FILOLOGIA SEMITICA
LEZIONE 1
sudarabico antico dell’Oman e lungo la costa della
Nella zona corrispondente al nord dello Yemen, al nord-ovest
Tihama yemenita sappiamo che si sono diffuse popolazioni e tribù tribali che parlavano arabo e in
parte scrivevano un tipo di sudarabico antico che sappiamo essere stato fortemente influenzato
dall’arabo, tanto da avere caratteristiche lessicali e morfologiche tipicamente arabe.
L’area del NORD Tutta la zona del Levante, ovvero, l’area del golfo, il sud e contro della Siria,
tutta la Palestina e l’aerea orientale dell’Egitto erano con tutta certezza abitate da popolazioni di
lingua araba almeno 3-4 secoli prima delle conquiste islamiche (II-III secolo).
caratteristiche della arabizzazione linguistica
Il grande teorico della arabizzazione del Maghreb è W. Marçais, il più grande specialista di arabo
maghrebino. Secondo lui la arabizzazione del Maghreb si è compiuta attraverso due città. Il profilo
tradizionale della arabizzazione del Maghreb sarebbe avvenuto attraverso due cronologiche:
- 1° fase VII secolo, epoca delle grandi conquiste islamiche, in cui si ritiene che le popolazioni
arabofone che hanno arabizzato linguisticamente una parte del nord Africa era poco numerose (non
che provenivano da regioni diverse dell’Arabia settentrionale e
più di 150.000 persone). Sappiamo
centrale, in gran parte dallo Yemen e alcuni addirittura dal Khorasan.
Il punto di partenza tra le varie ipotesi che esistono sulla formazione del neoarabo due sono quelle
una corrisponde alla visione che i musulmani hanno della diffusione dell’arabo, che
fondamentali: Ḥaldūn, secondo cui il
conosciamo dalla versione che ne ha dato il più grande storico arabo Ibn
punto di partenza dell’arabo classico è la fuṣḥā la quale è stata modificata, contaminata dalla sua
purezza originale, a seguito con i contatti di popolazioni di lingue straniere (astrati e sostrati).
I sostrati principali aramaico in Mesopotamia e nel Levante, tracce di fenicio e aramaico in area
palestinese, greco sulle coste (Alessandria), il berbero in nord africa con alcune sacche di latino
tardo o proto iberoromanzo.
La posizione che hanno continuato a sostenere molti arabisti classici è che il punto di partenza è
unitario, l’arabo classico che diventa i vari dialetti arabi a seconda della sua reazione con i sostrati
che incontra.
Ch. Ferguson nel 1959 ha scritto un articolo sull’origine dei dialetti arabi, la sua idea è che questa
origine fosse il punto di partenza di 12 tratti linguistici differenti, che secondo lui si ritrovano in
misura un po’ diversa nella maggior parte delle macro aree dialettali dell’arabo, e per tanto devono
essere considerate costitutive del proto neo-arabo. Nel 1962 un francese pubblica un articolo per
tutti e 12 i tratti linguistici. L’alternativa all’ipotesi di Ibn
smentire la teoria di Ferguson, smontando
Ḥaldūn rivista da Ferguson è di ritenere che fin dall’inizio non ci fosse omogeneità ma eterogeneità,
ovvero una molteplicità di varietà antico-arabe le quali si sono diffuse con ritmi diversi
combinandosi fra di loro.
La tesi di W. Marçais era che le città siano state i centri più importanti di diffusione e di propulsione
della lingua araba delle zone del Maghreb conquistate. In realtà questo modello ha una sua validità
anche in linguistica generale, dove si sostiene che questo trova conferma nella diffusione del
francese nel Levante. Questa tesi di adstrati arabofoni che ha condotto l’arabizzazione del nord
Africa e della Penisola Iberica si è mosso essenzialmente sulle zone litoranee, dove hanno o fondato
dei campi militari che a loro volta sono diventati degli ulteriori centri di propulsione (più famoso
Kairouan in Tunisia), oppure fondando nuove città sia sulla costa che nell’entroterra di diversi
paese (città di Fès in Marocco). Essenzialmente erano arabofone le popolazioni originariamente di
lingua berbera o di lingue iberoromanze che occupavano queste zone della costa e le città. Questo
vale per la prima fase di arabizzazione, in quanto sostanzialmente per circa quattro secoli gli arabi si
sono accontentati di controllare le città sia sulla costa che nell’interno e nelle zone costiere.
