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Il datore di lavoro che voglia impiegare alle dipendenze uno straniero il

datore di lavoro che intenda stipulare un contratto di lavoro con un

lavoratore straniero successivamente al suo ingresso (al primo ingresso, o

già soggiornante in Italia), deve garantire il reperimento di un alloggio che

soddisfi i requisiti previsti dalle leggi regionali sull’edilizia residenziale

pubblica e deve coprire le eventuali spese di rimpatrio per lo stesso

lavoratore (art. 22 co. lett b TUIM): inoltre quando si reca allo sportello

immigrazione a chiedere il nullaosta il datore dovrà dimostrare che non vi è

alcun cittadino italiano in grado di compiere lo stesso lavoro.

L'iscrizione nelle liste di collocamento del lavoratore straniero che ha perso

lavoro è garantita per 6 mesi

Il lavoratore straniero non regolarmente presente è un po' una questione

complessa: per il sistema previdenziale e statale la persona è invisibile e

vigendo reato di ingresso e soggiorno non può denunciare maltrattamenti del

datore. Tuttavia la CC ha stabilito che nonostante il lavoratore sia presente in

modo irregolare ha comunque diritto alla previdenza sociale e alla tutela

giurisdizionale per il contratto di lavoro. Ma occhio che la Corte di Cassazione

dice che il datore deve comunque pagare i contributi, altrimenti si

troverebbe in una situazione di vantaggio competitivo per il solo fatto di non

1

aver rispettato la disciplina normativa .

Queste cose sono riconosciute anche dalla dir 2009/52/CE. Il datore che

faccia queste cose dovrà pagare quanto non dato in termini di retribuzione e

ad adempiere a obblighi contributivi rispetto a previdenza.

1 «se si permettesse al datore di lavoro che ha occupato lavoratori extracomunitari in violazione di

legge di essere esentato dagli oneri retributivi e contributivi, si altererebbero le regole basilari

del mercato e della concorrenza, consentendo a chi viola la legge sull’immigrazione di fruire

di condizioni incisivamente più vantaggiose rispetto a quelle cui è soggetto il datore di lavoro

(

che rispetta la legge» Cass. civ., sez. IV, sentenza 26.3.2010, n 7380)

TEMA IV. Politiche regionali e

provinciali in materia di

immigrazione

DIVERSITÀ IN AMBITO REGIONALE

La popolazione straniera non è distribuita omogeneamente sul territorio

nazionale e perché il legislatore si adatti per capire quali diritti sono più

necessari o quale parte di popolazione straniera non ha accesso a certe

tipologie di servizi alcuni dati sono essenziali.

Storicamente nonostante gli ultimi anni abbiano visto un cambiamento di

tendenza, la presenza di popolazione straniera si concentra nel Nord e nel

Centro della penisola e la Lombardia è la regione che ha più persone

straniere presenti sul territorio. Se lo scopo generale è quello di trovare

lavoro o incrementare guadagno è chiaro che lo straniero andrà nei luoghi in

cui questo è più facile o vi sono più possibilità. Generalmente quando una

persona si reca in un territorio crea la c.d. catena migratoria aprendo la via

per arrivo di propri familiari e propri connazionali.

Il nostro territorio ha una conformazione specifica: ci sono centri urbani di

grandi dimensioni ma l'immigrazione nel nostro territorio in percentuali

rilevanti si trova nelle città di medie dimensioni, con l'eccezione della

provincia di Roma, ove il comune rispetto alla provincia assorbe più della

metà della popolazione straniera presente.

Come dicevamo prima dobbiamo correlare lavoro e immigrazione. Quello

che abbiamo sul nostro territorio sono poli industriali che attraggono

popolazione straniera. Cosa comporta la correlazione tra lavoro e

immigrazione? Che si creano modelli territoriali di immigrazione. Enti

territoriali hanno competenza in materia migratoria ed entro proprio ambito

territorio si organizza. Se nel nord-ovest e nel centro gli stranieri sono

impiegati nell'ambito delle costruzioni e dell'industria, nelle regioni del sud è

in agricoltura e turismo che troviamo stranieri impiegati ( regolarmente o

irregolarmente). Prevalentemente impieghiamo nelle industrie maschi di

basse qualificazioni. Dato importante perché più immigrazione diviene

stabile con catene migratorie, più si capisce che tipo di immigrazione

abbiamo su quel territorio. La manodopera in industria e costruzioni non sarà

presente allora temporalmente (o stagionalmente) come nel sud, ma sarà

stabile. È importante capire su dove si concentrano i nuclei familiari stranieri,

perché sapere quanti minorenni stranieri sono sul territorio ci dice quanta di

quella popolazione straniera usufruirà dell'istruzione del territorio stesso.

Quando parliamo del minore straniero, come già visto, non rileva che lo

stesso sia regolare o irregolare.

Riassumendo: la disponibilità, accesso effettivo e godimento dei diritti di

welfare dipendono:

- dalle caratteristiche della popolazione immigrata presente nella regione;

- dalle politiche regionali in materia di welfare e integrazione adottate.

Come dicevamo all'inizio, sapere come si distribuisce popolazione straniera

su territorio ci aiuta a comprendere che tipo di politiche di riflettono su questa

regione. Quando ragioniamo su politiche regionali allora dobbiamo chiederci

che tipo di popolazione immigrata su quel territorio e quale forza politica è al

governo in quel territorio: un esempio di questo lo abbiamo visto col caso del

bonus bebè.

UNA DISTINZIONE FONDAMENTALE

Che le Regioni, le province e i comuni possano adottare norme che tocchino

immigrazione ce lo dice già l'art 3 co. 5 TUIM. Nello specifico le regioni

possono avere competenze in materia di istruzione, accesso a servizi

educativi, abitazione, assistenza sociale, integrazione sociale, ecc.

Nel corso degli anni il problema della giurisprudenza costituzionale è stato

quello di definire quali fossero i limiti della competenza regionale in

materia migratoria se il testo costituzionale dopo la riforma del Titolo V

dice che immigrazione è esclusiva dello stato. In dottrina e in

giurisprudenza costituzionale distinguiamo:

• politiche per immigrazione (condizioni di ingresso e soggiorno) che

competono allo Stato in esclusiva;

• politiche per immigrati (attività sociali e di integrazione) che spettano

prevalentemente alle regioni. Ovviamente poi ogni regione potrà adottare

norme legg diverse rispetto alle altre regioni.

