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DIZIONARIO DEI LUOGHI COMUNI IN MATERIA DI BENI CULTURALI

1° proposizione : .

L’Italia è la nazione nel mondo che possiede la maggiore quantità di beni culturali

Questa semplice e apparentemente innocua proposizione presuppone:

• un concetto univoco e condiviso di bene culturale, ossia su quali basi si possa

distinguere e qualificare una cosa quale bene (culturale);

• che si possa attribuire un valore omogeneo a cose o beni prodotti da culture diverse;

• che vi sia (o non vi sia) distinzione fra beni ritenuti di interesse culturale e beni

ufficialmente riconosciuti come tali;

• che esista una catalogazione o censimento sufficientemente completo dei beni culturali

esistenti in Italia da confrontare con analoghi censimenti o catalogazioni reperibili in altri

paesi o contesti.

Parlare, quindi, di percentuali appare privo di significato; in senso assoluto perché non si tratta

di sommare entità omogenee, in senso relativo perché il risultato (ammesso che si possa

giungere ad un qualsivoglia risultato) cambia a seconda dei criteri di rilevazione e di

elaborazione.

Emerge quindi un primo fondamentale aspetto: il carattere fortemente soggettivo di qualsiasi

valutazione che deve riferirsi a dati di contesto culturale (oltre che fisico).

Bisogna diffidare dalle semplificazioni (ad esempio giornalistiche) in quanto fuorvianti e

tendenziose. Soprattutto laddove si parla di cifre o di parametri apparentemente oggettivi, ma

altamente insidiosi, perché tentano di quantificare fenomeni che non si prestano ad una lettura

ed interpretazione (solamente) quantitativa.

Tuttavia, non vi è dubbio che l’Italia possieda un patrimonio storico e artistico (a cui si dovrebbe

aggiungere il paesaggio, che non rappresenta un corollario ma è un fattore coessenziale alla

fioritura artistica e culturale della nostra civiltà) particolarmente rilevante per la qualità,

quantità, capillare diffusione sul territorio, molteplicità di forme e stili.

Per tornare all’affermazione di partenza (l’Italia possiede la maggior quantità di beni culturali) vi

è una base di verosimiglianza che emerge laddove si esca dalle false certezze e ci si confronti con

i dati di contesto. In effetti l’Italia ed il suo patrimonio artistico è stata percepita per secoli

come il modello a cui guardare per lo sviluppo delle arti (dal Rinascimento e con la fondazione

delle accademie) e come sede della classicità.

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2° proposizione : Il patrimonio storico, artistico paesaggistico è (o potrebbe essere) la principale

.

risorsa economica per l’Italia, il suo petrolio

Questa proposizione (che abbiamo sentito ripetere infinite volte) si lega strettamente con la

prima; infatti, già impostare la questione del patrimonio storico artistico nazionale in termini di

percentuali (variabili) come se si trattasse di risorse naturali o minerarie, presuppone una

visione di tipo economicistico che postula l’attenzione del patrimonio culturale (e della sua

tutela) nell’ambito del mercato e delle sue dinamiche.

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Che il patrimonio storico artistico possa rappresentare anche una risorsa economica,

incrementando la nostra vocazione turistica, diventando un fattore di moltiplicazione di attività

collaterali diffuse sul territorio, è un principio non nuovo e sicuramente condivisibile.

Non si deve confondere la valorizzazione (almeno per quanto è indicato nel Codice dei beni

culturali e del paesaggio) il cui scopo è quello di incrementare la conoscenza, la fruizione (che è

un uso senza consumo), la consapevolezza dei valori (culturali) che il patrimonio rappresenta ed

incorpora, con forme di uso non compatibile se non di sfruttamento commerciale dei beni

culturali, incompatibile con la loro tutela.

La valorizzazione dei beni culturali –correttamente intesa – sicuramente determina ricadute

positive sull’economia (esternalità positive; quando il comportamento di qualcuno procura un

vantaggio ad altri). Deve essere però inserita in un progetto complessivo ed organico di

sviluppo territoriale che necessita, peraltro, di investimenti (prevalentemente pubblici). I

benefici si profilano a media o lunga scadenza.

