XV lezione – 02.05.17
Oltre alle classi e alle categorie grammaticali, esistono anche le funzioni grammaticali, ma gli studiosi dell’antichità non ne sono consapevoli. Invece, gli stoici sono attenti alla dimensione semantica, per cui uniscono le informazioni semantiche insieme con quelle strettamente formali. Inoltre, elaborano un’altra divisione all’interno della classe degli onoma, distinguendoli in nome proprio e nome comune, probabilmente questo è dovuto all’influsso della logica, in cui si sosteneva che le qualità fossero individuali o comuni.
Gli stoici individuano anche la classe degli avverbi, i mesotes, cioè la classe degli elementi di mezzo, perché gli avverbi, dal punto di vista sintattico, sono vicini al verbo, ma dal punto di vista morfologico sono più vicini ai nomi. Infatti, spesso in greco gli avverbi sono derivati da radici nominali. Gli stoici identificano anche la categoria grammaticale della clisis, che significa letteralmente piegamento, quindi, indica la flessione. Ptosis si riferisce alla flessione nominale, ma successivamente Aristotele usa questo termine anche per indicare altri elementi grammaticali, come il verbo, quindi, c’è un allargamento semantico. Invece, clisis è un termine più generico, che si riferisce alla flessione in generale.
Gli stoici considerano l’aggettivo non più come appartenente al rhema, piuttosto rientra nella pertinenza del nome, questo perché l’aggettivo ha una flessione aderente a quella nominale. Quindi, la flessione diventa importante per individuare nuove classi o per spostare degli elementi da una categoria all’altra. Questa vicinanza tra il nome e l’aggettivo è continuata a lungo nella tradizione grammaticale, infatti, per tantissimo tempo, si è parlato di nome-sostantivo e di nome-aggettivo; il sostantivo emerge proprio per distinguere l’aggettivo all’interno del nome, mentre il rhema è rimasto come verbo in senso proprio.
Gli stoici fanno una profonda riflessione sull’aspetto verbale, che esprime un significato pieno, non è una semplice determinazione e può essere veicolato da fatti morfologici o lessicali; per esempio, in italiano, per quanto concerne il causativo, esiste una contrapposizione tra morire e uccidere. L’aspetto è presente anche nell’imperfetto, perché c’è un valore di iterativo, quindi, in questo caso, si ha un valore aspettuale grammaticalizzato. Esistono anche altre possibilità per indicare il fatto aspettuale, come per esempio l’incoativo, che in alcune lingue è grammaticalizzato e sistematico; in italiano c’è soltanto in alcuni casi, come nell’opposizione tra dormire e addormentarsi (incoativo). In altri casi, si può ricorrere a una parafrasi, per esempio non c’è un verbo contrapposto a mangiare che indichi l’inizio di questa attività.
Per contro, da un punto di vista formale, ci sono dei verbi italiani che portano una marca di incoativo, che recepiscono dal latino pur non essendo nel significato degli incoativi, per esempio: finisco → la desinenza è un incoativo, perché in latino c’era una contrapposizione tra finio e finisco, che in italiano non c’è, quindi, è solo un relitto morfologico.
Considerazioni sugli aspetti verbali
Per gli stoici, diventa importante la considerazione di un particolare tratto dell’aspettualità verbale, cioè l’aspetto completo o incompleto di un’azione, questa dicotomia è associata a quella tempo presente-passato. In questo modo, vengono fuori esclusivamente quattro tempi verbali: un tempo presente con aspetto incompleto è il presente propriamente detto, mentre un tempo passato con aspetto incompleto è l’imperfetto. Il tempo presente con un aspetto completo è il perfetto, mentre il tempo passato con aspetto completo è un più che perfetto. Sia nel presente che nel passato con aspetto completo, emerge l’ausiliare, che costituisce una traccia del fatto che l’azione si è conclusa: Perfetto → ha scritto, più che perfetto → aveva scritto.
In questo modo, però, vengono esclusi dei tempi, quali l’auristo, il futuro, che non sono presi in considerazione, perché non rientrano nel quadro delle correlazioni completo-incompleto, presente-passato e anche perché gli stoici riconoscono un tratto semantico unito a un fatto strettamente morfologico.
