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accessorie, che sono significanti attraverso una relazione. Questa distinzione è assolutamente in

linea con quella fatta tra parole piene e vuote. Le parole principali si scindono ulteriormente in

sostantive e attributive, mentre le accessorie si dividono in parole definitorie o di connessione.

A partire dal XIX secolo, ci sono moltissimi autori che si rifanno a questa distinzione, usando

proprio i termini cinesi: parole piene e vuote. Uno di questi autori è Max Müller, che fa ampio uso

di questa dicotomia, riconoscendo ai grammatici cinesi il merito di aver colto questa distinzione,

che non è specifica del cinese, ma è propria di tutte le lingue. Il portato della scoperta dei

grammatici cinesi è stato tanto più importante (gli studiosi di linguistica devono essere

estremamente grati ai grammatici cinesi), perché in cinese questa distinzione si coglie molto

difficilmente, al contrario, nelle lingue classiche è più facile da individuare. Da un punto di vista

formale, in cinese non c’è alcuna differenza tra le parole piene e le parole vuote, ma c’è fluidità tra

le due categorie, infatti, una parola piena può essere usata anche nella funzione grammaticale di

parola vuota. Invece, nelle lingue classiche c’è una grande differenza: le parole vuote da un punto di

vista fonico sono più brevi, perché non hanno un correlato extralinguistico. Questa contrapposizione

diventa per Max Müller così importante, da essere al centro della sua tipologia linguistica, che

elabora in un suo scritto, basandosi sul diverso trattamento di parole piene e parole vuote. Nelle

lingue isolanti, tutte le parole (sia piene sia vuote) mantengono la loro forma indipendente. La

seconda tipologia è rappresentata dalle lingue agglutinanti, in cui le parole vuote, cioè i suffissi,

hanno perso la loro indipendenza e sono soggette a un decadimento. Infine, nell’ultima tipologia,

anche le parole piene perdono la loro indipendenza, quindi, c’è una fusione completa tra i due tipi di

parole, questo porta a opacità e a una difficile segmentazione.

XVI Lezione – 04.05.2017

In altre tradizioni, non c’è un’individuazione immediata delle parole piene e parole vuote; al

contrario, la conoscenza di queste due classi comporta una revisione di tutto lo schema e Harris è il

primo studioso che recepisce questa distinzione. La dicotomia continua nel mondo anglosassone

con le due etichette full words e empty words, termini che oggi sono caduti in disuso e si

prediligono altre coppie dicotomiche, come content/lexical words e functional words, notional

words e relational words. Nella terminologia del francese, permane la dicotomia parole piene e

parole vuote, mots pleines e mots vides. In italiano, si trovano anche altri termini, quali principale e

accessorio, ovvero le traduzioni dei termini di Harris, autonomo e particella, lessicale e

grammaticale, autosemantico e sinsemantico.

In ambito anglosassone, l’autore novecentesco, Henry Sweet, sviluppa un’altra riflessione,

utilizzando la coppia parole piene-parole vuote, ma insiste sul tratto dell’indipendenza formale più

che su quello semantico. Le parole vuote sono etichettate come half words, cioè mezze parole, così

definite perché non sono parole vere e proprie; in realtà, crea anche un gioco linguistico con full,

che significa sia pieno sia intero. A differenza delle full words, le half words non sono libere e sono

spesso prive di accento. Questa dicotomia persiste nel ‘900, quando si sviluppa la cornice teorica

dello strutturalismo, che non pone più l’attenzione sulla morfologia, bensì si studia la lingua nel suo

insieme.

Tesnière è un autore strutturalista, che ha scritto l’opera Elementi di sintassi strutturale; è molto

concentrato sulla sintassi e sulla contrapposizione tra il piano semantico (cioè lessicale) e il piano

strutturale (cioè sintattico). Sottolinea come le nozioni di vuoto e pieno non siano tanto ravvisabili

nei singoli lessemi, ma pertengono agli usi sintattici delle parole. In questo senso, lui riprende anche

la prima osservazione degli autori cinesi, i quali hanno evidenziato la fluidità di queste categorie.

