Che materia stai cercando?

Appunti di Antropologia Culturale e dello Sviluppo

Appunti delle lezioni del Prof. Ivan Bargna del corso di Antropologia Culturale e dello Sviluppo presso l’Università Bocconi.
Il documento contiene anche citazioni e riferimenti del Prof. Ugo Fabietti, diversi autori trattati durante il corso ed un approfondimento su Kopytoff.

Esame di Antropologia Culturale e dello Sviluppo docente Prof. I. Bargna

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

«La manipolazione consapevole di simboli espressivi e qualitativi per produrre

oggetti di fine di un apprezzamento estetico».

«Quelle cose fatte da esseri umani in qualunque medium visivo, la cui produzione

richiede un livello relativamente alto di abilità da parte del produttore, abilità che

deve essere misurata quando possibile secondo gli standard tradizionalmente

usati nella società del produttore».

«Eccellenza tecnica nella produzione di oggetti e in particolare come una delle

tecnologie dell’incantesimo attraverso cui una società si garantisce il consenso dei

suoi membri (produce la necessità e desiderabilità dell’ordine sociale)».

Quando danzano le maschere → ciò che vediamo non è un uomo che indossa la maschera, ma è la divinità

che si presenta con il corpo è la maschera del devoto (che mentre prima aveva un’identità nel momento in

cui indossa la maschera viene posseduto dalla divinità e cade in trans).

«Il limitarsi a concetti vicini all’esperienza lascia l’etnografo immerso nelle

immediatezze, e intrappolato nel linguaggio comune. Il limitarsi a concetti lontani

dall’esperienza lo lascia arenato in astrazioni e soffocato dal gergo».

Clifford Geertz, Antropologia Interpretativa, il mulino, 1998.

La partecipazione è qualcosa di molto vicino, l’osservazione è qualcosa di molto lontano.

Geertz → senza citarlo si rifarà a Kant.

Lui ci propone un certo uso che possiamo dare alla nozione di arte:

«Il problema non è quello se l’arte (o qualsiasi altra cosa) sia universale, ma quello

se sia possibile parlare delle incisioni dell’Africa Occidentale, delle foglie di palma

dipinte in Nuova Guinea, della pittura del Quattrocento e della poetica marocchina

in modo tale da far si che esse gettino luce reciprocamente le une sulle altre».

Se faccio un confronto tra la pittura del Quattrocento e la poesia marocchina, capisco qualcosa di più sulla

poesia marocchina che altrimenti non avrei capito se non avessi fatto questo confronto.

Quel qualcosa in più lo capisco proprio perché ho messo a confronto due cose che apparentemente non

centrano nulla gli uni con gli altri ma che in qualità di arte contribuiscono a comprendere qualcosa in più

dell’uno e dell’altro.

Tra chi vedeva uno stesso oggetto come opera d’arte e chi lo vedeva come documento e quindi doveva

essere trattato da un punto di vista etnografico

Ciò determina, il dove collocare questi oggetti.

L’opera d’arte in termini generali, ha un valore estetico, tendenzialmente è unica o rara e quindi ha anche

un grande valore monetario. È un oggetto per pochi e fatto per essere contemplato e per questo sta in un

museo → l’opera d’arte ha un valore perché è un capolavoro (emerge nel complesso!) → opere uniche

sono frutto di un genio.

L’oggetto etnografico non è un oggetto che vale in se e per se, non stiamo parlando di oggetti diversi ma di

diversi punti di vista.

Posso trattare anche un grande capolavoro come oggetto etnografico (esempio, una zappa del contadino)

→ sono rappresentativi di una collettività e ha un grande valore documentario che la rende rappresentativa

e ricca di informazioni. 9

Nella figura del Re converge il corpo della nazione o addirittura la divinità e quindi la corona rappresenta

una collettività, è rappresentativa nonostante sia una sola.

Quindi cambia il modo di esporre questi oggetti.

Se noi ipotizziamo l’oggetto come documento, va bene che il visitatore si metta a leggere distogliendo

l’attenzione dall’opera.

Ma se andiamo a vedere l’opera d’arte, la nostra attenzione non deve essere attratta dalle informazioni ma

dobbiamo rimanere concentrati sull’opera → motivo per cui molto spesso il cartellino è quasi nascosto o

non fornisce alcuna informazione.

Questi oggetti non sono valorizzati per quelli che sono ma sono messi insieme a costruire una

scenografia → sono trofei “di caccia” per dimostrare la potenza della Francia che aveva colonizzato

altri popoli.

Quegli oggetti non hanno valore artistico e nemmeno documentario, sono piuttosto assemblati

come se l’artista “dell’opera d’arte” fosse di colui che ha montato la scenografia.

L’elefante → l’intenzione è quello di valorizzarlo come opera d’arte portando l’attenzione sulle forme.

Si vuole evidenziare la fluidità, l’eleganza delle forme.

In questo caso, l’oggetto è da solo e lo stesso non ci dice niente.

Questo oggetto è progettato come cappello, quindi quella è la sua vista dall’alto.

Quindi per vedere quell’oggetto come opera d’arte deve essere manipolato ed isolato, privarlo di alcuni

elementi che lo completavano: i vestiti.

Questo vuol dire che il museo non conserva la realtà così com’è → il museo è stato utilizzato per costruire

l’identità nazionale.

Il museo risponde a delle volontà politiche → è portatore di una memoria politica.

L’identità degli oggetti dipende dal loro modo di vederli e dallo spazio che occupano che è uno spazio

semantico.

