Fondamenti di restauro dell'architettura
Introduzione
Il restauro architettonico può essere definito come la disciplina dell'architettura volta a garantire la conservazione di un'opera, per valorizzarla e consentirne il riuso, tenendo in debito conto le sue valenze storiche. Si compone di una fase di analisi storica volta a ricostruire la storia del monumento, analisi delle tecniche costruttive, analisi del degrado e progetto di restauro vero e proprio, che consiste anche nell'individuazione della destinazione d'uso dell'edificio, che in casi particolari può differire da quella per il quale l'edificio è stato realizzato.
Le tendenze metodologiche riguardo al restauro architettonico sono varie e vanno a porsi tra le due posizioni teoriche estreme: una che mira alla conservazione assoluta dell'edificio storico nella situazione in cui si trova e l'altra che giunge a legittimare ricostruzioni anche consistenti dell'opera architettonica com'era e dov'era. Il restauro è un progetto architettonico che ha per oggetto una preesistenza.
I vincoli propri del progetto di restauro sono:
- Culturali: dipendono dal momento storico, dalla cultura in cui si sviluppa il progetto, ne determinano obiettivi e finalità.
- Metodologici: dipendono dal dibattito interno alla comunità scientifica dei progettisti e degli storici del restauro, determinano principi e criteri di intervento.
Gli interventi trattati saranno: interventi in cui prevale la conservazione della preesistenza, interventi che si propongono un ripristino di uno stato precedente allo stato degradato, interventi in cui la preesistenza e la nuova architettura si confrontano cercando una sintesi oppure rivendicano la propria differenza reciproca. Anche quando ci si pone come obiettivo la conservazione, senza rifunzionalizzazione e senza introduzione di elementi di novità, questo è raggiungibile in tanti modi differenti, quanti sono le metodologie risultanti dalle teorie del restauro.
Caso studio: Saluzzo, Palazzo Comunale
Il complesso palinsesto in cui è possibile identificare dei segni che narrano la storia dell'edificio. Il palazzo fu costruito nel 1462 sotto il governo del marchese Ludovico I, fu fino al 1831 e da sempre luogo dedicato alla pubblica amministrazione della città. L'edificio subì profonde trasformazioni agli inizi del 1500, con la chiusura del loggiato e l'apertura di nuove finestre. Poi, nuovamente, in occasione dell'ingresso solenne del duca di Savoia Carlo Emanuele I nel 1601, venne dato incarico al saluzzese Cesare Arbasia di decorare la facciata con i santi protettori Costanzo e Chiaffredo fra scudi e cartigli con iscrizioni dedicatorie. Dopo i recenti restauri si è ridata al monumento un'immagine unitaria e questo ha comportato la modifica di ampie porzioni di muratura: riapertura e integrazione delle monofore in cotto, apertura del porticato al piano terra, reintegrazione dei cornicioni marcapiano, chiusura di tutte le aperture al primo e al secondo piano, trasformazioni di vario genere nel piano sottotetto.
Caso studio: Genova, chiostro di San Lorenzo
I restauri risalgono alla fine degli anni '90. Il ripristino dell'immagine porta ad eliminare alcune superfetazioni, parti che durante i secoli si erano aggiunte all'edificio. Vengono eliminate le aggiunte e ripristinate le lacune; vi è una volontà di distinguere il proprio intervento dai resti della muratura preesistente. Questo atteggiamento mostra la volontà di non compiere un falso storico. Questi primi due progetti di restauro sono guidati da valutazioni di base che riguardano l'aspetto formale dell'opera, si ricerca un risultato formalmente unitario; si evidenzia un atteggiamento di predilizione verso un periodo storico che è quello medievale, quello originario; si considerano di nessun valore le testimonianze che provengono da un tempo diverso da quello primitivo.
Caso studio: Milano, Palazzo della Ragione
Restauro della metà degli anni '80 del XX secolo. Si parte da un approccio attento alla conservazione dei materiali e dei segni su di essi impressi, si è proceduto con un intervento di tipo rigorosamente conservativo. Non si sono reintegrate le lacune nell'intonaco e le modanature mancanti. La superfetazione settecentesca è stata conservata con la stessa cura riservata alla parte medievale. I restauri prevedono: stuccatura dei bordi delle lacune, consolidamento e protezione delle superfici intonacate, recupero degli infissi di legno.
