aspetto che caratterizza le relazioni

transnazionali tra imprese è la circostanza che le parti del contratto tendono ad abdicare alla possibilità di

rivolgersi alle giurisdizioni nazionali di appartenenza per la soluzione delle eventuali controversie che

dovessero insorgere tra loro.

Ciò è dovuto alla tendenziale simmetria di posizioni e di potere negoziale delle imprese, che dà luogo alla

tendenza all'autoproduzione delle norme giuridiche e all'esclusione reciproca dell'applicazione di una legge

nazionale in luogo di un'altra.

In questi casi le imprese preferiscono devolvere la soluzione delle controversie a procedure arbitrali, gestite

anch'esse secondo standards uniformi da organizzazioni private rappresentative degli interessi del ceto

imprenditoriale: le Camere Arbitrali Internazionali.

Nell'esercitare un monopolio nell'interpretazione delle regole del commercio internazionale, sulla base delle

quali i rapporti tra imprese devono essere disciplinati, le Camere Arbitrali finiscono per concorrere a quel

fenomeno di creazione di un diritto uniforme delle relazioni contrattuali internazionali, che vale a costituire

la c.d. nuova lex mercatoria.

CAPITOLO III - IL FINANZIAMENTO

SEZ. 1 - OPERAZIONI DI FINANZIAMENTO

46. LE FORME DI FINANZIAMENTO

L'operazione di finanziamento. L'impresa richiede l'impiego di risorse finanziarie spesso eccedenti le

proprie disponibilità: deve quindi procurarsele all'esterno, tramite il finanziamento.

Nelle operazioni di finanziamento, alla prestazione di un valore a opera del finanziatore non corrisponde

alcuna controprestazione attuale del finanziato, il quale è, di regola, tenuto a procedere alla restituzione, in

un momento successivo, di una quantità di valore commisurato a quello della prestazione ricevuta.

Elemento necessario e sufficiente è la prestazione unilaterale, con la quale il finanziamento prende avvio e,

nei casi di finanziamento a fondo perduto, addirittura si esaurisce in quest'ultima in quanto non è prevista

alcuna restituzione.

La prestazione unilaterale ha ad oggetto una determinata quantità di valore, che può essere rappresentato sia

dal denaro, sia da beni diversi (es. leasing), purchè a venire in considerazione sia solamente il loro valore.

Finanziamento oneroso e finanziamento gratuito. Sono entrambe operazioni che prevedono la restituzione

del valore. Nel finanziamento oneroso, la restituzione ha a oggetto un valore superiore a quello oggetto della

prestazione unilaterale: la differenza è l'interesse e rappresenta la remunerazione per la concessione del

finanziamento. Nel finanziamento gratuito si tratta di restituire un valore pari a quello prestato.

Finanziamento e scambio. Lo scambio si distingue dal finanziamento in quanto ha ad oggetto due entità tra

loro diverse ma parimenti attuali, in relazione alle quali ciascuna delle parti assume un ruolo uguale e

contrario rispetto alla controparte (acquirente e alienante).

Il finanziamento, inoltre, si instaura tra soggetti che ricoprono una posizione economicamente diversa e ciò si

riflette nella loro veste giuridica. Il finanziatore (non a fondo perduto) si presenta come creditore, titolare di

un diritto di credito a termine, avente ad oggetto il capitale maggiorato degli eventuali interessi, mentre il

finanziato assume la veste speculare di debitore.

Nello scambio, poi, le parti sono in linea di principio libere di determinare il prezzo, mentre nel

finanziamento la misura della remunerazione del finanziatore è limitata dalla legge, la quale fissa, a tutela del

finanziato, dei limiti massimi alla misura degli interessi. Il superamento degli interessi è sanzionato

civilmente (nullità della pattuizione) e penalmente (usura).

Capitale di rischio e capitale di credito. La determinazione della quantità di valore da corrispondere al

finanziatore può essere predeterminata (capitale di credito) oppure ancorata ad alcuni indici, i quali, nel

finanziamento concesso a favore dell'impresa, possono essere basati sui risultati dell'attività.

In questo caso, l'andamento dell'impresa si ripercuote sul finanziatore, il quale, accanto al rischio di

inadempimento dell'obbligazione, corre il rischio che nella sostanza coincide con il rischio d'impresa. Tale

forma di finanziamento si definisce in termini di prestazione di capitale di rischio. L'ipotesi più diffusa è

quella dei conferimenti dei soci.

La distinzione in esame non deve essere enfatizzata: dato che il finanziamento viene concesso in

considerazione non tanto del valore dell'attuale consistenza della garanzia patrimoniale, quanto dell'idoneità

dell'organizzazione a produrre nuova ricchezza, tutti i finanziatori dell'impresa che effettuano prestazioni di

capitale di credito, corrono indirettamente il relativo rischio.

Capitale altrui e capitale proprio. Tale distinzione è esclusiva dell'impresa societaria. Il capitale altrui

indica il finanziamento concesso dai terzi (o dai soci in quanto terzi) a favore della società, in forma di

capitale di credito o di rischio; capitale proprio indica invece le operazioni di finanziamento, in forma di

capitale di rischio, effettuate a favore della società dai soci in quanto tali.

Il finanziamento societario. Nel finanziamento societario, ai soci, i prestatori di capitale proprio, è destinato

l'intero valore netto del patrimonio della società, vale a dire quello che eccede l'ammontare delle pretese

vantate dagli altri finanziatori, i prestatori di capitale altrui (creditori sociali).

Sul patrimonio dell'impresa organizzata in forma societaria insistono quindi, accanto alle pretese dei

creditori, quelle residuali dei soci.

Il finanziamento azionario. La legge riserva alla società azionaria la possibilità di raccogliere risorse

finanziarie direttamente presso il pubblico dei risparmiatori, attraverso l'offerta di strumenti finanziari

rappresentativi di frazioni omogenee di una complessiva operazione di acquisizione di capitale proprio

(azioni) o altrui (obbligazioni). Ciò può avvenire anche in deroga del generale divieto imposto ai soggetti

diversi dalle banche.

Le società a responsabilità limitata possono emettere titoli di debito, rappresentativi cioè di capitale altrui,

ma sono tenute a collocarli presso il pubblico qualificato; inoltre, viene loro preclusa la raccolta presso il

pubblico di capitale proprio.

La raccolta di capitali sul mercato. La raccolta del capitale di rischio o di credito può essere realizzata

direttamente presso i risparmiatori e in generale sul mercato finanziario. La sollecitazione al pubblico

risparmio deve essere realizzata attraverso il meccanismo dell'offerta al pubblico disciplinato dal T.U.F.

La legge impone all'offerente specifici obblighi informativi nei confronti dei risparmiatori. Si prevede in

particolare la pubblicazione preventiva di un prospetto di offerta contenente le tutte le informazioni

necessarie e una nota di sintesi recante i rischi e le caratteristiche essenziali dell'offerta.

47. IL FINANZIAMENTO BANCARIO

I contratti bancari. Gli intermediari professionali (banche, intermediari finanziari non bancari ecc) si

avvalgono di contratti specificamente dedicati al finanziamento dell'impresa: ci si riferisce alle operazioni

bancarie e ai numerosi contratti di credito, di garanzia e parabancari, che corrispondono a tipologie negoziali

differenti ma che possono essere convenzionalmente raggruppate in ragione della loro attitudine a soddisfare,

sotto diversi aspetti, le esigenze di finanziamento dell'impresa.

La disciplina dei contratti bancari. I contratti in questione condividono alcuni importanti profili di

disciplina, relativi soprattutto alla pubblicità e trasparenza delle condizioni contrattuali, al loro contenuto e ai

doveri informativi.

...trasparenza. In tema di trasparenza, il T.U.B. prevede una serie di norme che fanno da contrappeso al

potere contrattuale della banca. In particolare, banche e intermediari finanziari devono rendere noti in modo

chiaro ai clienti i dati salienti delle condizioni praticate dalla banca.