Quando un oggetto viene portato via e affiancato ad un altro oggetto (un’opera d’arte) → si

l’affiancamento è voluto → ciò che accade è che quell’oggetto fa si che l’aureola che circonda l’opera d’arte

di diffonde all’altro oggetto.

Per noi mettere una persona su un piedistallo significa che la vediamo perfetta.

Quando vediamo un oggetto su un piedistallo → sappiamo che si tratta di un oggetto che ha valore.

Per vederla come opera d’arte devo spogliarla la statuina.

Perché sono convinto che l’artisticità sta nella scultura che il vestito copre.

Questo significa denudare → togliere l’identità, la dignità.

Lo spogliamo per vederlo cos’ come noi vogliamo.

Questo gesto portato su una statua è comunque un gesto violento.

In questo modo, l’immagine si avvicina molto di più all’idea che abbiamo di Africa → che vediamo più

facilmente come nudi piuttosto che come vestiti.

Maschera → abbiamo due figure una maschile ed una femminile.

È una rappresentazione della mascolinità e della femminilità legati tra loro da un rapporto vincolato.

L’uomo ha un aspetto aggressivo (guerriero), la donna con un temperamento dolce.

La scultura in questo caso ricorre al linguaggio delle forme, il quale ha una grammatica → va a sostituire la

nostra scrittura.

È un modo per esprimere determinate cose senza l’uso della parola.

Lo scultore non può fare di testa sua e non lavora sul mercato ma lavora per committenza → deve

corrispondere i desideri del cliente.

Ecco perché in Africa l’arte è abbastanza ripetitiva, perché deve dire delle cose importanti in modo chiaro,

di generazione in generazione → questo perché la loro è una cultura soprattutto orale. 10

Anche se ciò non vuol dire che nel corso del tempo il linguaggio non cambi.

Ci deve essere un livello minimo di omogeneità → ma non c’è un unico modo per scrivere → perché le

calligrafie sono tante e imprevedibili → sono legate alla personalità.

La stessa cosa vale per la scultura.

Ogni scultore ha una sua “calligrafia” e quindi nonostante rispetti il tema, può aggiungere degli elementi

suoi.

La stessa cosa accade da noi, basta pensare alla figura del Cristo in quanti modi sia stato ritratto nel corso

della storia → tutti simili tra loro ma anche estremamente diversi tra loro.

Un artista quando trova il suo tema, difficilmente fa delle variazioni → compie delle variazioni sul tema

stesso.

Bastoni usati nelle danze → elementi simbolici (pietre → che vengono interpretate come i segni dei fulmini

lanciati dal dio).

Dal punto di vista del significato sono molto simili ma dal punto di vista della forma sono molto diversi →

elementi lasciati all’invenzione dell’artista.

Non possiamo pensare l’arte, o come noi la intendiamo, ricollegandola solo all’artista.

L’artista non fa altro che rispondere a delle richieste → risponde a delle regole che sono molto più stabili

rispetto al mercato.

Le opere di arte religiosa non sono semplicemente opere belle → ma devono rispondere alla dottrina

religiosa.

Le opere e gli oggetti corrispondono a molte delle caratteristiche della scrittura e pur tuttavia, come accade

nella calligrafia vi è un’ampia variante di calligrafie.

A volte il fatto che ci appaiono astratte è per il fatto che non comprendiamo il contesto.

Polarità del maschile e femminile → che sono contrapposti ma allo stesso tempo complementari → stanno

nella stessa scultura.

Non sono degli oggetti di lusso → sono gli oggetti che svolgono una funzione centrale della società → ci

dicono chi siamo.

Comprendere questi oggetti dall’interno, vuol dire spostare l’attenzione dall’oggetto agli schemi concettuali

→ etnoestetica → concepite la concezione estetica in termini etnici → locali.

Tra gli anni ’70 e ’80 → il compito dell’antropologo è stato quello di comprendere l’estetica locale.

Vuol dire ricostruire il linguaggio delle forme → ciò che è ritenuto bello a volte non può essere separato da

ciò che è ritenuto buono → quindi giudizi etici, morali.

La testa è la parte più importante del corpo.

La testa si divide in tre:

1. Testa esterna → quella visibile;

2. Testa interna → quella dei sentimenti celata agli altri.

Infatti, le due teste non è detto che coincidano.

3. Testa lasciata in cielo → si crede che quando uno nasce la divinità plasma la sua testa nella creta.

Quindi l’artista deve in qualche modo rappresentare questa triplice interna essenza della testa.

Esempio, la testa interna viene rappresentata in modo astratto.

La verosimiglianza è solo una delle strategie possibili.

Criteri di giudizio degli oggetti degli Yoruba → la bellezza come pluralità coerente manifestazione sensibile

della verità.

Ad esempio, il piede essendo meno importante è meno rifinito rispetto la testa → si tratta di una scelta →

quella di concentrare l’attenzione sulla parte più importante: la testa.

L’universo secondo gli Yoruba → polarizzazione degli elementi (uomo/ donna, caldo/ freddo) che vengono

tenuti insieme attraverso la bellezza e la temperanza. 11

Quindi quegli oggetti sono utili alla prosecuzione della vita.

Gli oggetti vanno visti nel loro contesto, al di là delle differenze, vi sono delle continuità sulla questione di

bello/ brutto, maschile/ femminile → ma soprattutto, l’associare il bello al femminile ed il brutto al

maschile.

