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Appunti di Anatomia Umana

Appunti di Anatomia Umana su apparato cardiocircolatorio, apparato digerente, ghiandole annesse al tubo digerente, sistema endocrino, apparato genitale femminile, apparato escretore e iuxtaglomerulare, apparato respiratorio, colonna vertebrale; cenni su sistema nervoso e neurulazione. Appunti sufficienti per superare l'esame di Anatomia Umana del modulo di Anatomia e Istologia di Scienze Infermieristiche. Vedi di più

Esame di Anatomia e istologia docente Prof. R. Ruffoli

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enzimi che presiedono al metabolismo energetico (interferiscono con la fosforilazione ossidativa

impedendo ad AMP ed ADP di essere convertiti in ATP; l'energia sottratta a tale reazione viene emessa

sotto forma di calore, da cui i sintomi di eccessivo calore o freddo tipici rispettivamente di ipertiroidismo e

ipotiroidismo).

Il controllo della velocità di rilascio degli ormoni tiroidei avviene principalmente attraverso la

concentrazione di TSH ipofisario nella circolazione sanguigna. Sotto l’influenza del fattore di regolazione

TRH rilasciato dall’ipotalamo, l’adenoipofisi rilascia il TSH. I tireociti rispondono allo stimolo ormonale

rimuovendo per endocitosi la tireoglobulina dal lume del follicolo.

Tra i tireociti che rivestono i follicoli vi sono cellule endocrine che, pur poggiando sulla lamina basale, non

raggiungono il lume follicolare. Tali cellule, dette cellule C o parafollicolari sono responsabili della

produzione di calcitonina (CT), ormone ipocalcemizzante che controlla la concentrazione di calcio nei fluidi

corporei e stimola l’accrescimento delle ossa e la deposizione di minerali nello scheletro. La calcitonina

abbassa la concentrazione di calcio ematico tramite inibizione degli osteoclasti e stimolazione

dell’escrezione di calcio da parte del rene. Azione antagonista alla calcitonina è svolta dal paratormone

(PTH), secreto dalle ghiandole paratiroidi.

Le ghiandole paratiroidi sono quattro piccole ghiandole endocrine poste nella superficie posteriore dei lobi

della tiroide, cui sono connessi per mezzo della capsula tiroidea. L ghiandole paratiroidi sono formate da

due tipi di cellule, le cellule principali, responsabili della secrezione di PTH, e le cellule ossifile e di

transizione, considerate inattive o cellule principali immature. Le cellule principali, come le cellule

parafollicolari, controllano la concentrazione ematica di ioni calcio. Il paratormone stimola l’azione di

osteoclasti ed osteoblasti, e riduce l’escrezione urinaria di calcio. Il paratormone stimola inoltre la

produzione di calcitriolo, un ormone renale che favorisce l’assorbimento di calcio a livello intestinale.

GHIANDOLE SURRENALI

Le ghiandole surrenali sono formazioni piramidali (forma a “berretto frigio”) retroperitoneali poste sul polo

superiore di ciascun rene, circondate da una capsula fibrosa densa. Da un punto di vista anatomico-

funzionale, ogni ghiandola surrenale può essere suddivisa in due regioni, la corticale esterna o adrenal

cortex, e la midollare interna o adrenal medulla.

La regione corticale delle ghiandole surrenali produce un gruppo di ormoni steroidei chiamati steroidi

corticosurrenalici o corticosteroidi. Nell’ambito della regione corticale si possono individuare tre diverse

zone, dall’esterno verso l’interno: la zona glomerulare, fascicolata e reticolare.

La zona glomerulare, così chiamata per l’aspetto compatto a gomitolo delle cellule che la formano, secerne

mineralcorticoidi (MC),ormoni steroidei responsabili del controllo della composizione elettrolitica dei fluidi

corporei. Tra questi, il principale è l’aldosterone, che agisce sui reni incrementando il riassorbimento di

acqua e di sodio, soprattutto in presenza di ADH, e l’eliminazione urinaria di potassio.

La zona fascicolata, che prende il nome dalla disposizione delle cellule in cordoni ordinati, secerne

glucocorticoidi (GC), regolatori del metabolismo del glucosio, la cui secrezione è stimolata dall’ormone

ACTH (adrenocorticotropo) adenoipofisario. I principali glucocorticoidi sono il corticosterone e il cortisolo,

che viene successivamente convertito in cortisone grazie all’azione del fegato. Tali ormoni favoriscono l

rilascio di amminoacidi dalla muscolatura scheletrica e di lipidi dal tessuto adiposo, incentivano la sintesi di

glucosio e di glicogeno, specialmente a livello epatico, favoriscono l’utilizzo di lipidi dai tessuti periferici e

riducono le risposte infiammatorie e immunitarie.

La zona reticolare, nella quale le cellule formano un reticolo ripiegato e ramificato, riccamente

vascolarizzato da capillari, secerne androgeni. Gli androgeni surrenalici stimolano lo sviluppo dei peli pubici

prima della pubertà. Mentre nei maschi adulti non hanno un ruolo importante, poiché la maggior parte di

androgeni è prodotta dai testicoli, nelle femmine adulte gli androgeni surrenalici promuovono lo sviluppo

della massa muscolare, stimolano la formazione delle cellule del sangue e sostengono la libido.

La regione midollare del surrene è formata da cellule cromaffini, cellule neuroendocrine la cui secrezione

non è controllata dalla regolazione ormonale ipofisaria. Le cellule cromaffini sono raggiunte da fibre

simpatiche pregangliari provenienti dal SNC mediante sinapsi diretta. Le cellule cromaffini secernono

principalmente adrenalina (epinefrina) e noradrenalina (norepinefrina), ormoni che prendono il nome di

catecolamine. Le catecolamine agiscono promuovendo l’utilizzo dell’energia cellulare e la mobilizzazione

delle riserve energetiche. Gli effetti provocati da adrenalina e noradrenalina sono l’accelerazione del battito

cardiaco, l’aumento della pressione sanguigna e della glicogenesi epatica (con conseguente aumento della

glicemia), e il rilascio di lipidi da parte del tessuto adiposo.

APPARATO GENITALE FEMMINILE

L’apparato genitale femminile ha il compito di produrre gameti funzionali e di fornire le condizioni

necessarie allo sviluppo e al nutrimento dell’embrione e del feto. Le principali strutture dell’apparato

genitale femminile sono le ovaie, organi che producono e rilasciano i gameti. Quest’ultimi, una volta

abbandonate le ovaie, viaggiano lungo le tube uterine, dove può avvenire la fecondazione, e da qui

raggiungere infine l’utero. L’utero si apre nella vagina, il cui orifizio esterno è circondato dagli organi

genitali esterni. OVAIE

Le ovaie sono piccoli organi pari di forma ovalare appiattita localizzati nella cavità pelvica, in prossimità

delle sue pareti laterali. Le ovaie sono ghiandole endocrine vascolarizzate da arterie pari dell’aorta

addominale, le arterie ovariche. Come le ghiandole surrenali, presentano una regione esterna, chiamata

corticale, e una più interna e più piccola, detta midollare.

L’ovogenesi, la produzione di gameti femminili, è un processo che ha inizio prima della nascita, che resta

silente fino alla pubertà e che ha termine con la menopausa. A partire dalla pubertà, l’ovogenesi si svolge

ciclicamente ogni mese ed è parte del ciclo ovarico. Lo sviluppo dei gameti avviene all’interno di formazioni

specializzate dette follicoli ovarici, che coesistono tutte già dalla nascita, ma a diversa stadiazione. Dunque,

già dalla nascita nelle due ovaie sono presenti circa due milioni di follicoli primordiali, che si riducono alla

pubertà a circa quattrocentomila, mentre gli altri vanno incontro ad un processo degenerativo chiamato

atresia dei follicoli.

Ogni ovocita primario è circondato da uno strato di epitelio follicolare pavimentoso, con il quale costituisce

il follicolo ovarico primordiale. Il follicolo ovarico primordiale è la forma primitiva dell’ovocita.

Alla pubertà, l’aumentata concentrazione dell’ormone follicolo-stimolante FSH adenoipofisario, da avvio al

ciclo ovarico e, da allora in poi, ogni mese alcuni follicoli primordiali vengono stimolati a proseguire il loro

processo maturativo.

Il ciclo ovarico, che si divide in fase estrogenica e progestinica, inizia con l’attivazione dei follicoli

primordiali, che maturano a follicoli primari a seguito dello stimolo di natura ipofisaria: le cellule follicolari

diventano più grandi e l’epitelio che forma le pareti del follicolo, a circondare l’ovocita, diviene

pluristratificato. Le cellule che formano l’epitelio follicolare forniscono continuamente all’ovocita in via di

sviluppo i nutrienti necessari, e sono chiamate cellule della granulosa. Le cellule della granulosa secernono

inoltre, insieme alle cellule tecali, estrogeni e progesterone. Man mano che le cellule follicolari si

accrescono e si moltiplicano, le cellule adiacenti dello stroma ovarico formano un doppio strato di cellule

definite tecali (cellule della teca interna ed esterna).le cellule della teca interna sono responsabili della

produzione di androgeni, precursori degli estrogeni, ormoni steroidei. Gli estrogeni svolgono importanti

funzioni, come la stimolazione dell’accrescimento osseo e muscolare, il mantenimento dei caratteri sessuali

secondari femminili, il controllo dei comportamenti sessuali, il mantenimento della funzionalità degli organi

genitali e il controllo della riparazione e della crescita della mucosa interna.

