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Appunti di modelli descrittivi delle lingue su: Linguistica, antropologia, scienze naturali, economia, Smith, Darwin, Chomsky, construction grammar, Matteo Renzi, linguaggio pubblicità, Whitney, Wallace, Mary Lecron Foster, Trombetti, origine del linguaggio e della lingua, modisti, dionisio trace, grammatica, analogisti, anomalisti, creazionisti.

Esame di Modelli descrittivi delle lingue docente Prof. L. Di Pace

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delle labbra e della cavità orale esprimerebbe il concetto di rotondità); nose words, parole che hanno

a che fare con concetti relativi al naso e all’olfatto, presentano delle nasali: nose, nostrils, sniff,

smell. Inoltre, contrappone i suoni continui, che corrispondono alle vibranti e laterali, che

esprimono in modo naturale la continuità, a quelli puntuali, che corrispondono alle occlusive che

sono associate a concetti che esprimono una rottura, una discontinuità (stop, crack).

Ancora oggi si segue questa strada nella ricerca dei suoni naturali, per scegliere dei nomi suggestivi

per i nuovi prodotti: prozac suggerisce l’idea di interruzione dello stato di malessere; suoni forti per

antibiotici, quali Zimox, Xanax. In Viagra ci sono suoni connessi a ciò che è virile, vigore, è un

termine associato a Niagara, alla forza delle cascate.

Brano di Jespersen (sostenitore dell’origine naturale del linguaggio, ma su basi diverse da Wallace),

Ragione e Sentimento a pagina 88 nell’atlante).

VIII lezione – 28.03.17

Ci sono studi sull’origine del linguaggio, nati già nell’antichità condotti da esponenti di altre

discipline, e studi sull’origine delle lingue. Non esiste una netta contrapposizione tra i due approcci,

in quanto gli studi sull’origine delle lingue e sulla discendenza genealogica delle lingue rientrano

nell’ambito della monogenesi e della poligenesi. Tuttavia, ci sono anche dei linguisti che hanno un

approccio più ampio nell’affrontare questa tematica, per esempio, Jespersen è un anglista, attivo alla

fine del XIX secolo, che studia la discendenza dell’inglese nell’ambito della linguistica

comparativa. Nei suoi studi sull’origine del linguaggio, ha un atteggiamento più filosofico, tant’è

vero che nel brano sull’atlante non ci sono riferimenti a fatti strettamente linguistici. Sostiene che la

lingua si sia originata in modo quasi scherzoso e che le prime espressioni linguistiche si sarebbero

avute allo scopo di attrarre l’altro sesso.

Un autore, fermamente convinto della monogenesi del linguaggio, Trombetti, scrive nel 1905

un’opera intitolata L’origine monogenetica del linguaggio, in cui parte dal presupposto che la

lingua si sia originata nel paleolitico superiore (questo autore non si colloca su un terreno

strettamente linguistico).

Attualmente non si hanno ancora certezze in merito al periodo esatto in cui la lingua si sia

manifestata e la tesi di Trombetti è sposata soltanto da alcuni studiosi. In realtà, esistono tre diverse

ipotesi. La prima ipotesi sostiene che il linguaggio si sia originato 5.000.000 anni fa. Si parla di

un’epoca in cui l’uomo avrebbe cominciato a produrre delle vocalizzazioni, simili a quelle degli

scimpanzé che non hanno una volontà comunicativa. È l’epoca a cui apparterrebbe Lucy,

l’australopitecus afarensis. Nelle forme di espressione degli scimpanzé, la specie più vicina

all’uomo, ci sarebbero dei tratti simili al linguaggio umano, in virtù del fatto che sono riconoscili

due procedimenti cognitivi, ovvero la selezione e la combinazione. Questi studi effettuati sui

primati evidenziano che gli scimpanzé non sono capaci di sviluppare un vero e proprio linguaggio,

ma hanno una capacità semiotica piuttosto elaborata. In questi esperimenti, si procede attraverso

l’impiego di simboli e immagini, a cui sono associati dei concetti. Si è notato che gli scimpanzé

sono capaci di procedimenti metaforici, ad esempio, se associano il concetto di aprire la porta con

un certo simbolo, sono in grado di collegare questo simbolo ad altre operazioni, che evidenziano il

passaggio dall’astratto al concreto. Con il procedimento della metafora, gli scimpanzé sono in grado

di impiegare questo simbolo per altre operazioni di apertura di strumentazioni. Inoltre, i primati

sono in grado di utilizzare anche il procedimento della combinazione, per esempio, volendo

significare il concetto di anatra, sono capaci di associare i simboli acquisiti per acqua e uccello. Gli

studi fatti sui primati avvalorerebbero l’ipotesi secondo cui ci sia un’assoluta continuità tra il

linguaggio umano e quello animale (si intendono gli animali immediatamente precedenti nella

catena evolutiva dell’uomo). Non sono tanto importanti le vocalizzazioni, poiché non sono

significative e non hanno valore comunicativo, quanto la capacità simbolica e la competenza di

giostrare con questi simboli, che sono alla base del funzionamento del linguaggio. Questa visione è

sostenuta da pochissimi linguisti, perlopiù americani, e da studiosi che si occupano dell’origine del

linguaggio in altre discipline.