Le medesime condizioni devono essere poi indicate nei contratti: questi ultimi sono redatti in forma scritta, a

pena di nullità, e una copia degli stessi deve essere consegnata al cliente.

...ius variandi. Significativa è la disciplina prevista col riferimento al potere della banca di modificare

unilateralmente le condizioni contrattuali originariamente pattuite (ius variandi). Tale facoltà si spiega in

considerazione della necessità della gestione di massa delle diverse operazioni e del carattere generalmente

di durata dei contrati stessi.

Essa richiede soltanto che la relativa clausola sia specificamente approvata dal cliente, ma è limitata alle

ipotesi in cui sussista un giustificato motivo.

48. LE OPERAZIONI BANCARIE IN CONTO CORRENTE

Il regolamento in conto corrente. A norma dell'art. 1852, il deposito bancario, l'apertura di credito e le altre

operazioni bancarie di anticipazione, sconto, ecc. possono essere regolate in conto corrente.

Il correntista può disporre, in qualsiasi momento, delle somme risultanti a suo credito, salva l'osservanza del

termine di preavviso eventualmente stabilito e senza bisogno di attendere la chiusura del conto.

Conto corrente bancario e conto corrente ordinario. Con il contratto di conto corrente ordinario le parti si

obbligano vicendevolmente ad annotare i crediti derivanti da reciproche rimesse, considerandoli inesigibili e

indisponibili fino alla chiusura del conto.

Oltre alle altre diverse caratteristiche del conto corrente bancario, la legge prescrive che la banca risponda

secondo le regole del mandato per l'esecuzione degli incarichi ricevuti dal correntista. Nonostante le

differenze, ai contratti bancari regolati in conto corrente si applica in parte il regime giuridico dettato dal

conto corrente ordinario.

Il conto corrente bancario. Il conto corrente bancario si configura come un contratto a sé stante, atipico e

misto, su cui si innestano tutti gli altri contratti di credito e servizi banncari che esigono l'espletamento di

funzioni di incasso o pagamento da parte della banca.

Con tale contratto, il cliente può compiere operazioni di versamento e di prelievo, sia utilizzando i propri

fondi depositati presso la banca, sia avvalendosi di quelli messi a disposizione dalla stessa.

L'apertura del conto è di norma accompagnata dalla convenzione d'assegno, in forza della quale il cliente

deposita lo specimen di firma e riceve il carnet di assegni. In ogni momento il conto corrente presenta un

saldo attivo o passivo (risultato algebrico delle operazioni effettuate in accredito e in addebito sul conto).

Nella prassi, si distingue tra saldo contabile, saldo per valuta e saldo disponibile.

Gli interessi e anatocismo. Deve essere indicato in contratto il tasso degli interessi sia attivi, a favore del

cliente, sia passivi, a favore della banca; entrambi devono essere calcolati con la stessa periodicità. Al CICR

è affidato il compito di stabilire modalità e criteri per la maturazione degli interessi sugli interessi

(anatocismo).

I servizi di cassa. Con il contratto di conto corrente bancario (o di corrispondenza) la banca si impegna a

svolgere nell'interesse del cliente il servizio di cassa, annotando le operazioni che essa si impegna a svolgere

nell'interesse del cliente.

La banca deve inoltre eseguire, nei limiti della disponibilità di conto, ogni altro ordine ed è tenuta a ricevere

tutti i versamenti disposti da terzi a favore del correntista e a eseguire gli incarichi di riscossione di crediti

verso terzi ad essa conferiti. L'utilità del conto corrente bancario è stata inoltre potenziata nel tempo con

l'offerta di altri servizi (es. Bancomat).

L'informazione periodica. La banca è obbligata a fornire per iscritto al cliente alla scadenza del contratto, e

comunque almeno una volta l'anno, una comunicazione completa e chiara in merito allo svolgimento del

rapporto, il che avviene attraverso l'invio dell'estratto conto.

In mancanza di opposizione scritta da parte del cliente entro sessanta giorni dal ricevimento, tutte le

comunicazioni periodiche si intendono approvate. Il correntista potrà comunque far valere in giudizio

eventuali errori, omissioni o invalidità che inficino le operazioni annotate sul conto entro il termine ordinario

di prescrizione, chiedendo la rideterminazione del saldo.

Il recesso. Nel contratto di conto corrente a tempo indeterminato, ognuna delle parti può recedere dandone

preavviso nel termine d'uso o, in mancanza, in quello di quindici giorni. Nella prassi, le condizioni generali

prevedono tempi brevissimi, consentendo alla banca di chiedere al cliente l'immediato pagamento delle

somme risultanti a suo debito, anche in dipendenza della contestuale revoca del fido concessogli.

Ciò solleva problemi di abuso del potere negoziale e di conseguente responsabilità della banca, oltre a

suscitare dubbi circa la validità di tali clausole vessatorie, soprattutto nei rapporti con i consumatori.

49. I CONTRATTI DI CREDITO

Nozione. I contratti di credito o di finanziamento comportano la creazione di liquidità a favore del cliente.

Quest'ultimo è a sua volta obbligato a restituire alla banca le somme ricevute o utilizzate, con la

maggiorazione degli interessi e delle commissioni, nei tempi e con le modalità previsti dal contratto. Si

distingue tra finanziamenti a breve e a medio-lungo termine, che rispondo a esigenze diverse.

a) L'apertura di credito: nozione e caratteri. E' il contratto con il quale la banca, ricevendo in

contropartita gli interessi pattuiti, si obbliga a tenere a disposizione del cliente affidato una data somma di

denaro per un periodo di tempo determinato o indeterminato.

Ricorre all'apertura di credito il soggetto che vuole assicurarsi, per esigenze di liquidità, la mera disponibilità

di un certo importo. Si tratta quindi di un contratto consensuale, seppure (come tutti gli altri contratti bancari)

a forma vincolata.

...utilizzazione della disponibilità. Nell'apertura di credito in conto corrente (a differenza di quella

semplice) il cliente può utilizzare ripetutamente la disponibilità concessagli, alternando prelevamenti a

versamenti e incassi e ripristinandola via via. Egli deve operare mantenendosi entro i limiti del fido, in modo

da non divenire debitore di una somma maggiore di quella pattuita.

...garanzie. Qualora la banca non richieda al cliente accreditato alcuna garanzia, l'apertura di credito si

definisce allo scoperto, altrimenti si dice garantita. La garanzia è concessa per l'intera durata del rapporto,

sino alla sua estinzione, ma potrebbe divenire insufficiente nel tempo, così da indurre alla banca a chiederne

un supplemento o la sostituzione.

In caso di non ottemperanza alla richiesta, la banca può ridurre il credito proporzionalmente al diminuito

valore della garanzia oppure recedere dal contratto.

...recesso della banca. Nell'apertura di credito a tempo determinato, la banca può esercitare il diritto di

recesso soltanto per giusta causa, salvo patto contrario. Ove la giusta causa consista nell'insolvenza

dell'accreditato, la banca può esigere immediatamente la restituzione delle somme erogate.

Nell'apertura di credito a tempo indeterminato, invece, ogni contraente può recedere liberamente dal

contratto, dando preavviso nel termine stabilito o, in difetto, in quello di quindici giorni. Il recesso libero

(cioè ad nutum) è generalmente ridotto a pochissimi giorni nell'indeterminato e previsto anche nell'apertura

di credito a tempo determinato.

La banca è così arbitra di revocare in qualunque momento il fido concesso al cliente e di chiedergli

l'immediato rientro. Nei casi di esercizio abusivo di tale potere, la banca è esposta, per mancanza di obblighi

di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto, a responsabilità contrattuale verso il cliente.

b) L'anticipazione bancaria: nozione e caratteri. Con l'anticipazione, la banca mette a disposizione del

cliente una somma di denaro a fronte della costituzione di una garanzia di merci o titoli in pegno,

consentendo all'impresa di ritirarli in qualsiasi tempo, previo rimborso proporzionale delle somme ricevute in

anticipazione, in deroga al principio generale di indivisibilità del pegno.