Quando lo spessore della parete aumenta le cellule follicolari più profonde iniziano a produrre piccole

quantità di liquido follicolare (liquor folliculi), che si accumula all’interno di piccole cavità. A questo stadio il

complesso è definito follicolo secondario.

Circa dieci giorni dopo l’inizio del ciclo ovarico, le ovaie contengono un solo follicolo secondario destinato a

proseguire il suo sviluppo. Dal decimo al quattordicesimo giorno avviene la maturazione a follicolo terziario,

o follicolo ovarico maturo, o di Graaf. In questo stadio, per la confluenza degli spazi contenenti liquor

folliculi, si forma una cavità definita antro follicolare. Nel follicolo di Graaf l’ovocita occupa una posizione

eccentrica, in prossimità della parete del follicolo, ed è circondato da un gruppo di cellule della granulosa,

che prende il nome di cumulo ooforo.

Fino a questo momento, l’ovocita primario si trovava bloccato nella profase della prima divisione meiotica.

Adesso la prima divisione meiotica si completa, ma il citoplasma dell’ovocita primario non viene equamente

distribuito: dall’ovocita primario si formano un ovocita secondario e un piccolo globulo polare inattivo.

L’ovocita secondario prosegue fino alla metafase II della divisione meiotica, che non viene completata fino

al momento della fecondazione. Anche a seguito della seconda divisione meiotica si formeranno una cellula

uovo e un globulo polare.

L’ovulazione, ovvero il rilascio del gamete femminile da parte dell’ovaio, ha luogo attorno al

quattordicesimo giorno, quando il follicolo di Graaf ha raggiunto la piena maturazione, presentando

aspetto cistico. Le sue dimensioni sono tali da determinare una sporgenza sulla superficie dell’ovaio detta

stigma, a livello della quale il follicolo si rompe. Tale rottura avviene mediante lisi enzimatica delle cellule

follicolari in corrispondenza del punto in cui il follicolo si rende evidente sulla superficie dell’ovaio, e

consente l’espulsione (ovulazione) dell’ovocita e del cumulo ooforo nella cavità peritoneale. Il liquor

folliculi favorisce la fuoriuscita dal follicolo dell’ovocita; quest’ultimo viene poi spinto nella tuba uterina, o

per contatto diretto con quest’ultima o mediante la corrente del liquor stesso. L’ovulazione è provocata da

un improvviso aumento della concentrazione dell’ormone LH, scatenato dal picco di estrogeni secreti dal

follicolo maturo; il livello di estrogeni rappresenta il target per il feedback ipofisario necessario per il rilascio

di ormone luteinizzante, che viene secreto solo in caso di alte concentrazioni di estrogeni.

Il follicolo che ha espulso l’ovocita inizia a collassare, e le rimanenti cellule follicolari invadono l’area

precedentemente occupata dall’ovocita e, sotto l’effetto dell’ormone LH, proliferano, e il follicolo diventa

corpo luteo, un organo endocrino a breve vita. Il corpo luteo è responsabile della secrezione di estrogeni e

di ormoni progestinici, dei quali il principale è il progesterone. La sua funzione primaria è quella di

continuare la preparazione dell’utero per la gravidanza. Se la fecondazione non avviene, il corpo luteo inizia

a degenerare dopo circa dodici giorni dall’ovulazione, e ciò comporta un crollo di estrogeni e progesterone.

Tale crollo ormonale richiama la secrezione ipotalamica dell’ormone stimolante il rilascio di gonadotropine,

che stimola la secrezione ipofisaria di FSH e LH, dando inizio ad un nuovo ciclo ovarico.

TUBE UTERINE O DI FALLOPPIO

Le tube di Falloppio, o salpingi, sono organi peritoneali pari e simmetrici che collegano l’ovaio alla cavità

uterina. Sono condotti muscolari cavi nei quali si riconoscono quattro regioni: l’infundibolo, l’ampolla,

l’istmo e la parte uterina o intramurale. L’infundibolo è l’estremità prossima all’ovaio che forma un imbuto

espanso, o infundibolo, con numerose proiezioni digitiformi chiamate fimbrie, che si estendono nella cavità

pelvica. L’ampolla è la porzione intermedia della tuba uterina, e il luogo in cui avviene la fecondazione;

termina con l’istmo, un breve segmento adiacente alla parete uterina. La regione intramurale è il tratto che

attraversa la parete uterina aprendosi nella cavità uterina.

Le tube uterine sono rivestite da epitelio batiprismatico semplice ciliato e la mucosa è circondata da strati

concentrici di muscolatura liscia. Il trasporto dell’ovocita secondario lungo la tuba uterina avviene per

l’azione sinergica delle contrazioni peristaltiche muscolari e dei movimenti delle ciglia delle cellule epiteliali.

Per passare dall’infundibolo all’utero, l’ovocita impiega circa 4 giorni. Gli ovociti non fecondati degenerano

nell’istmo o nella zona intramurale, oppure una volta raggiunto l’utero.

L’UTERO

L’utero è un organo impari della piccola pelvi, interposto tra la vescica, localizzata anteriormente, e

l’intestino retto. È l’organo della gestazione, rivestito in gran parte dal peritoneo. Ha aspetto piriforme e

presenta una faccia anteriore, che poggia sulla vescica ed è scarsamente rivestita da peritoneo, e una

posteriore, che risulta invece maggiormente avvolta dal foglietto viscerale del peritoneo. Rivestendo

l’utero, il peritoneo forma due cavi: il cavo vescico-uterino e il cavo retto-uterino, o cavo del Douglas. Il

cavo del Douglas è la parte più declive della cavità peritoneale, pertanto ha un’importante rilevanza clinica.

Si tratta infatti del sito in cui tendono a raccogliersi fluidi ed essudati frutto di versamenti all’interno

dell’intera cavità peritoneale. Nell’uomo, dove il peritoneo si riflette tra la vescica ed il retto, la parte più

declive della cavità peritoneale è rappresentata dal cavo retto-vescicale.

Nell’utero si possono individuare tre regioni: il collo, il corpo ed il fondo. Il collo dell’utero, o cervice

uterina, è la porzione inferiore dell’utero che sporge in cavità vaginale delimitando la fornice vaginale. È la

regione più stretta dell’organo ed è separata dal corpo dell’utero mediante un restringimento chiamato

istmo uterino. Il corpo dell’utero è la porzione intermedia dell’organo, nonché la più voluminosa. Il fondo è

la porzione arrotondata del corpo, situata superiormente ai punti di ingresso delle tube uterine nell’utero.

La parete uterina è costituita da uno strato muscolare esterno, il miometrio, e da una tonaca mucosa

interna, l’endometrio, particolarmente suscettibile agli stimoli ormonali. Il miometrio è responsabile delle

contrazioni per l’espulsione di mucosa uterina o, in caso di gravidanza, del neonato. La membrana sierosa

che riveste il miometrio in prossimità delle due facce anteriore e posteriore e del fondo dell’utero è

chiamata perimetrio, e si trova in continuità con il rivestimento peritoneale. Nella tonaca mucosa della

cervice uterina sono presenti cellule mucipare. Il muco che riempie il collo dell’utero impedisce ai batteri

che si trovano in vagina il passaggio nel canale cervicale. Con l’avvicinarsi dell’ovulazione la consistenza del

muco cambia, diventando meno denso, in modo da consentire il passaggio agli spermatozoi ed aumentare

la possibilità di fecondazione.

L’endometrio è formato da uno strato basale esterno, adiacente al miometrio, e da uno strato funzionale

interno, che affaccia alla cavità uterina. All’interno del miometrio, rami provenienti dalle arterie uterine, le

arterie arcuate, vanno a circondare l’endometrio. Da tali arterie originano le arterie radiali, dalle quali

originano a loro volta le arterie rette, che vascolarizzano lo strato basale dell’endometrio. Dalle arterie

radiali originano inoltre arterie spirali o spiraliformi, soggette agli stimoli ormonali e destinate ad irrorare lo

strato funzionale. Sulla superficie endometriale si aprono le numerose ghiandole uterine, estese fino allo

strato basale. Mentre la struttura dello strato basale resta relativamente costante nel tempo, quella dello

strato funzionale va incontro a variazioni cicliche in risposta ai livelli di ormoni sessuali. Tali alterazioni

determinano le peculiari caratteristiche istologiche del ciclo uterino.

Il ciclo uterino, o ciclo mestruale, ha durata media di 28 giorni e può essere suddiviso in tre fasi:

proliferativa, secretiva, mestruale. Le diverse fasi si susseguono in risposta agli ormoni implicati nella

regolazione del ciclo ovarico. Ciclo ovarico e ciclo uterino non sono la stessa cosa; il primo si divide in fase

estrogenica e in fase progestinica e influenza il secondo in base alla secrezione ormonale.

La fase proliferativa ha inizio nei giorni successivi alla fine della fase mestruale. Lo strato funzionale

dell’endometrio prolifera nel momento in cui i follicoli primari e secondari aumentano di dimensioni; la

rigenerazione è stimolata e sostenuta dagli estrogeni secreti dai follicoli in via di sviluppo. La rigenerazione

dell’endometrio termina nel momento dell’ovulazione, quando lo strato funzionale ha acquisito uno

spessore di parecchi millimetri.

