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IV lezione – 14.03.17

Linguaggio metalinguistico e logonimi

I logici parlano di un metalinguaggio, definito A, che si riferisce a un metalinguaggio oggetto, definito B. Nel caso della funzione metalinguistica, nella comunicazione verbale, i linguaggi A e B coincidono, perché si può parlare di una lingua utilizzando quella stessa lingua; in questo caso, si parla di linguaggio metalinguistico o di linguaggio autonimico (che fa riferimento a se stesso).

Il logonimo è un nome che fa riferimento alla lingua, sono espressioni e parole del linguaggio ordinario che parlano della lingua; questo termine è stato coniato da Silvestri in occasione di un convegno ed è stato recepito anche nei dizionari, come il GRADIT di De Mauro. La definizione di logonimo è: parola o termine indicante aspetti e parti di frasi e testi e la loro realizzazione e ricezione. Quindi, lingua, parola, frase sono logonimi, che sono conosciuti anche dai parlanti comuni, pertanto non sono tecnicismi. Uno stesso termine può essere utilizzato sia nel suo senso ordinario sia in quello più tecnico, come ad esempio lingua, una parola usata dai parlanti comuni, ma anche dai linguisti, assumendo un significato tecnico-specialistico.

Il termine logonimo è stato introdotto nei dizionari alla fine degli anni ’90, in realtà si è già occupati in precedenza di questo argomento, anche se non si usava questa etichetta (ad esempio, De Mauro ha analizzato i logonimi). Molti termini logonimici hanno a che fare con gli studi di pragmatica, perché molte espressioni pragmatiche si rifanno all’azione verbale (promette, pregare, ordinare sono logonimi, perché si rifanno a una dimensione del parlato).

De Mauro e la funzione metalinguistica

De Mauro aveva una formazione più ampia rispetto a Silvestri, perché ha studiato semiotica, filosofia del linguaggio, per cui la sua visione della funzione metalinguistica è inscritta in una cornice comunicativa. La sua classificazione dei logonimi comprende soltanto i verbi e individuava varie categorie, come quella dei verbi semiotici: comunicare, esprimere, segnalare, che si rifanno alla comunicazione verbale e non, e possono anche far riferimento alla lingua e, in generale, alla facoltà di espressione (quando Hjelmslev parla di biplanarità del linguaggio, intende dire che il linguaggio è costituito da due piani: espressione e contenuto. L’espressione può avvenire attraverso diversi canali: gestuale, verbale, canale delle immagini e altri).

Categorie di verbi e logonimi

Tra le categorie che si riferiscono alla produzione dei messaggi, troviamo diverse categorie, come quella dei verbi genericamente linguistici (indicano un parlare basilare, non connotato), in cui i verbi prototipici sono dire e parlare; la categoria dei verbi distintivi delle modalità fonetiche del dire: bisbigliare, mormogliare, farfugliare, balbettare, abbaiare (usato in senso metaforico per le persone) cinguettare, gridare, urlare (questi verbi sono molto spesso onomatopeici, perché significano i versi degli animali – per esempio, urlare proviene etimologicamente da ululare). Poi ci sono i verbi tipici delle modalità testuali: dialogare, disputare, discutere, controbattere, argomentare, spiegare, pregare, chiedere, cioè verbi che indicano un parlare pragmatico, con una determinata finalità. Poi ci sono i verbi fortemente perlocutivi, che rientrano nella categoria dei verbi distintivi di modalità e conseguenze perlocutive e giuridiche del dire: minacciare, insultare, inveire, denunciare, notificare, querelare, diffamare. I verbi che si riferiscono alla scrittura sono: scrivere, annotare, redigere, copiare, prendere appunti. Ci sono infine verbi ermeneutici che fanno riferimento alla dimensione dell’interpretazione e della ricezione del messaggio, tra cui comprendere, decodificare (possono essere verbi semiotici), tradurre.

Analisi di una terzina dell'Inferno

Dal Canto II dell’Inferno:

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

Questa terzina è ben strutturata, con il massimo delle capacità retorica e oratoria, ed è incentrata sull’attività verbale. La strutturazione parte dal livello massimo di elaborazione, quello delle lingue, a qualcosa che è correlato alle lingue, ma che può essere non linguistico, semplice sonorità, passando per tutti i livelli intermedi. Si inizia dalle lingue, che sono dei sistemi ben strutturati, si passa alle favelle, che sono delle parlate particolari, si arriva alle parole che costituiscono il parlare. Subito dopo troviamo gli accenti, degli elementi sovra-segmentali, infine si arriva alle voci, ovvero la sonorità del parlare, e ai suoni, che non sono linguistici, perché si indica il suono del battere delle mani.

Dal punto di vista della strutturazione del testo, la situazione è rovesciata, in quanto l’ultimo verso, che rappresenta l’impoverimento della piena dimensione linguistica, riprende e ricapitola i versi precedenti:

  • Diverse lingue – orribili favelle (sintagmi formati da un aggettivo e un sostantivo)
  • Parole di dolore – accenti d’ira (sostantivi e sintagmi preposizionali, che possono essere trasformati in un sintagma costituito da sostantivo e aggettivo)

Questi due versi si incrociano e hanno lo stesso valore, ma c’è una diversa disposizione. Nell’ultimo verso, si riprendono queste strategie, in quanto ci sono nomi seguiti da aggettivi e nomi seguiti da sintagmi preposizionali.

