Che materia stai cercando?

Appunti Corso Modelli descrittivi delle lingue Appunti scolastici Premium

Appunti di metodi descrittivi delle lingue su: Linguistica, antropologia, scienze naturali, economia, smith, darwin, Chomsky, construction grammar, Matteo Renzi, linguaggio pubblicità, Whitney, Wallace, Mary Lecron Foster, Trombetti, origine del linguaggio e della lingua, modisti, dionisio trace, grammatica, analogisti, anomalisti, creazionisti.

Esame di Modelli descrittivi delle lingue docente Prof. L. Di Pace

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

attraverso queste procedure, sono riusciti a creare i paradigmi grammaticali, così è nato in

grammatica il modello parola e paradigma. Il modo di intendere l’analogia, come principio

strutturante della grammatica e il riconoscimento di una regolarità, è andato avanti per molto tempo,

fino all’800, quando è nata la linguistica come disciplina autonoma e l’analogia ha significato

qualcosa di diverso. Gli studiosi antichi avevano la pretesa che il greco fosse un modello di

funzionamento di tutte le lingue, pensavano che descrivendo il greco potessero passare a una

linguistica teorica, a una visione della grammatica come meccanismo analogico. Invece, nell’800,

l’analogia è vista come un meccanismo riparatore dei danni causati dai cambiamenti fonetici.

Tuttavia, l’analogia si basa comunque su un modello, infatti anche gli autori ottocenteschi si sono

serviti della proporzione matematica. L’analogia interviene a mettere ordine in una situazione di

disordine creata dalle leggi fonetiche, che hanno operato in modo ineccepibile e sistematico, per cui

è un principio di regolarità. Honos presenta un paradigma irregolare, honos - honoris - honorem,

l’irregolarità si ha per un cambiamento fonetico, perché inizialmente honoris era honosis, honorem

era honosem, quindi, l’analogia c’era all’origine. Per via di una legge fonetica, chiamata rotacismo,

la s si rotacizza in ambiente intervocalico, per cui si è trasformata in r. La s di honos non si è potuta

trasformare in r, perché non si trova tra due vocali, perciò si è creata una situazione di anomalia, di

asimmetria. Si crea un’analogia tra il paradigma honos e quello che presenta la vibrante anche al

nominativo, come il paradigma di orator, attraverso una proporzione si riesce a creare honor.

Modello del quarto proporzionale

Orator: oratorium= x: honorem x = honor

XI Lezione – 06.04.17

Nell’antichità, si sono originate due opposte visioni in merito all’origine della grammatica, l’una

sostenuta dagli analogisti, che ritengono che la lingua sia strutturata, e l’altra dagli anomalisti,

secondo cui la lingua, dal punto di vista grammaticale, è una somma di varie parti che trovano una

ragione d’essere nel rapporto con la natura. Queste due dispute sono correlate l’una all’altra e

nascono in una discussione squisitamente filosofica, sviluppandosi successivamente in una cornice

linguistica. Inoltre, sempre nell’antichità, è sorta anche una riflessione sulla grammatica vera e

propria. Quando si parla di analogia, si fa riferimento anche al calcolo dell’analogia e alla

derivazione di alcune forme; si tratta di un ambito descrittivo della lingua. Analogia significa

regolarità e capacità di elaborare un paradigma di forme prevedibili; tutto questo va avanti per molti

secoli fino al 1800, quando l’analogia è concepita in un senso diacronico. Il modello del quarto

proporzionale, così com’è stato elaborato dai neogrammatici, sussiste nelle formazioni analogiche

che si sviluppano nell’evoluzione linguistica (l’ambito studiato dai neogrammatici) e in molti altri

ambiti. L’analogia si manifesta ampiamente anche nell’acquisizione delle lingue materne e

straniere. Quindi, le forme analogiche sono percepibili nel linguaggio infantile, dove vengono

definite come errori.