Pittura su sabbia → non è un quadro perché non è un’opera d’arte. A realizzare queste pitture sono dei

sacerdoti, dei guaritori.

Quindi chi guarda questa pittura non sarà come lo spettatore di un quadro che rimane all’esterno.

Il paziente entra all’interno della pittura, vengono fatti questi disegni ed anche dei canti, così l’energia della

divinità entra nella sabbia → e strofinandola su alcune parti del corpo del paziente, l’energia della divinità

attraverso la sabbia entra nel corpo del paziente e lo guarisce.

Inoltre, il paziente non deve guardare a lungo la sabbia perché può diventare cieco.

Gli occidentali considerano la pittura su sabbia una bell’opera d’arte e la trasferiscono su un supporto rigido

→ in questo modo diventa un’opera d’arte.

ARTE E CREATIVITÀ CULTURALE NELLE SOCIETÀ CONTEMPORANEE

Agli inizi del ‘900, la prima Biennale è stata quella di Venezia.

Oggi le Biennali sono molteplici in tutto il mondo, soprattutto al di fuori dell’Europa.

Se queste Biennali nascono perché c’è una richiesta, una cultura oppure è un modo per esternare la

produzione li dove la manodopera costa meno.

Parlare dell’arte contemporanea e quale posto occupa in Occidente, si tratta di ricostruire alcuni punti della

storia → cambiamento nel modo di vedere e di concettualizzare l’oggetto.

In termini generali, l’arte del ‘900 cerca di uscire dal museo e dalle gallerie → non vuole essere un bene di

lusso per pochi → ma uno strumento di cambiamento politico e sociale della realtà.

L’arte vuole recuperare una relazione sociale → il passaggio dall’arte moderna a quella contemporanea →

vuole riportare l’arte nella società, vuole oltrepassare questa situazione di alienazione → a volte lo fa però,

in modo contraddittorio → finiscono per essere comunque elitarie, oppure finiscono per essere delle forme

di propaganda politica (esempio, fascismo e nazismo).

Un’arte messa al servizio della società che diventa però, pubblicità della politica.

La galleria è lo spazio in cui si presenta l’arte.

White Cube → abbiamo solo lo spazio non abbiamo neanche gli oggetti.

Qui non c’è niente da vedere se non uno spazio vuoto.

Non è uno spazio neutro, o meglio neutralizzato → quasi lo spazio di un laboratorio asettico → fa si che

qualunque cosa vi sia posta all’interno diventi opera d’arte.

Difesa della natura, Joseph Bevys, 1984 → zappa un campo.

In questa volontà di ritrovare la realtà → c’è un pubblico che generalmente non c’è quando il contadino

lavora.

La dimensione simbolica → lo scopo dell’artista è quello di richiamare l’attenzione sul lavoro del contadino,

la dimensione ecologica, il ritrovare la natura.

La sua idea politica → tutti siamo artisti → democratizzazione dell’arte → tutti possiamo esprimerci

artisticamente.

Biennale di Venezia, Gonzales Torres → tappeto di liquirizia → lo spettatore modifica, entra, partecipa

all’opera → l’artista prevedeva che gli spettatori portassero e prendessero le caramelle.

L’arte sta tornando ad essere un possesso sociale.

L’oggetto una volta che esce dalle mani dell’artista non è l’opera finita (ci sarà qualcuno che la veste, ci sarà

qualcuno che la metterà su un altare e dedicherà a quell’oggetto dei sacrifici). 12

L’opera è ciò che si modifica continuamente ed ognuna di queste mani modifica l’oggetto → sono delle

creazioni sociali.

In genere, noi concepiamo l’opera come il risultato di un singolo artista → in quel caso l’opera è finita →

quindi quello che dobbiamo fare è quello di conservarla nella sua integrità.

La consacrazione del sacerdote → è quella che attiva l’oggetto che altrimenti è solo una statuetta di legno.

L’opera diventa una creazione sociale → l’artista da l’input → l’opera prevede già degli spazi che devono

essere colmati dallo spettatore.

Questo tappeto di caramelle che viene consumato, logorato ma anche integrato da chi porta le caramelle

→ richiama la storia dell’amico dell’artista che è morto di AIDS.

Richiama la caducità della vita, che è continuamente minacciata dalle malattie e dalla morte.

Solleva il problema dell’AIDS che è un problema sociale e non solo personale.

Rappresenta il fatto che se ognuno ci mette il suo è possibile riparare un tessuto lacerato come il tappeto di

caramelle.

Cambiano i rapporti anche con l’antropologia.

Opera di un’artista afroamericano → esposto nel padiglione americano.

Fred Wilson, Safe Home → la logica dell’istallazione è quella di esporre qualcosa che ha un senso in quel

particolare contesto → in questo caso, la Biennale di Venezia.

È un otre all’interno del quale c’è tutto quello che serve per costruire una casa sicura → sicura dalla

minaccia straniera, in particolare dei mori.

Non ci sono solo gli antropologi che prendono gli artisti e li racchiudono nelle loro opere ma anche gli artisti

che prendono gli antropologi e li racchiudono nelle loro opere.

Quel libro è li per quello che è → costruisce uno spazio nel quale possiamo sentirci sicuri, protetti, piacevole

e possiamo consumare dell’altro, solo gli aspetti godibili. Così come una tazza di tè posso godere dei soli

aspetti belli del diverso → in questo caso tutta l’Africa e tutta l’arte, in un oggetto che posso portare

ovunque e c’è tutto quello che voglio sapere. Il libro ci promette di accrescere il nostro senso di padronanza

→ un senso di sicurezza → di tenere la minaccia sotto controllo.

