1-IL PROCESSO DI SCOPERTA DEI FARMACI
Nello sviluppo di un farmaco bisogna tenere conto di diversi aspetti: materie prime a uso
farmaceutico con requisiti specifici; intermedi di sintesi; principio attivo ed eccipienti; prodotto
finito (forma farmaceutica). Ricordiamo che il principio attivo è l’ingrediente attivo, ma anche gli
eccipienti quindi le forme non attive devono avere caratteristiche idonee all’uso farmaceutico.
Per la commercializzazione del farmaco è necessario determinare l’identità e la purezza dei materiali
di partenza, degli intermedi di lavorazione, degli eccipienti e del prodotto isolato. Anche le
impurezze devono essere isolate, identificate e quantificate. Poi si valuta il tempo di degradazione
del principio attivo tale e quale e nella forma farmaceutica.
Si parte dalla necessità medica, cioè dalla condizione morbosa/patologica che bisogna curare. A
questo punto bisogna identificare il target da colpire per raggiungere l’azione terapeutica. In alcuni
casi ancora non si conosce il target (come nelle malattie neurodegenerative) quindi bisogna
effettuare diversi studi.
A questo punto si procede con l’identificazione del composto bersaglio “HIT” che viene poi
sviluppato: deve essere riconosciuto dalle cellule e internalizzato. Quando questa molecola viene
ricercata l’importante è che sia attiva, non quanto venga metabolizzata. Per trovare l’hit si procede
con 2 approcci:
• Fenotipico: si usa quando non si conosce il target. Si basa su un modello cellulare fenotipico
che va a mimare la cellula. Quindi si fa lo screening di migliaia di composti fino a trovare
quella attiva;
• Target-based: si parte dal target noto. Il modello ci permette di valutare il target oppure di
valutare l’attività enzimatica: per esempio si valuta la quantità di prodotto rispetto al
consumo di reattivo. Si fa un primo screening a concentrazione fissa, poi si fa un altro
screening per vedere se c’è una correlazione tra le concentrazioni.
Per il processo fenotipico non si conosce il target sul quale si agisce, quindi poi si procede con la
caratterizzazione della molecola, che si può fare con approcci:
• OMICI: con un approccio di proteomica si vanno a identificare le proteine che costituiscono
il proteoma, il DNA e il trascrittoma. Così alla fine si possono costruire dei pattern molecolari;
• CHEMOPROTEOMICA: la molecola viene legata alla fase stazionaria in una cromatografia di
affinità. La difficoltà nel legare una molecola alla fase stazionaria è quella di dover effettuare
gli studi struttura-attività. Poi si fa eluire il lisato cellulare e si separa il target cellulare, quindi
si fanno degli studi per stabilire quale è il target.
A questo punto c’è la fase HIT-TO-LEAD in cui si modifica la molecola trovata per migliorarne le
caratteristiche: selettività (deve legare il target giusto), potenza (deve essere nanomolare) e deve
essere drug-like (quindi deve essere assorbita, distribuita, avere un profilo metabolico e poi essere
escreta in maniera ottimale).
Si procede anche con lo sviluppo del processo: dai grammi fino al chilo (quantità per effettuare le
analisi pre-cliniche e cliniche). Le analisi pre-cliniche e cliniche, la ricerca di un processo di sintesi e
la ricerca tossicologica avvengono in parallelo per risparmiare tempo poiché dopo 20 anni dal
brevetto questo scade, quindi qualunque azienda farmaceutica potrebbe sintetizzare il composto
prima della società ideatrice. Questo spiega anche perché i farmaci biotecnologici arrivano sul
mercato molto più facilmente: se si ha un antigene produrre un anticorpo è relativamente veloce,
1
quindi non bisogna preoccuparsi dell’assorbimento né del metabolismo né della tossicità. Quindi
tutta la parte ADME nei farmaci biotecnologici viene saltata.
Lo studio ADME permette di valutare se la sostanza nel tempo degrada e studia la stabilità
metabolica in modelli in vitro. Per stabilizzare una sostanza bisogna conoscerne gli HOT SPOT cioè i
punti che vanno incontro a metabolismo: per trovarli la molecola viene caratterizzata. Un tempo ciò
avveniva purificando il metabolita dalla matrice biologica poi usando l’IR mentre ora si usa la tecnica
liquido-massa, usata sia per analisi quantitative che qualitative.