Rido: ridete = leggo: leggete = dico: x x: dicete (forma analogica)

Cavallo: cavalla = asino: asina = maiale: x x: maiala (forma analogica)

Il bambino tende naturalmente a cercare la regolarità, è molto più facile ed economico imparare una

regola, acquisirla, dominarla e applicarla in modo sistematico. Non a caso le forme irregolari delle

lingue flessive sono più difficili da ricordare, perché sfuggono al paradigma e bisogna impararle a

memoria. Lo stesso avviene anche nell’apprendimento delle lingue straniere: molti errori commessi

nell’interlingua sono di tipo analogico, in cui si applica il principio analogico, cioè si creano delle

forme secondo il modello del quarto proporzionale.

Saussure ha una concezione dell’analogia diversa da quella degli studiosi ottocenteschi, ma si

avvicina a quella degli studiosi antichi. Per Saussure, l’analogia non è un fenomeno diacronico, le

forme analogiche non derivano dalla trasformazione di vecchie forme, sono piuttosto delle nuove

coniazioni create sulla base del fatto che nella lingua oltre alle opposizioni ci sono anche le

somiglianze. Riprende il discorso dell’opposizione tra arbitrarietà assoluta e relativa, sostenendo

che l’analogia e la grammatica si inscrivono nell’ambito dell’arbitrarietà relativa. Il creare nuove

forme sulla base della somiglianza con forme preesistenti è una limitazione dell’arbitrarietà.

L’aggettivo petaloso è una forma analogica che può essere interpretata nell’ottica di Saussure,

secondo cui l’analogia è il cuore della grammatica (langue), è un principio creativo, ha una

dimensione psicologica. Per Saussure, non è mai successo che honor si sia trasformato in honos, c’è

stata una nuova fase in cui honor è sopravvissuto alla nuova coniazione di honos, che in seguito ha

soppiantato il primo, in quanto rispondeva a dei principi analogici e di razionalità. Honos si è creato

a livello di parole, una volta creata la nuova forma da parte di un singolo individuo, questa si può

imporre e rientrare nella sfera della langue (si diffonde tra i parlanti di una lingua).

Creare nuove formazioni è possibile soltanto nelle lingue grammaticali, che si fondano sul principio

dell’analogia e della regolarità assoluta; infatti, hanno anche una tendenza alla regolarizzazione.

Ad esempio, i verbi irregolari dell’inglese sono di numero inferiore a quelli regolari e si riferiscono

a concetti primari: essere, andare, vedere, mangiare, dormire. Quindi, si potrebbe pensare che

l’irregolarità sia originaria e che la regolarità sia intesa come semplificazione e tendenza

all’analogia.

Per quanto riguarda gli anomalisti, questi si soffermano sulle irregolarità della lingua e sull’ambito

lessicale piuttosto che su quello grammaticale. La prima irregolarità è evidenziata nella flessione, in

quanto alcune desinenze, che portano una marca di plurale, indicano un’entità singolare: Atene,

Tebe hanno una desinenza del plurale ma indicano una città. Un’altra anomalia è la mancata

corrispondenza tra oggetti della realtà e genere, ovvero ci sarebbero alcuni oggetti che nella realtà

sono tipicamente maschili, ma hanno una marca femminile. Questo si verifica perché nell’antica

Grecia non si aveva ancora la consapevolezza del genere grammaticale, si pensava che fosse

correlato all’animatezza; invece, il genere è un concetto linguistico. Queste anomalie che

riguardavano la flessione sono sempre state presenti nelle lingue: ad esempio, in italiano, pilota,

poeta hanno una marca femminile ma si riferiscono a entità maschili; al contrario, eco, virago sono

di genere femminile, ma presentano una marca maschile. Lo stesso succede per il plurale, ci sono

parole che presentano la marca del plurale, ma si riferiscono a entità uniche (che sono formate da

più parti, quindi, una ragione di fondo esiste): occhiali, pantaloni, forbici; di queste parole esiste

anche una forma al singolare. Queste stranezze si presentano nella parte flessiva e soprattutto in

quella derivativa. Gli antichi greci non avevano ancora elaborato la distinzione tra flessione e

derivazione ed erano proprio le anomalie nella parte derivativa che li colpiva di più.