La fase secretiva succede la fase proliferativa, e perdura dal momento dell’ovulazione fino al ventottesimo

giorno. Durante questa fase, sotto la stimolazione di estrogeni e progestinici prodotti dal corpo luteo, le

ghiandole endometriali si dilatano ed elaborano un muco ricco di glicogeno, necessario per la prima

nutrizione del feto, mentre le arterie spiraliformi completano il loro sviluppo attraverso lo strato funzionale.

Quest’ultime, in caso di gravidanza, saranno necessarie per il trofismo del feto durante i primi mesi. L’utero

è pronto, durante la fase secretiva, ad accogliere la blastocisti nella mucosa uterina (annidamento).

L’ultima fase del ciclo uterino, quella mestruale, segue la fase secretiva solo nel caso in cui non si verifichi

annidamento. Il destino dello strato funzionale dipende strettamente da quello del corpo luteo: se

quest’ultimo degenera (sintomo di mancato annidamento, si parla di corpo luteo mestruale) si ha la

conseguente degenerazione dello strato funzionale, mentre se non degenera (sintomo di avvenuto

annidamento) non si avrà la fase mestruale.

Come visto in precedenza, il progesterone, prodotto dal corpo luteo, favorisce lo sviluppo dello strato

funzionale dell’endometrio. Quando i livelli di progesterone raggiungono un certo valore soglia, la

produzione di ormone luteinizzante LH ipofisaria viene interrotta e il corpo luteo va incontro a luteolisi. Con

la luteolisi si ha un calo drastico dei livelli di progesterone, che provoca un iniziale spasmo della

muscolatura uterina, con conseguente ostruzione delle arterie spiraliformi e successiva necrosi dello strato

funzionale dell’endometrio. Un secondo spasmo, unito al sangue che fuoriesce dallo strato basale, causa lo

sfaldamento della mucosa e l’espulsione del tessuto morto. La luteolisi è un processo di degenerazione

programmata che può essere interrotto solo grazie alla presenza di gonadotropine corioniche, che è

sintomo di avvenuto annidamento. Le gonadotropine corioniche, prodotte dalle cellule del corion

embrionale, provvedono al mantenimento del corpo luteo, che continua a produrre estrogeni e soprattutto

progesterone nella prima parte della gravidanza, fino alla comparsa della placenta definitiva. Il

progesterone e gli estrogeni sostengono l’anatomia dello strato funzionale dell’utero e hanno effetto

inibitorio su ipotalamo e ipofisi, poiché una concentrazione di tali ormoni al di sopra di un certo valore

soglia reprima a produzione di FSH e LH, impedendo la maturazione di altri follicoli durante la gravidanza.

Per menarca si intende il primo ciclo uterino, che si manifesta al momento della pubertà. Il termine

menopausa sta invece ad indicare il momento in cui si manifesta l’ultimo ciclo uterino. Durante il periodo

fertile, la regolare cadenza dei cicli uterini può essere interrotta solo da circostanze insolite quali malattie,

stress, inedia (riduzione nell'apporto di vitamine, nutrienti e in generale di energia all'organismo umano),

oltre naturalmente alla gravidanza. In genere, cicli irregolari sono caratteristici dei primi due anni dopo il

menarca, e degli ultimi due anni prima della menopausa. Si chiama infine puerperio il periodo post-parto,

necessario alla donna per tornare allo stato pre-gravidico. Il parto è definito eutocico se avviene

spontaneamente, altrimenti è detto distocico.

Si parla di endometriosi quando si verifica sviluppo di tessuto endometriale al di fuori dell’utero. È invece

definita dismenorrea una mestruazione dolorosa dovuta all’infiammazione e alle contrazioni dell’utero,

oppure a condizioni che interessano le strutture pelviche adiacenti.

VAGINA E ORGANI GENITALI ESTERNI FEMMINILI

La vagina è un condotto muscolo-mucoso elastico che si estende dal collo dell’utero al vestibolo, uno spazio

delimitato dai genitali esterni femminili. All’estremità prossimale della vagina il collo dell’utero si proietta

nel canale vaginale; il recesso poco profondo che circonda questa porzione di cervice viene chiamato

fornice vaginale. La vagina decorre parallelamente all’intestino retto, con il quale si trova posteriormente a

stretto contatto. Anteriormente è l’uretra a decorrere lungo la parete della vagina, nel tratto che va dalla

vescica urinaria alla sua apertura nel vestibolo. La vascolarizzazione della vagina avviene mediante i rami

vaginali delle arterie e delle vene iliache interne. La vagina svolge tre funzioni principali: funge da via di

smaltimento del flusso mestruale, riceve il pene durante l’accoppiamento e gli spermatozoi diretti all’utero

e rappresenta l’ultimo tratto del canale del parto, attraverso il quale passa il feto durante il parto. Vagina e

vestibolo sono separati per mezzo di una piega elastica di tessuto epiteliale, l’imene, che può bloccare

parzialmente o per intero l’ingresso in vagina.

La regione che comprende gli organi genitali esterni femminili è chiamata vulva, o pudendo. La vagina si

apre nel vestibolo, uno spazio centrale delimitato dalle piccole labbra, due pieghe rivestite da cute sottile

priva di peli. Anche l’uretra termina a livello del vestibolo, ma anteriormente rispetto all’orifizio vaginale.

Nei pressi dell’orifizio uretrale esterno si aprono nell’uretra le ghiandole di Skene. Anteriormente all’orifizio

uretrale si proietta nel vestibolo il clitoride, che in seguito ad eccitazione sessuale si inturgidisce

richiamando a sé grandi quantità di sangue. La superficie libera del vestibolo è umettata dalla secrezione di

un numero variabile di ghiandole vestibolari minori. In seguito ad eccitazione sessuale le ghiandole del

Bartolino riversano tramite due dotti le loro secrezioni nel vestibolo, nei pressi dei margini posterolaterali

dell’orifizio vaginale. I limiti esterni della vulva sono delimitati dal monte di Venere e dalle grandi labbra. Il

monte di Venere è una sporgenza dovuta al tessuto adiposo sottocutaneo che si trova anteriormente alla

sinfisi pubica, mentre le grandi labbra, carnose, contengono tessuto adiposo e circondano le piccole labbra

e le formazioni del vestibolo. La superficie esterna delle grandi labbra e del monte di Venere è ricoperta da

peli ruvidi, mentre la superficie interna è glabra.

APPARATO ESCETORE

L’apparato urinario comprende i reni, gli ureteri, la vescica urinaria e l’uretra. La funzione escretoria è

svolta dal rene, organo pari che produce l’urina. L’urina che esce dai reni viaggia attraverso le vie urinari,

costituite dai due ureteri, fino a giungere alla vescica urinaria, dove viene temporaneamente accumulata.

Durante la minzione, la contrazione della tonaca muscolare della vescica spinge l’urina all’esterno del corpo

tramite l’uretra.

Le funzioni svolte dai reni, organi principali dell’apparato escretore, sono molteplici. I reni: regolano la

concentrazione plasmatica di sodio, potassio, cloruro, calcio e di altri ioni tramite il controllo della loro

eliminazione con le urine, regolano il volume e la pressione del sangue mediante la modulazione del

volume di acqua persa con le urine, il rilascio di eritropoietina e il rilascio di renina, stabilizzano il pH

ematico, conservano le sostanze nutritizie utile prevenendone l’escrezione urinaria, eliminano i rifiuti

organici, soprattutto azotati, le sostanze tossiche e i farmaci, sintetizzano calcitriolo, che stimola

l’assorbimento degli ioni calcio da parte dell’epitelio intestinale, e cooperano con il fegato per la

detossificazione dei veleni e, durante il digiuno, per la deaminazione degli amminoacidi in modo tale che

altri tessuti possano demolirli. IL RENE

Il rene è un organo pari addominale, localizzato tra la dodicesima vertebra toracica T12 e la terza vertebra

lombare L3, al di sotto dell’undicesima costa. Il lobo superiore del rene di destra è posto più in basso

rispetto a quello del rene sinistro a causa delle dimensioni del fegato, sul quale è osservabile l’impronta

renale. Il rene è un organo retroperitoneale, compreso tra i muscoli del dorso e il peritoneo parietale. La

posizione del rene all’interno della cavità addominale viene mantenuta dal rapporto con gli organi vicini e

dal tessuto connettivo di sostegno. Il rene è infatti protetto e stabilizzato da tre strati concentrici di tessuto

connettivo: la capsula fibrosa o renale, il grasso perirenale o capsula adiposa, e la fascia renale. La capsula

renale, formata da fibre collagene, avvolge la superficie esterna del rene e fornisce protezione meccanica.

La capsula adiposa, interposta tra la capsula renale e la fascia renale, è formata da uno spesso strato di

tessuto adiposo, che fornisce protezione contro scosse e traumi quotidiani. La fascia renale, formata da

tessuto connettivo denso, ancora il rene alle strutture circostanti. Una ptosi (abbassamento) renale può

essere l’effetto dovuto ad un dimagrimento eccessivo, che può alterare la struttura della capsula adiposa.