È importante anche ricordare di validare un metodo di analisi, e per farlo è necessario conoscere:
accuratezza (vicinanza al valore vero), limite di determinazione quantitativa (minima quantità
determinabile quantitativamente, nell’analisi strumentale si intende che il segnale deve essere 10
volte maggiore del rumore di fondo), linearità (intervallo in cui la risposta è proporzionalmente
correlata alla concentrazione di analita) e precisione (ripetibilità e riproducibilità). La ripetibilità è la
capacità di fornire analisi che non differiscano più di un certo valore, mentre la riproducibilità è la
capacità del metodo di dare gli stessi risultati indipendentemente dagli operatori, dal luogo e dal
periodo in cui viene eseguita l’analisi. Una volta ottenuta l’autorizzazione a entrare nel mercato, si
procede con la produzione su larga scala.
In campo analitico si parla oggi di GAC (Chimica Analitica Green) che stabilisce alcune regole e
metodiche da seguire per la progettazione di un nuovo farmaco:
• Utilizzo di tecniche analitiche dirette per evitare un trattamento sul campione;
• Utilizzo di una dimensione minima del campione e un numero minimo di campioni;
• Utilizzo di misure in situ;
• Integrazione di processi e operazioni analitiche per ridurre l’utilizzo di reagenti e risparmiare
energia;
• Utilizzo di metodi automatici e miniaturizzati;
• Evitare o minimizzare la derivatizzazione, la produzione di grandi quantità di rifiuti analitici
e l’utilizzo di reagenti tossici;
• Preferibile l’utilizzo di metodi multi-analitici o multi-parametri;
• Preferibile l’utilizzo di reagenti ottenuti da fonti rinnovabili;
• Aumentare il grado di sicurezza dell’operatore. 2
2-ANALISI ELEMENTARE
Si divide in 2 diversi tipi: qualitativa (determinazione degli elementi presenti in un composto) o
quantitativa (determinazione del contenuto % degli elementi presenti, da cui poi si determina la
formula minima e con il PM la formula molecolare).
Prima di iniziare con l’analisi elementare è importante identificare la natura della sostanza: organica,
metallorganica o inorganica con il metodo del coccio o SAGGIO DI COMBUSTIONE. È un’analisi
qualitativa che prevede la scomposizione della molecola organica nei suoi elementi con una prima
reazione di combustione in un ambiente ossidante. Il carbonio si trasforma in CO , l’azoto in ioni
2
cianuro e lo zolfo in ioni solfuro. Poi gli elementi si identificano con reazioni colorimetriche.
Questo saggio viene eseguito al BUNSEN, utilizzando cocci con una concavità in cui si pone una
punta di spatola della sostanza. Più i cocci sono sottili, meglio si diffonde il calore e più efficace sarà
la combustione. Si parte da una fiamma bassa, mista ossidante e riducente, poi la sostanza si riscalda
gradatamente per verificare se avvengono fusione o decomposizione. A poco a poco si passa alla
fiamma ossidante: se la sostanza è organica a questo punto si incendia o carbonizza sviluppando
fumo. È importante che la fiamma sia ossidante: ha un cono azzurro all’esterno e un cono azzurro
più luminoso all’interno; inoltre riscalda a 400-600°C. Il fondo del coccio deve essere posizionato
sulla punta del cono azzurro interno della fiamma, perché questo è il punto più caldo.
I composti organici se sottoposti a riscaldamento bruciano: alcuni fondono poi vanno incontro a
decomposizione o combustione, altri si decompongono direttamente senza fondere. I composti
organici non lasciano residui, oppure lasciano residui neri, lucidi e compatti. Invece i composti
organometallici sottoposti a riscaldamento, dopo aver eliminato la porzione organica, lasciano un
residuo infusibile (sembra cenere). Invece, i composti inorganici rimangono inalterati o al massimo
scoppiettano per liberare acqua di cristallizzazione.
A questo punto si procede con l’analisi elementare: la presenza di C, H e O è data per scontata poi
possono essere presenti anche altri eteroelementi. C e H possono comunque essere evidenziati con
un saggio: si scalda la sostanza con CuO, si raccoglie la CO formatasi e la si fa gorgogliare in idrossido
2
di bario. Si osserva la precipitazione di bario carbonato: R-CH -CH -R’ + CuO --> CO ^ + H O^. CO +
2 2 2 2 2
Ba(OH) --> BaCO _.
2 3
RICERCA DEGLI ELEMENTI
Si effettua tramite il SAGGIO DI LASSAIGNE che permette di riconoscere la presenza di N e S nelle
molecole. Consiste nella decomposizione termica della sostanza in presenza di sodio metallico, che
si presenta come un solido burroso con una superficie metallica lucida, splendente e grigia, che
stando all’aria diventa opaca per la formazione di ossido di sodio. Questo saggio fa sì che si verifichi
la mineralizzazione della sostanza.