Medioevo e Rinascimento di fronte al passato
Nel 1800 si comincia a studiare le antichità in modo cronologico. Con la Rivoluzione Francese (1789) nasce il termine monumento storico/antico. Le preesistenze erano considerate come simboli, e chiunque li possedesse si poteva considerare l'erede dell'antica Roma. Nel 407 papa Onorio stabilì la confisca di tutti i templi. Nell'alto medioevo un gran numero di chiese sorsero riutilizzando gli antichi templi, a cominciare dal Pantheon trasformato nella chiesa di Santa Maria ad Martyres nel 609. La bellezza delle opere d'arte riutilizzate le rese a volte oggetti di culto sia per la qualità artistica e tecnica di realizzazione sia per la molteplicità e la monumentalità di molte opere scultoree.
Un esempio di riutilizzo di un monumento romano in epoca medievale è il Mausoleo di Cecilia Metella (I sec a.C): nel medioevo la tomba viene saccheggiata e spoliata degli arredi e dei materiali più preziosi; al contempo torna ad essere usata come torrione di avvistamento sul finire del duecento; acquistata da Bonifacio VIII tra il 1283 e il 1302 viene trasformata in castello al quale si affianca una chiesa. Nel 1458-60 Leon Battista Alberti completa la facciata di Santa Maria Novella (Firenze, XIII-XV sec). Attorno al 1350 la parte inferiore della facciata si presentava rivestita di marmi bicromi. Alberti a partire dal 1458 completò la facciata ricercando la rispondenza armoniosa fra i diversi membri dell'opera architettonica (proporzione). Suo è il portale centrale e la soluzione della ampia fascia decorata a tarsie che raccorda la zona inferiore con quella superiore. Altro esempio è il Tempio Malatestiano (Rimini, XII-XV sec).
La costruzione della storia nel Rinascimento
Le fonti per gli storici sono: le fonti scritte (testi greco-romani) e le antichità (solo quando coerenti con le fonti scritte, avevano il compito di rafforzare le affermazioni della tradizione scritta). Gli storici erano affiancati dagli eruditi, specializzati nello studio dei testi greco-romani. Fin dal Rinascimento agli eruditi si affiancano gli antiquari che si occupano invece degli oggetti (antichità). In questo contesto il rapporto che il Medioevo e poi il Rinascimento ha con le antichità architettoniche e artistiche non è di tipo storico, laddove intendiamo per storia un racconto che utilizza o strumento della cronologia, e che lega gli eventi secondo un rapporto di causa-effetto; questo tipo di storia sarà codificata solo nel XVIII secolo.
Le antichità romane erano fonte di studio in quanto materializzazione delle regole, dell'ordine classico per quegli architetti che non accontentandosi dei testi si trasformano in antiquari, studiando i resti materiali dell'architettura. Ma questo non significa che vi fosse una coscienza conservativa: le rovine di Roma venivano utilizzate come cave di marmo e travertino. Gli uomini del Rinascimento hanno una visione neoplatonica dell'arte: questo li porta a considerare l'idea progettuale e la sua rappresentazione altrettanto importante della realizzazione materiale. Anche gli antiquari considerano il disegno uno strumento per catturare l'essenza dell'architettura, che in questo momento è soprattutto immateriale, in tal modo una volta riprodotto, l'originale può andare perduto. Solo nel XIX secolo si cambierà prospettiva.
Restauro sculture e pitture tra Rinascimento e XVIII secolo: La scoperta del tempo profondo
La conservazione delle opere d'arte nel 1500 e nel 1600: la statuaria. Il completamento di un frammento antico richiedeva anzitutto l'interpretazione corretta o plausibile delle parti mancanti, poi la loro esecuzione in una maniera che fosse in grado di accompagnarsi a quella antica. Il restauro consiste nell'interpretazione delle soluzioni originali della figura che è giunta mutilata. Una volta risolta l'interpretazione si apre il problema delle scelte, fedeli o meno, adatte al completamento.
Il caso Laocoonte: viene ritrovato nel 1506 e sistemato nel cortile del Belvedere in Vaticano. La posizione originale del braccio del Laocoonte fu compresa sin dalla sua scoperta e ne è testimonianza la copia eseguita da Baccio Bandinelli fra il 1520-25. Ma non è un problema di semplice ricostruzione filologica, se si vuole valorizzare l'originale, evidenziandone i pregi, piuttosto che un'integrazione fedele può essere opportuno assecondarne la grazia (il movimento), il ritmo, al di là di una imitazione del naturale; è quello che farà il Montorsoli con un braccio proteso di terracotta che sostituisce il primo restauro in cera del Bandinelli.