Il rene è formato da un lobo superiore e da un lobo inferiore, e presenta, sul lato mediale, una

depressione, l’ilo renale, che rappresenta il punto di ingresso per l’arteria renale e di uscita per la vena

renale e l’uretere. A livello dell’ilo, la capsula renale si invagina a rivestire il seno renale, una cavità interna

al rene. La superficie interna del rene comprende una zona corticale, una midollare e il seno renale. La

corticale renale corrisponde alla porzione più esterna del rene, a contatto con la capsula renale, e ha un

aspetto granulare, mentre la midollare renale si trova internamente alla corticale ed è di colore più scuro

ad aspetto striato. La midollare renale è organizzata in strutture dette piramidi renali o di Malpighi, che

sono disposte con la base rivolta verso la corticale renale e il vertice superiore, o papilla renale, verso il

seno renale. Le piramidi adiacenti sono separate da bande di parenchima corticale dette colonne renali o di

Bertin. Le papille renali, che presentano piccolissime aperture corrispondenti agli sbocchi dei dotti

collettori, sporgono nei calici minori, un’area a forma di coppa dove riversano l’urina prodotta. Più calici

minori convergono a formare i calici maggiori, che confluiscono nella pelvi renale, un’ampia camera che

occupa quasi interamente il seno renale e che raccoglie tutta l’urina prodotta dal rene. Dalle pelvi renali

staccano gli ureteri, che confluiscono nella vescica.

Il rene è vascolarizzato dall’arteria renale, ramo dell’aorta addominale che origina nei pressi dell’arteria

mesenterica superiore, da cui originano a livello del seno renale, le arterie segmentali. Dalle arterie

segmentali staccano le arterie interlobari, che si estendono attraverso le colonne renali verso la corticale

renale, portando il sangue alle arterie arcuate. Le arterie arcuate danno origine alle arterie interlobulari,

dalle quali si ramificano numerose arteriole afferenti, destinate ai corpuscoli dei singoli nefroni e che

originano i glomeruli renali.

L’unità anatomo-funzionale del rene è chiamata nefrone. Il tubulo renale, un lungo condotto tubolare

deputato al riassorbimento, ha inizio a livello del corpuscolo renale, una camera contenente una rete

capillare formata da un gomitolo di capillari intrecciati, detta glomerulo. Il sangue arriva al glomerulo

mediante un’arteriola afferente e si allontana per mezzo di un’arteriola efferente. Attraverso il glomerulo

avviene la filtrazione del sangue, da cui deriva il filtrato glomerulare, una soluzione aproteica che dal

corpuscolo passa nel tubulo, del quale percorre le varie porzioni. I tratti principali del tubulo renale sono il

tubulo contorto prossimale, l’ansa di Henle e il tubulo contorto distale. Ogni nefrone si apre in un sistema

di dotti collettori: un tubulo di connessione convoglia il filtrato nel più vicino dotto collettore, che passando

dalla midollare renale, porta il fluido verso una papilla renale, da dove è riversato in un calice minore.

Possono essere individuate due tipologie di nefroni, che differiscono per la struttura: nefroni corticali e

nefroni iuxtamidollari. I nefroni corticali si trovano quasi interamente nella corticale del rene; la loro ansa di

Henle è relativamente breve e l’arteriola efferente porta il sangue ad una rete capillare che circonda

l’intero tubulo (capillari peritubulari) e che drena in piccole venule che portano il sangue alle vene

interlobulari. I nefroni iuxtamidollari hanno corpuscolo localizzato al confine tra midollare e corticale, e

sono caratterizzati da un’ansa di Henle piuttosto lunga che si approfonda nelle piramidi renali. Inoltre,

rispetto ai primi, i nefroni iuxtamidollari presentano un’arteriola efferente che forma una rete di capillari

peritubulari che circondano il tubulo renale prossimale, e una serie di anse vascolari dette vasa recta renali.

Questi vasi discendono nella midollare dove formano una rete capillare che circonda i dotti collettori e i

tratti ascendenti delle anse di Henle. Le vasa recta renali sono importanti poiché forniscono ossigeno e

particolari nutrienti ai segmenti tubulari, trasportano ai tubuli le sostanze che devono essere secrete,

riportano nella circolazione generale l’acqua e i soluti riassorbiti e partecipano al meccanismo di

concentrazione e diluizione delle urine.

Il corpuscolo renale comprende il glomerulo renale e il segmento iniziale del tubulo renale, la capsula

glomerulare o di Bowman. Così come il cuore si proietta nella cavità pericardica, il glomerulo si proietta

nella capsula di Bowman. Il foglietto parietale della capsula di Bowman è formato da un epitelio

pavimentoso semplice (epitelio parietale) ed è in continuità con l’epitelio viscerale, a contatto con i capillari

glomerulari. Il foglietto parietale e viscerale della capsula di Bowman delimitano uno spazio chiamato

spazio di Bowman, ma si continuano l’uno con l’altro a livello del polo vascolare del corpuscolo renale. In

prossimità del polo vascolare, i capillari glomerali sono connessi al flusso ematico mediante l’arteriola

afferente ed efferente. L’epitelio viscerale della capsula di Bowman è formato da grandi cellule con forma

stellata chiamate podociti.

La filtrazione avviene grazie alla pressione sanguigna, che spinge nello spazio di Bowman i fluidi e i soluti

disciolti. L’ingresso dell’ultrafiltrato nello spazio del Bowman è mediato da tre barriere fisiche: l’endotelio

capillare, la lamina basale e l’epitelio viscerale della capsula di Bowman. L’endotelio dei capillari glomerulari

è fenestrato, con pori sufficientemente piccoli da impedire il passaggio delle cellule del sangue, ma troppo

grandi per limitare la diffusione di soluti. La lamina basale che circonda l’endotelio capillare presenta una

lamina densa che limita il passaggio delle proteine plasmatiche di grandi dimensioni, ma non delle piccole

proteine plasmatiche, di sostanze nutritizie e di ioni. Se la lamina basale circonda più capillari, tra le cellule

endoteliali di capillari adiacenti sono intercalate le cellule del mesangio intraglomerulari, con funzione

macrofagica e di sostegno fisico dei capillari. L’epitelio glomerulare è formato, come già visto, da cellule

chiamate podociti. I podociti emettono numerosi processi chiamati pedicelli, che si interdigitano tra loro,

formando fessure molto ristrette, chiamate fessure o diaframmi di ultrafiltrazione, che consentono

l’ingresso nello spazio di Bowman di un ultrafiltrato formato da acqua, ioni disciolti, piccole molecole

organiche e poche piccole proteine plasmatiche. I diaframmi di ultrafiltrazione sono costituiti da ponti

proteici interposti tra i pedicelli, a formare un’ulteriore barriera fisica. Tra le proteine formanti i diaframmi

di ultrafiltrazione ricordiamo la nefrina.

La pressione di ultrafiltrazione vale 10mmHg; di conseguenza, la pressione idrostatica minima necessaria

per l’ultrafiltrazione vale circa 55mmHg. Questo è dovuto alla necessità di vincere la pressione esercitata

della preurina presente nello spazio di Bowman, pari a circa 15mmHg, e la pressione oncotica di 30mmHg,

dovuta al fatto che la preurina ha una concentrazione minore di soluti rispetto al sangue (è ipotonica), e la

parte liquida tende a migrare verso il sangue, la soluzione più concentrata (ipertonica). Se la pressione

idrostatica scende al di sotto dei 55mmHg si va incontro ad un blocco renale, o insufficienza renale acuta,

perché non si raggiunge la pressione minima necessaria per l’ultrafiltrazione di 10mmHg.

Oltre ai rifiuti metabolici, l’ultrafiltrato contiene altre sostanze organiche come glucosio, acidi grassi,

amminoacidi e vitamine. Tutte queste sostanze, potenzialmente utili per l’organismo, vengono riassorbite a

livello del tubulo contorto prossimale.

Il primo tratto del tubulo renale, il tubulo contorto prossimale, ha origine in corrispondenza del polo

urinifero del corpuscolo renale, situato in direzione simmetricamente opposta al polo vascolare. Il tubulo

contorto prossimale è formato da un epitelio monostratificato batiprismatico con orletto a spazzola

(microvilli al polo apicale che aumentano la superficie di riassorbimento). Durante il passaggio

dell’ultrafiltrato attraverso il tubulo prossimale, le cellule prossimali riassorbono attivamente sostanze

nutritizie, come il glucosio, ioni, acqua e proteine plasmatiche (se presenti).

Al tubulo contorto prossimale segue l’ansa di Henle, nella quale si individuano un tratto discendente ed uno

ascendente; il primo si dirige verso la midollare raggiungendo, nel caso dei nefroni iuxtamidollari, la papilla

renale corrispondente, mentre il secondo tratto, quello ascendente, risale verso la corticale. Ogni

segmento, ascendente e discendente, contiene un tratto con epitelio di rivestimento di maggiore spessore,

localizzato in prossimità della corticale. Il tratto ascendente dell’ansa di Henle trasporta attivamente ioni

sodio e cloruro fuori dal fluido tubulare. Come risultato di questa attività di trasporto, il fluido interstiziale

midollare contiene una concentrazione di soluti insolitamente elevata. L’alta concentrazione osmotica

dell’ambiente che circonda l’ansa di Henle provoca un flusso osmotico di acqua al di fuori del nefrone,

acqua che viene poi riassorbita nel flusso ematico per mezzo dei vasa recta nel nefrone iuxtamidollare e dei

capillari peritubulari nel nefrone corticale. Come risultato netto, l’ansa di Henle riassorbe circa il 15% di

acqua e una quantità ancora maggiore di ioni sodio e cloruro, mentre a livello del tubulo contorto

prossimale viene riassorbita una quantità di acqua pari a circa il 65%.