La seconda tesi colloca l’origine del linguaggio nel paleolitico superiore, come Trombetti all’inizio

del XX secolo. Si tratta di un’epoca risalente a 35.000 anni fa, in cui si era sviluppato soltanto

l’homo sapiens e non l’homo sapiens sapiens. Questa è la tesi maggiormente seguita dai linguisti.

La terza ipotesi è intermedia tra le prime due e colloca l’emergere del linguaggio in un’epoca

risalente a circa 1.500.000, quando l’uomo ha cominciato a esprimersi con un paralinguaggio o

prelinguaggio (non è un linguaggio in senso proprio, è piuttosto un misto di vocalizzazioni, gesti e

pantomime).

Questa visione è sposata da Derek Bickerton, che è uno studioso di lingue creole e un innatista, ma

in modo diverso da Chomsky, in quanto crede nell’esistenza di un bioprogramma nella dotazione

genetica dell’uomo. Questo bioprogramma si manifesterebbe, in una prima fase, come

prelinguaggio e sarebbe condiviso anche dai primati, ma a differenza di questi ultimi, nell’uomo

continuerebbe a svilupparsi per dare vita alla lingua vera e propria.

Trombetti è un linguista e sostiene che la lingua si sia sviluppata come espressione di nude radici.

Lui pensa che in un primo momento, i monosillabi pa, ma, ta, da siano rappresentativi di concetti e

immediatamente espressivi. In questo senso, Trombetti si allontana da Bopp, secondo cui una parola

primitiva, per essere usata, comporta necessariamente la combinazione con qualcosa che la

contestualizzi, ovvero una radice pronominale. Per Trombetti, invece, l’uomo avrebbe cominciato a

parlare attraverso nude radici, che si sarebbero ampliate, passando da monosillabi a bisillabi, in

quello che lui definisce il periodo dei temi. Infine, si sarebbe creato il linguaggio pieno durante il

periodo della flessione, che corrisponde alla combinazione di radici pronominali e radici verbali. In

questa visione, emerge il riconoscimento del fatto che nell’evoluzione linguistica ci sia un progresso

continuo (visione positivistica). In questa teoria di Trombetti si ricalca la teoria dei fratelli Schlegel,

considerata però in modo dinamico, cronologico (le lingue si sviluppano, si parte dalle lingue

isolanti e si arriva a quelle agglutinanti e flessive, con un incremento delle radici).

La polemica sull’origine del linguaggio va avanti per tutto il XIX secolo e continua nel secolo

successivo con Saussure, il quale parla di arbitrarietà del segno linguistico, quindi, si continua con

la contrapposizione tra ciò che è arbitrario e ciò che è naturale nella lingua. Secondo Saussure,

l’arbitrarietà della lingua non si colloca più rispetto alla realtà, bensì è interna alla lingua stessa,

sottolineando, inoltre, come la lingua non sia una nomenclatura. Ciò che è arbitrario è il rapporto tra

il significato e il significante, due entità psichiche del segno, quindi, l’arbitrarietà è qualcosa di

mentale. Infatti, il significante non corrisponde assolutamente all’espressione, bensì all’immagine

mentale del segno linguistico. Saussure è ben consapevole del fatto che, quando si parla di

arbitrarietà, si fa riferimento all’arbitrarietà della lingua rispetto alla realtà significata.

Tuttavia, sostiene che, anche accettando la visione dell’arbitrarietà della lingua, intesa come

rapporto lingua-realtà, gli elementi veramente naturali nella lingua sarebbero molto pochi; pertanto

sarebbero presenti anche fatti arbitrari. Lo scopo di Saussure è di ridimensionare il ruolo delle

parole onomatopeiche, molte delle quali sono interpretate come onomatopee, ma in realtà in origine

non lo erano. Per esempio, in francese, fouer significa frusta è interpretata come una parola

onomatopeica in virtù della fricativa, che imiterebbe il fischio prodotto dalla frusta. Attraverso gli

strumenti filologici e le leggi fonetiche, Saussure dimostra che questa parola deriva dalla parola

faggio, che indica la materia di cui la frusta è fatta. Lui sostiene che sia l’uomo stesso a ricercare

l’onomatopea nelle parole, ma che in realtà non è presente all’origine. Le parole che sono nate

effettivamente come onomatopee, attraverso la trafile dell’imitazione del verso dell’animale, hanno

perso la loro connessione con il fatto imitativo. Per esempio, la parola piccione era onomatopeica in

latino, ma in italiano e in francese questa imitazione si perde. Le stesse parole onomatopeiche che

indicano i versi degli animali si presentano con forme diverse nelle varie lingue (come i versi del

cane, del gallo).

Tuttavia, Saussure riconosce che nella lingua ci sono delle limitazioni dell’arbitrarietà, altrimenti il

codice linguistico sarebbe assolutamente ingestibile; quindi, nonostante abbia sottolineato come la

lingua sia il luogo delle differenze e delle opposizioni, come tutto nasca dalla contrapposizione, dai

caratteri negativi, differenziali e dalle discontinuità, in realtà, mette anche in evidenza come la

lingua sia anche il luogo delle solidarietà e delle somiglianze, che vengono da lui interpretate come

limitazione dell’arbitrarietà.

