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Cultura e potere 2017/2018

La cultura e i suoi limiti

Lezione 1

Studiare le culture significa inizialmente porsi due domande:

  • Quale ricezione c'è dei temi antropologici nel dibattito pubblico che ci circonda?
  • Cosa possiamo fare noi per migliorare tale percezione/concezione delle culture?

Le scelte politiche, come vedremo, influenzano fortemente le dinamiche culturali.

DEA: demo-etno-antropologia:

  • Demologia: studio delle tradizioni popolari/regionali/locali;
  • Etnologia: studio delle società extraeuropee;
  • Antropologia culturale: studio scientifico della cultura (anni '70).

Concorrenza tra antropologi culturali, fisici e filosofici. Importanti antropologi sono Pierre Clastres e Marshall Sahlins.

Usi pubblici del concetto di cultura. Due esempi:

  1. Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio del sommo pontefice Francesco "Summa Familiae Cura" che istituisce il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia. La lettera si interroga sulla centralità della famiglia nella Chiesa e fa riferimento al fatto che il bene della famiglia risulta essere sicuramente decisivo per il futuro non solo del mondo ma anche della Chiesa stessa, questo perché il cambiamento antropologico e culturale rispecchia tutti gli aspetti della vita. Il Papa aggiunge qui culturale al termine antropologico.

  2. Articolo uscito sul Corriere della Sera di Ernesto Galli Della Loggia: "Noi, i migranti e lo ius soli: i dubbi che sono legittimi". Perché la maggior parte degli italiani sono contrari alla nuova legge sulla cittadinanza? Secondo il mio giudizio è il fatto che per la sua parte centrale la legge è pensata e scritta secondo una prospettiva astrattamente individualista, indipendente da ogni realtà culturale. È centrata esclusivamente sul candidato alla cittadinanza in quanto singolo. La cittadinanza italiana sarebbe d'ora in poi dovuta di diritto a chiunque, compiuto il diciottesimo anno di età, sia nato in Italia da genitori stranieri o vi sia arrivato prima dei dodici anni. La legge prescinde del tutto dal contesto culturale familiare o di gruppo in cui il futuro cittadino è cresciuto, e tanto più da qualunque accertamento circa l'influenza che tale contesto può avere avuto su di lui, sui suoi valori personali, sociali e politici.

Lezione 2

Significato classico di cultura: processo di sviluppo e mobilitazione delle facoltà umane che è facilitato dall’assimilazione del lavoro di autori e artisti importanti e legato al carattere di progresso dell’età moderna. La cultura e la filosofia rappresentano, dunque, un intervento modificatore dell’essere umano verso la formazione di un maggior sapere. Il significato classico è totalmente prevalente ancora oggi e secondo questa concezione possiamo definire la cultura come tutti quei saperi che un essere umano acquisisce nel corso della sua vita.

Significato antropologico di cultura: "La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società" (E. Tylor, 1971, Primitive culture). Da non dimenticare che la cultura accomuna tutti gli esseri umani e che tale significato antropologico che prende forma nel '700 darà origine a quella disciplina chiamata antropologia culturale.

Nella definizione tayloriana troviamo diversi punti importanti:

  • L’imprescindibilità della dimensione etnografica, la quale dilata i confini della nozione di cultura fino a renderla coestensiva con quella di umanità;
  • L’idea che la cultura sia un insieme che ingloba diverse attività (e non soltanto quelle più propriamente razionali e intellettuali);
  • Il carattere acquisito (non geneticamente trasmesso) di questo insieme e delle attività che lo compongono;
  • La connessione del concetto di cultura con quello di società nel senso che l’acquisizione della cultura avviene per il fatto stesso di far parte di un gruppo sociale.

Entrambi i significati di cultura (classico e antropologico) si fondano su una metafora agricola: cultura deriva dal verbo latino colere, i cui significati principali sono abitare, coltivare, ornare un corpo, venerare una divinità, esercitare una facoltà. Alla base vi è l’idea di un intervento modificatore, trasmesso subito dal gesto di chi si insedia in un luogo per abitarvi e perciò stesso lo trasforma, così come lavora e trasforma l’ambiente circostante al fine di coltivarlo.

