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Appunti di modelli descrittivi delle lingue su: Linguistica, antropologia, scienze naturali, economia, Smith, Darwin, Chomsky, construction grammar, Matteo Renzi, linguaggio pubblicità, Whitney, Wallace, Mary Lecron Foster, Trombetti, origine del linguaggio e della lingua, modisti, dionisio trace, grammatica, analogisti, anomalisti, creazionisti.

Esame di Modelli descrittivi delle lingue dal corso del docente Prof. L. Di Pace

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IV lezione – 14.03.17

I logici parlano di un metalinguaggio, definito A, che si riferisce a un metalinguaggio oggetto,

definito B. Nel caso della funzione metalinguistica, nella comunicazione verbale, i linguaggi A e B

coincidono, perché si può parlare di una lingua utilizzando quella stessa lingua; in questo caso, si

parla di linguaggio metalinguistico o di linguaggio autonimico (che fa riferimento a se stesso).

Il logonimo è un nome che fa riferimento alla lingua, sono espressioni e parole del linguaggio

ordinario che parlano della lingua; questo termine è stato coniato da Silvestri in occasione di un

convegno ed è stato recepito anche nei dizionari, come il GRADIT di De Mauro. La definizione di

logonimo è: parola o termine indicante aspetti e parti di frasi e testi e la loro realizzazione e

ricezione. Quindi, lingua, parola, frase sono logonimi, che sono conosciuti anche dai parlanti

comuni, pertanto non sono tecnicismi. Uno stesso termine può essere utilizzato sia nel suo senso

ordinario sia in quello più tecnico, come ad esempio lingua, una parola usata dai parlanti comuni,

ma anche dai linguisti, assumendo un significato tecnico-specialistico.

Il termine logonimo è stato introdotto nei dizionari alla fine degli anni ’90, in realtà si è già occupati

in precedenza di questo argomento, anche se non si usava questa etichetta (ad esempio, De Mauro

ha analizzato i logonimi). Molti termini logonimici hanno a che fare con gli studi di pragmatica,

perché molte espressioni pragmatiche si rifanno all’azione verbale (promette, pregare, ordinare

sono logonimi, perché si rifanno a una dimensione del parlato).

De Mauro aveva una formazione più ampia rispetto a Silvestri, perché ha studiato semiotica,

filosofia del linguaggio, per cui la sua visione della funzione metalinguistica è inscritta in una

cornice comunicativa. La sua classificazione dei logonimi comprende soltanto i verbi e individua

varie categorie, come quella dei verbi semiotici comunicare, esprimere, segnalare, che si rifanno

alla comunicazione verbale e non, e possono anche far riferimento alla lingua e, in generale, alla

facoltà di espressione (quando Hjelmslev parla di biplanarità del linguaggio, intende dire che il

linguaggio è costituito da due piani: espressione e contenuto. L’espressione può avvenire attraverso

diversi canali: gestuale, verbale, canale delle immagini e altri).

Tra le categorie che si riferiscono alla produzione dei messaggi, troviamo diverse categorie, come

quella dei verbi genericamente linguistici (indicano un parlare basilare, non connotato), in cui i

verbi prototipici sono dire e parlare; la categoria dei verbi distintivi delle modalità fonetiche del

dire: bisbigliare, mormogliare, farfugliare, balbettare, abbaiare (usato in senso metaforico per le

persone) cinguettare, gridare, urlare (questi verbi sono molto spesso onomatopeici, perché

significano i versi degli animali – per esempio, urlare proviene etimologicamente da ululare). Poi ci

sono i verbi tipici delle modalità testuali: dialogare, disputare, discutere, controbattere,

argomentare, spiegare, pregare, chiedere, cioè verbi che indicano un parlare pragmatico, con una

determinata finalità. Poi ci sono i verbi fortemente perlocutivi, che rientrano nella categoria dei

verbi distintivi di modalità e conseguenze perlocutive e giuridiche del dire: minacciare, insultare,

inveire, denunciare, notificare, querelare, diffamare. I verbi che si riferiscono alla scrittura sono:

scrivere, annotare, redigere, copiare, prendere appunti. Ci sono infine verbi ermeneutici che fanno

riferimento alla dimensione dell’interpretazione e della ricezione del messaggio, tra cui

comprendere, decodificare (possono essere verbi semiotici), tradurre.

Dal Canto II dell’Inferno:

“Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d’ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle”

Questa terzina è ben strutturata, con il massimo delle capacità retorica e oratoria, ed è incentrata

sull’attività verbale. La strutturazione parte dal livello massimo di elaborazione, quello delle lingue,

a qualcosa che è correlato alle lingue, ma che può essere non linguistico, semplice sonorità,

passando per tutti i livelli intermedi. Si inizia dalle lingue, che sono dei sistemi ben strutturati, si

passa alle favelle, che sono delle parlate particolare, si arriva alle parole che costituiscono il parlare.