Nella formazione degli aggettivi italiani c’è una grande anomalia, nel senso che non si può

prevedere come si formeranno gli aggettivi partendo da una base nominale.

Paura pauroso, collera collerico, parte parziale, aggressione aggressivo

Vedere visibile, amare amabile – intelligente

Bello, triste aggettivi primari non derivati da altre basi, in cui la parte flessiva è analogica.

La parte derivativa degli aggettivi sfugge a una possibile organizzazione in paradigmi, così come

avviene per la flessione. L’allomorfia è molto più sviluppata nel versante della derivazione piuttosto

che nella flessione.

Un altro esempio è rappresentato dagli aggettivi che indicano la cittadinanza: Napoli napoletano,

Roma romano, Anconaanconetano, Bari barese, Perugia perugino, Chieti chietino

L’analogia è presente solo in alcune forme, ma esistono anche delle anomalie, l’allomorfia; infatti,

in alcuni casi non si può dedurre l’aggettivo di cittadinanza a partire dalla base. Ci sono diversi

aspetti di irregolarità, alcuni sono semplicemente dovuti a fatti fonotattici, per esempio: Forlì

forlivesi due anomalie: inserimento di una consonante prima del morfema derivativo. Frosinone

frusinati, Sardegna sardo (derivazione per sottrazione).

Quando si parla di complessità della morfologia di una lingua, molto spesso si fa riferimento alla

porzione derivativa in modo inconsapevole, perché si prende in blocco tutta la porzione

grammaticale.

Le lingue flessive presentano sia flessione sia derivazione rispetto alle lingue agglutinanti, che

presentano soltanto derivazione, che comunque è molto diversa da quella delle lingue flessive, in

quanto nelle prime è estremamente imprevedibile.

Un’altra argomentazione degli anomalisti era costituita dai cosiddetti buchi della grammatica. Dato

un modello analogico, ci sono delle forme effettivamente realizzate e altre che restano vuote,

teoriche. Gli esempi venivano tratti dal greco, in cui esiste l’aggettivo paterno, ma non materno.

In italiano, perdono imperdonabile, decoro indecorabile non esiste, ma è potenzialmente

realizzabile secondo il sistema linguistico italiano. Tuttavia, questi buchi della grammatica possono

essere riempiti, ma di questo gli studiosi antichi non erano consapevoli, servivano piuttosto ad

avvalorare la loro visione della lingua.

Un’altra argomentazione è rappresentata dalla polisemia; il fatto che una parola potesse avere

significati molto diversi tra di loro era visto negativamente. L’esempio più famoso è la parola latina

acies, che significa punta, spada, acutezza, sguardo, vista, esercito, schiera, intelligenza, battaglia.

Tutti questi significati sono facilmente associabili attraverso dei procedimenti analogici di tipo

semantico, nel senso che si possono dedurre attraverso processi metaforici (la metafora a sua volta

può essere considerata come fatto analogico) o metonimici. Il significato primario di acies è punta,

può andare a significare, tramite processo metaforico, spada, un oggetto acuminato, per questo

motivo può anche significare vista, intelligenza; invece, attraverso percorsi metonimici, da spada

può andare a significare esercito, perché un esercito schierato è uno schieramento di spade. Con un

altro processo metonimico, si arriva al significato di battaglia.

Si coglie la polisemia soltanto quando si considerano i lessemi in modo astratto e avulsi dai contesti

linguistici ed extralinguistici; in realtà, la polisemia, intesa come fonte problematica, è molto rara,

nel senso che una forma inserita in un determinato contesto si disambigua facilmente. La parola

portiere può significare giocatore, parti della macchina, custode di un palazzo.