Questo è un chiaro esempio di come i poeti strutturino i loro testi non basandosi sulla loro ispirazione, ma li costruiscono ad hoc, per essere particolarmente efficaci e suggestivi.

Classificazione dei logonimi di Silvestri

Silvestri ha elaborato una classificazione di quattro logonimi suddivisi in quattro categorie: le prime due appartengono all’area evoluta dell’attività linguistica, che fa riferimento ai meccanismi della selezione e della combinazione; le altre due rientrano nell’area primordiale, che fa riferimento alla manifestazione e all’interazione comunicativa. Fanno parte della prima categoria i logonimi relazionali (detti anche introversi, perché implicano un ripiegamento della lingua su se stessa, sono i logonimi per eccellenza) e quelli referenziali (detti anche estroversi, perché necessariamente chiamano in causa la realtà, c’è una proiezione verso l’esterno, verso il contesto).

I logonimi relazionali introversi sono lingue, favelle, parola, parlare, che indicano il modo in cui l’attività linguistica è strutturata e fanno riferimento al fatto che l’attività linguistica e le sue componenti, proprio come la lingua, hanno una loro strutturazione. I logonimi referenziali sono dire, la cui etimologia rimanda al verbo indicare, quindi, il verbo dire si configura come l’indicazione di qualcosa. Per gli studiosi di semantica, come Frege, referenza è sinonimo di designazione, è il rapporto della parola con la realtà.

Tra i logonimi dell’area primordiale, che non fanno riferimento a un parlare strutturato, troviamo i fenomenici, che indicano la modalità del dire, come borbottare, farfugliare, mormorare, sussurrare. Infine, ci sono i logonimi processuali, che sono caratterizzati dall’interazione e che hanno una forza illocutiva e perlocutiva (verbi che De Mauro inserisce nella categoria dei verbi distintivi di modalità e conseguenze perlocutive e giuridiche del dire). È evidente che dire e parlare, che possono essere considerati prototipici delle due categorie, esprimono un significato generico, pertanto sono più astratti, quindi, più tardi rispetto a quei verbi che rappresentano diverse modalità del dire e del parlare.

Analisi del discorso politico di Renzi

La funzione metalinguistica nel discorso politico: Il richiamo esplicito alla comunicazione linguistica è frequente, come prevedibile, nel discorso politico (l’attività politica è primariamente attività linguistica). Questo fenomeno si amplifica dal momento che ogni discorso politico si colloca tendenzialmente in un più ampio contesto dialogico, in cui domina un’impostazione “antagonistica” della comunicazione e che costituisce di fatto un “cotesto” in virtù del richiamo costante ad altri discorsi.

Renzi ha contribuito in maniera rilevante all’emergere di determinate focalizzazioni linguistiche e tematiche nel discorso politico corrente; inoltre, si configura, per altri esponenti della scena politica, come un necessario punto di riferimento, nonché come un bersaglio privilegiato, nel discorso sul discorso.

Nei discorsi di Renzi, ci sono molti riferimenti alla funzione poetica e metalinguistica, dimostrando di essere un grande conoscitore delle tecniche metalinguistiche e la sua consapevolezza metalinguistica è indiziata nel discorso da:

  • Espressioni che si riferiscono all’attività linguistica, ovvero i “logonimi”;
  • Riflessioni sull’attività linguistica e sul codice, es.: dalla capacità di educare, di tirar via, di tirar fuori, nel senso latino del termine, nasce la credibilità di un Paese (riflessione linguistica);
  • Manipolazioni creative del parlante operate sul materiale fornito dal codice.

Emerge la sua consapevolezza del potere della parola e dell’uso di certe parole piuttosto che di altre; il suo parlare si concentra sul parlare stesso.

«Le lingue (tutte le lingue!) utilizzano un repertorio più o meno ampio di parole per “dirsi” in maniera specifica o, se si preferisce, per “raccontarsi”, in parte facendo emergere specifiche tassonomie etnolinguistiche, in parte segmentando il loro essere e il loro interagire, per mezzo dei parlanti».

Il discorso politico è un contesto di scambio, per cui anche i discorsi degli avversari rappresentano un cotesto, quindi, si parla facendo continuamente riferimento al parlare degli altri e questo fa capire che si fa ricorso molto spesso a logonimi in generale:

  • Sono consapevole della portata di questa espressione, e anche del rischio di farla.
  • È affermare che la politica ha ancora uno spazio, è affermare il fatto, l'idea, il concetto, che […] esiste uno spazio per la politica.
  • Dal vocabolario della politica europea è venuta meno la parola crescita.
  • Noi pensiamo che la parola «politica» non sia una parolaccia.
  • Una dimensione politica, con la «p» maiuscola.

Renzi compie delle vere operazioni creative, sfrutta tutte le capacità di selezione e combinazione, conia parole nuove e i suoi discorsi sono ricchi di riferimenti alla lingua e alla comunicazione, lo si evince dall’uso di logonimi generici, quali dire, parlare, parola, frase, locuzione, chiedere; Ci sono dei logonimi tipici dell’attività linguistica in ambito politico e altri che non sono attesi in un discorso istituzionale e che spesso si rifanno alla modalità del dire, come piangere (usato come verbo transitivo come sinonimo di lamentarsi), urlare. Quelli tipici sono (oralità) dibattito.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher HIlarity90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli descrittivi delle lingue e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Di Pace Lucia.
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