METODOLOGIA DELL’INTERVENTO IN PSICOLOGIA CLINICA
L’ATTEGGIAMENTO DELLO PSICOLOGO
3 CARATTERISTICHE NELL’ATTEGGIAMENTO DELLO PSICOLOGO, PERCHÉ NON SI PUÒ
DESCRIVERE COME UNA SERIE DI COMPORTAMENTI?
Il termine atteggiamento indica un costrutto proposto in forma ipotetica al fine di coniugare la
rappresentazione dell’oggetto con l’azione che ad esso viene rivolta.
A partire dalla doppia categorizzazione (conscia e inconscia) con cui si percepisce ogni
modello tripartito
evento, secondo il di Rosenberg e Hovland una componente cognitiva ed
una componente affettiva concorrono a determinare l’atteggiamento che si manifesta
attraverso il comportamento, in un determinato contesto. L’atteggiamento, dunque, può
essere unicamente inferito a partire da altri elementi ma questo comporta, nell’ambito
formativo psicologico-clinico, una specifica difficoltà che emerge dal fatto che i
comportamenti sono solo l’ultimo aspetto di un processo che affonda le proprie radici nella
rappresentazione dell’oggetto.
Ne consegue che questi non possono essere acquisiti in modo prescrittivo, né assunti come
un dato puramente tecnico. Il medesimo comportamento, infatti, può esprimere atteggiamenti
anche diametralmente opposti.
Sul piano dell’apprendimento, allora, un ruolo chiave è rivestito dall’esperienza diretta che
consente di acquisire nell’ambito della specifica relazione, la capacità di trasformare i propri
sentimenti in utili strumenti di lavoro, le proprie intuizioni intellettuali in interpretazione
affettivamente rilevanti, le proprie reazioni immediate in strumenti di comprensione, la
propria identificazione e partecipazione in comprensione empatica.
psicologo
Per quel che concerne la figura dello , non è possibile parlare di atteggiamento
corretto: si può parlare, però, di atteggiamento consono alla propria funzione professionale.
Per provare a capire quale esso sia, dobbiamo assumere che il lavoro dello psicologo clinico
consista nel restituire al proprio interlocutore la capacità di orientare l’azione in direzione
degli obiettivi scelti da quest’ultimo partendo dalla comprensione delle ragioni che lo portano
a delegare. delega
Il meccanismo della è rintracciabile alla base di ogni richiesta di consulenza, infatti,
ogni domanda di intervento implica la scissione di una parte di sé “non funzionante”, delegata
allo psicologo affinché provveda a rimetterla a posto, a riaggiustarla.
Diventa così necessaria l’esplorazione del punto di vista altrui, della conoscenza del contesto
in cui l’altro è inserito e del modo in cui questo vi si pone focalizzando la connessione fra i due
elementi (contesto/azione realizzata in esso). Emerge, in altri termini, il bisogno di porsi in un
atteggiamento che consente all’altro di narrarsi e, allo psicologo, di formulare ipotesi su quel
che ascolta e osserva. E’ infatti attraverso la narrazione che si palesa il modo in cui chi parla
categorizza gli eventi e si confronta con essi, è attraverso di essa che si conferiscono ordine e
significato a quanto si racconta in base alla soggettività di chi si esprime. La narrazione,
sempre contestuale, è formulata in ragione dell’interlocutore e lascia trasparire il ruolo che si
attribuisce a quest’ultimo, è parte dell’azione che l’interlocutore propone nel contesto della
consulenza. Non si limita a raccontare quel che accade “là e allora” ma esprime ciò che
avviene qui e ora.
Ecco spiegato l’atteggiamento dello psicologo, orientato all’esplorazione, caratterizzato da
empatia, da attenzione fluttuante, silenzio e ascolto.
Domanda esame: introspezione vicariante, caratteristiche, di chi è e che problema pone
Domanda esame: cosa si intende con empatia? Racconti brevemente lo sviluppo del concetto
EMPATIA
• Quello dell' , ancora oggi rappresenta un tema controverso. La definizione
rogersiana parla di empatia come capacità di immergersi nel mondo soggettivo altrui e di
partecipare alla sua esperienza, di guardare il mondo dalla prospettiva dell’altro, cogliendo (di
quest’ultimo) la dimensione emotiva e cognitiva. Innovazione geniale per quei tempi, tempi in
cui la psichiatria era gestita in modo soprattutto nosografico dagli psichiatri, tempi in cui il
vissuto personale della persona che presentava una problematica non si teneva per nulla in
considerazione, tempi in cui tutto era oggetto e tutti erano estranei ad esso.
Greenson ha proposto una definizione di empatia intesa come condivisione di vissuti, come
provare quel che prova un altro essere umano, in termini di qualità dei sentimenti, attraverso
un’identificazione parziale e temporanea con l’altro che consente una vicinanza emotiva,
favorisce lo sviluppo di vissuti compatibili con il modello operativo dell’altro.
Kohut definisce l’empatia come introspezione vicariante: un processo fondato
sull’osservazione del proprio vissuto, del proprio mondo interno (intro-spezione) che avviene
in sostituzione dell’interlocutore (vicariante è in medicina l’organo che sostituisce un altro
organo malfunzionante). Empatia è risuonare con l’altro, riconoscere nel vissuto altrui
qualcosa che appartiene alla nostra esperienza. A proposito del pensiero kohutiano, è Fornaro
a prendersi la briga di porre una lecita questione: in che modo sarebbe possibile evitare di
attribuire all’altro qualcosa di esclusivamente proprio e personale? Il fatto che pensieri ed
emozioni trovino il proprio senso nell’ambito del contesto in cui si manifestano, non ci
permette di attribuire l’emozione di uno dei due interlocutori all’altro. Piuttosto, riconoscendo
la propria emozione si acquisiscono indizi utili alla costruzione di ipotesi da verificare.