Al tratto ascendente dell’ansa di Henle fa seguito il tubulo contorto distale, che si pone a stretto contatto

con il corpuscolo renale e con i vasi del polo vascolare. Il tubulo contorto distale risulta diverso da quello

prossimale poiché le cellule epiteliali non presentano microvilli e per il suo lume di diametro inferiore. Il

tubulo contorto distale è costituito da un epitelio formato da cellule batiprismatiche con mitocondri

polarizzati nella parte basale e, oltre all’attività di riassorbimento, riveste un ruolo fondamentale nella

secrezione di ioni, acidi e ormoni. Come nell’ansa di Henle, anche a questo livello il riassorbimento di acqua

avviene passivamente, grazie allo squilibrio osmotico creato a seguito del riassorbimento attivo di ioni

(sodio, cloruro, calcio) dal fluido tubulare.

Il tubulo contorto distale, che rappresenta l’ultimo tratto del nefrone, si apre nel dotto collettore più vicino.

Oltre a trasportare il fluido tubulare dal nefrone al calice minore, il sistema dei dotti collettori provvede a

regolarne definitivamente il volume e la concentrazione. Ciò si realizza mediante la variazione della

permeabilità all’acqua degli stessi dotti collettori, che attraversando la zona midollare, corrono in

prossimità delle anse di Henle, in aree caratterizzate da fluido interstiziale ipertonico. Se dunque la

permeabilità all’acqua dei dotti collettori è scarsa, la maggior parte del fluido raggiungerà il calice minore e

l’urina sarà diluita; se invece la permeabilità è alta si osserva il passaggio spontaneo di acqua dal dotto alla

sostanza midollare, e l’urina risulterà molto concentrata. Il responsabile del controllo della permeabilità a

livello del sistema collettore è l’ormone antidiuretico ADH, di origine ipofisaria. Maggiore è la

concentrazione ematica di ADH, maggiore è la quantità di acqua riassorbita a livello dei dotti collettori e

maggiore sarà la concentrazione finale dell’urina. In totale, il riassorbimento complessivo di acqua a livello

del tubulo contorto distale e del dotto collettore è pari circa al 19%.

TERMINI CLINICI

Batteriuria: presenza di batteri nelle urine.

Calcoli renali: masse dure formate da depositi di sali di calcio, magnesio, o cristalli di acido urico.

Cistite: infiammazione del rivestimento della vescica urinaria.

Cristalluria: presenza di cristalli nelle urine che provoca difficoltà nella minzione.

Disuria: dolore durante la minzione.

Ematuria: presenza di sangue nelle urine.

Emodialisi: tecnica tramite la quale si utilizza una membrana artificiale per regolare la composizione del

sangue e rimuovere i prodotti di scarto.

Glicosuria: detta anche mellituria, è la presenza nelle urine di zuccheri quali glucosio, galattosio, fruttosio,

lattosio e i pentosi.

Incontinenza: incapacità di controllare la minzione.

Nefrolitiasi: presenza di calcoli a livello del rene.

Ostruzione urinaria: blocco del sistema collettore da parte di calcoli o di altri fattori.

Pielogramma: radiografia dei reni eseguita dopo somministrazione di un mezzo di contrasto.

Proteinuria: presenza di proteine nelle urine.

Uretrite: infiammazione della parete uretrale.

SISTEMA RENINA-ANGIOTENSINA-ALDOSTERONE

Nella zona di contatto tra il tubulo contorto distale e il polo vascolare del corpuscolo renale è localizzata la

regione della macula densa, che insieme alle cellule iuxtaglomerulari e alle cellule del mesangio

extraglomerulari (le cellule del mesangio intraglomerulari hanno azione macrofagica e di sostegno a livello

dei capillari glomerulari) forma l’apparato iuxtaglomerulare. Le cellule iuxtaglomerulari sono localizzate a

formare la tonaca muscolare del tratto terminale dell’arteriola afferente, e sono separate dalla macula

densa e dall’arteriola efferente per mezzo delle cellule del mesangio extraglomerulari.

Le cellule del mesangio extraglomerulari sono responsabili della produzione di renina, che in caso di

riduzione della volemia (volume ematico) consente un maggior riassorbimento di acqua. Le cellule

iuxtaglomerulari costituiscono invece dei barocettori della pressione arteriosa, in risposta alla quale

secernono nel circolo l’enzima renina, accumulato in numerosi granuli presenti nel loro citoplasma. Infine,

le cellule della macula densa controllano la concentrazione di elettroliti, in special modo ioni cloruro e

sodio, presenti nel fluido tubulare. Una riduzione di tale concentrazione viene percepita dalla macula densa

come una riduzione della pressione arteriosa sistemica, poiché in questo caso l'escrezione urinaria di ioni si

riduce. La macula densa invia quindi alle cellule iuxtaglomerulari, segnali che portano ad un aumento nella

produzione di renina.

Quando l’apparato iuxtaglomerulare rilascia l’enzima renina quest’ultimo, mediante il circolo sanguigno,

giungerà a contatto con gli epatociti, che convertiranno gli angiotensinogeni (peptidi inattivi) in

angiotensina I. L'angiotensina I viene successivamente convertita in angiotensina II dall'enzima di

conversione dell'angiotensina, chiamato ACE (dall'inglese angiotensin-converting enzyme), presente nei

capillari polmonari. L'angiotensina II è un potente vasocostrittore che provoca un restringimento dei vasi

sanguiferi, con conseguente aumento della pressione sanguigna. Inoltre, l'angiotensina II stimola la

secrezione dell'ormone aldosterone da parte della corteccia surrenale e di vasopressina (ADH, ormone

antidiuretico) per opera dell'ipotalamo. L'ormone antidiuretico agisce sui dotti collettori inducendoli a

riassorbire acqua, mentre l'aldosterone induce i tubuli contorti distali e i dotti collettori a favorire la

ritenzione di sodio e acqua, aumentando la volemia e la pressione sanguigna.

Gli ACE-inibitori sono farmaci che trovano impiego specialmente nella terapia dell'ipertensione arteriosa,

del post-infarto del miocardio e dell'insufficienza cardiaca cronica. Questi farmaci sono inibitori dell'enzima

di conversione dell'angiotensina ACE, e impediscono il circolo di angiotensina II e il conseguente aumento

della volemia e della pressione sanguigna.

APPARATO RESPIRATORIO

L’apparato respiratorio è l’insieme di organi deputati allo scambio tra aria e sangue circolante. In

particolare, le funzione dell’apparato respiratorio sono: fornire un’ampia area per gli scambi gassosi tra aria

e sangue circolante, condurre l’aria da e verso le superfici polmonari di scambio, proteggere le superfici

respiratorie da disidratazione, sbalzi di temperatura e altre variazioni ambientali, difendere l’apparato

respiratorio stesso ed altri tessuti dall’invasione di patogeni, produrre suoni implicati nel processo di

fonazione e regolare la volemia, la pressione sanguigna e il pH dei fluidi corporei.

L’apparato respiratorio è formato da un tratto superiore, le vie aeree superiori, formato da naso, cavità

nasali, seni paranasali e faringe, e da uno inferiore, le vie aeree inferiori, formato da laringe, trachea,

bronchi e polmoni.

È chiamato epitelio respiratorio il tessuto epiteliale che riveste internamente le vie aeree ad eccezione della

porzione inferiore della faringe e degli alveoli polmonari. Si tratta di un epitelio batiprismatico

pseudostratificato ciliato, dove si intercalano numerose cellule caliciformi. Le cellule caliciformi dell’epitelio

respiratorio producono muco denso e viscoso che ricopre le superfici esterne dell’epitelio e funge da difesa

contro microrganismi e particelle estranee che rimangono bloccati al suo interno.

LA FARINGE

Naso, bocca e gola sono in comunicazione tra loro attraverso una via comune chiamata faringe. La faringe

fa parte sia dell’apparato digerente che di quello respiratorio e si estende dalle coane, aperture ovalari

attraverso le quali le cavità nasali si affacciano posteriormente nella rinofaringe, fino all’ingresso di trachea

ed esofago. La faringe viene suddivisa in tre regioni: rinofaringe, orofaringe e laringofaringe.

La rinofaringe è la pozione superiore della faringe, che comunica con le cavità nasali mediante le coane ed è

separata dalla cavità orale attraverso il palato molle. È rivestita da epitelio respiratorio e presenta, sulle

pareti laterali, le aperture degli orifizi di sbocco delle tube uditive, che mettono in comunicazione le casse

del timpano, le cavità principali dell’orecchio medio, con l’ambiente esterno. Il ruolo principale delle tube

uditive è quello di compensare gli squilibri di pressione tra l’ambiente esterno e la cassa del timpano. Le

tube sono dotate di epitelio respiratorio con movimento delle ciglia diretto dalla cassa alla rinofaringe, in

modo da garantire la clearance dell’orecchio medio. L’orecchio medio è formato dalla tuba uditiva, detta

anche di Eustachio, dalla cassa del timpano e dall’apparato mastoideo. L’apparato mastoideo è composto

dall’insieme di cavità pneumatiche comunicanti rivestite da epitelio respiratorio presenti nel processo

mastoideo dell’osso temporale. Come i seni paranasali, anche l’apparato mastoideo è attivo nella

produzione di ossido nitrico, che svolge un’importante azione battericida. Sul processo mastoideo si

inserisce il muscolo sternocleidomastoideo, fondamentale per la rotazione della testa. Rinofaringe, cassa

del timpano e tuba uditiva sono innervati dal nervo glosso-faringeo.