L’argomento del secondo articolo di Marçais è quello delle varietà septa sedentarie ma rurali. Esiste
una fondamentale distinzione eco linguistica all’interno dei dialetti arabi:
ḥaḍarī, e si dividono in dialetti di città
-DIALETTI SEDENTARI che si chiamano in arabo
“madanī” (in francese “parlers citadini”) e quelli di villaggio “qarawī” (in francese “villaglois”)
in arabo badawī.
-DIALETTI DEI BEDUINI
La sua idea era che nelle campagne si fossero formate più tardi delle parlate rurali fortemente
influenzate dal sostrato, in particolare dal berbero.
Ogni studioso quando elabora una teoria di qualsiasi genere risente delle proprie esperienze
soggettive, il primo contatto importante che ha avuto Marçais è stato con la varietà della cittadina di
Tlemcen in Algeria e del suo entroterra, che presenta una serie di varietà rurali che sono abbastanza
differenziate rispetto alla parlata della città. Sulla base di questa sua esperienza Marçais si è formato
un’idea dell’arabo rurale come contrapposto all’arabo urbano.
La
- 2° FASE posizione tradizionale riconosce che la seconda ondata di arabizzazione del nord
Africa si sia svolta nell’ XI e XII secolo ad opera di almeno tre confederazioni tribali beduine,
quindi dialetti beduini o beduinizzati che sono fondamentalmente:
Banū Hilāl: colonizzeranno il nord della Tunisia, taglieranno attraverso una parte dell’Algeria e
investiranno il Marocco centrale.
Banū Salaym: si fermeranno essenzialmente in Tunisia sia occidentale che meridionale.
Banū Maʿqil (faceva parte Banū Ḥassān): in Algeria orientale e successivamente investono il
Marocco, mentre i Banū Ḥassān scenderanno più a sud degli altri, dove il loro dialetto la
“hassaniya” è il dialetto maghrebino della Mauritania.
Convenzionalmente si parla di varietà arabe hilaniane per quelle che sono le parlate beduine, mentre
le altre due confederazioni venivano ugualmente da un background arabico e anche loro avevano
avuto un soggiorno più o meno lungo in Egitto. Essendo beduini tagliano attraverso il deserto.
Questa seconda ondata di arabizzazione è stata condotta attraverso una base demografica molto più
imponente e soprattutto attraverso spostamenti delle popolazioni massicce e anche mescolanze
etniche provocate dalla lingua dei beduini che sono state tutte favorevoli alla diffusione dell’arabo.
Tutta questa serie di processi social scatenati dall’arrivo di queste confederazioni maghrebine ha
fatto si che l’arabizzazione procedesse a grandi passi, non più soltanto nelle città della costa ma
anche nell’interno. Questo da luogo a una suddivisione delle varietà parlate nel Maghreb abbastanza
variegate, in quanto abbiamo in quasi tutti i paesi del Maghreb parlate cittadine antiche più vicine
all’antico arabo, dove gli esempi tipici di queste parlate sono tutti i dialetti arabo giudaici. Di
questo tipo fanno parte anche i dialetti di alcune delle città più antiche come Fès e Tunisi.
-In Tunisia abbiamo dialetti di tipo urbano antico, mentre più scendiamo verso sud troviamo parlate
del tipo cittadino beduinizzato, questo perché tutta la Tunisia è stata popolata da beduini. Anche se
conosciamo poco dei dialetti beduini del nord della Tunisia, si conoscono bene quelli del centro
della Tunisia tra cui quello della città di Tozer, e quello descritto meglio di tutti è il più meridionale
ovvero il dialetto di Douz.
è invece un po’ diversa, dove abbiamo alcune città che parlano delle varietà antiche
-L’Algeria
come Cherchell, altre che parlano varietà leggermente beduinizzate come Algeri e poi città che
parlano un dialetto completamente beduinizzato come Orano. I dialetti beduini dell’Algeria sono
migliaia.
-In Marocco abbiamo una serie di città che sono sede di parlate beduini sedentarie antiche, la più
importante è Fès. Abbiamo una serie di città che presentano un grado di beduinizzazione parziale
come tutte le città a nord ovest del Marocco come Tangeri, Tétouan e Taza. E poi ci sono le città di
maggiore sviluppo recente come Casablanca, Marrakech che parlano un dialetto fortemente
beduinizzato.
-In Mauritania la variante che si è imposta più delle altre è quella della capitale Nouakchott.