La legge 8 novembre 2000 n.238 ci dice che il livello regionale dovrebbe

adottare programmi di intervento mentre il livello locale (comuni, ecc)

dovrebbe occuparsi delle erogazioni di tali servizi a favore degli stranieri.

La distribuzione di competenze viene determinata già dalla c.d. legge

Bassanini (d. lgs 31 marzo 1998 n.112) che si preoccupa di distribuire

funzioni amministrative agli enti locali e che all'articolo 129 dice che Stato

avrà esclusiva competenza a tutto ciò che concerne la prima assistenza dei

profughi, identificazione e assistenza temporanea degli stranieri da

respingere e da espellere. Riassumendo allora: livello statale si occupa di

ingresso e soggiorno straniero; livello regionale: integrazione e politiche

sociali degli stranieri.

Come ci assicuriamo di non avere tanti diversi modelli di welfare per

straniero? Attraverso la lettera m dell'articolo 117 costituzione. Quindi è in

primis il TUIM a lasciare agli enti territoriali la competenza per i criteri e le

modalità con cui regione adotta legislazione.

Esempio: diritto al l'abitazione ex art. 40 TUIM: il testo unico stabilisce già

quali siano i criteri e le tipologie di stranieri che hanno accesso a edilizia

pubblica. Stranieri che possiedono permesso CE per lungo soggiornanti o

permesso CE rilasciato dal questore.

Grazie alla clausola m) art 117 allora lo Stato interverrà in maniera esclusiva

a disciplinare contenuto e non i criteri dell'accesso. Con una precisazione: la

legislazione regionale non può stabilire norme più restrittive ma solo più

favorevoli a quelle statali.

L’AMPLIAMENTO DEI DIRITTI A LIVELLO REGIONALE

Una serie di legislazioni vengono adottate non casualmente nello stesso

periodo dei pacchetti sicurezza. A seconda della regione e di chi era al

governo troviamo riconoscimento più o meno ampio ai diritti dello straniero. Il

Governo ricorre sempre alla Corte costituzionale affermando che l'estensione

della platea dei beneficiari di alcuni diritti - assistenza sanitaria, al l'accesso,

all'abitazione, alla formazione professionale e all'inserimento lavorativo -

invada le competenze statali su ingresso e soggiorno perché spinge i cittadini

a restare sul territorio. Il governo infatti ci dice che quanto stabilito dal TUIM è

tassativo e non può essere esteso in via analogica anche agli stranieri

irregolarmente presenti. L'ulteriore argomento è che quella estensione

contrasta con quanto previsto dal l'articolo 41 TUIM. La CC rimarca nelle sue

pronunce che

1) lo straniero ha titolarità di diritti fondamentali ex art 2-3 cost

2) l'assistenza sanitaria presenta un nucleo irriducibile che è precluso alla

discrezionalità del legislatore, e può essere esteso anche allo straniero

irregolare;

3) la tutela della salute va letta in senso ampio come benessere della

persona. La CC salva allora tutte le norme regionali sulla base di questi

argomenti detti.

Perché la corte afferma ciò? Già nella citata sent. 306/2008 ci è detto che il

legislatore può subordinare l'erogazione di determinate prestazioni alla

circostanza che il titolo di legittimazione dello straniero al soggiorno nel

territorio dello stato ne dimostri il carattere non episodico. Tuttavia, una volta

che vengano in gioco situazioni di estrema urgenza, il possesso di un

particolare titolo di soggiorno non può essere assunto come ragionevole

requisito di accesso alla prestazione.

La regione Liguria aveva adottato una normativa che impediva costruzione di

CIE sul suo territorio; la CC con 134/2010 dice che la legge regionale ligure

non può ostacolarsi alla costruzione dei CIE sul territorio perché lo Stato sta

esercitando propria competenza esclusiva.

Sent 432/2005 è famosa e la guardiamo. La regione Lombardia aveva

adottato norma per cui tutte le persone invalide per cause civili potevano

circolare gratuitamente sui mezzi pubblici purché cittadini italiani. La CC fa il

solito ragionamento sugli articoli 2-3 cost. Ma attenzione: la CC dice che

nonostante la possibilità di circolare su mezzi pubblici sia al di fuori del nucleo

irriducibile non per questo la regione può dire quali siano i beneficiari di un

tale diritto e quali invece non possano farlo. Infatti, le discriminazioni debbono

basarsi su fatti e non su uno status giuridico. In questo caso la norma

risultava contrastante con l'articolo 3.

TEMA V. La cittadinanza

italiana

LA CITTADINANZA E LA NAZIONALITÀ

Cittadinanza e nazionalità hanno significati assai differenti:

la cittadinanza è uno status giuridico;

• la nazionalità indica l'appartenenza ad una comunità etnica e culturale

• specifica.

Perciò si da il caso che si possa essere di cittadinanza italiana ma non di

nazionalità italiana. Ma è valido dappertutto questo principio? Nel caso

italiano può andar bene, giacché la cittadinanza identifica i diritti e doveri che

riconnettiamo alla cittadinanza come status giuridico che indica relazione tra

individuo e Stato.

Se usciamo dall'ordinamento nazionale e ci riferiamo al diritto internazionale

la nazionalità invece identifica legame di appartenenza di individuo con

uno Stato. La cittadinanza in diritto internazione invece indica lo status

giuridico che lega individuo ad una entità territoriale.

È stata data definizione di cosa sia cittadinanza nel Nottebohm Case (1995),

relativo alle vicende di un cittadino guatemalteco che andò in Liechtenstein

assumendone la cittadinanza. La corte internazionale di giustizia dice che

cittadinanza si basa su un fatto sociale di attaccamento, una

connessione genuina di esistenza, di interessi e sentimenti insieme

all'esistenza di reciproci diritti e doveri. Il termine nazionalità indica

relazione formale tra individuo e stato e non origine o filiazione etnica. Si

tratta di dimensione personale dello stato nelle relazioni internazionali.

Questa è una sentenza cui ci si riferisce di cosa parliamo quando cerchiamo

di capire contenuto di cittadinanza. Per noi che usiamo cittadinanza per

indicare legame formale tra stato e cittadino ci interessa in merito a Stati

plurinazionali (ad es. Sudafrica, Belgio, Svizzera, ecc).

L’ACQUISIZIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA ALLE ORIGINI

All'interno del territorio italiano come siamo arrivati ad avere l'attuale legge

sulla cittadinanza e come la disciplina su questo aspetto è andata

sviluppandosi?