L'anticipazione bancaria consiste dunque in un finanziamento strettamente legato sul piano strutturale e

funzionale al pegno costituito, il cui importo è commisurato a una percentuale del valore dei beni dati in

garanzia (scarto).

...garanzie. Il cliente può concedere in pegno esclusivamente beni o valori che hanno un prezzo corrente

agevolmente individuabile. La pronta liquidabilità di questi è infatti elemento essenziale all'operazione.

Ove la diminuzione del valore della garanzia durante il rapporto superi il decimo, la banca può chiedere al

debitore un supplemento di garanzia o attivare i rimedi previsti dall'art. 1850.

...estinzione del rapporto. L'anticipazione bancaria può essere stipulata a scadenza fissa, con possibilità di

utilizzo della somma accreditata in unica soluzione e obbligo di restituzione entro una certa data, o essere

regolata in conto corrente.

Il pegno può essere regolare o irregolare (anticipazione propria o impropria): nel primo caso, la banca deve

rilasciare un documento atto a individuare i beni dati in garanzia e non può disporne, salvo patto contrario.

Alla conclusione del rapporto, la banca dovrà poi restituire i beni concessi; parte dei beni può essere ritirata

prima dello spirare del rapporto, previo rimborso proporzionale delle somme ricevute e purchè il credito

residuo sia adeguatamente garantito.

Nel caso di anticipazione impropria, la banca essa diviene proprietaria dei beni e alla scadenza dovrà

restituire, per l'eccedenza, soltanto merci o titoli dello stesso genere.

c) Lo sconto bancario: nozione e caratteri. Mediante lo sconto, la banca anticipa al cliente scontatario

l'ammontare di un credito non ancora scaduto che esso vanta nei confronti di un terzo, previa deduzione di

un interesse (lo sconto). L'interesse è calcolato in ragione della data di scadenza e del rischio dell'operazione.

Il credito viene ceduto pro solvendo, con la conseguenza che, se la banca non riesce a esigerlo dal debitore

ceduto, essa può richiedere allo scontatario la restituzione della somma anticipatagli, oltre agli interessi.

Lo sconto svolge una funzione di liquidità, che lo rende alternativo ad altre operazioni c.d. autoliquidanti (es.

factoring, forfaiting).

...sconto di titoli cambiari. Qualora il credito scontato sia documentato da una cambiale o da un assegno, il

trasferimento del credito avviene mediante girata del titolo cambiario e lo scontatario diventa perciò

obbligato di regresso, fermo restando il debito di restituzione della somma anticipata.

Se la cambiale, alla scadenza, non viene pagata dal debitore principale, la banca potrà esercitare contro

quest'ultimo i diritti derivanti dal titolo e, contro lo scontatario, o con l'azione cambiaria di regresso o con

l'azione causale derivante dal rapporto di sconto.

d) Finanziamenti speciali. Ai fini del finanziamento dell'attività d'impresa, presentano importanza i contratti

di mutuo regolati da speciali discipline di settore, che si contraddistinguono per il vincolo di destinazione

delle somme mutuate o per la necessaria presenza della garanzia reale costituita a favore della banca.

...mutuo fondiario. Il T.U.B. definisce come credito fondiario l'operazione che ha per oggetto la

concessione, da parte di banche, di finanziamenti a medio e lungo termine garantiti da ipoteca di primo grado

su immobili. La Banca d'Italia determina l'ammontare massimo dei finanziamenti e fissa i casi in cui la

presenza di precedenti iscrizioni ipotecarie non impedisce l'erogazione dei mutui.

Il T.U.B: detta una disciplina di particolare favore per le banche, per la finalità storica di incentivazione dello

sviluppo edilizio e dei miglioramenti fondiari (es. irrevocabilità della garanzia ipotecaria decorsi solo dieci

giorni dalla iscrizione).

Il cliente ha sempre la possibilità di estinguere anticipatamente il mutuo fondiario, pagando alla banca il

compenso contrattualmente stabilito (o senza penalità se si tratta di un consumatore).

...crediti speciali. Le operazioni di credito speciale sono operazioni bancarie attive riservate a particolari

categorie di imprese (es. credito agrario) o finalizzate a consentire all'impresa, ad esempio, la realizzazione

di un impianto. Si tratta di finanziamenti a medio-lungo termine, caratterizzati da un preciso vincolo di scopo

(clausola di destinazione) e garantiti dal privilegio speciale sui beni strumentali.

Questa forma di finanziamento corrisponde al modello del mutuo consensuale di scopo e presenta quindi

caratteristiche e finalità peculiari irriconducibili allo schema tipico del mutuo, trovando nel T.U.B.

un'apposita disciplina.

...finanziamenti agevolati. Sono operazioni di finanziamento alle imprese per cui vengono previste apposite

agevolazioni pubbliche vincolate alla realizzazione degli obiettivi che le normative stesse perseguono.

L'operazione si concreta in due fasi distinte: la prima consiste in un'istruttoria che si conclude con l'eventuale

concessione del contributo, in conto capitale o in conto interessi; la seconda si sostanzia nella stipula del

contratto fra la banca e il mutuatario.

Ottenuto il decreto di concessione non rilevano più le finalità di ordine generale ma assume invece rilievo

l'effettiva destinazione delle somme al compimento delle opere per le quali il mutuo è stato accordato (es.

nullità in presenza di clausole che prevedano la destinazione dei finanziamenti a uno scopo diverso).

50. I CONTRATTI DI GARANZIA A FAVORE DELLA BANCA

Nozione. La richiesta di garanzie ha lo scopo di rafforzare la posizione del soggetto finanziatore e di favorire

l'adattamento al dinamismo dell'impresa e alla mutevole composizione del patrimonio responsabile.

a) La fideiussione omnibus: nozione e caratteri. E' una garanzia personale prestata da un soggetto terzo, di

norma collegato al cliente finanziato, di portata generale, avendo oggetto determinabile ma indeterminato al

momento della sua concessione.

Il fideiussore resta coobbligato verso la banca nel caso d'inadempimento di qualsiasi obbligazione, anche

futura, assunta dal cliente garantito. Il contratto deve stabilire, a pena di nullità, l'importo massimo garantito

con riferimento alle obbligazioni future.

La fideiussione in esame è in larga parte sottratta alla disciplina del diritto comune e presenta una serie di

clausole volte a rafforzare la posizione della banca.

...clausola a prima richiesta. Secondo la clausola "a prima richiesta e senza eccezioni", in deroga al

principio di accessorietà della garanzia, il garante è tenuto a pagare immediatamente quanto dovuto dal

cliente, a semplice richiesta scritta dalla banca.

Le eccezioni attinenti all'invalidità dell'obbligazione principale non possono essere fatte valere dal

fideiussore al fine di rifiutare il pagamento; possono, invece, allo scopo di ottenerne la ripetizione (clausola

solve et ripete).

b) I contratti di garanzia finanziaria. E' un modello generico di contratto bancario dedicato al

finanziamento delle attività d'impresa, che comprende il contratto di pegno e qualsiasi altro contratto di

garanzia reale avente ad oggetto attività finanziarie e volto a garantire l'adempimento di obbligazioni

finanziarie (d.lgs. 170/2004).

La legge detta sia una disciplina generale, sia diverse regole particolari concernenti le varie forme di garanzia

reale previste.

...il pegno omnibus. Può avere ad oggetto anche beni o merci, anziché strumenti finanziari. La validità e

l'opponibilità dei terzi della garanzia prestata a favore della banca sono subordinati alla prova scritta del

contratto e dell'effettiva dazione della garanzia, nonché alla individuabilità delle attività finanziarie costituite

in garanzia. Non si richiede la sufficiente indicazione del credito garantito.