Il caso del Torso del Belvedere (museo Pio Clementino, Musei Vaticani, Roma): a differenza del Laocoonte, il torso del Belvedere è stato lasciato senza integrazioni. Nonostante lo stato estremamente lacunoso rivela un senso del movimento, una grazia che ne rende evidente il messaggio figurativo.
Le opere venivano raccolte in collezioni; le più famose sono:
- Collezione del Cardinale Ludovisi a Palazzo Altemps (Roma): tra il 1621-22 Ludovisi riunì una collezione di marmi antichi nella sua villa sul Colle Quirinale, la raccolta si arricchì fino a comprendere più di 450 sculture, esse vennero restaurate e integrate nelle parti mancanti dai più grandi artisti dell'epoca, tra i quali Bernini.
- Collezione del Cardinale Scipione Borghese: costituita da decine di statue. Nel 1808, 695 opere delle 2200 di cui si componeva la collezione vennero vendute da Borghese a Napoleone che le trasferì al Louvre.
- Collezione Cardinale Farnese: ha inizio con Farnese intorno agli anni '40 del XVI sec, le opere più importanti provengono dalle Terme di Caracalla, scavate a cominciare dal 1546. La collezione fu trasferita a Napoli per volere di Carlo di Borbone all'estinzione della famiglia Farnese a metà del XVIII secolo.
La conservazione delle opere d'arte nel 1500 e 1600: i dipinti
Il problema, per quanto riguarda i dipinti, è duplice: dipinti che hanno soprattutto interesse devozionale, ed opera d'arte di autori contemporanei riconosciuti come maestri. Nel primo caso questi dipinti vanno considerati non come cose, ma come segni di cose; non il dipinto o la scultura vanno conservati, ma l'immagine. Dall'altro lato ci sono quelle opere, come gli affreschi di Raffaello, l'adorazione dei magi di Leonardo, o il Giudizio Finale di Michelangelo, attorno alle quali si va configurando un'aura di rispetto, di non intervento, giustificato da una serie di ragioni di convenienza o di conservazione; quella cioè in cui nasce gradualmente il restauro.
Gian Pietro Bellori e i restauri di Carlo Maratta (1625-1713) sugli affreschi di Raffaello. Nel 1695 Bellori scrive la Descrizione delle stanze di Raffaello, con la quale entra nel pieno della nascente storiografia artistica portandovi un profondo influsso neoplatonico e individuando nell'opera d'arte un preminente nucleo etico-estetico. Tutto ciò tende ad esaltare il carattere alto dell'opera d'arte allontanandola dalla quotidianità e svalutando la sua materialità, come semplice attributo secondario, necessario ma non influente sui suoi valori espressivi e concettuali. Simili concezioni spiegano la difesa che il Bellori espresse degli interventi di Carlo Maratta (custode delle stanze di Raffaello durante il pontificato di Innocenzo XI) sugli affreschi alla Farnesina e poi su quelli della villa della Lungara e delle stesse stanze dei palazzi apostolici.
Il primo intervento del Maratta descritto dal Bellori è alla Galleria di Carracci a palazzo Farnese, Roma: i chiodi furono dissimulati, si impone così il tema della mimesi; l'opera del restauratore favorisce, reintegrando le forme perdute o interrotte, quella lettura platonica dell'opera d'arte proposta dal Bellori che esalta l'idea sottesa dell'immagine. Il secondo intervento del Maratta descritto dal Bellori sono gli affreschi di Raffaello nelle stanze Vaticane: tra il 1702-03, Maratta viene incaricato della pulitura degli affreschi di Raffaello nelle stanze Vaticane; nell'intervento resta una relazione tecnica stesa da Urbani, che spiega che tutte nelle stanze erano molto danneggiati i basamenti degli affreschi, consumati e coperti di scritte e sfregi, al punto che nella stanza di Eliodoro il Maratta desse il disegno per rifare completamente i finti rilievi in chiaroscuro giallo; in quella dell'incendio di Borgo tutte le figure di Re Benemeriti verso la chiesa erano perdute nella parte inferiore, inoltre i termini in chiaroscuro bianco erano malamente ridipinti così come il basamento della stanza della Segnatura. Tali restauri vengono criticati da Maratta e vengono ripresi facendo attenzione a non pregiudicare a quello che si ritrovava conservato, ma che si colorassero solo i punti dove ce ne fosse bisogno.