L’orofaringe si estende tra il palato molle e la base della lingua a livello dell’osso ioide. Comunica

direttamente con la cavità orale attraverso l’istmo delle fauci ed è rivestita da epitelio pavimentoso

pluristratificato non cheratinizzato.

La laringofaringe è l’ultimo tratto della faringe che si estende dall’osso ioide all’ingresso dell’esofago. È

rivestita, come l’orofaringe, da tessuto epiteliale pavimentoso pluristratificato non cheratinizzato.

Si parla di faringodinia nel caso di mal di gola associato a difficoltà e bruciore durante la deglutizione. È

detto invece otite media un processo infiammatorio a carico dell’orecchio medio, causato da infezioni virali

o batteriche; una complicanza di otite media può portare ad ascesso cerebrale.

TRACHEA E BRONCHI

La trachea è un organo di conduzione mediastinico impari che ha origine cervicale, precisamente in

corrispondenza della sesta vertebra cervicale C6, dove è unita alla laringe mediante attacco legamentoso

alla cartilagine cricoidea. La trachea è un organo costantemente beante (condizione di apertura di un

organo cavo o di un vaso o di insufficienza di una valvola) poiché sorretta da strutture cartilaginee, gli anelli

tracheali, e da strutture muscolari (muscolatura liscia) che connettono posteriormente i margini di ciascun

anello tracheale. L’anatomia della porzione posteriore della trachea consente la deformazione della parete

della trachea stessa in modo che, durante la deglutizione, l’esofago possa espandersi permettendo il

passaggio anche di cibi piuttosto voluminosi.

La trachea è rivestita internamente da epitelio respiratorio, che poggia su di una lamina propria di tessuto

connettivo (con la quale forma la tonaca mucosa della trachea) che lo separa dalle cartilagini circostanti.

A livello della quinta vertebra toracica T5, la trachea si ramifica dando origine ai bronchi destro e sinistro.

I bronchi destro e sinistro, detti anche principali, hanno un’organizzazione istologica identica a quella della

trachea. Prima di dividersi ulteriormente, attraversano l’ilo polmonare, situato sulla faccia mediale del

rispettivo polmone, che rappresenta il punto di passaggio anche per vasi e nervi destinati al polmone.

All’interno dei polmoni i bronchi principali danno origine a bronchi secondari o lobali, tre a destra e due a

sinistra, che a loro volta si suddividono in bronchi terziari o segmentali, che ventilano singoli segmenti

broncopolmonari. I bronchi segmentali sono cinque nel lobo superiore e cinque nell’inferiore per quanto

riguarda il polmone sinistro, tre nel lobo superiore, due nel lobo medio e cinque nel lobo inferiore per

quanto riguarda il polmone destro. Ogni bronco segmentale si ramifica ripetutamente all’interno di un

segmento broncopolmonare formando una rete di bronchioli terminali, che perdono il supporto

cartilagineo mantenendo solo quello muscolare. Il tessuto muscolare liscio che forma le pareti dei

bronchioli è regolato dal SNA, che controlla il diametro bronchiolare. L’attivazione del sistema simpatico e il

rilascio di adrenalina provocano broncodilatazione, mentre l’attivazione del sistema parasimpatico provoca

broncocostrizione. Ogni bronchiolo terminale si ramifica in numerosi bronchioli respiratori, che

costituiscono la più sottile ramificazione dell’albero bronchiale.

I POLMONI

I polmoni, destro e sinistro, sono organi pari situati nelle rispettive cavità pleuriche destra e sinistra nei

quali si individuano tre facce: mediastinica, diaframmatica e sterno-costale. L’apice di ogni polmone si

estende fino alla base del collo, al di sopra della prima costa, mentre la base, più ampia, poggia sulla faccia

superiore del diaframma. I polmoni sono suddivisi in lobi ad opera di profonde scissure oblique latero-

mediali. Nel polmone destro possiamo distinguere tre lobi, il lobo superiore, medio e inferiore, mentre nel

polmone di sinistra individuiamo soltanto due lobi, superiore e inferiore. Le scissure che separa i lobi

inferiore e superiore di entrambi i polmoni è chiamata scissura obliqua, mentre la scissura che separa il

lobo superiore e medio nel polmone di destra è detta orizzontale. Il polmone destro presenta volume

maggiore rispetto al sinistro, perché il cuore e i grossi vasi si proiettano verso la cavità pleurica sinistra.

Verticalmente, il diametro del polmone sinistro risulta maggiore di quello del polmone destro, poiché il

diaframma si solleva sul lato destro per far spazio al fegato in cavità addominale.

I bronchioli respiratori sono connessi agli alveoli, sede terminale delle vie aeree, grazie a dotti alveolari che

terminano in regioni dette sacchi alveolari, connesse a più alveoli.

L’epitelio alveolare è di tipo pavimentoso semplice e le cellule che lo compongono sono chiamate

pneumociti. Si individuano due tipologie di pneumociti: i pneumociti di tipo I e di tipo II. I pneumociti di tipo

I sono deputati agli scambi gassosi mentre i pneumociti di tipo II, intercalati tra i primi, producono una

sostanza tensioattiva (riesce a modificare la tensione superficiale dei liquidi) oleosa ricca di fosfolipidi, detta

surfactante. Il surfactante impedisce il collasso degli alveoli (collabimento alveolare), aumenta la

compliance polmonare (la capacità del polmone di variare il proprio volume quando viene applicata una

determinata pressione), previene l'atelettasia (il collasso del polmone) alla fine dell'espirazione e facilita il

reclutamento delle vie aeree collassate. All’interno dei sacchi alveolari sono presenti anche numerosi

macrofagi alveolari, che proteggono l’epitelio polmonare fagocitando qualsiasi particella che riesca a

raggiungere le superfici alveolari eludendo tutte le precedenti forme di difesa respiratoria. A differenza

delle cellule di Von Kupffer, i macrofagi alveolari sono cellule migranti. Nei setti interalveolari sono presenti

discontinuità dette pori di Kohn, che consentono la corretta distribuzione del surfactante e di macrofagi tra

gli alveoli.

Gli scambi gassosi avvengono in aree dove le lamine basali dell’epitelio alveolare e l’endotelio dei capillari

adiacenti risultano fuse tra loro. Lo spessore dell’endotelio unito alla membrana basale e all’epitelio

pavimentoso è di circa mezzo micron. I capillari alveolari, che attraversano l’epitelio alveolare, hanno un

calibro minore inferiore a quello di un globulo rosso. Gli eritrociti sono costretti a deformarsi per

attraversare tali vasi, ampliando di conseguenza la superficie di contatto con l’endotelio e la superficie di

scambio. Lo scambio di gas, O e CO , avviene mediante transcitosi e procede molto rapidamente, poiché la

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distanza è breve e i gas sono liposolubili; le membrane dei pneumociti e delle cellule endoteliali non

costituiscono quindi una barriera tra sangue e spazi alveolari.

Le superfici deputate agli scambi respiratori ricevono il sangue dalle arterie della circolazione polmonare. Le

arterie polmonari entrano nel rispettivo polmone attraverso l’ilo e si suddividono seguendo le ramificazioni

dei bronchi. Ogni lobulo riceve un’arteriola che si ramifica a formare una rete capillare, che circonda gli

alveoli e defluisce in una venula. Il letto capillare, oltre a provvedere agli scambi, è la fonte principale

dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE). Attraverso le venule, il sangue viaggia verso le vene

polmonari, che lo riversano nell’atrio sinistro del cuore. I polmoni ricevono sangue da cui trarre nutrimento

dalle arterie bronchiali, che irrorano l’albero bronchiale e gli alveoli. Il sangue refluo fluisce anch’esso nelle

vene polmonari, bypassando il resto della circolazione sistemica e diluendo il sangue ossigenato

proveniente dagli alveoli. CAVITÀ E SIEROSE PLEURICHE

Nella cavità toracica sono contenute le due cavità pleuriche separate dal mediastino. Ogni polmone occupa

una singola cavità pleurica delimitata da una membrana sierosa, la pleura, che si suddivide in pleura

parietale e pleura viscerale. La prima riveste la superficie interna della cavità toracica e si estende su

diaframma e mediastino, mentre la seconda riveste la superficie esterna dei polmoni e si approfonda

all’interno delle scissure che separano i lobi.

Lo spazio esistente tra il foglietto viscerale e parietale della pleura è detto cavità pleurica e in esso vige una

pressione negativa. Entrambe le pleure secernono una modesta quantità di liquido pleurico, un fluido

umido e viscoso che ricopre e lubrifica le superfici parietali e viscerali della pleura, riducendo gli attriti

durante la respirazione. L’infiammazione del rivestimento pleurico è detta pleurite e causa difficoltà

respiratoria a seguito di eccessiva secrezione di liquido pleurico o di adesione dei foglietti parietale e

viscerale. LA LARINGE

La laringe è un organo cervicale impari interposto tra la laringofaringe e la trachea. Occupa una posizione

mediana nella loggia dei visceri del collo, inferiormente rispetto all’osso ioide; la sua posizione corrisponde

al tratto compreso tra le vertebre C3 o C4 e C7. Oltre al passaggio dell’aria inspirata ed espirata, la laringe è

l’organo responsabile della fonazione (produzione di suoni) ed è provvista di un sistema che impedisce,

nell’atto della deglutizione, che il bolo alimentare si inserisca nelle vie aeree inferiori.