Anzitutto bisogna avere chiara la differenza tra:

ius soli :si acquisisce la cittadinanza con la nascita sul territorio;

• ius sanguinis: si acquisice la cittadinanza con la nascita da almeno un

• cittadino di quello stato).

La maniera in cui uno Stato riconosce modi di acquisizione e perdita di

cittadinanza varia nel tempo insieme all'idea dello stato e gli obiettivi

dello stesso nella costruzione di quella che è la sua cittadinanza e la

sua popolazione. Fintanto che c'è bassa mobilità internazionale di individui

(bassa % di immigrazione), lo Stato in questione disciplina la cittadinanza

sulla base della sua tradizione giuridica, (Italia es. adotta modello francese

di ius sanguinis).

Vediamo allora che cambia il contesto in cui si applica la normativa a partire

dalla metà dell'Ottocento, giacché gli individui cominciano ad avere la

mobilità più facile. A partire dal momento in cui immigrazione diviene

fondamentale per gli Stati stabilire i criteri di acquisizione e perdita della

cittadinanza. Si tende generalmente che i paesi di ius soli vogliono integrare

stranieri, mentre i paesi di ius sanguinis vogliono far mantenere il legame con

il territorio d'origine anche a chi nasca all'estero.

Fino agli anni Settanta l'Italia era un paese di emigrazione e perciò il sistema

si basava sul criterio dello ius sanguinis. Ad eccezione della nascita sul

territorio e della discendenza possiamo pensare che cittadinanza si

acquisisce per altri modi: discendenza, meriti particolari, discendenza,

naturalizzazione (procedimento che si deve concludere con atto di rifiuto o

accettazione da parte di PA). La cittadinanza si può acquisire o perdere

anche per aver svolto servizio militare o in PA di altro stato; anche per aver

svolto istruzione in un determinato stato. Dobbiamo capire che tutte le

disposizioni in materia sono come un puzzle composto in maniera complessa

che varia a seconda degli obiettivi.

LA (NON) EVOLUZIONE

La norma in vigore al momento è l. 91/1992 che ha abrogato la precedente l.

502/1912. Questo ci dice molto: ci sono almeno due eventi molti importanti

che si collocano nell’intervallo di tempo in cui la disciplina in merito alla

cittadinanza è rimasta uguale, ossia il fascismo e la nascita della

Repubblica (1948). Questi due eventi vanno a toccare norme sulla

cittadinanza pur non riflettendosi su adozione di nuove disposizioni nel

frattempo.

L'Italia era un paese di emigrazione verso paesi che prevedevano lo ius soli

(Brasile è un esempio lampante): fino al 1992 l'Italia non ammetteva la

doppia cittadinanza e dal 1912 (poi mai cambiato) Italia segue principio

dello ius sanguinis. Che fare con il cittadino espatriato che rimane cittadino

italiano e arriva in uno stato in cui è naturalizzato sul territorio su cui è

emigrato? Dapprima, a partire dal 1865 si ammetteva una sorta di "doppia

cittadinanza informale" e ciò fino al 1992. Il timore dello stato italiano era

quello di vedere che i cittadini espatriati non ritornassero e che non

contribuissero più attraverso le rimesse. Si ammetteva allora la doppia

cittadinanza per i minori; si stabiliva un riacquisto facilitato della cittadinanza.

IL FASCISMO E LA CITTADINANZA

L'avvento del fascismo è rilevante in ambito della cittadinanza: si tratta di

esempio come la materia di cittadinanza poteva essere usata dallo stato

come strumento politico. Un decreto reale del 1938 priva della cittadinanza

italiana tutti coloro che sono nati da ebrei dopo il 1919 o professano la

religione ebrea. Già prima c'era stata ulteriore legge c.d. dei fuoriusciti (l.

108/19926) che privava della cittadinanza italiana gli emigrati che avessero

arrecato disturbo al regno (anche se non avessero commesso reati) o

avessero fornito false informazioni sul Regno. Nello stesso periodo l’Italia

cerca di fare espansione coloniale: il regio decreto 19/1936 dice che da un

lato si attribuisce cittadinanza italiana a coloro che per tratti e per

caratteristiche sono figli di genitori di razza bianca; nel 1937 con norma

ordinaria si impediscono matrimoni misti e nel 1940 non si permette di

riconoscere figli nati da matrimoni misti. L'entrata in vigore di costituzione del

1948 scardina tutti questi discriminatori nella norma allora ancora in vigore

del 1912.

Con l'entrata in vigore della costituzione, c'è l'art. 22 che stabilisce che non si

può perdere cittadinanza per motivi politici per una ragione chiara. Inoltre

c'è il principio di non discriminazione di cui all'articolo 3. Vengono abrogate

subito le leggi che impedivano matrimoni misti e riconoscimento dei figli da

matrimoni misti. La costituzione anzitutto stabilisce la parità di genere tra

coniugi. Ciò è rilevante perché se la nuova norma sulla cittadinanza è del

1992 e la Costituzione entra in vigore nel 1948, questo principio di parità di

genere scalfisce attraverso la giurisprudenza costituzionale molte norme della

legge del 1912 sulla cittadinanza.

Nello stesso anno in cui la CC adotta la prima sentenza significativa in merito

(87/1975: donna può mantenere cittadinanza italiana anche se sposa

straniero) c'è la prima riforma sul diritto di famiglia. Segue poi una

sentenza cc (9 febbraio 1983 n.30) che stabilisce possibilità per la donna di

trasmettere la cittadinanza al figlio.

Nello stesso anno la sentenza viene recepita in normativa con un distinguo: i

figli devono però essere nati dopo il 1948 perché la cittadinanza possa

essere riconosciuta, ma la CC con ?/2000 dice che in realtà la cittadinanza

può essere trasmessa anche a chi è nato prima del 1948, ribadito anche nella

cass civ 25 febbraio 2009 n.4466

LA LEGGE N.91/1992

Decreto PDR 592/1993 è decreto di esecuzione. La norma eredita il modello

del 1912 dello ius sanguinis. Al contrario della realtà storica quindi è

normativa che non privilegia altre modalità di cittadinanza legate a nascita o

residenza sul territorio. La norma sta ancora pensando all'Italia come paese

di emigrazione. La legge peraltro fu approvata con larga maggioranza senza

che nessuna forza politica facesse notare che ormai Italia era paese di

immigrazione. Non solo si privilegia lo ius sanguinis ma anche la

trasmissione di cittadinanza italiana per discendenza. Quello che si è

fatto quando si è comparata la norma con norme di altri paesi là si è inserita

nelle norme a modello familistico, ossia che privilegia i modi d'acquisto

legati al nucleo familiare.