Abbiamo un processo di estetizzazione dell’altro → che è godibile, piacevole.

Quindi non solo gli antropologi criticano gli artisti ma anche gli artisti hanno delle critiche ben precise →

soprattutto quegli artisti che hanno una storia collettiva fatta di violenze.

Nascita di una nuova classe sociale → la classe dei creativi.

Professioni che non sono artistiche ma sono ad alto contenuto artistico → hanno una componente artistica.

Rappresentano questo processo di disseminazione della realtà.

Ad esempio, produrre musica è diventato molto semplice → questa attività che un tempo era per i pochi,

oggi sono (se non per tutti) per molti.

Nelle compilation dei dj → vuole essere qualcosa di nuovo assemblando dei pezzi musicali già esistenti.

La riproduzione di un brano implica spesso la trasformazione dell’opera perché non è la stessa.

La musica lavorando sulle emozioni crea una situazione per far si che accada qualcosa → questo crea una

perdita di ricchezza → una minore percezione della realtà.

Oggi la musica ci evita di restare soli con noi stessi → che è la cosa che ci fa più paura.

Oggi la musica è ovunque e sempre.

A partire dagli anni ’60 in Europa, alcuni oggetti piacevoli esteticamente accessibili a tutti.

IKEA → rende il design (di serie B) accessibile a tutti → la possibilità di rendere l’arte maggiormente

democratica.

La dimensione estetica diventa sempre più importante nella fase delle nostre scelte.

La forma ricercata diventa elemento essenziale. 13

La noia è una delle dimensioni della vita e spesso il sentimento della creatività → vivere quindi la vita in

modo estetico significa vivere una realtà addomesticata, piacevole e godibile.

A tutti chiediamo di essere piacevoli → il rischio è quello di considerare tutta la nostra vita su questi

parametri → mettendo in scena la nostra vita e seguendo un copione e togliendo quegli elementi che non

fanno parte del copione.

Ciò si riflette anche in politica → estetizzazione della politica.

Che Guevara → una semplice immagine che piace ma che non ha più alcun significato politico → pubblicità

degli occhiali di Jean Paul Gaultier.

Il brand → è ciò che fa si che quando compriamo un prodotto non compriamo l’oggetto.

Ciò che fa la differenza è il logo → quando uno entra nell’ottica di una certa marca costruisce attorno ad

essa la propria identità.

Costruiscono la nostra vita in termini di consumo.

Rifiutare questa stereotipizzazione della vita → attraverso manovre di tipo estetico.

Non potendo trovare uno spazio al di fuori della pubblicità si sfruttano delle operazioni che vogliono

sovvertire la brandizzazione della vita.

Non si può attaccare frontalmente il sistema → quello che si può fare è quello di lavorarci all’interno.

Questo è un modo di lavorare dell’arte che è sempre più politica → anche se si tratta più di una citazione

della politica da parte dell’arte piuttosto che un impegno politico.

Inserirsi all’interno di qualcosa che già esiste → il prototipo ci viene da Duchamp che aveva messo i baffi

alla Gioconda.

Interventi politici che assumono delle forme artistiche → mettere in discussione gli stereotipi di genere →

quindi quelli maschili e femminili.

Operazioni di tipo politico che giocano in ambito di tipo estetico.

La forma prevale sulla sostanza → queste immagini hanno tutte la stessa forma → tutto scivola via.

Nell’immagine pubblicitaria di Coconuda non c’è più nulla della parte fastidiosa ed irritante del tema ma è

reso in qualche modo piacevole → si tratta di Anna Tatangelo con una lacrima disegnata alla Pierrot che

richiama una dimensione carnevalesca.

La pubblicità è fatta da due belli.

Quindi il tema della violenza sulle donne è stato ingabbiato per sfruttarlo a favore del brand Coconuda.

I discount si preparano a raccogliere i nuovi poveri → è una retrocessione nella scala gerarchica sociale.

Il discount si rende più simile ai supermercati (scaffali) e promette “lusso per tutti” → ciò che consumi ora è

lo stesso che consumavi prima, solo che lo paghi meno!

Il riconoscimento dell’altro avviene a livello di arte ma si preserva il disconoscimento a livello sociale e nella

quotidianità.

È un modo per tenere separatamente l’Africa bella e quella brutta.

C’è spesso una dissociazione → le due cose non vanno di pari passo.

“LA BIOGRAFIA CULTURALE DEGLI OGGETTI, LA MERCIFICAZIONE COME POSSESSO”

Di Kopytoff

Se noi trattiamo una cosa come se fosse una persona, esprimiamo giudizi morali in senso negativo →

feticismo.

Esempio: rapporto con gli animali → tendiamo a trattare alcuni animali come cose (ad esempio, quelli per

la carne che vediamo solo come bistecche) ed altri a personificare (come gli animali domestici).

Mercificazione → come processo sottolinea il fatto che nessun oggetto in se e per se è una merce ma tutti

in determinati casi possono diventarlo. 14

Kopytoff sposta l’attenzione da come l’oggetto merce viene visto da un’economista e come lo può vedere

l’antropologo.

L’essere merce non è una proprietà di alcune cose → il fatto che sia merce non è legato al fatto di essere

prodotto.

Sposta l’attenzione dalla produzione alla circolazione e consumo di determinati oggetti. Kopytoff si

concentra sulla circolazione ed il consumo → sono processi che fanno parte di un’economia morale →

fanno parte di un processo sociale e culturale collettivo.