Passando dal significato classico a quello antropologico di cultura si può riscontrare un percorso di dilatazione e democratizzazione della cultura stessa in quanto il significato antropologico estende il concetto di cultura a tutta l’umanità. Gli esseri umani infatti non possono stare senza cultura (tutti hanno una cultura e non solo chi studia latino/greco o chi intraprende la carriera di magistrato).

Contributi:

  • Darwin: aver condotto tutti gli esseri umani nella stessa catena evolutiva affermando che non esistono razze umane; Darwin portò l’umanità su una linea unica e continua.
  • Montaigne: lavora sul concetto di abitudine; l’abitudine, che secondo lui è regina di tutte le cose, ci imprigiona in quanto tutto ciò che si situa fuori dai cardini delle abitudini si trova di conseguenza fuori dai cardini della ragione (parole queste che ci fanno capire quanto gli uomini siano intrappolati all’interno di queste abitudini). Importanti sono anche le abitudini degli altri perché, se diverse, ci fanno riflettere sulle nostre.
  • Voltaire: nel saggio sui costumi (1756) contrappose i costumi alla natura dell’essere umano e cominciò così a opporre la cultura alla natura. La cultura è definita da Voltaire come costumi.
  • Herder: con lui e Voltaire cominciò a prendere piede quell’idea tipicamente antropologica di cultura come realtà che accomuna gruppi differenti di esseri umani. Con Herder si sviluppa l’idea delle culture al plurale: per definire l’essere umano occorre muoversi nello spazio.
  • Erodoto: va alla ricerca dei costumi e delle abitudini dell’antica Grecia.
  • Lévi-Strauss: l’etnologia è semplicemente il compimento del progetto umanistico rinascimentale, quando gli esseri umani si erano dati il compito di capire se stessi e dunque di mettere a tema l’umanità. L’antropologia deve basarsi sugli sguardi incrociati (es. non solo i torinesi che studiano la Polinesia ma anche i polinesiani che studiano Torino).

"L’invenzione della cultura", R. Wagner

L’antropologo non può situarsi fuori da un canone o da una cultura di riferimento/appartenenza perché altrimenti non avrebbe gli strumenti per pensare (etnocentrismo critico). Invenzione non significa inventare una cosa radicalmente nuova, si tratta anzi di una operazione che consente di capire l’altro gettando ad esempio dei ponti linguistici. Es. Etnobotanica dei veneti: i contadini veneti classificavano la vegetazione delle aree dell’amazzonia usando termini dialettali; usavano quindi il loro lessico per provare ad esprimere ciò che avevano di fronte. L’obiettivo è quello di estendere i concetti che quotidianamente si usano aggiungendovi sempre qualcosa di nuovo.

→ Es. Kula (scambio simbolico di doni nelle isole Trobiand) Economia del dono (M. Mauss).

Lo sforzo dell’antropologo è proprio quello di dilatare la propria esperienza per includere anche quella degli altri. La cultura si erge ora sulla natura anche se rimane salda l’idea che la cultura sia qualcosa di superficiale ed esterno; il tema dell’esteriorità è, inoltre, molto importante quando parliamo soprattutto di antropologia in quanto si deve considerare il fatto che la cultura in qualche modo è qualcosa che sta fuori di noi. Con cultura possiamo infatti far riferimento ad esempio agli abiti o ai costumi e non a caso sono proprio questi ultimi a dare alla cultura un insopprimibile significato di esteriorità.

"The superorganic", A. L. Kroeber, 1917

A. Kroeber, autore classico americano della storia dell’antropologia, ha definito la cultura come un super-organico: la cultura è stata da lui intesa come quello strato che si deposita sopra lo strato organico che costituisce la natura umana. Kroeber usa tale espressione tanto in senso evolutivo quanto in senso di sviluppo del singolo essere umano. Il super-organico rappresenta quindi sia la dimensione ontogenetica dell’essere umano sia la filogenesi che è il processo evolutivo della specie.