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3° proposizione : È un errore grave presupporre un ritorno economico diretto dalla

commercializzazione spinta dei beni culturali. Esattamente come si sta facendo ora con i grandi musei, resi

.

autonomi ed affidati a direttori manager e non a storici dell’arte

Affittare complessi monumentali per organizzare «eventi» non solo contraddice i presupposti

della tutela (che deve garantire sia la salvaguardia dell’integrità materiale dei beni ma altresì il

rispetto dei valori culturali incorporati in essi, impedendo usi non compatibili) ma si rivela

inutile dal punto di vista finanziario, in quanto i proventi diretti rappresentano una frazione

irrisoria rispetto alle risorse necessarie alla tutela dei beni stessi ed in rapporto al (peraltro

magrissimo) bilancio statale destinato alla tutela.

Questi grandi complessi monumentali sono anche beni di proprietà pubblica e quindi

naturalmente destinati a svolgere un servizio di utilità pubblica. Deve essere garantita la

fruizione collettiva. Diversamente dai beni privati riconosciuti di interesse culturale per i quali

non è richiesta (se non in casi di beni di eccezionale interesse) la fruizione pubblica e quindi

anche destinati ad uso individuale e/o commerciale, ma nel rispetto della tutela e nel divieto di

usi incompatibili.

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4° proposizione : I beni sottoposti a tutela (culturali e paesaggistici) sono «vincolati» e quindi non è

possibile modificarli. Pensare di tutelare tutto significa «bloccare» se non addirittura mummificare interi

.

settori di patrimonio edilizio e di territorio, con un costo diretto ed indiretto per l’economia insostenibile

Per smentire questa affermazione basterebbe verificare l’efficacia di tali temutissimi «vincoli» al

patrimonio storico-monumentale e soprattutto paesaggistico per rendersi conto che si tratta in

realtà di una tutela molto difficile da imporre, nonostante gli strumenti legislativi ed

amministrativi – peraltro di lunga tradizione – presenti nell’ordinamento italiano.

Anche in questo caso l’affermazione – oltre a contrastare con dati di fatto che smentiscono tale

presunta immodificabilità – assume come presupposto una concezione parziale dell’economia,

dello «sviluppo» economico. In particolare, convalida l’idea tradizionale del territorio risorsa

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economica se convertito in suolo edificabile e del costruito come «riserva di valore» suscettibile

di rendita, da trasformarsi laddove le condizioni economiche consentano una maggiore

remunerazione (demolendo e ricostruendo).

Con il rischio di confondere lo sviluppo (economico) con il consumo (distruttivo) di beni

collettivi, di risorse pubbliche, di interessi diffusi, quale ad esempio quello per la tutela.

La pretesa del controllo pubblico sulle trasformazioni che interessano i beni culturali immobili si

aggiunge ad una generale regolazione dell’attività edilizia mediante la pianificazione e la

regolamentazione urbanistica; pertanto ogni attività progettuale di una certa rilevanza si deve

confrontare con il quadro normativo posto a presidio (difesa) dell’interesse generale.

I vincoli, i limiti, le condizioni fisiche, giuridiche, economiche sono circostanze con le quali ogni

progetto, anche quello del «nuovo» deve necessariamente confrontarsi. Il rapporto con la

preesistenza deve comunque ispirare qualsiasi buona pratica del progetto.

Se pensiamo tuttavia ai problemi impellenti – se non angosciosi – che la contemporaneità pone,

in termini di gestione delle risorse, di equilibrio ambientale, sia per quanto riguarda le

trasformazioni del territorio (tema del consumo di suolo) sia per quanto riguarda i processi

produttivi dell’edilizia e l’efficienza energetica degli edifici, appare necessario affrontare la

questione della preesistenza come risorsa e non solo come limite.

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5° proposizione : Il restauro (come si diceva in passato e come ancora si dice oggi) è una forma

«minore» di progetto. Meno un architetto è creativo, meglio restaura in quanto non imporrà il proprio

.

sigillo sull’edificio di cui si occupa

Si tratta di una affermazione falsata dal modo equivoco in cui si intende il termine creativo ed il

termine restauro. Risente del clima in cui questo dibattito ha preso quota, tra fine Ottocento ed

inizio Novecento, soprattutto con l’emersione delle avanguardie storiche, del razionalismo, e

parallelamente (con riferimento all’Italia) con l’organizzazione della tutela istituzionale, vista

come roccaforte dei passatisti (e quindi dei mediocri architetti).