La visione dell’antropologo è molto più ampia.

Si tratta di andare a vedere se e come un aggetto diventa merce → etnografia.

Gli oggetti sono inanimati, intercambiabili e possono quindi diventare merce. Le persone no perché sono

uniche.

Il denaro è una forma di facilitazione per gli scambi.

Alienare → significa separare da se stessi e trasformare in cose.

La schiavitù appare ai nostri occhi come la peggiore privazione della propria persona → le persone vengono

ridotte come schiavi.

Utilizziamo il termine schiavitù per descrivere una moltitudine di circostanze molto diverse tra loro.

Nonostante queste circostanze rappresentino una mercificazione delle persone → possono cambiare, nel

corso del tempo, il loro status.

Lo schiavo può riacquistare la propria libertà.

Nelle società africane, quella che noi definiamo come schiavitù, viene trattata dal punto di vista della

famiglia → la persona acquistata viene considerata come una sorta di figlio adottivo che vive in una

dipendenza filiale → vive una situazione familiare di tipo gerarchico. Possono, una volta raggiunta la

maturità, riconquistare la propria libertà oppure possono per tutta la vita vivere in una situazione di

dipendenza filiale.

Lo schiavo rimane sempre merce potenziale che si può realizzare rivendendo lo schiavo.

La distinzione tra oggetti e persone non vale sempre e dovunque → si può entrare ed uscire dallo status di

merce.

Si tratta di analizzare le biografie degli oggetti → ricostruire la storia delle persone e degli oggetti → si

tratta di mettere in relazione queste storie con dei modelli di vita ideale da realizzare.

Si tratta di volta in volta di non confondere i modelli ideali con la realtà → anche se essi sono connessi.

C’è una differenza tra come ci rappresentiamo in termini cognitivi e come ci comportiamo.

Diamo molta più importanza in termini di unicità (caratteristica delle persone) ad un oggetto specifico

piuttosto che nei confronti di una persona qualunque.

L’introduzione di un oggetto nel campo dell’arte, gli concede lo status di persona → capolavoro, opera

inimitabile → caratteristica della persona ben riuscita.

I processi di mercificazione sono presenti ovunque e sempre ma si distinguono in base ad un’economia

capitalistica o non capitalistica.

Ovunque gli esseri umani si scambiano beni e servizi.

Siamo diversi nel modo in cui ricolleghiamo questi processi di mercificazione alla vita sociale.

Nel capitalismo → c’è la tendenza a far diventare qualunque cosa una merce.

Una merce è un oggetto con un valore d’uso che può essere scambiata e nello scambio le parti hanno

l’impressione che ci sia una corrispondenza o meglio, una commensurabilità.

Resta un rapporto di equivalenza → ma non vuol dire che sia un rapporto paritario.

Il denaro facilita il confronto tra merci universali.

Nelle società capitalistiche, gli spazi della mercificazione sono sempre più ampi. Mentre, nelle altre società

la mercificazione ha dei confini, dei limiti. 15

Esiste lo scambio di beni, che non sono merci, e sono scambi di doni.

La differenza è che lo scambio di merci è concentrato sugli oggetti che sono scambiati.

In genere, non sono scambi uguali → ciò che si da non è uguale a ciò che si riceve.

Il dono in genere, nelle società tradizionali, non è qualcosa che si esaurisce nello scambio stesso.

Normalmente, lo scambio si conclude nello scambio monetario.

Proprio perché viviamo in un mondo fatto di merci, il dono lo vediamo come qualcosa di gratuito → non

dobbiamo aspettarci nulla in cambio.

In realtà, il dono genera degli obblighi (a differenza dello scambio mercantile) → sono molto estesi e

costrittivi.

Attraverso il dono segnalo un rapporto di tipo affettivo → attraverso esso allaccio e rafforzo un rapporto.

Il dono impegna qualcuno → proprio perché non c’è una contropartita immediata.

Il dono genera un rapporto più duraturo → senza un contratto scritto che prevede di ricevere

obbligatoriamente qualcosa.

Il dono è una dimensione di obbligo e rischio.

L’obbligo nel ricambiare non è fissato in termini quantitativi.

Kopytoff propone due situazioni ideali e polarizzate che non si verificano nella realtà.

Un polo è il sistema delle merci.

Al polo opposto abbiamo un de-mercificato.

La cultura è al servizio della mente.

Kopytoff afferma che gli esseri umani hanno un mondo davanti che cercano di comprendere attraverso dei

modelli concettuali → il mondo non appare immediatamente in ordine → quindi ritagli un ordine che è

diverso da cultura a cultura.

Alcune creano delle zone di omogeneità ed altre vengono distinte → al punto che non hanno dei rapporti

tra loro.

Possiamo distinguere dei grandi gruppi in cui le cose sono omogenee e quindi intercambiabili.

Nelle società in cui si fanno tante differenze ci sarà poco spazio per fare degli scambi mercificati.

Nelle società in cui ci sono poche differenze e quindi le cose sono più omogenee c’è più spazio per gli

scambi mercificati.

Entrambi questi tipi estremi non possono funzionare.

Non ci si può rapportare con il mondo se non si fanno differenze → poiché per rapportarmi con il resto del

mondo devo individuare delle differenze e metterle a confronto.

Quando parliamo di beni di prestigio → il loro valore è simbolico.