Gli esseri umani ad un certo punto acquisiscono la cultura perché vengono dotati di un grande cervello, di mani libere, di una posizione eretta e di una bocca in grado di articolare suoni e parole. La cultura come tradizione è "qualcosa di aggiunto agli organismi che la trasmettono, qualcosa di sovrapposto ed estraneo ad essi". Se ci pensiamo tutto questo rende possibile una convivenza tra cultura e natura. In ogni caso comunque, il non coinvolgimento dell’organismo nei processi e nelle forme di adattamento culturale è la ragione del carattere di esteriorità della cultura e sotto questo profilo tutta la cultura appare come esterna.

Es. I gruppi umani che si sono adattati all’Artico fanno uso di abiti appropriati, ossia forme di adattamento che si possono aggiungere o togliere all’organismo. Oppure: tutti gli utensili di cui gli esseri umani si sono avvalsi a cominciare dalle epoche più lontane, costituiscono un prolungamento verso l’esterno di potenzialità e facoltà sia fisiche che mentali.

Kroeber, inoltre, fa anche riferimento al linguaggio considerandolo come qualcosa di completamente acquisito e non ereditario, di completamente esterno e non interno, cioè un prodotto sociale e non il frutto di uno sviluppo organico. Il "nascere nudi e fisicamente inermi" è una condizione che si ripresenta invariabilmente negli esseri umani, sotto qualsiasi latitudine e in qualsiasi società, nonostante tutta la loro cultura.

Lezione 3

Nella definizione di Tylor (1871) la cultura è intesa nel suo più ampio senso etnografico e ciò significa attribuire la cultura a tutte le società umane in quanto essa non è più pertinenza di un piccolo manipolo di persone: la cultura è un attributo, una caratteristica, un tratto di definizione dell’umanità nel suo complesso.

Ci sono anche autori sostenenti che è meglio usare il concetto di cultura soltanto al singolare e non al plurale (ad esempio A. Appadurai, antropologo indiano che lavora negli Stati Uniti, usa la parola cultura al singolare perché il rischio di usare questo termine al plurale sta nella sostantivizzazione della cultura stessa; anche nella definizione di Tylor si parla di cultura al singolare).

Cosa manca nella definizione di Tylor?

  • Manca l’accento sulla produzione culturale e sul suo processo (chi ha creato la cultura?);
  • Manca il tema del riconoscimento (chi decide che tu appartieni ad una certa cultura?);
  • Manca il potere in quanto la cultura è anche una forma di controllo e di potere (chi organizza i saperi?). Addirittura in certe interpretazioni la cultura è intesa come solo potere;
  • Manca l’accenno alla trasformazione dei processi (la cultura è o no un processo statico?).

Per quanto riguarda il significato antropologico di cultura vengono messe a punto alcune idee:

  • Contrapposizione tra cultura e natura;
  • Visione stratigrafica dell’essere umano che accomuna tutti gli esseri umani;
  • Idea di natura presente anche in discipline non biologiche (ad esempio nello studio della psicologia, dello spirito, della natura in termini materialistici, della ragione, del fondamento filosofico etc.). Questo schema non trascura la cultura ma la colloca in un livello post-organico o super-organico, per riprendere le parole di Kroeber.

"Interpretazione di culture", C. Geertz

Il libro è volto a difendere una visione interattiva tra cultura e natura: C N.

L’accrescimento e l’espansione della cultura al di là dei confini con l’organico sono in primo luogo dovuti allo smantellamento della visione stratigrafica e questa considerazione trova in C. Geertz un attivo sostenitore e un efficace interprete, anche se le condizioni che la rendono possibile vanno rintracciate in alcune scoperte che a partire dagli anni Venti del Novecento sono state compiute in ambito paleoantropologico.

C. Geertz afferma che questo processo di interazione tra cultura e natura è stato reso possibile grazie a simboli significanti utili al controllo del comportamento umano. Il comportamento culturale dell’uomo è sempre mediato da simboli ma, dato che il simbolismo è un sistema condiviso di accordi e vincoli culturali, anche il comportamento sociale deve essere invocato per spiegare i diversi atteggiamenti. La condivisione di simboli è alla base della vita sociale e tale processo avviene all’interno di specifici gruppi: i simboli hanno senso solo all’interno di un contesto preciso.

Geertz dice che le culture sono un po’ come dei testi perché come questi ultimi esse vivono delle letture che ognuno di noi fa di loro; per capire un testo l’antropologo deve però capire il contesto in quanto le culture hanno un senso solo all’interno di determinati contesti che possono essere più o meno aperti.