Il corpo della laringe è formato da tre cartilagini impari e da tre cartilagini pari. Le cartilagini impari sono

l’epiglottide, la cartilagine tiroidea (thyreoeidés, a forma di scudo oblungo) e la cartilagine cricoide

(krikoeides, a forma di anello con castone), mentre le cartilagini pari sono le cartilagini aritenoidee,

corniculate e cuneiformi. Le cartilagini tiroidea, cricoidea, aritenoidee e corniculate sono cartilagini ialine,

mentre epiglottide e cuneiformi sono cartilagini elastiche.

La cartilagine tiroidea, comunemente chiamata pomo d’Adamo, è la più voluminosa tra le cartilagini

laringee, andando a costituire parte delle pareti anteriore e laterale dell’organo. È collegata all’osso ioide

anteriormente, mediante il legamento tiroioideo, e posteriormente, mediante la membrana tiroioidea.

Presenta sulla faccia anteriore una cresta rilevata chiamata prominenza laringea (facilmente visibile e

palpabile). Sono inoltre osservabili quattro corna, due superiori e due inferiori; tramite le due corna

inferiori la cartilagine tiroidea si articola con la cartilagine cricoidea, formando l’articolazione cricotiroidea.

La cartilagine cricoide, posta inferiormente alla cartilagine tiroidea, ha la forma di un anello completo la cui

porzione posteriore risulta molto sviluppata. Tale porzione, detta lamina della cricoide, funge da supporto

per le cartilagini aritenoidee. Il margine inferiore della cartilagine cricoidea risulta connesso al primo anello

cartilagineo tracheale mediante il legamento cricotracheale.

L’epiglottide è collegata alle superfici posteriori della cartilagine tiroidea e dell’osso ioide mediante

legamenti. Durante la deglutizione, la laringe si innalza e l’epiglottide si piega all’indietro occludendo il lume

della laringe e impedendo l’entrata di cibo o di liquidi nelle vie respiratorie.

Le cartilagini aritenoidee, poste ai lati della linea mediana, si articolano con la lamina della cricoide, il

margine superiore della porzione posteriore della cartilagine cricoidea. In prossimità della base delle

cartilagini aritenoidi, dove è localizzata la faccetta articolare per la cartilagine cricoide, originano due

prolungamenti di cui il primo, diretto posteriormente ed esternamente, è detto processo muscolare e dà

attacco ai muscoli cricoaritenoidei, il secondo, diretto anteriormente, è detto processo vocale e con il suo

apice prosegue nel legamento vocale, che si inserisce ancora in avanti sulla faccia posteriore della

cartilagine tiroidea. Le pieghe vocali sono strutture connettivali molto elastiche coinvolte nella produzione

del suono. L’apice delle cartilagini aritenoidee, incurvato, si unisce alla cartilagine corniculata o di Santorini.

Le articolazioni cricoaritenoidee sono due e permettono alle aritenoidi movimenti di inclinazione in avanti e

indietro (sliding, scivolamento lungo l’asse longitudinale della faccetta articolare della cricoide),

lateralmente (rocking, rotazione intorno all’asse longitudinale della faccetta articolare della cricoide), e

movimenti di rotazione intorno al proprio asse verticale (attorno all’asse verticale della faccetta articolare

della cricoide); tali movimenti sono fondamentali nella fonazione in quanto i legamenti fissati ai processi

vocali possono tendersi o distendersi grazie a questa mobilità. Anche l’articolazione cricotiroidea riveste un

ruolo fondamentale nella tensione delle corde vocali.

La fonazione è il processo di produzione del suono determinato dal passaggio dell’aria attraverso le glottide

che causa la vibrazione delle pieghe vocali producendo onde sonore. L’intensità (altezza) del suono

prodotto dipende da diametro, lunghezza e tensione delle pieghe vocali. Mentre le prime sono

caratteristiche correlate alle dimensioni della laringe, la tensione è controllata dalla contrazione dei muscoli

scheletrici che fanno variare la posizione relativa delle cartilagini tiroidea e aritenoidi. Quando la distanza

tra le due cartilagini aumenta, le pieghe vocali sono messe in tensione; quando la distanza diminuisce le

pieghe si allentano e l’intensità del suono diminuisce. I fenomeni di amplificazione e risonanza del suono

avvengono all’interno di faringe, cavità orale, cavità nasali e seni paranasali.

TERMINI CLINICI

Asma: infiammazione delle vie aeree che le rende sensibili e irritabili oltre la norma.

Broncodilatatori: classe di farmaci come l’epinefrina che, in seguito a somministrazione, determinano il

rilasciamento della muscolatura liscia dei bronchi e l’aumento del diametro dei bronchi polmonari.

Bronchite: infiammazione del rivestimento bronchiale.

Dispnea (dispnoico): respirazione alterata per ritmo o frequenza.

Embolia polmonare: occlusione dell’arteria polmonare a causa di un coagulo ematico, di una massa

adiposa o di una bolla d’aria.

Enfisema: patologia cronica, progressiva, caratterizzata da respiro affannoso e provocata dalla distruzione

delle superfici deputate agli scambi respiratori.

Eupnea (eupnoico): respirazione fisiologica di normale frequenza.

Fibrosi cistica: patologia ereditaria letale, in cui le secrezioni mucose del polmone diventano troppo dense

per essere trasportate ed espulse.

Manovra di Heimlich: sistema di compressione addominale tale da permettere l’espulsione di corpi

estranei dalla trachea o dalla laringe.

Sindrome da insufficienza respiratoria (RDS): condizione secondaria all’insufficiente produzione di

surfactante, caratterizzata da collasso alveolare e impossibilità di mantenere livelli adeguati di scambio

gassoso a livello dei polmoni.

Sindrome da insufficienza respiratoria del neonato: patologia nota come sindrome delle membrane ialine,

si manifesta in neonati in caso di inadeguata produzione di surfactante ed è spesso associata a nascita

pretermine.

Toracentesi: prelievo a scopo diagnostico di un campione di liquido pleurico.

Tracheostomia: apertura chirurgica della parete anteriore della trachea che consente il passaggio di aria.

Tracheotomia: inserimento di un tubo attraverso un’incisione praticata sulla parete anteriore della trachea

allo scopo di bypassare un corpo estraneo o una lesione laringea.

Tumore del polmone: neoplasia ad alto grado di malignità che origina a livello dei condotti bronchiali o

degli alveoli. LA COLONNA VERTEBRALE

La colonna vertebrale fa parte dello scheletro assile e sorregge il peso di testa, collo e tronco,

trasmettendolo allo scheletro appendicolare e agli arti inferiori. La colonna vertebrale è divisa in cinque

regioni: cervicale, dorsale o toracica, lombare, sacrale e coccigea. La regione cervicale è formata da sette

vertebre, quella dorsale da dodici, le regioni lombare e sacrale da cinque e la regione coccigea da tre

vertebre. Le vertebre non formano una struttura rettilinea e rigida; la colonna vertebrale mostra quattro

curvature: la curvatura cervicale (lordosi cervicale), la curvatura toracica (cifosi toracica), la curvatura

lombare (lordosi lombare) e la curvatura sacrale (cifosi sacrale).

Generalmente, le vertebre hanno un piano strutturale comune. Anteriormente, ogni vertebra presenta un

corpo vertebrale, dal quale si estende posteriormente un arco vertebrale che emette vari processi per

l’attacco dei muscoli e per l’articolazione con le coste.

Il corpo è la parte della vertebra che trasferisce il peso lungo l’asse della colonna vertebrale. Ciascuna

vertebra si articola con le altre mediante legamenti e cuscinetti di cartilagine fibrosa, chiamati dischi

intervertebrali. L’arco vertebrale o arco neurale delimita i margini latero-posteriori del foro vertebrale, che

accoglie un tratto del midollo spinale (nell’adulto, il midollo spinale non si spinge oltre la vertebra L2). Gli

archi vertebrali della colonna vertebrale formano nell’insieme il canale vertebrale contenente il midollo

spinale. L’arco vertebrale è formato dalla superficie posteriore del corpo vertebrale, lateralmente da due

peduncoli e posteriormente da due lamine. I peduncoli originano dai margini postero-laterali del corpo

vertebrale, mentre le lamine si estendono postero-medialmente a completare l’arco vertebrale. Dalla

fusione delle due lamine genera il processo spinoso, che si proietta dorsalmente e posteriormente (i

processi spinosi sono palpabili attraverso la cute del dorso). Dal punto in cui le lamine si uniscono ai

peduncoli generano i processi trasversi, prominenze che si estendono dorso-lateralmente su ambedue i lati.