Dal punto di vista della forma, non c’è alcuna differenza tra parole piene e vuote, soltanto il loro

impiego e la loro realizzazione nella sintassi che ne determina il carattere. Operando una

contrapposizione tra il piano semantico e il piano strutturale, Tesnière individua delle coppie

correlative, sostenendo che le mots pleines e mots vides della semantica corrispondono sul piano

strutturale alle parole costitutive e sussidiarie. In questo, si nota uno stretto legame con la dicotomia

elaborata da Harris, in quanto le parole sussidiarie corrispondono a quelle accesso

rie, sono parole di aiuto. Per certi versi, Tesnière può essere considerato come un precursore di

Chomsky, perché è molto concentrato sul fatto che la dimensione lineare della frase deve essere

sciolta nella sua strutturazione, quindi, le parole costitutive e sussidiarie emergono soltanto sul

piano strutturale. Nel momento in cui coglie la strutturazione di una frase, al di là della sua linearità,

elabora uno schema, detto stemma, che si avvicina all’albero di Chomsky ed è costituito da nodi di

reggenza, che a loro volta determinano gli elementi retti. Le parole costitutive sono autonome, sono

dei nodi di reggenza, dei nuclei, mentre le parole sussidiarie sono sempre degli elementi retti, sono

dei satelliti.

Benveniste è un altro strutturalista e, come Tesnière, coglie la contrapposizione tra parole piene e

parole vuote, ponendo l’attenzione sul piano strutturale. Inoltre, evidenzia la differenza tra le parole

autonome, che funzionano come costituenti delle frasi, e le parole sinnome (sin significa

letteralmente “che sta con” e rimanda, dal punto di vista etimologico, ai syndesmoi di Aristotele),

che non possono stare da sole, ma devono sempre essere unite ad altre (si motiva l’uso della

terminologia: parole autonome e parole sinsemantiche, la ripresa del prefisso sin è proprio una

traccia della riflessione di Benveniste).

La Grammatica descrittiva è basata sui dati linguistici ed è una grammatica di lingue particolari che

procede secondo un metodo induttivo, analizza i dati per cercare le analogie e le correlazioni.

A un certo punto, l’attenzione per la descrizione e per il produrre delle grammatiche particolari

viene superata, quindi, nel tardo Medioevo, gli studiosi si concentrano sull’elaborazione di una

grammatica universale, interpretativa, che sia adatta a descrivere tutte le lingue. Questa grammatica

medievale si avvicina molto a quella di Chomsky, perché entrambe sono universali e procedono

attraverso il metodo deduttivo, quindi, si parte dall’idea che esistano certe regole, di cui si cerca

l’effettivo svolgersi nelle specifiche lingue. Gli studiosi medievali hanno rivolto a quelli antichi

critiche molto simili a quelle che Chomsky rivolge agli strutturalisti, e definiscono questa nuova

grammatica come speculativa e filosofica. Nel Medioevo, si afferma in modo esplicito che il

filosofo, considerando con cura la natura specifica delle cose, scopre la grammatica. Ruggero

Bacone sostiene che la grammatica, nella sua sostanza, è unica e sempre la stessa in tutte le lingue,

le differenze superficiali sono semplici variazioni accidentali (termine che rinvia ad Aristotele e,

quindi, alla filosofia). Una tale definizione di grammatica potrebbe essere stata scritta

tranquillamente anche da Chomsky, il quale, sin dal suo primo periodo di elaborazione teorica,

insiste sull’unicità della grammatica. Nel suo terzo periodo, la definizione di grammatica coincide

con quella di Bacone.

Ripartizione della riflessione teorica di Chomsky

1° periodo: teoria standard

2° periodo: teoria standard estesa

3° periodo: teoria dei principi e dei parametri (teoria della grammatica universale)

4° periodo: teoria minimalista (a cui si è fatto riferimento nella lezione sull’origine del linguaggio)

Chomsky distingue due piani di analisi grammaticale: una descrittiva e una esplicativa. Inoltre,

anch’egli riconosce l’importanza del portato filosofico; nelle sue opere fa riferimento a due filosofi:

Platone e Cartesio. Sceglie Platone, perché, come lui, ritiene che una certa conoscenza delle regole

grammaticali sia implicita, innata; invece, il tratto in comune con Cartesio è la tesi secondo cui il

pensiero e il linguaggio siano i tratti distintivi tra l’uomo e l’animale. Nel testo scritto da Chomsky,

Hauser e Fitch, i tre autori insistono proprio su questo tratto.

La linguistica medievale, che tende all’elaborazione di una grammatica universale, non si occupa

più di morfologia; laddove succede, la morfologia viene inserita in una visione molto più ampia,

nella quale altri due settori della linguistica hanno un grande ruolo: la semantica e la sintassi (un

altro parallelo con Chomsky).

Gli studiosi medievali distinguono tra la significatio e la suppositio di una parola; la prima indica il

significato di una parola, inteso come rapporto tra il segno e la realtà, conosciuta oggi come

designazione o denotazione. Questo rapporto è fisso, convenzionale e astratto, grazie al quale si può

applicare quella determinata parola a una serie di aspetti della realtà, ciò significa che una parola

può stare al posto di certi aspetti della realtà, per questo motivo, si parla di suppositio. Questa

contrapposizione tra significatio e suppositio corrisponde all’opposizione, colta dai semantici, tra

significato e riferimento. Il significato corrisponde alla definizione di una parola in un dizionario.