Occorre chiedersi quale sia complessivamente, nella nostra società, tecnologica, digitalizzata,

basata sulla pervasività dell’immagine, con una possibilità illimitata di accesso a dati e contenuti

(non sempre facilmente verificabili) il ruolo dell’architetto e dell’architettura. Sicuramente molto

diverso da quello che abbiamo conosciuto anche in un recente passato.

In conclusione, va recuperato e rafforzato un aspetto che rappresenta, fra l’altro, una eredità

positiva del Movimento moderno; la consapevolezza dell’impegno etico e civile dell’architetto.

Che è anche un modo per affermare la dignità e l’autonomia della disciplina – oltre che del

professionista – e per contrastare le derive, indubbiamente gravi, che intendono condizionare

negativamente anche la trasformazione degli spazi di vita. In questo senso la giusta

considerazione della preesistenza può costituire un valido argine.

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IL RESTAURO PRIMA DEL RESTAURO

Conservare manufatti artistici è una pratica assai antica. Lavori di manutenzione e di

adattamento delle opere d’arte erano già in uso nell’antichità classica. In Grecia, dove l’arte era

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considerata imitazione della natura e della sua perfezione, qualsiasi manufatto dell’uomo che si

presentava in condizioni degradate poneva l’incombente necessità di ripristinarne l’unità per

ristabilire nel monumento un rapporto simpatetico con la natura e con la divinità. Il restauro era

quindi sentito come funzionalità spirituale.

Nella Roma antica restaurare significava riparare ma anche rinnovare o rifare in forme più

grandiose, in base al gusto o alle esigenze del momento. Il fine era sempre quello d’esaltare e

perpetuare nella memoria il potere e la grandezza del popolo romano.

PREMESSE

• L’architettura è fatta di edifici che spesso durano secoli e millenni.

• L’uso prolungato nel tempo comporta spesso variazioni di destinazioni d’uso, che si

riflettono anche sull’assetto complessivo dell’edificio.

• Le modifiche apportate agli edifici negli scorsi secoli erano anche aggiornamenti stilistici

che modificavano a volte radicalmente l’aspetto di un edificio.

• Solo nel corso del XIX secolo si sviluppa una coscienza storica legata all’architettura e ai

suoi valori di arte e civiltà.

• In questo periodo si vengono a definire anche le prime idee teoriche legate al restauro,

dovute in particolare a Eugene Viollet-le-Duc e a John Ruskin.

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La concezione «moderna» del restauro: il restauro stilistico

L’ Abate Gregoire, deputato all’assemblea costituente rivoluzionaria, fece votare una legge

contro il “vandalismo rivoluzionario” che rappresenta il punto di partenza della moderna

concezione della tutela.

E. E. Viollet le Duc (1814-1879) visto in contrapposizione a J. Ruskin (1819-1900):

• Ruskin: “Il cosiddetto restauro è la peggiore delle distruzioni”

• Viollet-le-Duc: “Restaurare è ripristinare l’edificio in uno stato di compiutezza che

potrebbe non essere mai esistito”

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VIOLLET-LE-DUC

Ha teorizzato il cosiddetto “restauro stilistico”, che consiste nel riportare un edificio nella sua

unitarietà stilistica (“restaurare un edificio significa ristabilirlo in uno stato di integrità che può

non essere mai esistito”). Si tende pertanto a cancellare la storia di un edificio, demolendo le

parti che non sono coerenti con il suo stile originario e rifacendo le parti mancanti o demolite

nello stile originario dell’edificio.