L'art 1 della legge rappresenta una caratteristica peculiare italiana: la

cittadinanza può essere trasmessa non solo per filiazione ma anche per

generazioni: se dimostro

1) che ho nel mio albero genealogico c'è una persona di cittadinanza

italiana;

2) che la catena di trasmissione della cittadinanza non si è mai interrotta

( nessuno si è mai naturalizzato all'estero o ha perso cittadinanza italiana)

Sicché io che sono alla fine della catena posso acquisire la cittadinanza

italiana: basterà recarmi al comune in cui risiedo per portare i documenti che

dimostrano quanto sopra.

Molte persone sono interessate a riscoprire cittadinanza italiana perché Italia

è stato membro di UE, e prevede che ogni cittadino italiano sia anche

cittadino UE.

Se la catena si è interrotta, siccome la norma incentiva al massimo il legame

fra cittadino espatriato e il paese d'origine, la norma inserisce una modalità

facilitata di riacquisto della cittadinanza (art.13), con dichiarazione di

voler ritornare nel territorio e stabilirvi entro un anno dalla

dichiarazione.

LA REVISIONE DELL’ARTICOLO 48 COST.

A partire dal 2001 le cose si fanno più complesse. Vi è revisione della

costituzione che modifica l'articolo 48, che conferisce tour court il diritto di

voto ai cittadini italiani residenti all'estero iscritti all'AIRE. Questo diritto

vale anche per tutti quelli che si sono fatti riconoscere cittadinanza per

discendenza, anche se magari non conoscono nemmeno la lingua italiana.

Due pesi e due misure, in questo senso a causa di ius sanguinis e di art 48

riformato.

Ci sono modalità che permettono acquisto automatico di cittadinanza italiana

per ius soli ma sono ipotesi residuali:

• se i genitori sono ignoti o apolidi;

• se lo stato dei genitori non permette ius sanguinis.

Le disposizioni vanno lette nel contesto di lotta alla apolidia iniziata negli anni

settanta (Convenzione internazionale contro apolidia, cui noi accediamo solo

nel 2015).

Inoltre c'è possibilità di acquisire la cittadinanza italiana durante la minore

età: riconoscimento, adozione, convivenza con genitore italiano. Per la

persona adottata o dichiarata giudizialmente figlio di cittadino italiano: se si

tratta di maggiorenne adottato ex 291 cod civ deve aver risieduto 5 anni nel

territorio della repubblica. Il minore che ha acquisito in questo modo divenuto

maggiorenne potrà dismettere cittadinanza italiana oppure alla maggiore età

fare elezione di cittadinanza.

Poi c'è la acquisizione per beneficio di legge. Art. 40 co.1 La persona

straniera che abbia avuto genitori o ascendenti che siano stati italiano e abbia

svolto svolga servizio militare o pubblico impiego previa dichiarazione; e se al

raggiungimento della maggiore età risiedo legalmente da due anni nel

territorio.

IUS SOLI E SECONDE GENERAZIONI (art.4 co2)

Lo straniero tout-court, senza genitore naturalizzato, che nasce in Italia potrà

chiedere cittadinanza se soddisfa i seguenti requisiti:

1) permanenza regolare e continuativa;

2) manifesti una volontà in tal senso entro un anno dalla maggiore età.

Ma ci sono delle problematiche:

a) il minore segue lo status di regolarità o irregolarità del genitore;

b) vi sono state molte sanatorie: se i genitori a un certo punto hanno

beneficiato sanatoria il minore non sarà stato regolare in modo

continuativo.

SUL PRIMO REQUISITO

Tutte le volte in cui questo risaltava agli occhi di PA trattandosi che un

maggiorenne avesse adempiuto a prima condizione, risaltava il fatto che se la

persona minore segue stato dei genitori questo avrebbe sempre comportato

dimostrare regolarità della presenza. È infatti prassi che il minore figlio di

stranieri spesso si rechi all'estero durante l'estate con famiglia d'origine:

queste assenze sono sintomo di presenze non continuative? La circolare min

interno 7 nov 2007 n.22 K 64.2/13 dice che la verifica che la PA fa

previamente al cambio della cittadinanza deve tener conto della vita sociale

dello straniero, il tempo di permanenza e autenticità della sua

aspirazione a divenire cittadino.

Rispetto a questo profilo in particolare il Ministero dell’Interno dice che

bisogna calcolare che spesso i minori stranieri vanno all'estero per

trovare famiglia d'origine e che ciò non rappresenta una permanenza

non continuativa. Al minore peraltro non si imputano inadempimenti dei

genitori (che non lo iscrivono all anagrafe)o della PA. Già la corte d'appello di

Napoli un anno prima ci aveva detto che quando posso dimostrare legale

residenza con fatti significativi posso lo stesso adempiere al requisito della

presenza continuativa.

SUL SECONDO REQUISITO

Molte persone non conoscevano del termine temporale e ciò era un

problema. Se non manifesto la mia volontà durante quell'anno io per

l'ordinamento sono uno straniero come gli altri. A partire da quel momento se

voglio naturalizzarmi devo dimostrare una residenza decennale ( con MIO

permesso di soggiorno che deve avere motivi validi E NON CON QUELLO

DEI MIEI GENITORI) per TUIM. Per evitare questa situazione il Comune in

cui risiedo mi notifica una lettera che mi ricorda il termine temporale e cosa

devo fare per dimostrare il requisito di cui sopra.

ACQUISTO DELLA CITTADINANZA PER MATRIMONIO

Si acquista la cittadinanza per matrimonio su domanda se si è residenti nel

territorio, dopo 2 che aumentano a 3 anni se si è residenti all’estero.

Tutte le volte in cui vi siano figli comuni tra i coniugi i termini vengono

dimezzati (1 anno o 1 anno e mezzo). Nel momento in cui si fa domanda e

fino all'adozione del decreto della concessione della cittadinanza (ciò ci fa

capire che concessione è discrezionale da parte della amministrazione,

anche se rispettati i requisiti). Fino alla domanda il vincolo matrimoniale e

matrimonio permangono validi. Secondo ulteriore requisito: la persona non

deve essere stata condannata per reati con pena non inferiore a tre anni di

reclusione o condannata per reati politici all'estero.