Grazie a questo rapporto consolidato, nella prassi linguistica, si può usare una parola con un suo

significato in riferimento a realtà anche diverse. Si parla di riferimento, piuttosto che di accezione,

proprio perché la parola si può riferire ad aspetti diversi della realtà. Per esempio, la parola gatto ha

un suo significato, che i parlanti possono usare per riferirla a realtà diverse. Il gatto mi ha rovinato

il divano. Ci si sta riferendo al gatto posseduto dal parlante. Il gatto è un animale imprevedibile.

Ci si sta riferendo in generale a tutti i gatti. Non ti avevo proprio visto, sei entrato come un gatto.

Attraverso procedimenti metaforici, la parola gatto è usata per indicare una persona.

A dispetto dell’unicità del significato, c’è una pluralità di riferimenti, perché si passa dal piano

astratto al piano concreto. Questa contrapposizione è squisitamente semantica ed era stata

individuata già da Aristotele, il quale parla di estensione e intensione. L’intensione è l’insieme delle

caratteristiche definitorie di un termine e, quindi, corrisponde alla significatio; invece, l’estensione

comprende una serie di realtà od oggetti a cui si può applicare un termine, quindi, corrisponde alla

suppositio. L’intensione ed l’estensione sono in un rapporto inversamente proporzionale, nel senso

che, se l’una è molto ampia, l’altra sarà molto ridotta e viceversa. Se un termine è molto specifico

ed è caratterizzato da una serie di qualità, questo avrà un’estensione ridotta e si potrà applicare a

poche realtà o una soltanto. Per esempio, i termini dei linguaggi specialistici hanno tendenzialmente

un’intensione molto ampia e un’estensione ridotta. Al contrario, le parole generiche hanno

un’intensione ridotta, ma un’estensione molto ampia, ne sono esempio le proforme, cioè le forme

sostitutive di altre, come cosa, fare. Ci sono i deittici, che sono degli elementi linguistici che hanno

un’intensione inesistente e un’estensione illimitata, perché non hanno un proprio contenuto. Ad

esempio, i pronomi personali sono onnivalenti, hanno un’estensione illimitata, perché avranno un

riferimento diverso a seconda del parlante che li usa.

Gli studiosi come Dionisio Trace, che danno anche una definizione delle classi di parola, non

sbagliano nel contrapporre degli elementi linguistici, che hanno una definizione e una

contenutistica, ad altri elementi che hanno soltanto una definizione formale.

Questi studiosi sono definiti modisti o scoliasti, perché fanno parte della fase scolastica della

filosofia medievale; loro continuano a lavorare sul piano semantico ed elaborano anche una

differenza tra supposizione formale e supposizione materiale. In realtà, questa dicotomia

corrisponde alla differenza tra linguaggio oggetto e metalinguaggio: una parola può essere usata

nella sua suppositio formale, quindi, ha un suo significato extralinguistico, oppure come

supposizione materiale, cioè come parola in sé stessa e, quindi, è metalinguaggio. Maria è arrivata

in ritardo alla lezione. Il nome è usato nella sua supposizione formale. Maria è un nome

diffusissimo. Supposizione materiale.

Non è un caso che questi autori si concentrino sulla dimensione semantica e sintattica, perché

vogliono elaborare una grammatica universale, capire come funziona il pensiero e come questo si

traduce in lingua. Anche in questo senso, si evidenzia un tratto in comune con Chomsky, per il quale

capire la strutturazione e il funzionamento di una lingua significa gettar luce sul funzionamento

della mente. Infatti, quando parla di lingua, parla sempre della mente e del sistema computazionale.

Questi studiosi medievali compiono un enorme passo in avanti rispetto agli studi precedenti, perché

per la prima volta introducono un altro fattore di analisi, ovvero il pensiero, che fa da tramite tra

realtà e lingua. Gli scoliasti elaborano la loro visione nel sistema modista, individuano i modi

dell’essere, del pensiero e della lingua; credono che questi tre piani coincidano. Se la lingua e la

grammatica sono intese come universali, chiaramente si parte dal presupposto che la lingua è

sempre la stessa, perché il pensiero è sempre lo stesso che coglie la realtà sempre nello stesso modo.