...il pegno irregolare. La banca acquisisce la proprietà e la disponibilità del denaro o dei titoli dati in

garanzia, obbligandosi a restituire l'equivalente alla scadenza dell'obbligazione o, in mancanza di regolare

adempimento, la differenza fra il credito garantito e il denaro depositato o il valore dei beni trasferiti.

Sono valide le clausole di close-out netting, che autorizzano la banca, al verificarsi di dati eventi, a liquidare

anticipatamente le posizioni reciproche e a operare la compensazione.

...il pegno rotativo. La garanzia rotativa si caratterizza per la facoltà data al debitore o al terzo garante di

sostituire in tutto i in parte i beni oggetto della garanzia, nei limiti del valore dei beni originariamente dati in

pegno (clausola di sostituzione).

E' consentito prevedere la clausola di integrazione, che obbliga il debitore, in certe circostanze, a prestare o

integrare la garanzia già prestata con effetto retroattivo, ai fini della sua opponibilità ai terzi e con esenzione

dalla disciplina della revocatoria fallimentare.

c) Lettere di patronage. E' una dichiarazione scritta rilasciata a una banca o a un finanziatore da un soggetto

interessato (es. società capogruppo) allo scopo di favorire la concessione o il mantenimento di una linea di

credito a una impresa controllata o collegata, presentando il soggetto da finanziare.

Lo scopo è rafforzare nel creditore il convincimento che il patrocinato farà fronte ai propri impegni (non è

una garanzia in senso tecnico).

Nelle lettere di patronage c.d. forti, però, il patrocinante assume in proprio, nei confronti del finanziatore,

precisi impegni nel caso in cui quest'ultimo accetti di concedere credito al patrocinato (es. mantenere la

propria partecipazione).

51. LE GARANZIE DELLA BANCA A FAVORE DELL'IMPRESA

Nozione. La banca può assumere la posizione di garante nell'interesse dell'impresa (credito di firma) per le

obbligazioni da essa contratte, al fine di agevolare l'acquisizione di commesse, accedere al credito sui canali

extra-bancari e così via.

a) Il contratto autonomo di garanzia. Nel contratto autonomo di garanzia, che si configura come contratto

atipico, la banca si costituisce garante dell'impresa verso un terzo. Il distacco dal modello codicistico della

fideiussione è più radicale rispetto alla fideiussione omnibus in quanto l'obbligazione assunta dalla banca è

del tutto svincolata dal rapporto garantito.

La banca dunque garantisce l'adempimento del debitore ed assicura comunque la soddisfazione dell'interesse

economico al creditore-beneficiario.

...abuso della garanzia e rimedi giudiziali. Se il beneficiario della garanzia la escute indebitamente,

l'azione di rivalsa nei confronti del cliente e l'azione di ripetizione di indebito di questi nei confronti del

primo valgono a scongiurare spostamenti definitivi di ricchezza in assenza di causa.

In caso di condotta dolosa del beneficiario, la banca escussa o il cliente possono richiedere un ordine

giudiziale volto a inibire in via cautelare l'escussione della garanzia.

b) L'accettazione bancaria. La banca può intervenire come garante per agevolare il reperimento di mezzi

finanziari da parte dell'impresa sul segmento extra-bancario del mercato dei capitali.

Lo strumento utilizzato è la cambiale tratta, di importo elevato e a breve termine, per operazioni di raccolta

indiretta del risparmio.

L'accettazione bancaria serve a costituire una garanzia a fronte del prestito contratto dal cliente con una

società, che è disposta a erogargli una somma di denaro corrispondente all'importo delle cambiali detratto

l'interesse pattuito. Le cambiali tratte sono accettate dalla banca e girate alla società, con la clausola "senza

garanzia".

...struttura e funzione. Le accettazioni bancarie implicano un duplice rapporto.

Il rapporto con la banca (presso cui l'impresa è affidata), si sostanzia in un credito di firma: la banca si limita

ad accettare un certo numero di cambiali tratte, emesse all'ordine dall'impresa e girate al terzo finanziatore;

l'impresa promette di versare alla banca una commissione e di provvedere tempestivamente alla rimessa dei

fondi necessari per il pagamento alla scadenza.

Il rapporto con la società finanziaria consiste in un finanziamento all'impresa, garantito dall'accettazione

bancaria, che si realizza mediante la girata delle cambiali. Nonostante la clausola senza garanzia, il cliente

non può sottrarsi alla responsabilità, essendo egli anche traente della cambiale, mentre gli eventuali giratari

successivi non assumeranno mai la veste di obbligati di regresso.

...girata ed effetti dell'accettazione. L'accettazione della cambiale da parte della banca non produce effetti

finché rimane nelle mani del prenditore. L'accettazione assume rilevanza per effetto della girata alla società

finanziaria, nei cui confronti, in virtù del trasferimento, dell'astrattezza e dell'autonomia del titolo cambiario,

non può essere eccepita la mancanza o l'invalidità del rapporto fondamentale. Alla scadenza, la banca

accettante pagherà al portatore legittimo della cambiale e, se del caso, potrà agire contro il traente in virtù del

rapporto di provvista.

c) Il credito documentario. E' una particolare tecnica di pagamento a mezzo banca, collegata alla vendita su

documenti e diffusa soprattutto nel commercio internazionale. E' un servizio di intermediazione bancaria,

non comportando una concessione di credito o di garanzia, ma, al pari delle garanzie bancarie autonome, è

uno strumento atto a favorire i rapporti commerciali.

Nel credito documentario, il compratore della merce (ordinante) dà incarico a una banca (emittente) di

pagarne il prezzo al venditore (beneficiario) o ovvero di accettare o negoziare cambiali tratte da lui emesse, a

fronte della consegna di documenti (es. fatture, titoli rappresentativi).

Nelle vicende internazionali interviene di norma anche un quarto soggetto, cioè la banca incaricata dal

beneficiario (banca intermediata), presso cui l'operazione viene domiciliata.

...tipologia. Se il credito documentario è revocabile, la banca emittente si limita ad avvisare il beneficiario

del credito aperto in suo favore, senza assumere alcuna obbligazione diretta nei suoi confronti (delegazione

di pagamento).

Se il credito documentario è irrevocabile (ipotesi più consueta), la banca emittente si obbliga verso il

beneficiario, con una lettera di credito, a pagare l'importo o ad accettare le cambiali tratte da questo emesse,

a fronte della consegna dei documenti indicati nella lettera (delegazione obbligatoria).

Se anche la banca intermediaria si obbliga verso il beneficiario (credito documentario confermato),

quest'ultimo si può avvalere della coobbligazione di entrambe le banche incaricate.

...eccezioni opponibili. Nel credito documentario irrevocabile o confermato, la banca emittente o

intermediaria può opporre al beneficiario soltanto le eccezioni derivanti da incompletezza o irregolarità

documentali, oltre alle eccezioni attinenti al rapporto di conferma del credito.

E' preclusa l'opponibilità di ogni altra eccezione attinente al rapporto di base fra compratore e venditore:

l'obbligazione si astrae dalla causa del contratto di compravendita e assume un valore di garanzia autonoma e

non meramente accessoria.

52. I CONTRATTI DI FINANZIAMENTO PARABANCARI

a) Il leasing: caratteri e funzione. Il leasing serve a finanziare l'acquisto e a procurare all'impresa la diretta

disponibilità di beni strumentali. E' un contratto atipico, sebbene nominato, diffuso nella prassi commerciale

ma ancora di difficile inquadramento sul piano giuridico.

...leasing operativo e leasing finanziario. Il contratto di leasing può essere concluso direttamente tra il

fornitore e l'utilizzatore, al quale esso viene concesso in godimento, a fronte di un corrispettivo economico,

per un periodo coerente con la vita economica del bene.

Viene inoltre pattuita la possibilità dell'utilizzatore di avvalersi, alla scadenza, della facoltà alternativa di

restituire il bene ovvero di acquistarlo, versando un prezzo d'opzione predeterminato.