Il bene di prestigio ha un valore che eccede quello utilitario.

Il bene di prestigio serve a marcare il proprio status sociale → ha un valore comunicativo.

Tanti più schiavi hai (che siano pigri o lavoratori) accrescono il tuo prestigio.

La terza categoria → sfera dei diritti sulle persone.

Si possono scambiare i diritti sulle persone ma non scambiare le persone con i polli.

Queste sfere sono gerarchizzate moralmente.

La cultura è la spinta opposta all’inarrestabile processo di mercificazione.

La cultura lavora nell’altro senso → processo di mercificazione e creazione di cultura.

La cultura genera differenze mentre la mercificazione è ciò che annulla le diversità, omogeneizza → la

mercificazione porta a deculturazione.

Tanto più c’è mercificazione tanto più le diversità culturali si annullano → ma tanto più c’è cultura.

Tutto viene ridotto a calcoli di tipo quantitativo, viene valutato in termini di profitto.

L’economia finanziaria → guadagni sul capitale, soldi che producono potere sostanziale perché le decisioni

stanno altrove. 16

Quando dico che una cosa è sacra, la metto in un mondo intangibile → stabilisco una differenza attraverso

la costruzione di uno spazio sacrale. Uno dei modi in cui si costruisce il potere è la sacralità →

sacralizzazione dal basso e dall’alto → un modo per legittimare il potere.

I Re africani stabiliscono dei monopoli su alcuni oggetti che non sono disponibili a tutti → esempio, le pelli

di leopardo che sono simbolo di potere perché si pensava che di notte il Re si trasformasse in un leopardo.

La società europea governata dall’aristocrazia → cioè per linea diretta di sangue. Ma quando questo

sistema è entrato in crisi, i nobili hanno iniziato a vendere i loro titoli che venivano acquistati dalla

borghesia → le due sfere si sono fuse → ciò che non era vendibile è ora acquistabile.

L’opera d’arte ha un prezzo talmente altro che non possiamo dare una stima → ha un valore inestimabile

proprio perché è un’opera unica e non è rimpiazzabile.

L’arte moderna gli oggetti per essere distinti come opere che non hanno prezzo devono essere

periodicamente reinseriti nel mercato → dobbiamo, contrariamente, ricorrere al valore monetario.

Altrimenti pur avendo un valore molto altro verrebbe considerato come un oggetto qualunque → quindi

per essere sacralizzato ed essere visto come un oggetto culturale è quello di farlo uscire dal mondo delle

merci e portarlo nello spazio del museo. Ma se sta li per troppo tempo ci viene il dubbio che sia realmente

un’opera unica e irripetibile → quindi deve essere riproposto sul mercato e deve essergli attribuito un

prezzo.

Dopo di che, esce nuovamente dal mercato per rientrare nell’area sacra del museo.

IL COLLEZIONISMO COME FORMA CULTURALE

Il curatore di una mostra prende il contesto e fa in modo che gli oggetti della mostra vadano a comporre

una composizione o narrazione → fa in modo che quegli oggetti appaiano in un certo modo.

Bisogna quindi andare a vedere quelle tante persone che interagiscono tra loro per creare quella cosa

chiamata arte che non è individuale e privata ma anzi, è qualcosa di collettivo e di condiviso.

Fare una mostra avere un buget → un finanziamento.

Si tratta di andare a capire come è nato e come è stato reso possibile realizzarlo.

C’è il curatore dei cataloghi, i grafici e si cerca di dare un titolo alla mostra → una volta trovato il titolo si

cerca di dargli una visualizzazione grafica.

Fare una mostra significa avere una comunicazione → perché si vuole suscitare un coinvolgimento emotivo

nelle persone e attrarre gli spettatori per far vedere la mostra e possibilmente rientrare nelle spese della

mostra.

Fare una mostra significa proporsi degli obiettivi molto concreti.

La mostra “l’Africa delle meraviglie” → ha raggiunto l’obiettivo di 40.000 visitatori.

Questo vuol dire che si tratta di una mostra abbastanza di nicchia.

Le mostre che attraggono un gran numero di visitatori → sono quelle mostre che non rischiano, che non

sono particolarmente elaborate ed inseguono i gusti dei consumatori.

La grafica, l’immagine, i colori → nella è a caso, tutto è pensato e costruito per rivolgersi ad un certo

pubblico.

È rivolta ad un pubblico abbastanza raffinato, classico, che rifulge gli eccessi, un pubblico acculturato,

medio borghese → è tutto molto misurato, calibrato, patinato.

Il titolo squilla un po’ di più perché c’è questa idea della meraviglia → è ciò che lascia senza parole, a bocca

aperta.

Per coinvolgere le persone non gli si propongono dei concetti.

Intercetta un modo di vedere o di sentire che sono condivisi da un numero significativo di persone. 17

Si tratta di intercettare le aspettative, l’immaginario che gli italiani hanno sull’Africa → come noi vediamo

l’Africa.

Il tema su cui era costruita la mostra è → il modo in cui in Italia, attraverso le collezioni d’arte, si costruisce

un rapporto con l’Africa → i collezionisti svolgono una funzione di intermediari → costruiscono

un’immagine dell’Africa che è rappresentativa del modo di vedere l’arte africana da parte degli italiani.

L’Africa ci attrae proprio perché ci aspettiamo che ci stupisca, che ci sorprenda.

L’Africa per noi è sempre il territorio di ciò che è totalmente altro rispetto a noi.

È prevedibile che mi aspetti l’imprevedibile.