Sappiamo che i due casi che Marçais ha cercato di generalizzare nell’ambito dei suoi articoli sono
quello di Tlemcen e quello della città Tunisina di Takrouna, dove si diceva si parlasse un tipo di
arabo tunisino rurale, attualmente è una città-fantasma. Per W. Marçais Takrouna è diventata il
sta diventando anch’essa “fantasma”, perché
modello dei dialetti rurali del Maghreb. Questa teoria
ad oggi sappiamo che i dialetti rurali sia della Tunisia che dell’Algeria e Marocco, in realtà non
hanno una formazione omogenea, quindi non sono stati formati attraverso il meccanismo che
delineava Marçais (popolazione berbera rurale arabizzata), ma si sono formati attraverso una serie
di contatti su parlate diverse che in parte erano già rurali, in parte beduine, in parte una varietà o
cittadina o rurale beduinizzate e in parte berbere. Bisogna quindi differenziare caso per caso e non è
possibile individuare un processo unico per la formazione della letteratura araba.
Oggi nella nostra concezione delle diverse tappe dei processi di arabizzazione del Maghreb bisogna
come la distinzione di varietà rurali all’interno dei
tenere conto che uno dei parametri fondamentali
sedentari rispetto alle varietà cittadine che sono state coniate dal fondatore di questa teoria
scientifica ovvero W. Marçais, oggi non la regge più. Inoltre, c’è un altro aspetto di cui Marçais non
poteva avere la concezione essendo morto agli inizi degli anni ’60, ed è il fatto che in tutto il modo
arabofono, come nel resto del mondo, si sono formate una serie di parlate urbane, quelle che i
sociolinguisti in generale chiamano varietà urbane. I grandi teorici di questo tipo di processi
sociolinguistici sono americani, che in genere hanno lavorato sulla formazione dei ghetti neri e dei
parlanti spagnoli ispanoamericani nelle grandi città americane. Molto è stato fatto di recente anche
urbani moderni in diverse zone arabofone, un esempio tipico dell’area levantina è
sui dialetti
Hamman, che è un punto di incontro fra due diversi tipi arabi arabofoni che sono palestinesi
immigrati dopo la guerra del 1948 e i giordani che sono tipicamente beduini. Quindi sono varietà
sedentarie di arabo palestinese e diverse varietà beduine che si sono incontrate insieme. Hamman è
uno dei casi salienti di nuove parlate urbane formatesi nel Levante, mentre il caso più famoso che si
è formato nell’arabo del Maghreb è Casablanca, perché l’arabo di Casablanca, che in Marocco
chiamano dāriğa, è un dialetto urbano marocchino fortemente beduinizzato.
Questo è un fenomeno del quale Marçais all’altezza del 1960 non poteva avere la percezione, però
nei decenni successivi si è capito che succedeva questo.
In Algeria e in Libia non ci sono dei centri che hanno introdotto delle varietà colonizzate poi in tutto
il paese. In Egitto c’è il particolare del Cairo, in quanto è una varietà prestigiosa un po’ in tutto il
mondo arabofono per diverse ragioni: una ragione culturale, nel senso che hanno prodotto molta
letteratura, teatro e cinema in dialetto; una ragione sociologica, nel senso che molti paesi arabofoni
quando importavano personale per le scuole li importavano dall’Egitto, perché ritenevano che
avessero una formazione tradizionale migliore di quelli che vivevano tra di loro; e una ragione
politica, perché Nasser ha fatto molto per alzare il prestigio dell’arabo egiziano come nel paese che
Israele all’epoca degli scontri per il Canale di Suez nel
osava sfidare gli Stati Uniti, Inghilterra,
1956. Tutto l’insieme di questi vari fattori ha fatto si che l’arabo egiziano avesse una diffusione e un
prestigio superiore a quello che hanno altri dialetti, questo nonostante abbia una caratteristica molto
ovvero il fatto che la ğ (gim) sia pronunciata /g/ (ghim) in arabo Maghrebino.
poco fuṣḥā,
MALTESE E I DIALETTI ARABI Sono
Formazione dei dialetti arabi periferici dei dialetti che sono parlati in zone che sono state
linguisticamente arabizzate e dal punto di vista religioso islamizzate e, successivamente, sono state
dearabizzare, cioè sono state riconquistate da paesi di popolazioni diverse dagli arabi che parlavano
e parlano lingue diverse dall’arabo. I casi più eclatanti sono quello dell’arabo periferico di Malta e
dell’arabo di Cipro.