Nel leasing finanziario interviene una società finanziaria esercente attività di leasing (concedente), la quale

acquista il bene dal fornitore su indicazione dell'utilizzatore e glielo concede in uso, verso un corrispettivo

periodico che ingloba il prezzo d'acquisto, gli oneri finanziari e l'utile d'impresa.

L'operazione presenta una struttura trilaterale risultante dal collegamento di più contratti e svolge una

funzione di finanziamento, rispetto alla quale la garanzia è data dal mantenimento della proprietà del bene

locato in capo alla società finanziaria fino alla conclusione del rapporto.

Le condizioni generali di contratto rafforzano la tutela della società di leasing sia dal rischio di perimento

fortuito del bene, che non libera l'utilizzatore dai propri obblighi contrattuali, sia dal rischio di

inadempimento dell'utilizzatore, il quale non può opporre eccezioni fondate sul rapporto di fornitura e

subisce ingenti penali se si sottrae ai suoi impegni.

...leasing traslativo e di godimento. La funzione finanziaria del leasing si accentua nel caso in cui il bene

mantenga un elevato valore residuo alla scadenza del rapporto, ben superiore al prezzo d'acquisto finale,

rendendo prevedibile, all'atto della conclusione del contratto, l'esercizio dell'opzione.

La giurisprudenza ravvisa in quest'ipotesi la figura del leasing traslativo, applicando per analogia l'art. 1526

in materia di vendita con patto di riservato dominio. In base a detta disposizione, l'utilizzatore, a seguito della

conclusione del contratto, è tenuto soltanto a restituire il bene e a pagare un equo compenso alla società di

leasing per il suo uso, oltre le penalità nella misura stabilita dal giudice (essa può trovarsi quindi costretta a

restituire quanto già ricevuto in eccedenza in pagamento dei canoni).

Se invece il prezzo di opzione corrisponde al prevedibile e assai modesto valore residuo del bene utilizzato

alla fine del contratto, ricorre la figura del leasing di godimento. La società finanziaria potrà trattenere

interamente i canoni riscossi, considerandoli quali corrispettivo dell'utilizzo del bene per il periodo di durata

del rapporto, fermo il diritto al risarcimento del danno.

...lease-back. Il lease-back è una forma di finanziamento che consiste nella vendita di un bene strumentale

da parte dell'impresa alla società di leasing, la quale glielo concede contestualmente in locazione finanziaria.

L'impresa da proprietaria del bene ne diviene utilizzatore in leasing, ma si avvantaggia della liquidità

procuratagli dall'incasso del corrispettivo. L'utilizzatore ha la possibilità di riscattare il bene al termine del

rapporto, esercitando l'opzione di acquisto.

b) La cessione dei crediti d'impresa. Altra esigenza basilare delle imprese commerciali è quella di gestire e

mobilizzare il portafoglio dei crediti verso la clientela, spesso frazionati e di difficile esazione. Ciò avviene

sia attraverso i contratti bancari di anticipazione, sia con altri strumenti (es. factoring).

L'operazione è per taluni importanti aspetti regolati dalla legge speciale sulla cessione dei crediti d'impresa.

La cessione è ammissibile purchè vi sia la specificazione dei debitori ceduti e si tratti di crediti che

sorgeranno da contratti da stipulare entro due anni dalla cessione. Il contratto presenta tratti funzionali del

mandato e dell'anticipazione in quanto si sovrappone anche la funzione giuridica della gestione dei crediti e

del finanziamento del cedente.

c) Il factoring: nozione, caratteri e funzione. Il contratto di factoring è giuridicamente strutturato come una

cessione a titolo oneroso di crediti in massa, anche futuri.

Con il factoring, l'impresa interessata (fornitrice) cede a una banca o un altro intermediario finanziario

(factor) la totalità o una quantità rilevante di crediti nei confronti dei propri clienti, derivanti da forniture di

beni o di servizi, già sorti o destinati a sorgere in dipendenza di rapporti futuri, ma non ancora esigibili.

Il factoring assolve la duplice funzione di agevolare la riscossione di crediti commerciali e di ottenere un

finanziamento.

...cessione pro solvendo e pro soluto. Di regola, l'alienazione dei crediti d'impresa è pattuita pro solvendo,

ma le parti possono stabilire, con patto contrario, che la cessione operi pro soluto, rinunciando il cessionario

in tutto o in parte alla garanzia. In tal caso, il cessionario si assume il rischio che il credito ceduto resti

insoddisfatto, sicché l'operazione assolve anche una funzione assicurativa nei confronti del cedente.

Il factor, a fronte dell'acquisto dei crediti, promette di versare al cedente un dato corrispettivo dopo il loro

incasso (per quelli ceduti pro soluto, il corrispettivo è pagato a una data convenuta, alcuni mesi dopo la

scadenza). Il factor si impegna altresì a curare la riscossione dei crediti verso i debitori ceduti, ma

riservandosi sempre la facoltà di retrocederli al fornitore a sua discrezione.

Il factor di norma concede anche anticipazioni, configurate contrattualmente come acconto sul prezzo della

cessione: in questo modo, il cedente otterrà la liquidità che gli occorre.

...disciplina legale. Il factor può rendere opponibile ai terzi la cessione dei crediti nei modi previsti dall'art.

1265; ma, anche se non vi è stata notifica della cessione o accettazione del debitore, là dove il factor abbia

corrisposto, in tutto o in parte, il prezzo di cessione e il pagamento abbia data certa, il trasferimento del

diritto è opponibile sia ai terzi creditori del cedente, i quali ne abbiano pignorato dopo il credito, sia agli

eventuali altri cessionari del credito, i quali non abbiano effettuato prima le formalità previste dall'art. 1265.

Resta tuttavia liberato, se non ha agito in mala fede, il debitore ceduto che abbia pagato un altro cessionario,

prima che il factor gli abbia notificato la cessione o che il debitore l'abbia accettata.

d) Il contratto di forfaiting. Il forfaiting è il contratto con cui un'impresa finanziaria specializzata (il

forfaiter) acquista da un'impresa crediti cartolari (es. lettere di credito) a esigibilità differita, nella forma

dello sconto pro soluto, assumendo i rischi d'insolvenza commerciale e valutaria, anticipandogliene l'importo

con il pagamento di un prezzo pattuito.

E' infrequente ma possibile effettuare operazioni pro soluto anche in assenza di garanzie bancarie (es. debiti

assunti da società di grande dimensione). Circa la tipologia delle operazioni e la durata delle dilazioni, si

tratta della mobilizzazione di crediti cartolari derivanti da rapporti già sorti per effetto della vendita di beni

durevoli con dilazioni superiori all'anno.

Al forfaiting, ove non diversamente convenuto o imposto dalla disciplina della circolazione dei titoli di

credito impiegati allo scopo, si applicano le norme sulla cessione del credito (art. 1260 ss.).

53. GLI ALTRI CONTRATTI E OPERAZIONI DI FINANZIAMENTO

a) La cartolarizzazione dei crediti. Lo smobilizzo dei crediti d'impresa, in specie di quelli di non agevole

azione da parte della clientela, può realizzarsi anche in forme più complesse, che ne comportano la cessione

onerosa in blocco a favore di altra società e il contestuale ricorso al mercato finanziario per il reperimento

dei capitali per ciò necessari.

...caratteri e funzione. La cartolarizzazione consiste nella cessione onerosa di crediti pecuniari, esistenti o

futuri, individuabili in blocco, da parte di un'impresa (originator) in favore di una società all'uopo dedicata

(SPV) e che finanzia l'acquisto del portafoglio crediti d'impresa mediante l'emissione di titoli (strumenti

finanziari) che incorporano un diritto di credito.

I crediti acquistati per ogni operazione costituiscono patrimonio separato rispetto a quello della società e

sono destinati, in via esclusiva, al soddisfacimento dei diritti incorporati dai titoli emessi per il finanziamento

dell'operazione e alla copertura dei relativi costi: non sono quindi aggredibili dagli altri creditori.