Una punta di spatola della sostanza viene aggiunta al sodio metallico (asciutto!) in una provetta di
vetro. Questa viene fatta scaldare su fiamma fino a far diventare incandescente il fondo della
provetta. Poi si immerge la provetta in acqua distillata, facendone fuoriuscire il contenuto. Si filtra
e sul filtrato limpido e incolore si cercano gli ioni cianuro e solfuro. 0
Quindi il sodio funge da riducente perché è presente inizialmente come Na poi lo si trova ossidato
+1
a Na nel prodotto. La soluzione di Lassaigne finale è alcalina perché contiene Na S o NaCN. Nel
2 3
caso in cui ci siano solo gli alogenuri in realtà non si ha un pH veramente alcalino perché gli alogenuri
non danno idrolisi.
È importante che il sodio metallico sia sempre in eccesso per assicurare una mineralizzazione
completa della sostanza.
Verificare la presenza di AZOTO
Aggiungere ferro solfato (FeSO ) alla soluzione di Lassaigne poi scaldare a bagnomaria. Siccome
4
l’ambiente è basico c’è precipitazione di Fe(OH) che ha un colore grigio-verde. In realtà però
2
precipita anche Fe(OH) perché Fe(II) si ossida spontaneamente all’aria a dare Fe(III). In soluzione ci
3
sarà il ferrocianuro di sodio.
Si lascia raffreddare e si acidifica con H SO diluito: gli idrossidi di ferro si ridisciolgono e il
2 4
3+
ferrocianuro reagisce con Fe formando il ferrocianuro ferrico o l’esacianoferrato (II) di ferro (III)
che hanno la tipica colorazione blu di Prussia.
Non si usa HCl per acidificare perché si formerebbe FeCl di colore giallo che farebbe risultare
3
verdastro il colore del blu di Prussia, rendendolo difficilmente riconoscibile.
Una colorazione gialla o incolore alla fine dell’esperimento indica assenza di azoto. Il test è positivo
per una colorazione che va dall’azzurro pallido al blu molto intenso: la colorazione dipende dalla
quantità di azoto presente e da quanto è facile la mineralizzazione iniziale della sostanza.
Bisogna anche verificare se l’azoto è organico (nitrato) o inorganico, con la prova dei nitrati. Quindi
la soluzione viene acidificata e si fa reagire con ferro ferroso: si sviluppa ossido di azoto che in
2+
presenza di Fe dà un complesso di ferro ossido di azoto che si presenta come un anello bruno.
Verificare la presenza di ZOLFO
Aggiungere sodio nitroprussiato alla soluzione di Lassaigne: in presenza di zolfo si assiste allo
sviluppo di una colorazione violacea intensa. Ciò è dovuto alla reazione tra lo zolfo e il sodio
nitroprussiato a dare solfonitroprussiato di sodio.
Quando nella soluzione di Lassaigne sono presenti sia zolfo che azoto, aggiungendo FeSO si osserva
4
la formazione di un precipitato nero di FeS. Questo andrà a coprire il colore degli idrossidi di ferro.
Comunque dopo l’aggiunta di H SO il precipitato di FeS si ridiscioglie quindi non si noterà più la
2 4
colorazione nera ma blu (a causa del blu di Prussia causato dall’azoto). Quindi, se durante la ricerca
di azoto si vede la precipitazione di un solido nero, si può subito ipotizzare anche la presenza di
zolfo. 42-
Anche per lo zolfo bisogna capire se è organico (solfato SO ) o inorganico. Il solfato può essere
presente solo come salificante per una base, quindi in presenza anche di azoto: se si è già verificata
l’assenza di azoto è inutile verificare di che tipo sia lo zolfo (sarà sicuramente inorganico). 4
Per verificare in che forma è lo zolfo si lavora sulla sostanza che viene sciolta in acqua: se lo zolfo è
sotto forma di solfato sarà generalmente idrosolubile. Poi si acidifica con HNO o HCl diluiti e si
3
aggiunge BaCl : se sono presenti solfati si forma un precipitato bianco di BaSO .
2 4
Verificare la presenza di ALOGENI
La ricerca dei fluoruri viene eseguita sulla soluzione di Lassaigne, che viene acidificata con HCl diluito
poi trattata con alcune gocce di soluzione rossa di zirconio-alizarina 50:50. La decolorazione delle
gocce indica la presenza di fluoruri.
Se azoto e zolfo sono assenti si può verificare la presenza di alogeni direttamente sulla soluzione
basica di Lassaigne. Questa viene acidificata con HNO diluito poi si aggiungono alcune gocce di
3
AgNO : si osserva la formazione di un precipitato. Si elimina il surnatante e si effettuano delle prove
3
specifiche per il riconoscimento di bromuri/cloruri/ioduri.