Varrone è un autore dell’antichità che ha colto la distinzione tra derivazione e flessione, che sta alla

base del ragionamento degli anomalisti. Nella sua opera, De Lingua Latina, espone delle teorie

linguistiche e riprende la contrapposizione tra analogia e anomalia. Si rende conto del fatto che la

derivazione è anomala e imprevedibile, tant’è vero che lui parla di una differenza tra la declinatio

naturalis e la declinatio voluntaria, tra queste la prima coincide con la flessione, definita naturale

perché prevedibile e rispetta una logica. La declinazione corrisponde alla derivazione ed è così

definita, perché dipende dal singolo individuo. In questa contrapposizione, troviamo anche la

dicotomia langue-parole. Varrone nota che in alcuni autori ci sono delle forme idiosincratiche, che

sono riconosciute come accettabili, perché sono delle creazioni volontarie di una determinata

autorità letteraria, ma non rientrano nella lingua. Per esempio, bovile deriva da Catone e non trova

corrispondenza nella lingua latina, è la creazione volontaria di un singolo soggetto, che viene

accettata, ma non si impone nella lingua latina.

Tutta la distinzione tra ciò che, da un punto di vista morfologico, è etichettato come naturale,

prevedibile, motivato, e ciò che non lo è, viene ripresa in una visione contemporanea. Tra il 1980 e

il 1990, si è sviluppata una scuola di pensiero chiamata Morfologia naturale, i cui sostenitori

ricercano degli elementi di naturalezza e iconicità nella grammatica con strumenti diversi. Gli

studiosi austriaci Dressler, Wurzel, Mayerthaler hanno fondato questa corrente di pensiero e hanno

portato sempre nuove documentazioni a supporto della loro teoria, i cui presupposti sono l’iconicità

(così come viene intesa dai semiotici come Peirce), la diagrammaticità e la marcatezza. Questi tre

studiosi sono degli strutturalisti e inscrivono tutte le loro concezioni in opposizioni, perché non si

può l’uno senza l’altro. Ciò che è naturale è prevedibile e facilmente processabile dalla mente

umana. I concetti della diagrammaticità e della marcatezza sono strettamente correlati

Diagrammaticità secondo Jakobson: high – higher – highest c’è diagrammaticità, perché il

significante e il significato aumentano contemporaneamente.

Per quanto riguarda la marcatezza, si tratta di un concetto chiave dello strutturalismo, che nasce in

fonologia: un fonema può essere marcato rispetto a un altro non marcato. Si coglie la marcatezza

anche ai livelli grammaticale e lessicale: dogs è marcato rispetto a dog, così come b è marcato

rispetto a p per la presenza di sonorità, studenti è non marcato (perché si indicano sia uomini sia

donne), studentesse è marcato. Anche in questi casi si riconosce una certa diagrammaticità, perché

gli elementi marcati sono più lunghi, la marcatezza è percepibile.

Questi presupposti si possono disporre secondo una scalarità, in quanto le opposizioni includono

molteplici termini, che mettono in evidenza proprio la gradualità. La marcatezza può essere di

diversi gradi: dogs è marcato (naturale) rispetto a dog, wives (meno naturale) è ancora più marcato,

perché rispetto a wife subisce anche la trasformazione della desinenza; in feet (ancora meno

naturale, imprevedibile) la marcatezza è ancora maggiore, perché è molto diverso dalla forma

singolare foot.

In italiano: cane – cani avviene una sostituzione e nessuna aggiunta, quindi, non è molto naturale

Uomo – uomini è una forma parallela a wife – wives, perché presenta un allungamento della forma

al plurale (che nella normalità è considerato come un plurale irregolare, ma nell’ambito di questa

teoria, uomini è più naturale di cani).