...tutela dei portatori dei titoli. I portatori dei titoli trovano nei flussi finanziari derivanti dal realizzo dei

crediti ceduti la fonte di rimborso e l'unica garanzia del finanziamento.

La loro posizione è rafforzata da una disciplina speciale finalizzata ad agevolare la cessione a banche di

rapporti giuridici in blocco: l'alienazione produce effetti nei confronti del debitore ceduto e dei terzi con la

pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, alla quale consegue anche il trasferimento dei privilegi e delle

garanzie che assistono il credito, senza che siano necessarie ulteriori formalità. Inoltre vi sono significative

restrizioni all'operatività della disciplina dell'azione revocatoria fallimentare.

...collocamento dei titoli. La collocazione degli strumenti finanziari sul mercato comporta l'obbligo di

redigere il prospetto informativo dell'operazione, anche quando i titoli siano destinati all'offerta a investitori

professionali.

Allorquando i titoli siano offerti a investitori non professionali, l'operazione di cartolarizzazione deve essere

sottoposta a valutazione del merito del credito da parte di agenzie di rating, i cui requisiti sono fissati dalla

Consob.

...responsabilità e trasferimento del rischio. La società emittente risponde di quanto dovuto ai portatori dei

titoli esclusivamente con le somme ricavate dalla gestione del portafoglio dei crediti a base dell'operazione.

Il rischio dell'insolvenza dei debitori ceduti si trasferisce così sugli investitori, contro corresponsione di un

interesse o di una partecipazione agli utili.

L'operazione assume una valenza speculativa; consente inoltre a banche, imprese e enti pubblici di

accrescere il proprio grado di liquidità e di offrire un'opportunità di investimento a medio-lungo termine.

Nei periodi di recessione, l'ingente diffusione e ammontare di queste operazioni può dare luogo anche a crisi

sistematiche (es. mutui sub prime con l'esplosione della bolla immobiliare negli USA).

b) Il project financing. E' un'operazione economico-finanziaria complessa che consente di reperire

finanziamenti che trovino la loro fonte di copertura e la principale garanzia di rimborso negli stessi risultati

dell'attività (ricavi e flussi di cassa). La logica economica dell'operazione è quella di una nuova iniziativa

produttiva che si finanzia e si garantisce da sé.

...struttura e funzione. Nell'operazione di project financing, uno o più promotori (sponsor) sottopongono ai

soggetti finanziatori un progetto imprenditoriale consistente nella realizzazione di un'opera o di un impianto,

idoneo a generare flussi finanziari sufficientemente certi e costanti per un lungo periodo di tempo, in misura

tale da assicurare la copertura dei costi, il rimborso del finanziamento e la remunerazione del capitale di

rischio impiegato.

Ottenuta l'approvazione del progetto, i promotori costituiscono una società-veicolo (project company) in

favore della quale è concesso e erogato il finanziamento, che ha i caratteri di mutuo di scopo: la società si

obbliga, infatti, a utilizzare le somme per l'esecuzione dell'opera progettata e a destinare una quota dei ricavi

al rimborso del credito concesso dai finanziatori.

...il pacchetto di garanzie. Costoro accordano il finanziamento a fronte della costituzione di una serie di

garanzie tipiche e atipiche, rilasciate dai promotori o dalla società di progetto, mediante le quali tendono non

solo a vincolare a loro beneficio, per il caso di inadempimento, tutti gli elementi materiali o immateriali

suscettibili di proficuo realizzo, ma anche ad assicurarsi (es. accordi parasociali) la possibilità di assumere il

controllo diretto dell'iniziativa nell'ipotesi di eventi avversi idonei a porre a repentaglio l'attuazione del piano

a base dell'operazione.

...natura e caratteristiche dell'operazione. Ne deriva, per i promotori, un isolamento del rischio connesso

al nuovo progetto imprenditoriale avviato, accompagnato dal vantaggio di non dover impegnare ulteriori

risorse; e, per i finanziatori, la disponibilità di una garanzia modulabile ed efficace di rimborso del

finanziamento, imperniata sul buon esito e sulla redditività del progetto e insensibile alle vicende concernenti

il patrimonio dei promotori.

L'operazione è complessa e risulta dal collegamento di una pluralità di contratti (mutuo, pegno, garanzie

atipiche ecc), ai quali partecipano i promotori, i finanziatori, la società di progetto e talora i futuri utilizzatori

dell'opera e altri intermediari finanziari.

c) Il contratto di swap. Appartiene alla categoria degli strumenti finanziari derivati e consiste nello scambio

tra due controparti di uno o più flussi di pagamento, dei quali si pattuisce normalmente la liquidazione per

differenza, operando cioè la compensazione a una certa data delle obbligazioni contrapposte.

In pratica, le parti si scambiano virtualmente le rispettive posizioni debitorie al fine di neutralizzare quel

rischio commerciale, finanziario o valutario che temano possa determinarne un aggravamento.

Si tratta di un contratto nominato, ma legalmente atipico, a struttura consensuale, di natura sinallagmatica, a

titolo oneroso, avente effetti obbligatori e, per sua natura, a esecuzione differita e aleatorio.

...funzione e parti del contratto. Oltre alla protezione da alcuni rischi, il contratto di swap si presta ad

essere utilizzato per finalità di speculazione o di arbitraggio (che consiste nell'acquistare un bene o un'attività

finanziaria su un mercato rivendendolo subito dopo su un altro mercato, al fine di ottenere un profitto

sfruttando le differenze di prezzo).

Le date di pagamento e le modalità di calcolo dei corrispettivi differenziali dovuti vengono fissati nel

contratto. Esso, di norma, viene concluso con un intermediario finanziario che gestisce una pluralità di

rapporti e posizioni, agendo secondo i casi per conto proprio o per conto terzi (nel qual caso, il rischio di

controparte resta a carico del cliente).

L'intermediario opera bilanciando il rischio, lucrando sulla prestazione del servizio o sull'assicurazione della

posizione oggetto di copertura, oltre a riservarsi talora la possibilità di cedere il contratto ad altri enti o

investitori.

...caratteri e tipologia. In ragione dell'origine e della natura dei flussi finanziari scambiati, si distinguono,:

i) swap di interessi, che prevede lo scambio periodico, tra due operatori, di flussi di cassa aventi la natura di

interesse su una somma ricevuta in prestito, calcolati sulla base di tassi predefiniti e di un capitale teorico di

riferimento;

ii) swap di valute, che equivale a uno scambio a pronti di una determinata valuta e in uno scambio di eguale

ammontare, ma di segno opposto, a una data futura prestabilita;

iii) swap di commodities, in cui le parti si scambiano, nel tempo, un flusso di pagamenti indicizzati

all'oscillazione di valore di una data merce, da un lato, e a un tasso fisso, dall'altro;

iv) swap di protezione dal fallimento di un'impresa, cioè un contratto di assicurazione che prevede il

versamento di un premio in cambio delle garanzie nel caso di fallimento di un'impresa debitrice; e altri.

SEZ. 2 - TITOLI DI CREDITO

54. LA FUNZIONE E L'ORIGINE DEI TITOLI DI CREDITO

Funzione dei titoli di credito. I titoli di credito rappresentano il fondamentale strumento per la circolazione

dei crediti e di altre situazioni giuridiche soggettive con modalità più pronte e sicure di quelle proprie nel

diritto comune della cessione dei crediti e, quindi, il mezzo per l'instaurazione di un mercato sulla ricchezza

assente (cioè non presente o nel tempo o nello spazio o in entrambi, in cui si colloca chi della ricchezza vuole

disporre).

La circolazione delle situazioni giuridiche. Disciplinarla significa confrontarsi con gli interessi, da un lato,

dei titolari di tali situazioni (proprietà) e, dall'altro, quello contrapposto degli acquirenti (mercato).