Fino al 2009 era facile acquisire cittadinanza per matrimonio ma poi

interviene un pacchetto di sicurezza. Prima del pacchetto sicurezza si

richiedeva solo non ci fosse separazione legale tra i coniugi al momento della

domanda. Il consiglio di stato nel 92 e nel 93 aveva stabilito che pur

essendoci dissoluzione di vincolo coniugale se si erano superati i requisiti di

residenza veniva concessa lo stesso. Nel 2009 c'è un pacchetto sicurezza

volto a evitare i matrimoni di convenienza tra persone giovani che

curavano anziani e anziani stessi per acquisire cittadinanza.

ACQUISTO DELLA CITTADINANZA PER RESIDENZA

L’altra possibilità e dal 2009 quella che va per la maggiore per acquisire

cittadinanza è data dalla residenza. Tutte le volte in cui si acquisisce

cittadinanza per residenza c'è DPR ossia è una ipotesi di concessione

discrezionale da parte di PA. A seconda dello status gli anni per l'acquisizione

di cittadinanza diminuiscono.

tre anni: straniero che abbia un padre, madre o un ascendente cittadino che

• è stato italiano entro il secondo grado;

quattro anni: cittadini di uno stato membro dell'Unione europea;

• Cinque anni: adottato maggiorenne

• Dieci anni per tutti gli altri stranieri.

Si noti bene: la l.91/1992 non riporta ulteriori requisiti ma circolare del

ministero di cui sopra dice che si valuterà:

Assenza di condanne;

• possesso di un reddito sufficiente;

• valutazione dell’adempimento agli obblighi contributivi;

• regolare assolvimento degli obblighi fiscali

La PA ha 730 gg per darmi risposta dopo che io ho dimostrato di integrare i

requisiti; in realtà vi sono stati casi in cui si è arrivati a 6 anni per aspettare la

risposta: infatti non si tratta di un diritto. Ne deriva che se amministrazione

non adempie al termine io non ho nemmeno diritto a vedermi risarcito il

danno.

Entro sei mesi la persona dovrà presentare presso il comune di residenza il

giuramento «di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e

le leggi dello Stato».

Se ci ricolleghiamo a quello che abbiamo detto all'inizio, nel corso del 2000

abbiamo adottato leggi speciali per riconoscere cittadinanza a chi aveva avi

del territorio austroungarico, connazionali di Istria, Fiume e Dalmazia e

nell'ex territorio libero di Trieste,ma condizione di comprovare la

conoscenza della lingua e della cultura italiana e l'appartenenza al

gruppo etnico italiano.

ULTERIORI IPOTESI DI CONCESSIONE

L'articolo 9 regola le ipotesi in cui si concede cittadinanza tramite

integrazioni di requisiti o per aver prestato servizio all’estero per almeno

cinque anni alle dipendenze dello Stato; reso eminenti servizi all'Italia ;

ricorrendo eccezionale interesse dello Stato. In questo caso allora sarà lo

Stato a proporlo.

UNA PROPOSTA DI RIFORMA

La norma sopra descritta comporta tutta una serie di problematiche: per

tutte quelle istanze, dichiarazioni riguardo acquisto della cittadinanza,a

riacquisto o qualsiasi cosa si richiede pagamento di contributo di 200

euro.

A partire dal 2012 un gruppo di associazioni che collochiamo sotto l'ombrello

della campagna «L’Italia sono anch’io» raccoglie 200’000 firme per riformar la

l. 91/1992. Varie proposte di riforma vengono presentate da parte di

parlamentari per riformare detta legge; essi sono unificati e inizia iter d'esame

di riforma nel settembre 2015. Non è un testo di legge quello che presenta

questo gruppo di associazioni ma un testo unificato che cerca di

conciliare tutti quei disegni di legge che ambiscono a riformare la

norma in vigore. L'esame presso la camera inizia il 28 settembre 2015;

pochi giorni dopo la Camera approva e il testo va in Senato, dove oggi è

fermo. Il problema è che da quel momento fino ad ora non è stata mai

calendarizzata la discussione sul testo in un contesto in cui i governi non

sono stabili: è un problema perché può accadere che nel frattempo il

governo cada e dunque il testo di conseguenza decada. Il testo si concentra

sull’introduzione e modificazione dei modi in cui i minori acquistano o

perdono cittadinanza.

Si propone anzitutto uno ius soli temperato: il minore che nasce nel

• territorio da stranieri non naturalizzati, ma di cui uno ha permesso UE per

lungosoggiornanti, può acquisire la cittadinanza italiana se genitore

titolare del permesso (o minore stesso) entro maggiore età del minore

fa dichiarazione di volontà.

Si propone anche l'inserimento dello ius culturae che è nuova. Per coloro

• che non integrano i requisiti dello ius soli temperato perché non nati in Italia

o per altri motivi, ma che abbiano frequentato ( e conseguito positivamente

se si tratta di elementari) un corso di studio di 5 o più anni nel territorio

italiano venga riconosciuta la cittadinanza italiana. In questa ipotesi si

esonera dal pagamento dei 200 euro previsti.

L'ultima ipotesi residuale è sempre una naturalizzazione facilitata: allo

• straniero che sia dentro territorio ancora minorenne ma che abbia

conseguito un ciclo scolastico e che sia nel territorio da almeno 6 anni.

Si propone anche che se la persona è interdetta o ha amministrazione di

• sostegno, tali atti possono essere fatti da tutore e amministratore di

sostegno.

Nella proposta di riforma è contenuta anche una disciplina transitoria:

• coloro che hanno maturato i requisiti per la normativa ma nel momento in

cui entrasse in vigore avesse già superato i venti anni d'età può fare

richiesta entro un anno se sono in Italia da più di cinque anni.

A questa proposta possono ragionevolmente proporsi alcune critiche:

1) non prevede requisiti di integrazione facilitata per chi ha disabilità (si

pensi soprattutto in merito allo ius culturae);

2) si potrebbe sostituire il requisito del possesso del premesso di soggiorno

UE per soggiornanti di lungo periodo con quello del soggiorno regolare

del genitore da almeno cinque anni.

3) si potrebbe estendere ad entrambi i genitori la facoltà di compiere la

dichiarazione di volontà.

TEMA VI.

I. Ingresso nell’area Schengen

II. La protezione internazionale

L’AREA SCHENGEN

Quando ci riferiamo alla protezione internazionale parliamo anche dei flussi

migratori internazionali. Pensiamo al soggetto che entra in area Schengen.

Può farlo in maniera regolare o in maniera irregolare.