Classi di parola e contributo di Dionisio Trace
In totale, gli stoici hanno individuato sei classi di parola: l’onoma, suddiviso in nome proprio e nome comune, mesotes (avverbio), rhema (verbo), i syndesmoi e gli arthra.
Nel 100 a. C., Dionisio Trace, considerato il grammatico più importante del periodo greco, ha eseguito una sistematizzazione ancora più ampia. Tutte le teorie di Platone, Aristotele e degli stoici si trovano in opere che non sono propriamente linguistiche; invece, Dionisio scrive un’opera intitolata Tékne Grammatikè, che raccoglie anche le osservazioni precedenti e rappresenta anche un’opera di originalità, perché si compiono nuovi sviluppi nell’individuazione delle classi di parola.
Inoltre, quest’opera fa capire anche quale fosse la concezione di grammatica dell’epoca, con cui si intendeva tutta la riflessione sulla lingua, una conoscenza empirica, perché si parte dai dati che si coglievano nei testi letterari. La descrizione di una lingua avviene sempre attraverso l’analisi della letteratura, che influenza enormemente la visione linguistica. Dionisio Trace adopera questo approccio, infatti, sostiene che la grammatica sia la conoscenza empirica delle cose dette da poeti e prosatori, e che sia composta da sei parti:
- Lettura diligente in modo conforme alle prosodie → leggere un’opera letteraria secondo la metrica (un compito che oggi non rientra in quello della descrizione grammaticale);
- Spiegazione delle figure retoriche che si trovano nelle opere (ovvero la retorica);
- Interpretazione degli idiotismi e degli usi antichi. Gli idiotismi sono delle creazioni idiosincratiche ed estemporanee del singolo autore, che entrano in un idioletto, ma non è detto che si affermino in una lingua;
- Scoperta delle etimologie;
- Calcolo delle regolarità analogiche (morfologia);
- Giudizio sulle opere letterarie (critica letteraria odierna).
Trace ribadisce che sono due le unità di studio della grammatica, intesa come ricerca dell’analogia. Si parte dal logos, dalla frase (l’unità massima), per arrivare all’individuazione della lexis, della parola (l’unità minima). Trace definisce il logos, inteso con il significato di frase, come combinazione di parole che esprime un pensiero compiuto.
Le classi di parola da lui individuate sono otto: onoma (che include sia il nome comune sia il nome proprio), rhema, metoché (significa partecipazione, include il participio, che viene separato dalla classe del verbo), syndesmos (che include solo congiunzioni), próthesis (preposizioni), arthra (che include solo articoli), anthonymía (pronomi), avverbi. Si distingue la classe del participio, perché è un po’ particolare e ha degli attributi specifici del nome, come il numero e il genere, e altri che appartengono al verbo, come il tempo.
Di queste classi di parola, si danno delle definizioni, che in parte sono incentrate sul contenuto, in parte sulla forma. Per esempio, secondo la definizione formale (vicina a quella di Aristotele), l’onoma è una parte del discorso, che si flette mediante i casi e indica una persona o una cosa (definizione del contenuto). Del rhema si dice che si flette secondo i tempi, le persone e i numeri ed esprime un’attività o un processo. Si fornisce solo la definizione formale delle altre parti del discorso, per esempio dell’articolo, si dice soltanto che si flette secondo i casi e che si prepone al nome. Questo avviene perché ci sono delle parole di contenuto, che sono suscettibili a una definizione di contenuto, e altre che sono delle parole esclusivamente funzionali.
Trace è anche autore di una sistematizzazione delle categorie grammaticali, chiamate palepomena, che sono gli attributi concomitanti e corrispondono agli accidenti dell’essere di Aristotele. Trace riflette sui palepomena del nome e del verbo, mostrando come alcune di queste categorie grammaticali siano presenti in entrambe le classi. Per il nome, oltre al genere, al numero, al caso sono individuati anche lo schema e il tipo. Queste categorie non sono tanto fatti di flessione, quanto fatti di derivazione, eppure alterano la forma della parola, rientrano nella morfologia. All’epoca non esisteva la consapevolezza della distinzione tra l’aspetto derivativo e quello strettamente flessivo, pertanto Trace li tratta in un unico discorso. Il tipo fa riferimento al fatto che il nome può essere primario o derivato: latte → latticino → cin indica il tipo.