Tutela degli assetti di ricchezza e tutela della circolazione della ricchezza. La contrapposizione degli

interessi e la relativa ricerca di contemperamento avviene tra una visione statica, di tutela degli assetti della

ricchezza, e una dinamica, di tutela della modificazione di tali assetti.

Gli ordinamenti stabiliscono diversi equilibri e quindi approntano differenti regimi circolatori a seconda del

tipo di bene o di diritto (cioè della forma di ricchezza) preso in considerazione. Il nostro diritto, ad esempio,

per quanto riguarda i beni mobili, valorizza la situazione di fatto rappresentata dal possesso del bene mobile

ed introduce un elemento di certezza per le ragioni degli acquirenti e quindi del mercato della ricchezza

mobiliare.

Evoluzione dei regimi circolatori dei beni mobili. Si assiste a un graduale processo che muove dalla

massima tutela delle ragioni della proprietà nel diritto romano, passa per un parziale riconoscimento delle

ragioni dell'acquirente per gli acquisti intervenuti in fiere o mercati e infine si giunge, con il code civil

napoleonico, al netto riconoscimento delle ragioni del mercato.

Circolazione dei crediti. Il regime ordinario della cessione dei crediti ne consente uno sviluppo limitato, dal

momento che chi acquista un credito è soggetto a una serie di incertezze e alee, limitabili solo attraverso il

ricorso a grandi tutele e a preciste informazioni, che comportano tempi e costi elevati. Analoga situazione si

può verificare con la cessione del contratto.

La incorporazione del diritto nel documento. L'idea fondamentale alla base dei titoli di credito è superare

il principio di derivatività degli acquisti dei crediti assoggettando il loro regime circolatorio a quello dei

documenti dai quali sono rappresentati (incorporazione del diritto nel documento cartolare).

Incorporazione significa che dal diritto sul titolo discende il diritto dal titolo. Ciò consente a chi fa circolare

questi documenti di trasferire al possessore legittimo un diritto autonomo, determinato dal tenore letterale del

documento medesimo.

All'acquirente del titolo non saranno quindi opponibili le eccezioni derivanti dai rapporti personali del

debitore con il primo prenditore del titolo e neanche i vizi relativi ai rapporti tra precedenti cedenti e

cessionari del titolo. Ciò naturalmente presuppone che la fonte del diritto cartolare consista nella stessa

dichiarazione contenuta nel titolo (dichiarazione cartolare) e non nell'eventuale rapporto sottostante.

Creazione di ricchezza dalla mobilizzazione della ricchezza assente. La invenzione dei titoli di credito

dischiude altresì la possibilità di creare rispetto alle ricchezza di una certa società una massa soprastante di

altri beni di secondo grado, che circola con leggi diverse rispetto a quelle dei beni e dei diritti che ne

costituiscono la massa sottostante.

Ciò consente un più rapido ed efficace collocamento della ricchezza costituita da questi beni (i documenti)

che divengono di secondo grado, da cui discende la possibilità di nuove combinazioni di ricchezza, che sono,

a loro volta, fonte di nuove energie e di utilità sociali.

Origine del titolo di credito. Nel XIX secolo si pervenne alla creazione dogmatica di una categoria unitaria,

in Germania prima ancora che in Italia. La nozione unificante, per la dottrina italiana, era di documento

necessario per esercitare il diritto letterale e autonomo che vi è menzionato. Per la dottrina tedesca era invece

quella di carta-valore, cioè di documento di un diritto che non si può esercitare se non si ha il titolo a propria

disposizione (nella più comprensiva categoria germanica non sono richiesti i due caratteri della letteralità e

dell'autonomia).

La disciplina unitaria nel codice civile del 1942. La costruzione dogmatica della categoria unitaria viene

recepita nella codificazione del 1942: il libro IV annovera anche i titoli di credito tra le fonti delle

obbligazioni e ne detta una disciplina generale che, in teoria, ne è di generale applicazione.

Il problema della fattispecie cartolare. La fissazione di una disciplina comune per tutti i titoli di credito (la

disciplina cartolare) pone in una luce diversa il problema della esatta nozione di titolo di credito, dal

momento che si tratta di stabilire quale sia la fattispecie cartolare (non definita dal codice civile), e cioè

l'antecedente logico di applicazione di quella disciplina.

55. LA DISCIPLINA DEL TITOLO DI CREDITO

La legittimazione cartolare. L'art. 1992 stabilisce i presupposti necessari e sufficienti per la prestazione

menzionata nel titolo (quando cioè ricorra la legittimazione attiva) e quelli in virtù dei quali l'adempimento

produce un effetto liberatorio per il debitore (quando cioè ricorra la legittimazione passiva).

Legittimazione attiva. Il possessore di un titolo di credito ha diritto alla prestazione in esso indicata verso

presentazione del titolo, purchè sia legittimato nelle forme prescritte dalla legge.

La disposizione traduce in regola generale il carattere della necessità del possesso del documento e della sua

esibizione al debitore, ai fini dell'esercizio del diritto. La legittimazione attiva è quindi identificata dal

legislatore nel possesso del titolo di credito nelle forme previste dalla legge.

Si parla in questo caso di possesso ad legitimationem, diverso dalla nozione civilistica dell'art. 1140: per un

verso, esso non si distingue dalla detenzione e, per altro verso, può essere richiesto, a seconda della legge di

circolazione del titolo, che sia accompagnato da ulteriori indici.

In presenza di questa forma di possesso si è legittimati: ciò significa che si può pretendere dal debitore la

prestazione menzionata nel titolo senza che costui possa richiedere la prova della titolarità del diritto sul

titolo.

Legittimazione passiva. Il debitore cartolare che, non versando in dolo o colpa grave, adempia al possessore

(ad legitimationem e cioè legittimato nelle forme di legge) è liberato anche se questi non è il titolare del

diritto.

Le regole sulla legittimazione cartolare hanno l'obiettivo di favorire le ragioni del mercato: da un lato,

l'acquirente del titolo è esonerato dall'onere di dimostrarsi titolare, essendogli sufficiente per ottenere la

prestazione essere legittimato; il possessore ad legitimationem è quindi esonerato dal provare di avere

acquistato il possesso in buona fede; dall'altro, si facilita la liberatorietà della prestazione del debitore,

sottraendolo al rischio di un secondo pagamento (quando ricorrono i requisiti sopra citati).

La legittimazione è sufficiente a pretendere e ottenere la prestazione, ma è anche necessaria, nel senso che

non è possibile esercitare il diritto in assenza di legittimazione pur provandone la titolarità.

Ammortamento. Poichè il possesso del titolo è condizione necessaria per l'esercizio del diritto in esso

menzionato, qualora il titolo venisse distrutto, sottratto o smarrito, il titolare non sarebbe più legittimato. Per

questi casi è previsto che:

i) con riguardo ai titoli al portatore, il possessore che abbia subito la distruzione del titolo e che la provi

possa ottenere dall'emittente il rilascio di un duplicato del titolo che funga da nuovo strumento di

legittimazione;

ii) con riguardo ai titoli all'ordine e nominativi, una procedura giudiziaria volta a consentire all'ex possessore

del titolo distrutto, sottratto o smarrito di rendere inefficace il titolo originario eventualmente ancora esistente

(procedura di ammortamento) e di ottenere un nuovo titolo legittimante.

Acquisto del titolo. Legittimazione e titolarità non coincidono ma tra esse esiste un collegamento. Chi

acquista in buona fede il possesso del titolo in conformità delle norme che ne disciplinano la circolazione

(possesso ad legitimationem) non è soggetto a rivendicazione (art. 1994).

Il presupposto per cui l'impossessamento sia avvenuto in base a un titolo astrattamente idoneo al

trasferimento della proprietà, menzionato espressamente dall'art. 1153 (che riguarda l'acquisto del possesso

di beni mobili), si considera implicitamente richiesto anche nel caso dei titoli credito: l'impossessamento di

buona fede del titolo deve anche essere titolato.