Se vado a vedere una mostra di arte africana è perché voglio vedere qualcosa di eccessivo, qualcosa che

non trovo qui, qualcosa di esotico.

C’è un’idea di Africa: Africa immaginata dagli italiani.

La prima cosa di cui dovevamo meravigliarci è il fatto che quegli oggetti stavano qui in Italia e non in Africa.

Video: prima sensazione “meraviglia” (non contemplativa, piacevole, godibile) → quindi smarrimento.

Il collezionismo è ossessivo (ripetizione a modo di disco rotto) → il video è piuttosto aggressivo con un

ritmo incalzante.

L’immagine della saracinesca finale → ti faccio vedere dove questi oggetti dopo la mostra ritornano!

Parte della vita di quegli oggetti è in Africa e parte in Italia.

Se la mostra è di arte africana dobbiamo anche chiederci da dove saltano fuori questi oggetti.

L’oggetto della locandina è molto sobrio, molto classico, misurato → un oggetto che corrisponde ad un

gusto particolare quando ci rivolgiamo all’arte africana vediamo una certa Africa, poi vi è un’altra Africa che

è quella delle miserie, delle malattie che non vediamo perché è l’Africa brutta.

Non è tutta l’Africa, è un pezzo!

Ma siccome gli oggetti provengono da collezioni italiane, ci raffiguriamo come vediamo L’africa, ma anche

come vediamo noi stessi → l’Italia ha un passato coloniale che è avvenuto proprio in Africa ma non

abbiamo memoria storica di questo passato coloniale.

Anche il nostro passato in Africa è fatto di torture, stermini, campi di concentramento → abbiamo un’idea

di noi stessi come “brava gente” → che ovunque noi siamo andati, tutto sommato ci siamo sempre

comportato bene.

Questo può avvenire solo perché abbiamo cancellato la nostra memoria storica riguardo le conquiste

coloniali.

Occuparsi solo di una persona e della sua collezione avrà un interesse circoscritto.

L’antropologia cerca di creare delle reti, per confrontare cose diverse.

Possiamo allargarci dal singolo collezionista al collezionismo italiano d’arte africana → collezionismo

internazionale d’arte africana → collezionismo esotico → collezionismo nella modernità occidentale →

collezionismo come attività umana trans culturale.

Collezionare significa costruire un rapporto con gli oggetti che è diverso dal rapporto che si ha con qualsiasi

altro oggetto → è un rapporto di possesso, esclusivo, di gelosie e di invidie.

Feticismo → proprio in generale delle religioni, soprattutto africane, si eleva in maniera errata una cosa

materiale a Dio → si scambia la parte per il tutto → c’è una sorta di deviazione dell’affetto che si concentra

su una cosa anziché un’altra.

Oltre la dimensione effettiva → le collezioni rappresentano un modo per costruire il sapere del mondo.

Come nel collezionismo scientifico non è assente la dimensione affettiva così anche nel collezionismo

privato non è assente il desiderio di conoscenza.

Quando parliamo di collezione parliamo della creazione di un ordine → e li dove c’è ordine c’è sapere.

La collezione si basa su quest’ordine ma allo stesso tempo sulla ricerca, sulla scoperta → manca sempre

qualcosa! 18

Il desiderio del collezionista è quello di arrivare fino in fondo, ma una volta arrivato, la collezione si svuota

di quel sentimento. Quindi il collezionista non vuole arrivare mai fino in fondo perché non vuole smettere

di collezionare.

Il cofanetto è la parte più importante e che fa la collezione → una volta che si ha il cofanetto sei agganciato

e sei dentro la collezione → devi riempire quel cofanetto altrimenti hai fallito!

Il collezionismo è diffuso e si trova dentro alla nostra cultura, ma è anche un prodotto culturale

programmato e pensato per vendere merci.

Il collezionista è anche colui che sacrifica i suoi risparmi in nome della collezione.

Gli oggetti della collezione sono oggetti che vengono sottratti al mondo delle merci per diventare un fine.

Qualunque collezionista in qualche modo adora la propria collezione → vede qualcosa che altri non vedono.

Rende quell’oggetto unico anche se un oggetto non è mai fino in fondo unico poiché è messo in relazione

ad altri oggetti che fanno parte della collezione → il suo valore è stabilito in base anche agli altri oggetti

della collezione.

Anche la casa può essere considerata come una mostra delle nostre collezioni (l’arredamento) poiché

siamo noi a stabilire che cosa entra e che cosa esce.

La collezione è un tentativo di rimanere in vita (molto spesso le collezioni vengono ereditate → molto

spesso non hanno solo un valore economico ma anche affettivo).

Molti prima di morire donano le loro collezioni ai musei in cambio che la sala espositiva sia a loro dedicata

(non è solo un gesto altruistico) → è un momento funebre a loro dedicato.

Nonostante la gente continui a nascere e morire, abbiamo comunque un senso di continuità → una cultura

che passa da una generazione all’altra → questa continuità temporale è dovuta alle collezioni.

Non sono i collezionisti a possedere gli oggetti ma gli oggetti a possedere loro → loro sono solo i custodi.

Gli oggetti possono possederci perché li pensiamo come vivi.

Questo significa che in alcune culture questa cosa viene pensata in altre viene negata ma in realtà fa

comunque parte di noi.

L’idea del costruire sta nel concetto che gli oggetti ci sopravvivono e quindi il nostra possesso è solo

momentaneo.