Questa situazione è identica per l’aggettivo, perciò è incluso nella classe del nome, perché anche l’aggettivo ha un suo tipo, può essere primario o derivato. Poi c’è la forma, che indica se il nome è semplice o composto. Per il verbo, oltre alle categorie di tempo, persona, coniugazione, voce, modo, tipo e forma, perché possono essere primari o derivati, semplici o composti. Infine, c’è una terza categoria grammaticale che è comune sia al nome sia al verbo, ovvero il numero. Tuttavia, Trace viene meno all’osservazione che avevano fatto gli stoici sull’aspetto del verbo, che non viene più considerato, perché quello che importa è soltanto il tempo; in questo modo, vengono recuperati anche il futuro e l’auristo.
Considerazioni sugli sviluppi delle grammatiche
Qui si ha davvero la considerazione dell’aspetto analogico, nel senso che nella trattazione del verbo, i tempi sono presentati in coppie correlative secondo considerazioni morfologiche: presente-imperfetto, che in greco si contrappongono, perché l’imperfetto ha una marca in più, ovvero l’aumento. Graphei → egrafe – la e costituisce l’aumento. Un’altra coppia è costituita dal perfetto e più che perfetto, perché il perfetto rappresenta il raddoppiamento del tema del presente, invece il più che perfetto ha il raddoppiamento e l’aumento. Gegrapha → egegraphei – la sillaba ge costituisce il raddoppiamento della prima sillaba. Le analogie si ritrovano in modo sistematico. In virtù di un fatto formale, si mettono insieme in un’altra coppia correlativa, che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro da un punto di vista semantico, ma da un punto di vista formale, presentano un tratto comune: futuro e auristo presentano dei temi sigmatici, cioè con inserimento di sigma.
Questa classificazione di Trace resterà anche dopo la fase di elaborazione del mondo latino; le otto classi da lui individuate diventeranno così importanti che verranno seguite anche nella descrizione delle altre lingue. In latino, non sono presenti gli arthra, però per rispettare il numero otto, Prisciano, un autore della latinità, individua nel ‘500 d. C. una nuova classe: quella dell’interiezione, che fino ad allora era considerata come marginale, perché non se ne potevano fornire delle definizioni formali né contenutistiche. Oggi esistono nove classi di parola, perché si è avuta la distinzione tra nome e aggettivo che per tutto il mondo antico sono stati inclusi in un’unica classe.
Tra il ‘600 e il ‘700, un evento sconvolge questa sistematizzazione: con le scoperte geografiche del ‘500, si viene a conoscenza anche di nuove lingue, diverse da quelle classiche, che mettono a dura prova tutte le certezze. Una delle lingue che sconvolge le divisioni grammaticali è il cinese. A partire dal ‘600, i missionari, soprattutto i gesuiti che si recavano in estremo oriente, hanno scritto numerose grammatiche descrittive di questa nuova lingua. Il contatto con il cinese significa entrare in contatto con la tradizione descrittiva di quella lingua. I missionari si avvicinano alla lingua cinese, cercando di capirla e di descriverla, affrontando anche i problemi legati alla scrittura diversa da quella alfabetica.
Si viene a conoscenza della descrizione della lingua cinese fatta dai cinesi, ovvero con una linguistica alternativa, non occidentale. Questo contatto con il mondo linguistico e metalinguistico della Cina comporta dei cambiamenti: l’assunzione della dicotomia parole piene-parole vuote dei cinesi nella tradizione occidentale. In realtà, questa opposizione di pieno-vuoto, prima ancora di essere un’opposizione linguistica è un’opposizione filosofica, concettuale. Quindi, come nella linguistica occidentale c’è alla base un influsso del pensiero di Aristotele, così nella tradizione confuciana, c’è un’opposizione tra il concetto pieno e il concetto vuoto.
Si ha una contrapposizione tra i due termini metalinguistici (vuoto) – (pieno), a cui si associano altri concetti: movimento e stasi, morte e vita. Queste coppie sono subordinate al concetto di pieno, in quanto ciò che è pieno può essere in movimento o in riposo e può essere vivo o morto.
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