Il modello di Geertz implica il rifiuto dell’idea dell’uomo come essere naturale che acquisisce, o produce, in un secondo tempo la cultura, il rifiuto quindi della separazione natura/cultura. Questo modello implica pure il rifiuto della separazione individuo/società quali entità autonome. Come non vi è un uomo naturale che poi inventa, scopre o produce la cultura, così non vi è neppure l’individuo che, formatosi per conto proprio, entra successivamente nella società.

Antropologia come curvatura dell’esperienza

Grazie agli studi paleoantropologici si capisce che la cultura intesa come apparato esterno all’organismo ha una sua storia molto più lunga di quanto non si immaginava in passato. In particolare si scopre, grazie alle analisi di resti fossili e di ossa, che gli ominidi usavano strumenti relativamente complessi (ad esempio per cacciare, pescare, raccogliere bacche e sminuzzare il cibo) e saperi condivisi. Un paleo-antropologo molto importante è il francese Leroi-Gourhan.

Col passare del tempo anche l’etologia entra in campo e si inizia a parlare di culture degli animali in quanto gli studi portano a notare che molte specie animali si basavano su tradizioni che avevano appreso e che erano in grado di trasmettere ai loro simili.

Ci si è resi sempre più conto che gli ominidi, antenati dell’Homo sapiens, disponevano di una qualche forma di cultura, nonostante che il loro cervello fosse, come capacità volumetrica, un terzo di quello dell’uomo attuale. La conclusione del profondo ripensamento indotto dalle scoperte paleoantropologiche è stata espressa chiaramente dall’antropologo fisico S. Washburn, secondo cui "è probabilmente più corretto considerare gran parte della nostra struttura fisica come il risultato della cultura, anziché pensare a uomini anatomicamente simili a noi, i quali piano piano scoprirebbero la cultura". Insomma, la cultura appare sì come qualcosa di esterno rispetto agli organismi individuali, ma essa interviene ben prima che l’evoluzione organica produca l’uomo quale esso è attualmente.

"Le geste et la parole", Leroi-Gourhan:

Uno dei tanti punti da lui affrontati è il ruolo del cervello nell’evoluzione biologica e culturale dell’uomo. Secondo una tipica visione stratigrafica e di successione lineare, si è spesso indotti ad attribuire al cervello una posizione prioritaria e una funzione trainante, o addirittura creativa, rispetto alla formazione della cultura (prima il cervello umano perfettamente abilitato e poi la produzione della cultura). Leroi-Gourhan scombina questo schema ponendo il cervello nelle ultime posizioni dello sviluppo organico, anziché nelle prime.

Se infatti per lui è quasi inevitabile scorgere nell’evoluzione dell’uomo il trionfo del cervello, è d’altronde impossibile non attribuire al cervello la posizione di ultimo arrivato. Quindi il cervello non è altro che il prodotto di una storia evolutiva basata su di una interazione durata milioni di anni tra cultura, tecnologia e tutto ciò che è esterno all’organismo: sono infatti le connessioni che permettono l’esistenza della cultura. Il '900, oltre ad essere un secolo pieno di rivoluzioni, è un secolo durante il quale la cultura ha "eroso" terreno alla natura.

L’idea di interattività è scaturita anche dagli sviluppi delle neuroscienze: si pensa che il cervello di un bambino appena nato sia fortemente incompleto soprattutto dal punto di vista neurologico. I processi neurologici e cognitivi che gli studiosi di psicologia e neuroscienze consideravano attribuibili alla genetica ed alla natura, sono in realtà un prodotto dell’interazione con la cultura la quale porta a forti conseguenze per ciò che riguarda la crescita fisica del bambino stesso. I contesti linguistici non sono altro che parole e simboli evanescenti che durano lo spazio di qualche frazione di secondo, e tali parole non hanno senso se non all’interno di una tradizione culturale ben precisa (es. il prof spiega e c’è un alunno cinese che non conosce l’italiano). Le lingue hanno in questo senso un’incidenza fondamentale nel processo di "scultura cerebrale".

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Favole Adriano.
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