Il dirsi custode è un modo per nobilitare la propria funzione (si cerca di conservare, preservare una cultura

che sta scomparendo) → è un modo per difendersi dalle accuse che gli vengono rivolte riguardo al fatto che

questi collezionisti contribuiscono ad un mercato illecito → poiché si tratta in genere, di oggetti rubati,

trafugati → portando alcune culture e religioni all’estinzione.

MERCATO DELL’ARTE CONTEMPORANEA

Le modalità con cui questi oggetti possono arrivare in Occidente sono piuttosto oscure → questo viene

criticato perché possono essere segni di disgregazione di determinate culture anziché un modo per

preservare.

Proteggere il valore artistico, affettivo dell’oggetto significa lasciare da parte quell’altra dimensione.

Plattner → sceglie St. Louis (città di provincia degli Stati Uniti) anche New York (centro del mercato

mondiale e centro degli Stati Uniti).

Scegli St. Louis perché l’antropologia parte dall’assunto che per capire certi meccanismi è meglio partire

dalla “periferia” → un ambiente circoscritto e ben identificato.

Il mercato dell’arte → «un mercato in cui i produttori non hanno come primo scopo la vendita, dove gli

acquirenti spesso non hanno idea del valore di ciò che comprano e dove i mercanti esigono il pagamento

per cose che non hanno mai visto e da compratori che non hanno mai incontrato. Benvenuti nel mercato

dell’arte contemporanea!» 19

Partendo da una situazione molto particolare e circoscritta escono fuori delle questioni generali sul posto

che l’economia occupa nella nostra società ed il rapporto tra l’economia ed il mercato dell’arte.

Il mercato dell’arte di New York è un mercato internazionale mentre quello di St. Louis non attira persone

da fuori ma solo gli interessati del posto.

Il guadagno non è detto che deve essere percepito in termini di soldi.

La stessa economia ad un maggiore rischio è connesso un calcolo → maggiore guadagno.

L’antropologo non da un giudizio alla qualità dell’arte ma va a vedere cosa ne pensa chi fa parte di quel

mondo → va a vedere quell’oggetto che è socialmente rilevante.

Gli oggetti hanno una storia → all’inizio sono una cosa, poi diventeranno altro oppure verranno dimenticati

per sempre.

Una volta appurato che c’è questo gruppo di artisti riconosciuti → di questi 800 solo 40 hanno esposto fuori

città le loro opere e solo 5 sono riusciti ad esporre a New York → solo una piccola parte di loro riesce a

vivere con l’arte.

Bisogna capire se l’opera vale quanto costa.

Fare l’artista da un certo punto di vista può essere considerato un lavoro come un altro → in realtà, molti

artisti insistono a fare arte nonostante ci rimettano (una situazione di estrema precarietà → quindi dal

punto di vista razionale è quello di cambiare mestiere perché ciò non ti fa guadagnare).

Ma la motivazione è un’altra, quella di affermarsi nella propria arte → affermare la propria identità

personale → ed essere riconosciuti come artisti.

Intorno all’arte ci sono grandi investimenti → molte risorse nazionali vengono investite in questo buco nero

che è l’arte senza sapere se quell’arte un giorno verrà riconosciuta.

Quella merce funziona diversamente rispetto alle altre merci → sono oggetti attraverso cui un’elite di

persone costruiscono la propria identità personale e si distinguono → sono oggetti che fanno la differenza.

Anche tra chi ha tanti soldi si distingue un gruppo superiore ed un gruppo che ha tanti soldi ma non

capiscono nulla di arte.

L’arte vale proprio per la sua intimità → l’arte vale perché ci sono persone che possono “buttare” via i loro

soldi per cose che non hanno nessun valore d’uso.

L’arte non serve a nulla ma nobilita l’umanità.

Questa dimensione intima dell’arte ha un significato concreto → serve a concretizzare, consolidare una

forma di potere.

Potlatch → avevano accumulato grandi quantità di ricchezze che furono pubblicamente dissipate in feste.

È un gioco competitivo tra persone che appartengono ad un’elite e che si sfidano per ottenere una vittoria

simbolica → ciò che ottengono non è un guadagno economico (o almeno non nell’immediato) ma

ottengono un prestigio sociale.

Il valore d’uso si imprime nel consumo.

Il quadro non viene consumato → quando si acquista si ha una trasmutazione, una trasformazione (il loro

valore non sta nel materiale ma nel loro significato) → assumono un significato.

Il valore anche monetario dell’opera sta nel significato che assume.

Tutto questo ci contrappone a ciò che dice Kopytoff .

Lusso → qualcosa che è per pochi.

Esempio, i diamanti valgono perché sono diventati segno di lusso non perché valgano in se.

Quello che noi chiamiamo arte è solo in parte merito dell’artista ma a fare l’arte sono anche le persone che

vi stanno attorno.

L’opera d’arte è sempre qualcosa di economico ma sta dentro l’economia del significato e quel significato

ha un valore mercantile. 20


PAGINE

27

PESO

587.86 KB

AUTORE

rosea

PUBBLICATO

5 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e management per arte, cultura e comunicazione
SSD:
Docente: Bargna Ivan
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rosea di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia Culturale e dello Sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bocconi - Unibocconi o del prof Bargna Ivan.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in economia e management per arte, cultura e comunicazione

Elementi di antropologia culturale
Appunto
Riassunto "Che cos'e l'arte" di Lev Tolstoj
Appunto
Estetica, in preparazione all'esame
Appunto
Antropologia culturale
Appunto