Subito dopo troviamo gli accenti, degli elementi sovra-segmentali, infine si arriva alle voci, ovvero

la sonorità del parlare, e ai suoni, che non sono linguistici, perché si indica il suono del battere

(logonimo) delle mani. Dal punto di vista della strutturazione del testo, la situazione è rovesciata,

in quanto l’ultimo verso, che rappresenta l’impoverimento della piena dimensione linguistica,

riprende e ricapitola i versi precedenti:

Diverse lingue – orribili favelle sintagmi formati da un aggettivo e un sostantivo

Parole di dolore – accenti d’ira sostantivi e sintagmi preposizionali (che possono essere

trasformati in un sintagma costituito da sostantivo e aggettivo

Questi due versi si incrociano e hanno lo stesso valore, ma c’è una diversa disposizione.

Nell’ultimo verso, si riprendono queste strategie, in quanto ci sono nomi seguiti da aggettivi e nomi

seguiti da sintagmi preposizionali.

Questo è un chiaro esempio di come i poeti strutturino i loro testi non basandosi sulla loro

ispirazione, ma li costruiscono ad hoc, per essere particolarmente efficaci e suggestivi.

Silvestri ha elaborato una classificazione di quattro logonimi suddivisi in quattro categorie: le prime

due appartengono all’area evoluta dell’attività linguistica, che fa riferimento ai meccanismi della

selezione e della combinazione; le altre due rientrano nell’area primordiale, che fa riferimento alla

manifestazione e all’interazione comunicativa. Fanno parte della prima categoria i logonimi

relazionali (detti anche introversi, perché implicano un ripiegamento della lingua su stessa, sono i

logonimi per eccellenza) e quelli referenziali (detti anche estroversi, perché necessariamente

chiamano in causa la realtà, c’è una proiezione verso l’esterno, verso il contesto). I logonimi

relazionali introversi sono lingue, favelle, parola, parlare, che indicano il modo in cui l’attività

linguistica è strutturata e fanno riferimento al fatto che l’attività linguistica e le sue componenti,

proprio come la lingua, hanno una loro strutturazione. I logonimi referenziali sono dire, la cui

etimologia rimanda al verbo indicare, quindi, il verbo dire si configura come l’indicazione di

qualcosa. Per gli studiosi di semantica, come Frege, referenza è sinonimo di designazione, è il

rapporto della parola con la realtà.

Tra i logonimi dell’area primordiale, che non fanno riferimento a un parlare strutturato, troviamo i

fenomenici, che indicano la modalità del dire, come borbottare, farfugliare, mormorare, sussurrare.

Infine, ci sono i logonimi processuali, che sono caratterizzati dall’interazione e che hanno una forza

illocutiva e perlocutiva (verbi che De Mauro inserisce nella categoria dei verbi distintivi di modalità

e conseguenze perlocutive e giuridiche del dire). È evidente che dire e parlare, che possono essere

considerati prototipici delle due categorie, esprimono un significato generico, pertanto sono più

astratti, quindi, più tardi rispetto a quei verbi che rappresentano diverse modalità del dire e del

parlare.

Analisi del discorso politico di Renzi

La funzione metalinguistica nel discorso politico

Il richiamo esplicito alla comunicazione linguistica è frequente, come prevedibile, nel discorso

politico (l’attività politica è primariamente attività linguistica). Questo fenomeno si amplifica dal

momento che ogni discorso politico si colloca tendenzialmente in un più ampio contesto dialogico,

in cui domina un’impostazione “antagonistica” della comunicazione e che costituisce di fatto un

“cotesto” in virtù del richiamo costante ad altri discorsi.

Renzi ha contribuito in maniera rilevante all’emergere di determinate focalizzazioni linguistiche e

tematiche nel discorso politico corrente; inoltre, si configura, per altri esponenti della scena politica,

come un necessario punto di riferimento, nonché come un bersaglio privilegiato, nel discorso sul

discorso.

Nei discorsi di Renzi, ci sono molti riferimenti alla funzione poetica e metalinguistica, dimostrando

di essere un grande conoscitore delle tecniche metalinguistiche e la sua consapevolezza

metalinguistica è indiziata nel discorso da:

Espressioni che si riferiscono all’attività linguistica, ovvero i “logonimi”;

- Riflessioni sull’attività linguistica e sul codice, es.: dalla capacità di educare, di tirar via, di

- tirar fuori, nel senso latino del termine, nasce la credibilità di un Paese (riflessione

linguistica;

Manipolazioni creative del parlante operate sul materiale fornito dal codice.