Area Schengen è area che inizia a prendere forma nel 1985 con accordo

omonimo fra Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Belgio e Francia. A

questo accordo segue una convenzione firmata nel 1990 dagli stessi sei

paesi che entra in vigore nel 1995. L’Italia aderisce all’accordo nel 1990 alla

convenzione, ma avrà effetti solo nel 1998. L'accordo Schengen prevede

l’eliminazione dei controlli alle frontiere interne e la creazione di

un'unica frontiera esterna (con norme di controllo e procedure comuni, nel

Codice delle frontiere Schengen, reg 562/2006). Oggi sono ventisei gli Stati

che hanno aderito a Schengen, di cui ventidue anche parte di UE. Libera

circolazione all'interno di Schengen e i controlli sono comuni. Gli stati di

Schengen oltre a eliminare frontiere si impegnano altresì alla cooperazione

in materia di polizia e in materia giudiziaria per dare esecuzione a

sentenze di estradizione sopratutto nel momento in cui persone

circolano all'interno dell'area.

L'accordo e la convenzione nel 1999 con Amsterdam diviene diritto UE,

anche se Irlanda, UK e Danimarca hanno status speciale che permette loro di

non trasporre nei loro ordinamenti l'«acquis» di Schengen. La prima

conseguenza è che abbiamo comuni condizioni di ingresso e noi

abbiamo trasposto all'art 4 TUIM. I paesi Schengen hanno armonizzato il

diritto su permessi di soggiorno brevi (90 giorni o 180). (Obbligo di visto, chi è

esentato, chi ha procedura facilitata). Tutte le volte in cui una persona vuole

recarsi in area Schengen per più di 90 giorni deve chiedere un visto

nazionale. Terza tipologia di visti c.d. a territorialità limitata: valgono solo per

i paesi Schengen che lo hanno rilasciato, e viene rilasciato solo per motivi

umanitari o per obblighi internazionali.

LA COMPETENZA UE

Con Amsterdam la materia diviene di interesse europeo. Nel TFUE come è

emerso nel t di Lisbona troviamo disciplinati questi aspetti nel titolo V sullo

spazio libertà sicurezza e giustizia. Nello specifico dobbiamo riferirci

all'articolo 78 TFUE co.1:

« 1. L'Unione sviluppa una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di

protezione temporanea, volta a offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo

che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non

respingimento. Detta politica deve essere conforme alla convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951

e al protocollo del 31 gennaio 1967 relativi allo status dei rifugiati, e agli altri trattati pertinenti

Asilo, protezione sussidiaria e protezione temporanea sono i tre elementi cui

ci riferiamo quando parliamo di protezione internazionale.

Art. 78 TFUE co.2-3:

« 2. Ai fini del paragrafo 1, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura

legislativa ordinaria, adottano le misure relative a un sistema europeo comune di asilo che includa:

a) uno status uniforme in materia di asilo a favore di cittadini di paesi terzi, valido in tutta l'Unione;

b) uno status uniforme in materia di protezione sussidiaria per i cittadini di paesi terzi che, pur senza

il beneficio dell'asilo europeo, necessitano di protezione internazionale;

c) un sistema comune volto alla protezione temporanea degli sfollati in caso di afflusso massiccio;

d) procedure comuni per l'ottenimento e la perdita dello status uniforme in materia di asilo o di

protezione sussidiaria;

e) criteri e meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una

domanda d'asilo o di protezione sussidiaria;

f) norme concernenti le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo o protezione sussidiaria; g) il

partenariato e la cooperazione con paesi terzi per gestire i flussi di richiedenti asilo o

protezione sussidiaria o temporanea.

3. Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da

un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può

adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso

»

delibera previa consultazione del Parlamento europeo.

Ad ognuna di queste voci troviamo atto di UE adottato e che ha disciplinato

tutti questi ambiti che diversamente toccano il diritto nazionale.

Questa è ultima generazione di questi strumenti. Il sistema europeo in

materia ha avuto due fasi di sviluppo: la prima versione di questi strumenti

parte dal trattato di Amsterdam e noi come stato italiano adottiamo

trasposizioni a partire dal 2005-2007-2008 in modo confuso. Fino a quel

momento stavamo applicando la convenzione di Dublino che applichiamo dal

1998.

L'ITALIA COME PAESE D'ASILO

Lo strumento principe è la convenzione di Ginevra (1951). Essa stabilisce

condizioni per attribuzione dello status di rifugiato e tutti i diritti del rifugiato e

gli obblighi dello stato che ne derivano. La convenzione riconosce diritti

fondamentali come assistenza sanitaria, istruzione e lavoro e vieta che si

sanzionino i rifugiati perché soggiornanti in modo irregolare e il principio di

non respingimento. La convenzione ha obiettivo di definire il rifugiato come

l'individuo che a ragione teme di essere perseguitato individualmente

per razza, religione, nazionalità, appartenenza a uno specifico gruppo

sociale o opinioni politiche. A partire dal 1967 la convenzione di Ginevra

perde anche le proprie limitazioni temporali. Aderiamo alla convenzione nel

1954 apponendovi una riserva geografica solo per i paesi UE e per due

ragioni: economiche (dovevamo recuperare i danni della seconda guerra

mondiale) geografiche (Italia è in zona molto delicata, quale paese di persone

che provengono dall'est Europa e dal medio oriente e del Nordafrica, inoltre

secondo accordi informali assieme a Austria e ex Iugoslavia sarà paese di

transito e non di destinazione). Alla riserva geografica sono poste una serie di

eccezioni in casi particolari: nel 1973 accogliamo molti cileni a seguito del

colpo di Pinochet. A partire dall'inizio degli anni ottanta la percentuale di

persone di provenienza extraeuropea comincia a crescere, soprattutto etiopi

ed iracheni. Fino al l'eliminazione di riserva geografica questi sono rifugiati

sotto mandato della ACNUR. Quando viene eliminata riserva geografica?

Con legge Martelli, che stabilisce la procedura di riconoscimento dello stato di

rifugiato. Il problema della legge è che passati i 45 giorni lo Stato non si

occupa più del richiedente e costui si dovrà sostenere da solo. L'idea

miope è che la procedura di riconoscimento duri 45 gg ma nella prassi

dura non meno di un anno. Nulla di rilevante avviene prima dell'adozione

del TUIM, il quale ha tre disposizioni rilevanti: non respingimento, protezione

temporanea, centri di accoglienza per stranieri.