Se invece azoto e zolfo sono presenti bisogna effettuare la CALCINAZIONE: la sostanza viene
miscelata con 3 parti di ossido di calcio in una capsula in ambiente anidro. Si scalda la capsula per
circa 10 minuti, si lascia raffreddare poi si aggiunge H O distillata che porterà in soluzione gli alogeni.
2 -
Si filtra e a questo punto si avrà in soluzione il cloro sotto forma di Cl per formazione di CaCl durante
2
la calcinazione. Si acidifica con HNO diluito fino a pH=0, si aggiungono alcune gocce di AgNO e si
3 3
nota, in caso di saggio positivo, la formazione di un precipitato bianco. Questo è solubile in
ammoniaca diluita.
Dopo aver solubilizzato il precipitato in ammoniaca, si può riprecipitare con HNO . A questo punto
3
bromuri e ioduri si determinano con acqua di cloro che ossida, poi si estrae con un solvente
organico: il bromo vira a giallo mentre lo iodio a viola. Se sono presenti entrambi il viola copre il
giallo e si aggiungerà quindi acqua di cloro per far assumere una colorazione gialla al bromo.
Anche in questo caso bisogna verificare se l’alogeno è organico o ionico, ma solo se nella molecola
sono presenti azoto o zolfo. Infatti se nella molecola azoto e zolfo sono assenti, l’alogeno sarà
sicuramente organico.
Invece se è presente l’azoto, il cloro potrebbe essere ionico. Se è così la sostanza come tale deve
risultare idrosolubile, perché sarà un sale cloridrato o di ammonio quaternario: se nelle prove di
solubilità la sostanza non si scioglie in H O, il cloro non sarà ionico. Per verificare la ionicità si scioglie
2
la sostanza in acqua, si acidifica con HNO e si aggiunge AgNO : se il cloro è presente in forma ionica
3 3
precipita AgCl bianco. È possibile che durante l’aggiunta di HNO si verifichi la precipitazione del
3
nitrato della sostanza organica che rende torbida la soluzione, quindi bisogna filtrare e fare la ricerca
del cloro nel filtrato.
Se sono presenti 2 alogeni contemporaneamente quasi sempre uno dei due alogeni è cloro ionico:
-
è presente come Cl perché fa da controione di un ammonio quaternario, oppure è presente come
+
cloridrato. In quest’ultimo caso si ha uno spostamento di un H sul gruppo amminico della sostanza,
quindi quando si va a modificare il pH cambia lo stato della protonazione. L’azoto del gruppo
amminico rimarrà protonato solo a pH acido e a pH neutro, mentre si deprotonerà a pH basico.
Bisogna comunque ricordare che bromo e iodio non sono MAI presenti contemporaneamente e lo
iodio è presente solo nelle sostanze azotate e non è MAI ionico. 5
Verificare la presenza di FOSFORO E ARSENICO
viene effettuata in una capsula una calcinazione con un eccesso di miscela ossidante (miscela 1:1 di
KNO e Na CO ). Così fosforo e arsenico si trasformano in composti inorganici: fosforo in acido
3 2 3
fosforico e arsenico in acido arsenico. Dopo aver scaldato si aggiunge una quantità doppia di miscela
magnesiaca (cloruro di magnesio e ammoniaca): se è presente il fosfato si forma fosfato ammonico
che viene fatto precipitare con AgNO . Poi si filtra e si lava goccia a goccia con H O fino a eliminare
3 2
l’odore di ammoniaca. Così si forma fosfato di argento che ha colorazione gialla.
Tra le sostanze metallorganiche, l’unica contenente fosforo è il calcio glicerofosfato, un glicerolo
esterificato con l’acido fosforico. Quindi il fosforo è legato covalentemente allo scheletro
tricarbonioso del glicerolo: un gruppo OH del fosfato forma l’estere organico con il glicerolo, mentre
2+
gli altri due OH formano il sale con Ca . Per questo è necessario eseguire la calcinazione.
Verificare la presenza di METALLI
Per alcuni metalli è possibile effettuare il SAGGIO ALLA FIAMMA: quindi si immerge il filo di nichel-
cromo ben pulito (non deve dare alcuna colorazione alla fiamma) in HCl concentrato, poi portarlo
all’estremità della sostanza da esaminare così che vi aderisca una piccola quantità. Portare il filo
nella fiamma ossidante e osservare la colorazione che assume la fiamma: sodio giallo; potassio
violetto; bario verde pallido; calcio rosso-mattone; rame azzurro-verde; litio rosso carminio. Il calcio
dà un residuo sul coccio poco visibile alla fiamma quindi è meglio proceder
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti di Analisi dei farmaci II
-
Appunti analisi dei farmaci II + esercizi sulla solubilità delle molecole con relativi saggi
-
Appunti completi Analisi dei farmaci 1
-
Appunti analisi dei farmaci 1