Né i tratti non arbitrari né l’arbitrarietà relativa equivalgono alla naturalezza, ma rappresentano

delle limitazioni dell’arbitrarietà della lingua. Per esempio, la parola fare è arbitraria, la limitazione

si coglie nel fatto che questa parola compare anche in altre, come sfare; il morfema -s compare, a

sua volta, con lo stesso valore, anche in stanare, spolpare. In questi casi si tratta di solidarietà e non

di differenze. La differenza consiste nel notare che il verbo fare si contrappone a creare; al

contrario, la solidarietà consiste nella presenza di questo verbo in altre combinazioni come disfare,

rifare, contraffare. La limitazione sta nel riuso di un elemento, con lo stesso significato, per creare

nuove parole.

Tutta la grammatica è intesa da Saussure come una limitazione dell’arbitrarietà, perché la

morfologia si basa su processi in cui il morfema -s è arbitrario, ma la sua presenza in diversi

termini, mantenendo lo stesso valore, è motivata. Soltanto il lessico è arbitrario. I composti

rappresentano una limitazione dell’arbitrarietà, perché c’è la combinazione di vari elementi

lessicali. I numeri da 1 a 10, 20, 30 ecc. sono assolutamente arbitrari, invece, i numeri da 11 a 19, da

21 a 29 sono relativamente arbitrari, perché sono formati dalla combinazione di due unità. Al

contrario, il francese è una lingua celtica con base vigesimale, in cui il numero 90 corrisponde a

quatre-vingt-dix. Questo numero non soltanto è composto da più termini, ma implica diverse

operazioni matematiche mentali; tutto ciò rappresenta una limitazione dell’arbitrarietà.

Anche la derivazione è una limitazione dell’arbitrarietà, ne sono un esempio le parole indicanti la

persona che vende qualcosa: latte lattaio; giornale giornalaio. Macellaio non è inseribile in

questa serie, c’è uno spostamento, perché non deriva da carne, bensì da macello. Quindi, macellaio

è relativamente arbitrario rispetto a carne. Nella flessione avviene lo stesso processo: il variare una

parola per indicarne il singolare, plurale, maschile o femminile è una limitazione dell’arbitrarietà.

Ad esempio, gatto gatta, cavallo cavalla, maiale scrofa (abbiamo un lessema completamente

diverso e assolutamente arbitrario).

Si ritrova una certa continuità con ciò che afferma Smith, secondo cui all’origine è più naturale

modificare una parola, piuttosto che crearne delle altre per indicare le relazioni. La morfologia è un

fatto di economia linguistica e, quindi, di limitazione dell’arbitrarietà assoluta, che sarebbe poco

gestibile. Ci sono lingue che non hanno la morfologia, pertanto ricorrono ad altri elementi lessicali

per indicare il genere e il numero dei nomi, e queste sono le lingue isolanti e l’inglese.

Sulla base di questo, Saussure distingue le lingue grammaticali, che sono relativamente arbitrarie,

come l’italiano e il francese, da quelle lessicologiche, che sono totalmente arbitrarie, perché si

basano solo sul lessico e ne sono un esempio le lingue isolanti o che tendono verso il polo isolante.

Tutte queste riflessioni di Saussure riguardano la struttura interna delle lingue, non hanno nulla a

che vedere con la realtà; infatti, viene considerato il fondatore dello strutturalismo, un movimento

che si concentra sulla struttura linguistica e mai sul rapporto tra la lingua e la realtà.

Gli universali del linguaggio umano individuati da Hockett, un altro strutturalista, potrebbero essere

visti come uno studio sull’origine del linguaggio, perché contrappone il linguaggio animale a quello

umano. A un certo punto, si fa riferimento all’arbitrarietà, che è intesa da Hockett in modo diverso

da Saussure: La relazione tra un elemento significativo nella lingua e la sua denotazione è

indipendente da qualsiasi assomiglianza fisica o geometrica tra i due. Hockett si riferisce alla

denotazione, al rapporto con la realtà e mette in evidenza l’assenza di una somiglianza fisica, vale a

dire una riproduzione della realtà o un adeguamento a essa, e una rassomiglianza geometrica, con

cui indica la dimensione diagrammatica (i diagrammi riproducono le relazioni tra le parti, per

questo motivo usa “geometrica”), che non è immediatamente significativa.

I due autori contemporanei, Roger Wascott e Mary LeCron Foster, riprendono il tema dell’origine

del linguaggio nei termini di naturalezza e convenzione. Questi studiosi, in modi diversi,

sostengono la presenza di caratteri naturali nel linguaggio e tornano a insistere sul carattere della

primitività.

Wascott propone una teoria che indaga la natura profonda del linguaggio, con cui riconosce degli


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in linguistica e traduzione specialistica
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher HIlarity90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli descrittivi delle lingue e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Di Pace Lucia.

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