Loro colgono i modi essendi, che si riferiscono alla realtà (i modi dell’essere, le categorie di

Aristotele), i modi intelligendi, che corrispondo al pensiero, e, infine, i modi significandi, che si

riferiscono alla lingua. La realtà è caratterizzata da certi modi dell’essere, che la mente percepisce

attraverso i modi intelligendi attivi, cioè i modi in cui la mente funziona, e li traduce in modi

intelligendi passivi, cioè i modi essendi così come sono percepiti dalla mente. A questo punto,

interviene la lingua e i modi significandi, che si distinguono in attivi e passivi: i primi creano le

parole nella loro materialità, creano delle sequenze foniche, che sono poi associate ai modi

intelligendi passivi, per cui si realizzano i modi significandi passivi. Quindi, i modi significandi

passivi sono i modi della realtà così come sono percepiti dalla mente ed espressi dalla lingua

attraverso i modi significandi attivi.

I modi essendi sono unici, mentre quelli intelligendi e quelli significandi sono bipartiti in attivi e

passivi. Gli attivi sarebbero i potenziali, che pertengono al funzionamento astratto; mentre, quelli

passivi sono concreti e si avvalgono degli attivi. Nel momento in cui il pensiero entra in funzione e

vuole cogliere i modi essendi della realtà, si avvale dei modi intelligendi attivi, ma quando c’è

l’interazione tra la realtà e il pensiero, si generano i modi intelligendi passivi, che sono i modi

essendi così come sono percepiti dalla mente attraverso l’aiuto dei modi intelligendi attivi, quindi, i

concetti che si riferiscono alla realtà. Un altro fattore che entra in gioco è quello linguistico. I modi

significandi attivi sono le potenzialità di convertire i concetti in forme linguistiche, sono delle

sequenze foniche, sono astratte, ma per arrivare alla parola che esprime un concetto, c’è bisogno di

un’espressione, data dai modi significandi attivi. Si generano le parole come modi significandi

passivi, che sono i modi essendi così come sono percepiti dalla mente e sono diventati modi

intelligendi passivi e così come sono stati elaborati dai modi significandi attivi.

È importante l’insistenza sul fatto che la lingua non è intesa come qualcosa di autonomo, ma come

pensiero linguistico.

MIA Pensiero

MSP -------- ME Parola o simbolo --------- Realtà

Questi autori credono che i modi essendi, intelligendi passivi e significandi passivi coincidano, in

questo risiede l’universalismo. Il pensiero e la realtà sono unici, quindi, i modi intelligendi attivi

sono gli stessi dovunque, necessariamente anche i modi significandi saranno gli stessi dovunque.

Per questo motivo, la grammatica è universale e le lingue sono tutte uguali al di là di semplici

differenze superficiali. Questo schema si potrebbe applicare anche ai discorsi di Chomsky ed è

sovrapponibile al triangolo di Ogden e Richards, rispettivamente un filosofo e un linguista. Alla

parola corrispondono i modi significandi passivi, al pensiero i modi intelligendi attivi e alla realtà i

modi essendi. La linea tratteggiata indica la mancanza di un rapporto diretto tra la parola e la realtà,

perché c’è sempre la mediazione del pensiero. I modisti insistono proprio su questo aspetto,

affermando che prima di passare ai modi significandi, c’è sempre il tramite dei modi intelligendi.

Questa visione linguistica è assolutamente pervasiva di qualsiasi descrizione linguistica.

Questi studiosi riconoscono, sul piano grammaticale, due fondamentali modi essendi: il modus entis

e il modus esse. Il primo rappresenta la proprietà di permanenza, cioè la persistenza nel tempo, il

secondo corrisponde alla proprietà del mutamento delle cose. Quindi, il modus esse corrisponde al

verbo, che ha uno sviluppo temporale, un processo e un divenire; mentre, il modus entis corrisponde

al nome. Si parte sempre dalla realtà, dal modus esse, che è il modus della trasformazione, a cui si

sovrappone la categoria linguistica, quindi, il verbo.

I modisti scrivono delle grammatiche speculative, quindi, riconoscono le classi di parola, inserite

però sempre in un sistema modista, per cui, si può fare solo un confronto con la classificazione di

Dionisio Trace.

La definizione del nomen: parte del discorso, che significa mediante il modo di un esistente o di

qualcosa con caratteristiche distintive, il modo di un esistente e il modo della stabilità e

permanenza. Questa definizione è esclusivamente contenutistica e filosofica, non c’è nessuna

specificazione morfologica. Tutti gli aspetti delle categorie formali individuati dalla grammatica

descrittivi sono visti nell’ottica del sistema modista. Quindi, le classi grammaticali sono denominate


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in linguistica e traduzione specialistica
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher HIlarity90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli descrittivi delle lingue e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Di Pace Lucia.

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