-

Emerge la sua consapevolezza del potere della parola e dell’uso di certe parole piuttosto che di

altre; il suo parlare si concentra sul parlare stesso.

«Le lingue (tutte le lingue!) utilizzano un repertorio più o meno ampio di parole per “dirsi” in

maniera specifica o, se si preferisce, per “raccontarsi”, in parte facendo emergere specifiche

tassonomie etnolinguistiche, in parte segmentando il loro essere e il loro interagire, per mezzo dei

parlanti».

Il discorso politico è un contesto di scambio, per cui anche i discorsi degli avversari rappresentano

un cotesto, quindi, si parla facendo continuamente riferimento al parlare degli altri e questo fa

capire che si fa ricorso molto spesso a logonimi in generale:

Sono consapevole della portata di questa espressione, e anche del rischio di farla.

È affermare che la politica ha ancora uno spazio, è affermare il fatto, l'idea, il concetto, che […]

esiste uno spazio per la politica.

Dal vocabolario della politica europea è venuta meno la parola crescita.

(=nell’Unione europea non c’è più attenzione alla dimensione della crescita, ma questa idea viene

espressa, facendo riferimento alle parole indicanti i fatti stessi, quindi, fa un uso di logonimi per non

logonimi).

Noi pensiamo che la parola «politica» non sia una parolaccia. Noi pensiamo che la politica non

sia assolutamente screditata. esprime l’idea attraverso la dimensione linguistica.

Una dimensione politica, con la «p» maiuscola. Rimando alla dimensione della scrittura.

Renzi compie delle vere operazioni creative, sfrutta tutte le capacità di selezione e combinazione,

conia parole nuove e i suoi discorsi sono ricchi di riferimenti alla lingua e alla comunicazione, lo si

evince dall’uso di logonimi generici, quali dire, parlare, parola, frase, locuzione, chiedere;

Ci sono dei logonimi tipici dell’attività linguistica in ambito politico e altri che non sono attesi in un

discorso istituzionale e che spesso si rifanno alla modalità del dire, come piangere (usato come

verbo transitivo come sinonimo di lamentarsi), urlare. Quelli tipici sono (oralità) dibattito,

discussione, discutere, litigare, parlamentarizzazione, confronto, confrontarsi, polemica,

polemizzare, chiedere/negare la fiducia, rispondere, dare risposte (ai cittadini/alla gente). Inoltre,

ci sono dei logonimi usati in senso metaforico, come tradurre (usato con il significato di realizzare,

passare dalle parole ai fatti), traduzione, crasi, parola.

La focalizzazione sulla comunicazione si manifesta in un frequente riferimento alla dimensione

diamesica, con particolare riguardo ai mass media e alla comunicazione digitale: sms, slide, talk

show, trasmissione televisiva, Internet. Renzi utilizza tutte le possibili risorse linguistiche, il suo

non è un discorso istituzionale standard, infatti, sono presenti dei termini del linguaggio giovanile

come selfie. Inoltre, sono stati riscontrati degli usi non normativi della grammatica e questo

dimostra comunque una certa attenzione nei confronti della grammatica italiana e una volontà di

discostarsi dalla norma, per produrre un determinato effetto. Un’altra caratteristica del suo modo di

parlare è la manipolazione e la trasformazione di espressioni già esistenti; in questo caso, il discorso

politico si avvicina al linguaggio pubblicitario, in quanto si riprende una locuzione o una frase fatta,

variandola a seconda della circostanza. Renzi compie una simile operazione anche all’interno della

singola parola.

La strategia retorica nei discorsi politici è proprio quella di veicolare dei messaggi in modo

inconsapevole da parte del fruitore; invece, nei discorsi di Renzi, si mette continuamente in risalto

l’importanza della comunicazione.

Tra i logonimi che indicano l’attività legislativa troviamo: leggi, decreti legge, relazioni, scrivere,

note tecniche. I logonimi non attesi sono ad esempio: usciamo dal coro della lamentazione, bisogna

smetterla con questa cultura della lamentazione e del piagnisteo, che il futuro dell’Italia non sia

stare a lamentarsi e piangere dalla mattina alla sera, che il futuro dell’Italia non sia semplicemente

raccontarci come le cose vanno male. Si richiama la dimensione del racconto, che non è previsto in

un discorso istituzionale.

Si è scelto più o meno opportunamente di gridare alla svolta autoritaria Logonimi fenomenico-

manifesti inattesi.