A Cipro è arrivata una comunità arabofona cristiana che erano dei maroniti tra il XII e il XIII
secolo, che si sono collocati in diverse zone dell’isola, sia nella capitale Nicosia e soprattutto in una
di villaggi nel nord dell’isola, in particolare in un villaggio che si chiama Kormakiti. Questa è
serie
una comunità che in epoca medievale è stata insediata sull’isola per ragioni storico-geografiche
diverse, recidendo ogni rapporto con il resto della comunità arabofona, quindi ha continuato a
parlare il proprio dialetto in contatto con popolazioni cristiane. Nel caso del maltese con il siciliano,
italiano e successivamente anche l’inglese, mentre nel caso dei maroniti di Cipro essenzialmente il
greco. I processi che si sono svolti in queste due lingue sono molto simili, cioè hanno abbandonato
una serie di tratti strutturali tipici dell’arabo (fonemi, enfatiche, interdentali) e hanno preso in
prestito i fonemi che invece sono tipici delle lingue non arabe.
di Cipro chiamano la loro lingua o Sanna che viene dall’arabo “lisānna” (trad. “la lingua
I maroniti
di noi”, “la nostra lingua”), oppure la chiamano Arapikó dal greco “arabikos” (trad. “arabo”),
soltanto che la /b/ è diventata una /p/ che è un fonema di prestito, un fonema che non esisteva in
arabo ma che esiste per induzione o per contatto nella fattispecie nell’arabo di Cipro. Questo ha
dato luogo ad una ristrutturazione della loro morfologia, il lessico è pieno di parole di origine greca,
in origine già questa comunità veniva da una zona del nord della Siria dove si parlava una serie di
dialetti che erano a metà strada tra l’arabo levantino e il tipo più arcaico di arabo mesopotamico che
si chiama “qaltu”. Quello che è comune a questi due tipi di arabo è che hanno un forte sostrato
aramaico, questo vuol dire che l’arabo di Cipro è pieno di parole aramaiche, che probabilmente
sono ben riconoscibili per i maroniti perché molte di queste parole corrispondono alla loro antica
lingua liturgica.
Il Maltese
1. Stratigrafia del lessico Maltese
Più di metà del lessico è di origine o siciliana o italiana (circa 54%), il che lascia della base araba il
circa 33% e poi c’è l’inglese con il circa 9%. La lingua letteraria maltese dipende essenzialmente
dalla frequenza, sulla base di essa il maltese parlato contiene il 94% di parole di origine araba,
dunque il 54% del lessico di origine romanza si usa con una frequenza del 6%, mentre si usa di più
nel maltese letterario.
Dunque abbiamo un sostrato punico dal 650 al 50 a.C., della quale abbiamo una documentazione
di più o meno una ventina di iscrizioni puniche; un sostrato latino che va dal 218 a.C. al 476 (caduta
dell’Impero Romano d’Occidente); sostrato bizantino durante il periodo in cui Malta è stata
popolata dal 535 quando viene conquistata da un ammiraglio bizantino e occupata dai bizantini fino
alla conquista islamica dell’870. In nessuna di queste lingue però ci sono parole che in origine
possano far risalire a questo tipo di sostrato, per il maltese avviene questo perché è stata eliminata
tutta la popolazione precedente e con essa le abitudini linguistiche che queste avevano. Per tanto
quando sono arrivati poi i coloni arabofoni non potevano continuare le abitudini linguistiche di una
che non avevano conosciuto, quindi non c’è traccia né di punico né di latino né di
popolazione
bizantino.
Lo strato principale del maltese è l’arabo di tipo urbano tunisino, dal 1048 fino al 1241 che
sarebbe la data dell’espulsione degli ultimi musulmani arabofoni.
Il superstrato del maltese è il siciliano a partire almeno dal 1184 fino a epoca molto recente.
L’adstrato è formato da due lingue entrambe compresenti dell’italiano, partendo dal toscano
lingua scelta come ufficiale dai cavalieri di Malta, e dura in modo sistematico almeno fino al 1934,
poi con l’Italia fascista l’italiano non sarà più la lingua ufficiale dell’isola, ma rimarrà soltanto
l’inglese e il maltese.
Il superstrato inglese, che dopo la conquista di Malta nel 1800 rimane la seconda lingua usata e
insegnata nelle scuole, prevalentemente usata per l’insegnamento scientifico.
2. La diglossia a Malta
Il concetto di diglossia è il fatto che una comunità linguistica usi sistematicamente due lingue in
opposizione funzionale tra loro, una di queste è usata per gli scopi formali (lezione universitaria,
funzione religiosa, discorso poli
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