Da una sua relazione emerge che l’artista deve eclissarsi completamente, dimenticare le proprie

tendenze e i propri istinti per ritrovare e seguire il pensiero che ha informato l’esecuzione

dell’opera che egli intende restaurare. Occorre decifrare i testi, consultare i documenti esistenti

sulla costruzione di questo edificio, sia descrittivi che pratici, studiare le caratteristiche

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archeologiche e, infine, raccogliere le tradizioni scritte e orali spesso tanto preziose. Solo quindi

attraverso una conoscenza profonda si poteva restaurare il monumento secondo il suo stile e

addirittura completare qualcosa che non fosse mai esistito. Ha restaurato: l’Abbazia di Vezelay,

la facciata di Notre Dame, il castello di Pierrefond e la città di Carcassone.

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CARLO MACIACHINI

Uno degli architetti più importanti dell’eclettismo milanese è Carlo Maciachini (1818-1888). Egli

sostiene che il restauro è la conservazione di ciò che esiste e la riproduzione di ciò che è esistito;

in restauro non si deve inventare nulla e quando le tracce dell’antico sono state perdute è più

saggio copiare i motivi analoghi di un edificio dello stesso tempo per ottenere un risultato più

"scientifico", ovvero per inserire integrazioni il più possibile vicine all’originale. Maciachini

restaura molte chiese di Milano sia tenendo conto delle tracce già esistenti e ritrovate, sia

intervenendo con integrazioni e completamenti. Le facciate degli edifici da lui restaurate sono:

San Simpliciano, San Marco, Santa Maria del Carmine; a queste si può aggiungere Sant’Eustorgio

il cui restauro è attribuibile a Giovanni Brocca.

• San Marco: viene restaurata sempre da Maciachini attorno agli anni 1872-1873.

Vengono ritrovate tracce delle strutture preesistenti, tra cui le trifore laterali e il rosone

centrale; le due bifore sottostanti vengono riaperte. La facciata viene completata nella

parte superiore con una cornice composta da una prima fascia di archetti evidenziati da

un fondo di intonaco bianco e da una seconda fascia costituita da un fregio ininterrotto

di fogliami. In corrispondenza dei contrafforti e sulla cuspide centrale Maciachini colloca

alcune edicole in cotto di totale invenzione, che racchiudono statue concluse da una

copertura conica.

• Santa Maria del Carmine: la facciata di questa chiesa viene riprogettata ex-novo nel 1880

da Maciachini. L’architetto propone una facciata in stile neogotico per esaltare i valori e

il significato estetico dell’edificio. Vengono aggiunti elementi di totale invenzione come

le ricche edicole terminali cuspidate, i complessi decorativi dei rosoni e delle cornici ad

archetti pensili.

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CAMILLO BOITO

Boito è un importante esponente del restauro a livello nazionale e internazionale. I punti centrali

della sua teoria, definita come «restauro filologico», sono:

• Il rifiuto del restauro stilistico - nella versione proposta da Viollet-Le-Duc - considerato

come un inganno per i contemporanei, ma ancor più per i posteri e una falsificazione del

monumento, rendendo impossibile distinguere le parti originarie dalle successive

modifiche.

• La necessità di rispettare e tutelare i valori artistici e storici del monumento. Boito

asserisce inoltre l'importanza della conservazione dei segni lasciati dal trascorrere del

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tempo sulle superfici architettoniche, ovvero della patina, definita «splendido

sudiciume del tempo».

• L'esistenza di una gerarchia fra i possibili interventi sui monumenti: "devono venire

piuttosto consolidati che riparati, piuttosto riparati che restaurati".

• Quando le opere di restauro si rendono indispensabili per il mantenimento dell'edificio,

allora queste devono essere fatte in modo che le aggiunte non possano essere confuse

con le parti originarie. Le aggiunte dovranno essere quindi rese distinguibili mediante la

riduzione ai soli volumi essenziali eliminando o stilizzando gli elementi decorativi, senza

però stonare con il complesso dell'edificio.

Fu promotore, durante il IV Congresso degli ingegneri e architetti tenuto a Roma nel

gennaio 1883, della I Carta Italiana del Restauro: in essa confluiranno gran parte delle sue

posizioni. La Carta contribuirà a definire in maniera concreta una via italiana al Restauro che si

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/19 Restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fiorella21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di conservazione dell'edilizia storica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano o del prof De Stefani Lorenzo.
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