Da notare, tra le espressioni non attese, alcuni logonimi come urlare e gridare, che fanno

riferimento alla dimensione fonetica più che semantica del dire/parlare, (sono usati con il

significato di “parlare a vuoto”, sono messi in contrapposizione a “dare risposte concrete”, creando

un contrasto tra fenomenico-manifesto e processuale-interattivo), collocandosi in categorie parallele

individuate da De Mauro come “verbi distintivi di modalità fonetiche del dire” e Silvestri come

“logonimi fenomenico manifesti”.

Il tuo compito non è quello di star qui ad urlare, ma è cercare di dare delle risposte concrete

Renzi contrappone due logonimi: l’uno connotato negativamente, urlare, e l’altro positivamente,

dare risposte, che rientra, invece, nella categoria dei “verbi distintivi di modalità semantico-testuali

del dire” (De Mauro), come in quella dei “logonimi processuali-interattivi” (Silvestri).

Ciò indizia una visione in cui l’attività linguistica è concepita come fondativa della prassi politica.

Inoltre, sono usati anche dei logonimi che designano delle attività non logonimiche: Vorremmo che

la parola “accountability” trovasse una traduzione in italiano Crea un gioco linguistico, in quanto

la parola traduzione viene utilizzata simultaneamente in entrambe le sue valenze, logonimica, e non,

a designare un passaggio, oltre che da parola a equivalente traduttivo, anche da uno stato ad un

altro, da parola a fatto.

C’è una parte tra voi che ritiene che la parola identità sia il baluardo contro la parola

integrazione. si usa sempre parola, ma si potrebbe indicare direttamente il concetto.

Si è verificata una sorta di crasi casuale, per cui la stabilità è diventata un tutt’uno con l’Europa.

crasi è un tecnicismo, mentre tutte le altre parole sono logonimi presenti nel linguaggio ordinario.

È un indizio di una ricerca delle strategie retoriche.

Si utilizzano ampiamente le risorse linguistiche, talvolta allontanandosi anche dalle norme

grammaticali.

La legge elettorale si fa ascoltandosi.

C’è bisogno di ascoltare gli altri. Si fa lo sforzo di ascoltarsi.

Ascoltarsi il verbo ascoltarsi come riflessivo reciproco non esiste in italiano e può essere inteso

solo come riflessivo in senso proprio, ascoltare se stesso; si dovrebbe dire ci ascoltiamo

vicendevolmente. Questo non è dovuto alla sua scarsa competenza dell’italiano, ma è fatto

volontariamente.

Inoltre, ci sono anche molti prestiti (constituency, accountability, performance, start up, world

bank, asset), neologismi (discussionismo, benaltrismo), che non sono prevedibili nei discorsi

politici, coniazioni (Italicum, Mattarellum, Porcellum), manipolazione di espressioni già esistenti:

(Non credo che ci siano pari opportunità nel fatto che ci sia la metà di donne nel Governo;

l’opportunità – permettetemi la battuta – è dispari, non è pari, ce ne è solo una gioco linguistico

Interviene su un sintagma nominale consolidato, modificandolo, e realizzando un gioco linguistico,

c’è un solo ministro, perciò le opportunità sono dispari) ed elementi tipici di un registro informale o

del linguaggio giovanile.

Io credo che l’identità sia la base per l’integrazione, il contrario di integrazione non è identità, è

disintegrazione. Renzi gioca sul doppio valore di contrario, che è un logonimo e si oppone a

sinonimo, ma ha anche un significato più generale, in senso di “una cosa opposta all’altra”. Quindi,

crea il contrario in senso metalinguistico rispetto a integrazione¸ perciò utilizza la parola

disintegrazione. Dal punto di vista fattuale, l’opposto di integrazione è identità; disintegrazione si

spiega semplicemente in relazione a integrazione. (Renzi gioca sul fatto che, dal punto di vista della

realtà delle cose, l’opposto di integrazione sia identità. Però, sul piano metalinguistico, lui sostiene

che il contrario di integrazione non sia il suo equivalente concettuale, ovvero identità, ma è

disintegrazione. Secondo lui, non è vero che se neghiamo l’integrazione, l’accoglienza e l’alterità,

noi difendiamo la nostra identità, in realtà, noi la perdiamo, ci disintegriamo. Gioca su un fatto

metalinguistico, crea disintegrazione come contrario di integrazione. Usa un logonimo per non

logonimo e un logonimo in quanto tale, cioè contrario. Crea una dicotomia tra integrazione e

disintegrazione, dal punto di vista dei concetti, sono in opposizione identità e integrazione.)


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in linguistica e traduzione specialistica
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher HIlarity90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli descrittivi delle lingue e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Di Pace Lucia.

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