Come arriviamo ad avere queste disposizioni nel TUIM, in un decennio in cui

vediamo attuarsi sul territorio delle emergenze? Per tutti questi anni una serie

di movimenti migratori arrivano in Italia e costringono governo e legislatore

a sviluppare legislazione su protezione internazionale e su accoglienza.

Il problema di questi flussi è questo: nessuna delle persone che in questo

frangente arrivano corrispondo alla definizione della convenzione di Ginevra,

fuggendo le stesse da violenza generalizzata ma non abili di dimostrare

persecuzione individuale. Il governo in tutte queste emergenze agisce in

modo simile.

1) 1990-91 crisi albanese: il governo inizialmente dà accesso alla

procedura di asilo, ma poi decide di concedere a queste persone un

permesso di soggiorno per ragioni umanitarie di durata semestrale; ad

agosto 91 chiudiamo le frontiere, rimpatriamo e controlliamo questa

immigrazione che formalmente è irregolare.

2) 1991 guerra civile in Somalia: nel settembre 1992 con decreto affari

esteri diamo permesso temporaneo per studio o lavoro di al massimo

un anno, rinnovabile.

3) giugno 1991 conflitto nell’ex Iugoslavia: violenza generalizzata e da

nov 91 ad agosto 98 attraverso atti di ministero dell'interno rilasciamo un

permesso di soggiorno per motivi umanitari convertito per ragioni di

lavoro all'occorrenza, dopo agosto 1998. Si adotterà addirittura normativa

ad hoc. Succede che a livello locale iniziano a prendere corpo iniziative

di accoglienza da gruppi di volontariato aiutati da enti locali. Le

persone cominciano quindi ad insediarsi. Il problema è che tali iniziative

non sono coordinate. Si reagisce nel 1995 con adozione di quella c.d.

legge Puglia che stabilisce che nel territorio della regione Puglia possono

essere costruiti centri di accoglienza.

4) crisi economica albanese 1997. Le persone si recano in Italia e noi

reagiamo nella stessa maniera, dando inizialmente un nullaosta

all'ingresso e poi permesso di soggiorno temporaneo. Nel novembre 97

però controllo di immigrazione clandestina come nel 93 con blocco

navale: ciò finché vi è scontro tra nave della Marina e nave albanese e vi

sono delle vittime; allora si fa accordo di cooperazione con Albania

che prevede di dare mezzi per il controllo delle frontiere e vie di

accesso privilegiato.

5) conflitto del Kosovo (1999). Primo arrivo di persone ma Italia decide di

dare assistenza a paesi che aiutano come Macedonia e Albania, inoltre

creazione di ponti aerei.

Come si vede, il modo in cui il legislatore affronta la crisi è sempre lo stesso.

La prassi di concedere permessi di soggiorno viene poi trasposta all'interno

del TUIM che all'articolo 20 stabilisce che si può fornire permesso di

soggiorno temporaneo per ragioni umanitarie.

Si dà inoltre avvio ad un sistema di accoglienza che parte dal basso; a un

certo punto si moltiplicano le iniziative e nel 1999 si istituzionalizza un

sistema già esistente in tre tappe:

1) progetto Nausicaa: mappatura servizi territorio (chi si accoglie, con quali

criteri)

2)progetto azione comune: rete servizi territoriali di accoglienza per

richiedenti protezione internazionale. In questo progetto prende parte

ministero interno con ACNUR e ANCI. Integrare le persone oppure dare

opportunità per rimpatriarle.

Si crea anche una banca dati e una rete per accoglienza. La banca dati

serve per capire quali persone accogliere, dove e se ci sono iniziative.

3) Legge Bossi Fini : istituzionalizzazione del sistema di accoglienza a livello

locale con lo SPRAR, che è il «principale e unico sistema di accoglienza

per richiedenti asilo e rifugiati». Si crea un fondo specifico per tutte le

questioni relative all'asilo e le commissioni territoriali (oggi 20 allora 7). Lo

SPRAR si propone di fornire alla persona richiedente protezione

internazionale una accoglienza "integrata", che non si limiti cioè al vitto e

alloggio: insegnamento linguistico, ecc. Il problema di SPRAR è che esso è

sottodimensionato per quanto innovativo. Da sempre lo SPRAR non ha

mai abbastanza posti per tutte le persone.

LA LEGISLAZIONE UE

A questa legislazione si sovrappone quella UE:

Prima fase: Sistema Europeo Comune d'Asilo 2000-05 con sei strumenti

normativi ancora in vigore. Ma dobbiamo capire che il sistema entra davvero

a regime solo a partire dal 2008.

1. Direttiva accoglienza 2003/9/CE - d.lgs. 140/2005

2. Direttiva procedure 2005/85/CE - d.lgs. 25/2008

3. Direttiva qualifiche 2004/83/CE - d.lgs. 251/2007

4. Direttiva protezione temporanea 2001/55/C - d.lgs. 85/2003**

5. Regolamento Dublino II 343/2003/CE

6. Regolamento Eurodac I 2725/2000/CE

IL REGOLAMENTO DI DUBLINO

Il regolamento di Dublino non nasce precisamente in questo momento, ma

già in precedenza: esso principalmente fa tre cose:

1) fornisce criteri gerarchici per sapere quale stato e responsabile di

domanda di protezione internazionale;

2) istituisce l’area Dublino così detta perché ne fanno parte oltre a tutti gli

Stati UE anche la Svizzera, l’Islanda, la Norvegia e il Liechtenstein. Se ho

familiare che è già richiedente nell'area posso chiedere che mia domanda

sia esaminata dal mio stesso stato membro.

3) istituisce la responsabilità dello Stato di primo ingresso: qualsiasi dato

dimostri che ho fatto ingresso nell'area Dublino rende il primo Stato in cui

sono entrato responsabile per la domanda. Tuttavia questo rende i

paesi più esterni più esposti.

Il sistema come si vede è assai inefficiente.

Questo regolamento aveva obiettivi ragionevoli che erano quelli di evitare gli

esitanti in orbita: nessuno Stato, infatti, precedentemente si faceva carico

della domanda; l'altra cosa che si voleva evitare era il problema dell'asilum

shopping.

UNA GRANDE PROBLEMATICA

Non è mai detto che tutte le persone che arrivino in un paese facciano poi

domanda di protezione nello stesso Stato. Il regolamento di Dublino stabilisce

che un po' di tempo dopo che il primo paese d'ingresso non si è fatto carico,

la responsabilità graverà sul paese in cui il richiedente si trova. Il grande

punto di domanda è: dove sono tutte le altre persone che non ha fatto

domanda di protezione internazionale? Una delle problematiche del sistema

è che non abbiamo nozione di dove sia la metà delle persone e anche

oggi è così. I posti a disposizione dello SPRAR non sono tanti; a dire il vero,

non sarebbe stato sottodimensionato soltanto ancora 2007, ma oggi

effettivamente lo è.