Tuttavia, c’è anche chi si muove in un ambito completamente opposto a questo, definendo la

morfologia, considerata in blocco, come qualcosa di assolutamente innaturale, come una malattia

delle lingue, che le fa funzionare male e le rende difficilmente fruibili. Lo studioso che sostiene

questa visione è il morfologista americano Mark Aronoff, che scrive sulla rivista Language,

l’organo ufficiale della Linguistic Society of America, di cui è stato anche presidente ed editore. La

concezione della morfologia come una patologia è dimostrata dal fatto che ci sono lingue come

l’eschimese o il navajo, lingue amerindiane, che funzionano molto peggio di altre, perché hanno

molta morfologia, e dall’esistenza di lingue che funzionano bene anche senza morfologia. In questa

posizione, Aronoff esprime un giudizio di valore sul funzionamento delle lingue, che rovescia

assolutamente i termini canonici. Per tutto il XIX secolo e per gran parte del XX secolo, le lingue

flessive, con molta morfologia, sono state considerate migliori rispetto alle altre. Le lingue senza

morfologia sono le lingue isolanti, in cui c’è soltanto lessico. Le lingue polisintetiche sono

considerate come lingue iperflessive, in cui le parole (definite anche frasi in alcuni casi) presentano

varie determinazioni che normalmente vengono veicolate da lessemi che intervengono nella frase, è

come se ci fosse un concentrato di morfologia in una parola.

XII Lezione – 11.04.17

Una scuola di pensiero concepisce la morfologia come qualcosa di economico, funzionante e

funzionale ai processi mentali, infatti, si parla di morfologia naturale. Tuttavia, c’è anche un’altra

scuola, che sostiene una visione diametralmente opposta e considera la morfologia come una

malattia e come qualcosa di disfunzionale. In realtà, in questi discorsi non c’è semplicemente un

livello descrittivo, ma ci sono anche dei giudizi di valore. Aronoff dichiara che la morfologia non

sia naturale e confacente ai meccanismi mentali, questo comporta un capovolgimento dei giudizi

attribuiti ai diversi tipi morfologici. Per cui, in questa visione il tipo isolante, cioè senza morfologia,

sarebbe un tipo sano; il tipo agglutinante sarebbe malaticcio, mentre il tipo flessivo sarebbe

malatissimo. Le lingue isolanti sarebbero funzionali, perché presentano un modello a entità e

disposizioni, cioè esistono le entità, che sono i lessemi, e non c’è morfologia. Si opera soltanto la

disposizione degli elementi, ovvero la sintassi, quindi, morfologia e sintassi coincidono così come

morfema e parola. Le parole sono tendenzialmente monomorfematiche e le forme sono tutte libere;

per questo motivo una lingua isolante è facilmente gestibile ed è considerata una lingua perfetta.

Aronoff fa riferimento al vietnamita, considerato come lingua isolante per eccellenza, perché

presenta molte caratteristiche di isolamento grammaticale. In vietnamita, la frase quando giunsi a

casa del mio amico, cominciammo a preparare la lezione è costituita da 12 elementi lessicali

separati e monomorfematici. C’è un elemento, toi, utilizzato per il pronome personale e come

aggettivo possessivo di prima persona; questo dimostra l’economicità e la funzionalità della lingua,

poiché uno stesso lessema viene usato in modo motivato in funzioni diverse. Inoltre, toi ritorna

anche quando si fa riferimento al pronome personale plurale noi: toi-chung, in cui chung è la marca

di pluralità. Il suppletivismo è presente sempre nei pronomi personali, che vanno sempre distinti. In

quasi tutte le lingue, i pronomi singolari e plurali si manifestano con radicali diversi. Per esempio,

l’uso in inglese del pronome you sia per il singolare sia per il plurale è molto atipico; tuttavia, si

tratta del pronome di seconda persona, quelli di prima persona sono diversi.


PAGINE

10

PESO

37.34 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in linguistica e traduzione specialistica
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher HIlarity90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli descrittivi delle lingue e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Di Pace Lucia.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Modelli descrittivi delle lingue

Appunti Corso Modelli descrittivi delle lingue
Appunto
Appunti Corso Modelli descrittivi delle lingue
Appunto
Appunti corso linguistica avanzata
Appunto
Appunti corso linguistica avanzata
Appunto