A questo punto era necessario procedere con la pulitura delle grandi storie e l'intervento affidato a Tosini fu eseguito con l'uso del vin greco al quale si accompagnarono estese ridipinture del Maratta; egli avrebbe voluto lasciare alcune porzioni non pulite ma su pressione del papa si limitò a lasciare un tassello vicino all'entrata della stanza della Segnatura in cui fosse possibile vedere lo stato prima della pulitura delle ridipinture. Il terzo intervento del Maratta descritto dal Bellori sono gli affreschi di Raffaello nella loggia di Psiche alla Farnesina (Roma): le pitture apparivano alquanto degradate, avevano perso la vivacità cromatica originaria a favore di una patina uniforme.
Si scatena una polemica tra chi difende gli interventi di rifacimento e rinnovamento del Maratta e chi li avversa. Nel 1703 Maratta fu nominato cavaliere di Cristo e ottenne l'elogio dell'accademia di San Luca in quanto: cancellando là sulle pareti Vaticane le ingiurie del tempo, senza togliere alcun pregio all'antichità. Infine, agli inizi del XIX sec, giunse il giudizio di Filippo Agricola, dell'Accademia di San Luca, che accusò il Maratta di aver ritoccato più del necessario gli affreschi di Raffaello, già ridipinti da Sebastiano- Venanzio, sotto il pontificato di Clemente VII. Alla convinzione di Bellori e Maratta, di far rivivere l'opera antica, l'abate Luigi Crespi (1708-89) oppone la convinzione che ciò sia impossibile, affermando che sia meglio mantenere.
XVII-XVIII secolo, la scoperta del Tempo Profondo
Il concetto di tempo si è modificato nei secoli, questo ha provocato un cambiamento nell'idea di storia. Nel 1700 l'uomo inizia ad affrancarsi dalla cronologia biblica e a fondare la propria storia su prove che provengono dalla ricerca scientifica e storica e non più dalla rivelazione. Idea comune di greci e romani era che l'uomo avesse una storia di decine di millenni; ciò è però in contrasto con la cronologia biblica che ammette che il creato abbia non più di 6000 anni e Sant'Agostino definisce falsità questa idea di una storia pluri-millenaria del mondo. L'occidente vivrà per 13 secoli sotto questo dogma, e porlo in discussione poteva essere pericoloso: Isaac la Peyrère, segretario del principe di Condé (1596-1676), ci prova ma viene arrestato. Nel 1656 aveva pubblicato Preadamitae nel tentativo di riflettere sulla genealogia umana prima dell'Adamo biblico. La scoperta dell'America e delle popolazione indigene aveva posto il problema cronologico perché queste si riconoscevano in una cronologia più lunga di quella biblica. Nel 1551 fu scoperto il calendario di pietra degli Atzechi che indicava una durata della vita sulla Terra superiore ai 6000 anni. Anche Giordano Bruno pone nel 1584 a cardine della sua critica alla Bibbia la questione cronologica che porta avanti fino alla condanna al rogo.
Alla fine del XVII secolo uno dei testi storia più importanti del secolo, quello di Bossuet, il quale inizia la cronologia universale a partire dall'anno 4400 a.C, seguendo così la teoria che l'età della Terra si possa datare a 6000 anni. Si giunge a concepire un tempo profondo che cioè collochi l'uomo e le creature della natura in una prospettiva di milioni di anni, tramite un lavoro parallelo a quello degli storici e dei teologi svolto dagli antiquari e dai naturalisti; lavoro che vede un'accelerazione a partire dal XVII sec quando il metodo sperimentale si affianca alla metafisica; lavoro che nel XVIII secolo porterà a riconsiderare tutti gli aspetti della cultura europea in prospettiva temporale e ad utilizzare il criterio cronologico per ordinare il mondo e le conoscenze.
Solo nel XVIII secolo la storia dell'uomo diventa oggetto di studi scientifici. La laicizzazione della storia umana presuppone una totale deteologizzazione del tempo, che viene reso disponibile alla libera azione del soggetto. La scoperta del tempo profondo contribuisce a de-teologizzare la tradizione, si perde il fondamento, la storia legittima il tempo laico: la storia stessa diventa fondamento. Paolo Rossi, importante storico della scienza scrive “cosa c'è oggi in comune fra gli ammoniti fossili, le piramidi egiziane e la scultura cinese? I fossili, le lingue antiche e i relitti delle civiltà perdute trovano tutti posto in uno studio unificato del passato: erano i segni del tempo”.
Studio antichità nel XVIII secolo
I segni del tempo: lo sviluppo degli studi archeologici. Nella seconda metà del XVII secolo si comincia a costruire una scienza dell'antichità come disciplina...
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