LAMPEDUSA E IL CASO HIRSI JAMAA C. ITALIA

Gli anni 2000 vedono due emergenze: a partire dall’inizio del millennio si apre

rotta libica e abbiamo la c.d. questione Lampedusa, che è primo approdo di

migranti che utilizzano la rotta centrale. Gli anni successivi alla firma degli

accordi fisiologicamente vedono sempre una diminuzione dei flussi (e

l’accordo con la Libia di Gheddafi).

Il problema è che più persone arrivano a Lampedusa più è impossibile

trasferirle in piccoli frangenti. Grazie alla firma dell'accordo con la Tunisia

riusciamo a fare le c.d. espulsioni collettive: intercettiamo persone in alto

mare e facciamo sì che barca cambi rotta e tornino da dove sono venute. Noi

abbiamo firmato la carta di Nizza che vieta di espellere collettivamente un

gruppo di persone, perché la persona se desidera far domanda di protezione

internazionale deve avere l possibilità di farlo. Ad aprile 2005 il Parlamento

Europeo stila un rapporto molto critico su Lampedusa contro espulsioni

collettive. Ne febbraio 2009 c’è un rapporto altrettanto critico del commissario

UE per i diritti umani. Iniziamo a prendere provvedimenti con il progetto

Praesidium (2005) prima rivolto solo a Lampedusa e poi allargato ad altre

regioni: esso vuole ampliare strutture di accoglienza e coinvolgere

soggetti che ausilino il governo italiano. Con effetto degli accordi che gov

Berlusconi fece con Gheddafi avvengono fatti per cui 2012 veniamo

condannati da corte dei dirti dell’uomo nel caso Hirsi Jamaa contro Italia: «il

fatto si riferisce al salvataggio, avvenuto in acque internazionali a sud di

Lampedusa, da parte di vascelli della Guardia di finanza e della Guardia

costiera italiani, di alcune imbarcazioni che trasportavano oltre duecento

persone di origine eritrea, somala e in generale africana. Le imbarcazioni

erano salpate dalla Libia. Invece di trasportare i profughi verso le coste

italiane, le navi militari li trasferirono a Tripoli, dopo un viaggio di oltre 10 ore,

consegnandole alle autorità libiche, in totale contrasto con quanto era nelle

2

aspettative degli individui» .

L’EMERGENZA NORDAFRICA

La questione Lampedusa è interessante perché reagiamo con lo stesso

modo di oggi: si crea un sistema parallelo di accoglienza a causa della sotto

dimensione di quello istituzionale. Per far fronte alla crisi del Nordafrica

dichiariamo lo stato di emergenza. Questo è interessante perché quando si

dichiara stato di emergenza si può agire fuori dall’ordinario e nella specie

viene dato incarico a protezione civile di farsi carico di questa

emergenza. Si dà avvio alla gestione dell'emergenza Nordafrica cercando di

evitare che persone si concentrino in luogo di sbarco e cercando di

creare quote di distribuzione regionale, e dando accesso persone per la

2 P. De Stefani (http://unipd-centrodirittiumani.it/it/schede/Hirsi-Jamaa-e-altri-c-Italia-illegali-i-

respingimenti-verso-la-Libia-del-2009/249)

domanda di protezione internazionale (pur sapendo che non la otterranno) e

dando alle regioni il compito dell’accoglienza nei centri.

L'emergenza si chiude nel dicembre 2012 e si prolunga di fatto fino a metà

2013. L'obiettivo finale è integrare il sistema di accoglienza straordinaria

c o n q u e l l o o r d i n a r i o, s c o p o r a g i o n e v o l e c h e c o n s e n te u n a

omogenizzazione tra modelli territoriali di accoglienza che di per se sono

diversi.

Chiusa l’emergenza Nordafrica inizia pochi mesi dopo attuale crisi migratoria.

I fenomeni si susseguono. L'operazione mare nostrum viene lanciata ad

ottobre 2013 a seguito della tragedia a largo delle coste di Lampedusa, con

naufragio e il conseguente spaventoso numero di morti. L'operazione mare

nostrum è modo in cui si gestisce attuale crisi migratoria, aumentata anche

dalla mancanza di uno Stato libico.

Il 10 luglio 2014 con l’Intesa Conferenza Stato-Regioni-Enti locali si

formalizza un piano operativo nazionale per fronteggiare il flusso

straordinario di cittadini extracomunitari. Il sistema di asilo UE entra nella

sua seconda fase: tutti gli strumenti vengono emendati e vi sono nuove tre

direttive. Il regime come riformato di gestione di asilo e protezione

internazionale è attuato nel 2015. Ci vuole infatti tempo perché strumenti

normativi esplichino i loro effetti.

COME AVVIENE IL NOSTRO SISTEMA DI ACCOGLIENZA?

1) presentazione domanda alla polizia di frontiera o al questore;

2) il questore riceve domanda con modulo C3 e si inviano i documenti

all'unita Dublino;

3) se persona viene accolta in un centro di accoglienza rilasciamo attestato

nominativi, se no rilasciamo un permesso di soggiorno per richiesta di

protezione internazionale della durata di 6 mesi. Due problemi: se

intercettiamo persona su una barca e la stessa manifesta la volontà di

richiedere protezione internazionale non può essere respinta ed essere

portata sulla terra (cfr caso Hirsi); se sbarco in un porto dove non c'è

polizia di frontiera, come accade spesso, non ho dove fare la domanda:

per questo si sono creati hotspot, sorta di valichi di frontiera mobili;

4) la questura invia i documenti alla commissione territoriale, che esamina

la domanda. La commissione composta da un funzionario in carriera

prefettizia, da rappresentante di alto commissariato per rifugiati e

rappresentante di conferenza stato città per rifugiati. Sulla carta la norma

dice che entro 30 gg la persona dovrebbe essere convocata per un

colloquio. Termine estendibile fino a 6 mesi. Prorogato per ulteriori 9 per

questioni complesse di diritto, di fatto, eccesso di domande, inerzia del

richiedente. Ulteriori 3 mesi per approfondimento di comprensione della


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher coluichenonsa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Condizione giuridica dello straniero e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Pelacani Gracy.

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