Anche i processi articolari originano nel punto di unione tra peduncoli e lamine; sono presenti un processo

articolare inferiore e uno superiore su ciascun lato della vertebra. I processi articolari superiori si proiettano

cranialmente, quelli inferiori caudalmente. I processi articolari di una vertebra si articolano con quelli della

vertebra precedente e successiva. Ciascun processo articolare presenta una superficie liscia detta faccetta

articolare.

Le vertebre cervicali sono le vertebre di minori dimensioni e si estendono dall’osso occipitale del cranio al

torace. Ad eccezione delle vertebre C1, C2 e C7, che sono considerate atipiche per la loro anatomia

strutturale (che verrà trattata in seguito), le vertebre cervicali sono caratterizzate da un processo spinoso

relativamente appuntito e in genere più breve rispetto al diametro del foro vertebrale. L’estremità di

ciascun processo presenta un’incisura prominente, in modo da accogliere il legamento nucale; un processo

così conformato è definito bifido. I processi trasversi delle vertebre cervicali sono invece caratterizzati da

un foro detto trasverso, nel quale corrono i vasi che irrorano l’encefalo.

L’atlante, o C1, è la prima vertebra della colonna vertebrale che sostiene la testa.. Si articola con i condili

dell’osso occipitale, processi articolari che uniscono il processo condiloideo dell'osso occipitale con i

processi articolari superiori dell’atlante. Tale articolazione permette la flessione in avanti e l’estensione

indietro del capo. L’atlante manca del corpo vertebrale e presenta due archi vertebrali, uno posteriore e

uno anteriore, semicircolari; il forame vertebrale risulta dunque più ampio di quello di tutte le altre

vertebre. L’atlante si articola con la seconda vertebra cervicale, l’epistrofeo.

L’epistrofeo, o C2, è la seconda vertebra cervicale. Durante lo sviluppo, il corpo dell’atlante si fonde a

quello dell’epistrofeo, dando origine ad un processo detto odontoideo o dente dell’epistrofeo. Tra atlante

ed epistrofeo non è presente il disco intervertebrale e il dente è fissato da un legamento sulla superficie

interna dell’atlante formando un perno per la rotazione del cranio rispetto al resto della colonna

vertebrale.

La vertebra prominente, o C7, ha un lungo e sottile processo spinoso che può essere osservato sotto la

cute, alla base del collo. La vertebra C7 è l’interfaccia tra la lordosi cervicale, convessa in avanti, e la cifosi

toracica, convessa all’indietro. Dall’estremità del suo processo spinoso ha origine il legamento nucale, che

si estende cranialmente per inserirsi sui processi spinosi delle altre vertebre cervicali e lungo la cresta

occipitale esterna.

Le vertebre toraciche hanno corpo più massiccio rispetto alle vertebre cervicali. Il foro vertebrale è

relativamente più piccolo e il lungo e sottile processo spinoso si proietta postero-inferiormente. I processi

spinosi di T10, T11, T12 sono più massicci, simili a quelli di una vertebra lombare. Ciascuna vertebra

toracica si articola con le coste a livello della superficie dorsolaterale del corpo vertebrale. Le vertebre da

T1 a T8 presentano faccette costali superiori e inferiori; inoltre, le vertebre da T1 a T10 presentano massicci

processi trasversi dove sono localizzate le faccette costali trasverse. Ecco come le faccette costali

acquistano un ruolo fondamentale per riconoscere una vertebra toracica dalle altre tipologie di vertebra.

Le vertebre lombari sono le vertebre più grandi e hanno un corpo vertebrale massiccio. Non sono presenti

faccette articolari sui processi trasversi né sui lati del corpo, e il foro vertebrale risulta

approssimativamente di forma triangolare. I processi trasversi si proiettano dorso-lateralmente, mentre il

processo spinoso, di forma quadrangolare, si proietta dorsalmente. Le vertebre lombari sostengono il peso

maggiore; danni da compressione a livello vertebrale o del disco intervertebrale sono frequenti in questa

regione della colonna vertebrale.

L’osso sacro è costituito dalla fusione di cinque vertebre sacrali, che iniziano a fondersi durante la pubertà.

Questa struttura composta fornisce protezione agli organi degli apparati riproduttivo, digerente e urinario.

Il sacro presenta una convessità dorsale. La porzione inferiore è ristretta e forma l’apice sacrale, mentre

l’ampia superficie superiore forma la base. I processi articolari superiori formano articolazioni sinoviali con

l’ultima vertebra lombare. I processi spinosi delle vertebre che formano l’osso sacro costituiscono

nell’insieme la cresta sacrale mediana, mentre le lamine della quinta vertebra sacrale non si uniscono sulla

linea mediana, formando le corna sacrali, che segnano l’orifizio di uscita del canale sacrale.

Il coccige è formato da tre vertebre coccigee che si fondono dopo i vent’anni di vita. Il coccige fornisce una

superficie di inserzione per numerosi legamenti e per il muscolo sfintere dell’ano. Le lamine della prima

vertebra coccigea sono dette corna del coccige e si articolano con le corna del sacro.

Dall’epistrofeo al sacro, le vertebre si articolano tramite sinfisi tra i corpi vertebrali e articolazioni sinoviali

tra le faccette articolari, e sono separate e ammortizzate per mezzo di cuscinetti fibrocartilaginei detti

dischi intervertebrali, non presenti nel sacro e nel coccige, dove le vertebre si fondono per sinostosi

(giuntura tra due ossa, o tra due parti di uno stesso osso, che si saldano completamente fra loro). I dischi

intervertebrali svolgono due funzioni: separano vertebre contigue e trasmettono il carico da una vertebra

all’altra. I dischi intervertebrali sono costituiti da un anello esterno resistente di cartilagine fibrosa, detto

anello fibroso, e da un nucleo interno elastico e gelatinoso, formato principalmente da acqua e fibre

elastiche e reticolari, detto nucleo polposo.

La colonna vertebrale può compiere i movimenti di flessione anteriore, estensione, inclinazione laterale e

rotazione. TERMINI CLINICI

Colpo di frusta: lesione causata da un improvviso cambiamento nella posizione del corpo che può

danneggiare le vertebre cervicali.

Ernia del disco: condizione provocata dalla dislocazione di un disco intervertebrale. La dislocazione provoca

compressione dei nervi spinali, determinando dolore e limitazione nei movimenti.

Ipercifosi: accentuazione estrema della curvatura toracica che determina un aspetto convesso del dorso.

Iperlordosi: anomala curvatura lombare che determina un aspetto concavo del dorso.

Scoliosi: anomala curvatura laterale della colonna vertebrale.

Spina bifida: condizione derivante dalla mancata saldatura delle lamine vertebrali durante lo sviluppo;

spesso è associata ad anomalie dello sviluppo dell’encefalo e del midollo spinale.

CENNI SUL SISTEMA NERVOSO

Il sistema nervoso si suddivide in sistema nervoso centrale e periferico. Il primo, costituito dall’encefalo e

dal midollo spinale, è responsabile di integrazione, elaborazione e coordinamento delle informazioni

sensitive e degli stimoli motori. È inoltre sede di funzioni superiori come l’intelligenza, la memoria,

l’apprendimento e le emozioni. Il sistema nervoso periferico comprende tutto il tessuto nervoso non

compreso nel SNC. Il SNP trasporta informazioni sensitive al SNC e comandi motori dal SNC a tessuti e

organi periferici. Il compartimento del SNP che trasporta informazioni sensitive è detto afferente, mentre le

informazioni motorie arrivano a muscoli e ghiandole per mezzo del compartimento efferente. Il

compartimento efferente inizia all’interno del SNC e termina a livello di un effettore, come una cellula

muscolare o ghiandolare, mentre il compartimento afferente trasporta informazioni provenienti dai

recettori sensitivi somatici (Il soma è l’apparato locomotore: ossa, articolazioni, muscoli, legamenti e cute.

La sensibilità somatica, detta anche generale o canale somestesico, è riferita al soma) che controllano la

muscolatura scheletrica, le articolazioni e la cute, e dai recettori sensitivi viscerali, che monitorano gli altri

tessuti degli organi interni, come la muscolatura liscia e cardiaca. Il compartimento efferente comprende il

sistema nervoso somatico (SNS), e il sistema nervoso autonomo (SNA) o visceromotore, che regola l’attività

della muscolatura liscia e cardiaca, e delle ghiandole. Le attività del sistema nervoso somatico possono

essere volontarie o involontarie.

Si parla di sistema nervoso centrale quando ci riferiamo alla parte di sistema nervoso contenuta nel canale

vertebrale e nella scatola cranica. La prima è detta midollo spinale, mentre la seconda è definita encefalo.

L’encefalo (dal greco ἐγκέφαλος, enképhalos, “dentro la testa”) è quella parte del sistema nervoso centrale

completamente contenuta nella scatola cranica e divisa dal midollo spinale tramite un piano convenzionale

passante subito sotto la decussazione delle piramidi. L’encefalo può essere diviso in sei regioni principali: il


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Anatomia Umana su apparato cardiocircolatorio, apparato digerente, ghiandole annesse al tubo digerente, sistema endocrino, apparato genitale femminile, apparato escretore e iuxtaglomerulare, apparato respiratorio, colonna vertebrale; cenni su sistema nervoso e neurulazione. Appunti sufficienti per superare l'esame di Anatomia Umana del modulo di Anatomia e Istologia di Scienze Infermieristiche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in infermieristica
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nicolalazza98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Anatomia e istologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Ruffoli Riccardo.

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