Il sistema di acquisto del titolo di credito e dei beni mobili è analogo e pone il terzo acquirente del titolo al

riparo da rischi e incertezze discendenti dalla eventuale mancanza di titolarità in capo al suo trasferimento.

In questo consiste il collegamento del diritto sul titolo col diritto dal titolo: dal primo discende il secondo e in

ciò consiste la c.d. incorporazione.

Letteralità. Come il diritto cartolare si acquista con l'acquisto (del possesso in buona fede) del documento,

così il contenuto di tale diritto cartolare è quello che risulta dal documento (carattere letterale).

Letteralità significa che il titolo conferisce tutto e solo il diritto in esso anche indirettamente menzionato.

Ogni vincolo (es. pegno, sequestro, pignoramento) sul diritto menzionato in un titolo di credito non ha effetto

se non si attua sul titolo (altro collegamento tra diritto sul titolo e diritto dal titolo).

Autonomia. Il debitore cartolare può opporre al possessore del titolo le eccezioni a questo personali ('art.

1993). Se ne deduce, a contrario, che eccezioni fondate su rapporti personali con altri soggetti non possono

essere opposte al portatore del titolo.

In ciò consiste il carattere autonomo del diritto cartolare, nel senso che è autonoma (cioè non derivata) la

posizione di ogni possessore del titolo di credito rispetto a quella dei precedenti possessori.

Eccezioni cartolari. Il regime delle eccezioni cartolari è contenuto nell'art. 1993.

Eccezioni assolute. Il primo comma appronta un catalogo tassativo delle eccezioni che possono essere

opposte al possessore del titolo in quanto tale, chiunque esso sia (eccezioni assolute o reali). Tali sono:

le eccezioni di difetto di forma (per i titoli che devono contenere necessariamente elementi prescritti dalla

legge); le eccezioni fondate sul contesto letterale del titolo; le eccezioni di falsità di firma; le eccezioni di

difetto di capacità; le eccezioni di difetto di rappresentanza; le eccezioni di mancanza di condizioni

necessarie per l'esercizio dell'azione.

Le prime due sono opponibili da qualsiasi debitore cartolare; le altre possono essere fatte valere solo da

specifici debitori cartolari.

Eccezioni personali. Sono le eccezioni che non possono essere opposte a qualsiasi possessore del titolo, ma

solo ad alcuni. Sono personali le eccezioni:

relative al rapporto fondamentale (opponibili solo al primo prenditore del titolo); derivanti da altri rapporti

personali (opponibile a chi è parte di tale altro rapporto); di difetto di titolarità (opponibili solo al legittimato

non titolare); di abusivo o arbitrario riempimento del titolo originariamente incompleto.

Le prime due sono eccezioni personali fondate su rapporti personali; le altre si considerano eccezioni

personali in senso stretto perchè non hanno fondamento in altro rapporto tra debitore e possessore del titolo

diverso dallo stesso rapporto cartolare.

Eccezione di dolo. Le eccezioni personali fondate su rapporti personali, a norma del secondo comma,

possono essere opposte anche a quegli ulteriori possessori del titolo, se costoro abbiano, nell'acquistare il

titolo, agito intenzionalmente a danno del debitore.

Viceversa, eccezioni personali in senso stretto sono opponibili ai successivi acquirenti del titolo che non

possano vantare dal soggetto legittimato ma non titolare un acquisto del titolo conforme al disposto dell'art.

1994 (cioè di buona fede).

La differenza tra la regola dell'art. 1994 e la exceptio doli dell'art. 1993 comma 2 è che per opporre a un

terzo possessore la eccezione personale in senso stretto è sufficiente un suo acquisto avvenuto con mala fede

o colpa grave nell'acquistare dal non titolare, mentre nell'altro caso è necessario un acquisto fatto con dolo,

cioè con l'intento di danneggiare il debitore privandolo delle eccezioni che avrebbe potuto opporre al

precedente possessore del titolo.

56. LA FATTISPECIE TITOLO DI CREDITO

Disciplina generale e fattispecie del titolo di credito. Il nostro sistema legislativo omette di espressamente

indicare cosa debba intendersi per titolo di credito. Il problema è rilevante per le tipologie di documenti che

non ricevono una apposita specifica disciplina legislativa o che comunque hanno un regime legale lacunoso.

Poichè una descrizione della fattispecie astratta manca, si conviene che sono titoli di credito (e ne integrano

dunque la fattispecie) i documenti destinati all'applicazione della disciplina cartolare.

Nozioni tipologiche e nozioni normative. La nozione tipologica considera titoli di credito quei documenti

creati in funzione della mobilizzazione della ricchezza attraverso il ricorso al mercato oppure quei documenti

rispondenti al bisogno di mobilizzazione della ricchezza altrimenti immobilizzata o assente. Il tentativo è

poco convincente perchè la formula è troppo generica o perchè evoca, anche implicitamente, la disciplina.

Nella sua impostazione normativa, il problema dell'identificazione della fattispecie cartolare si scompone

nelle seguenti due questioni: quali siano le norme della disciplina generale cui il documento deve essere

necessariamente destinato per essere considerato un titolo di credito; e dove risieda la causa efficiente della

destinazione del singolo documento alla applicazione della disciplina cartolare.

Documenti di legittimazione e titoli impropri. L'art. 2002 afferma che le disposizioni generali del codice

civile sui titoli di credito non si applicano ai documenti che servono solo a identificare l'avente diritto alla

prestazione (documenti di legittimazione) o a consentire il trasferimento del diritto senza l'osservanza delle

forme proprie della cessione (titoli impropri).

In alcuni documenti di legittimazione si applica solo il meccanismo della legittimazione passiva; in altri

anche quella della legittimazione attiva. In questo senso, anche i titoli di credito sono documenti di

legittimazione, ma la differenza è che questi ultimi non sono destinati a circolare.

I titoli impropri sono invece destinati a circolare, ma non agli effetti cartolari, e quindi senza l'applicazione

degli artt. 1993 e 1994.

Carattere essenziale della disciplina cartolare. Il titolo di credito è quindi un documento destinato a

vedersi applicate le regole riferite alla generalità dei titoli di credito (da 1992 a 1994 e 1997).

Si distingue tra titoli legalmente tipici (quando è la legge a esprimere quella destinazione alla applicazione

alla disciplina cartolare), titoli solo socialmente tipici (quando è la coscienza sociale a esprimerlo) e titoli

assolutamente atipici (quando risiede nella volontà dell'emittente).

Titoli dematerializzati. In epoca recente e con riguardo ad alcuni tipi di titoli, per diminuire i costi legati

alla movimentazione dei documenti e i rischi legati alla loro perdita, sottrazione o distruzione, si è inaugurato

un processo di dematerializzazione dei titoli di credito.

Se ne distinguono due forme: la dematerializzazione della circolazione cartolare (titoli depositati presso un

soggetto che cura la gestione in forma accentrata attraverso apposite strutture contabili) e la

dematerializzazione del titolo (cioè del diritto) vero e proprio (in questo caso viene meno la stessa creazione

documentale del titolo, che esiste unicamente nelle scritturazioni in conto del suo gestore accentrato).

57. I TIPI DI TITOLI DI CREDITO

Classificazioni per fonte della disciplina. Sono titoli legalmente tipici quelli specificamente disciplinati da

norme di legge o di regolamento; sono titoli socialmente tipici quelli che siano solamente conosciuti nella

pratica degli affari e magari anche nella comune coscienza giuridica; sono titoli atipici quelli creati, introdotti

sul mercato e tuttavia privi di riconoscimento da parte dei pratici e dei teorici.

Classificazione per legge di circolazione. La legge detta distinte discipline per titoli al portatore, all'ordine

e nominativi. La rilevanza delle diverse leggi di circolazione consiste nel dettare i presupposti in presenza dei

quali l'acquisto del possesso del titolo comporta gli effetti preveduti dall'art. 1992 (acquisto della

legittimazione attiva) e dall'art. 1994 (effetti del possesso di buona fede).


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
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