Inoltre, sono da tenere presenti diversi fattori che possono ostacolare il processo empatico tra
cui: la differenza di sesso tra consultante e utente (che può rendere complicata la
partecipazione ad un vissuto fisiologicamente altro), l’appartenenza a culture differenti, il
riconoscersi in valori sociali molto distanti tra loro. Per giunta, non tutti possiedono capacità
empatiche e non sempre tali capacità consentono di comprendere l’altro.
In ogni caso, provare un’emozione simile a quella che si attribuisce all’interlocutore è il primo
fondamentale passo nel processo di conoscenza a cui segue l’attribuzione di significato a
quanto percepito, all’emozione condivisa. E’ questa seconda fase che fa dell’empatia uno
strumento utile alla comprensione, distinta dal controtransfert che riguarda l’assunzione
inconsapevole di un ruolo collusivo, in cui, però è presente un’imposizione di ruolo.
Domanda esame: cosa si intende con attenzione fluttuante?
ATTENZIONE FLUTTUANTE
•La tecnica dell’ è stato proposta nel 1912 da Freud in “Consigli
al medico nel trattamento psicoanalitico”. L’autore invita colui che analizza a rivolgere il
proprio inconscio come un organo ricevente verso l’inconscio del malato che trasmette,
proprio come se fossero l’uno il ricevitore telefonico, l’altro il microfono trasmettente.
Mantenere tesa la propria attenzione ad un determinato livello, significa inevitabilmente
operare una selezione del materiale offerto, trascurandone una buona parte, in base alle
proprie aspettative o inclinazioni. Per ovviare a tale difficoltà quel che suggerisce Freud è di
“non prendere nota di nulla in particolare” prestando, a tutto quel che si ascolta, la stessa
attenzione fluttuante.
Il suggerimento freudiano, coerente al suo tempo, necessita di una riformulazione: ad oggi,
sappiamo che non è possibile riservare la medesima attenzione ad ogni cosa, essendo tale
attenzione inevitabilmente guidata dal contesto in cui siamo inseriti. Non più un’attenzione
rivolta in uguale modo ad ogni elemento od orientata unicamente alle comunicazioni
dell’interlocutore ma un’attenzione fluttuante da intendersi come la capacità di muoversi tra i
diversi livelli della comunicazione esterna ed interna, tra le confessioni di chi viene ascoltato e
le risonanze interiori che queste suscitano in chi ascolta, mantenendo una costante
attenzione alla relazione istituita come luogo nel quale si sviluppano sia le comunicazioni che
le relative percezioni.
PERCHE’ IL SILENZIO VIENE DEFINITO COME CONDIZIONE POCO RUMOROSA?
SILENZIO E ASCOLTO
SILENZIO
•il viene spesso, in modo stereotipato, assunto come metafora della non-
comunicazione, dell'isolamento, dell'impossibilità a stabilire un contatto. Viene intesto come
assenza di ciò che ci si aspetta. Anche il silenzio dello psicologo può essere vissuto come
assenza di un’azione volta all’intervento, tuttavia il silenzio è parte dell’azione se, come
oggetto di essa, non si considera l’altro ma la relazione che si instaura e il significato ad essa
attribuibile. Il silenzio è, in realtà, partecipazione e presenza. Tacere permette di ascoltare, e
ASCOLTO
porsi in significa, in ambito clinico, predisporre uno spazio silenzioso che possa
accogliere la libera espressione dell’altro, fargli posto in un luogo che esiste già. Nel nostro
setting interno, possiamo far posto all’altro, solo con la consapevolezza che il nostro luogo
possiede un proprio “arredamento”, costruito su motivazioni, aspettative, precognizioni.
Assumere un atteggiamento silenzioso volto all’ascolto significa accogliere l’altro ma restando
consapevoli del proprio “rumore di fondo”, strumento di conoscenza necessario e
indispensabile per l’ascolto stesso che in alcun modo ci impedisce di prestare attenzione a
quel che ci interessa. E’, anzi, proprio la consapevolezza di tale rumore di fondo, della nostra
soggettività, che ci consente di esplorare quanto percepito nel tentativo di avvicinarci al
condizione
significato della comunicazione altrui. In tale ottica il silenzio si delinea come una
poco rumorosa . Accogliere l’altro si può, ma non prima di aver accolto sé stessi.
CAPITOLO 2: IL SETTING
Domanda esame: setting come confine
Una richiesta di consulenza psicologica, per poter essere analizzata, necessita di alcune
coordinate di tipo organizzativo. Il termine inglese “setting” e l’equivalente francese “cadre”
rimandano entrambi sia alla “cornice-contenitore” che circoscrive, sostiene ed ospita
l’oggetto; sia all’insieme di azioni che generano i dispositivi necessari per svolgere una
determinata attività. cornice
Il setting, inteso come , delimita una determinata porzione dello spazio-tempo in
modo tale da configurarla come ambiente o scenario entro cui collocare l’azione. Instaura un
processo di differenziazione tra il dentro ed il fuori assumendo la funzione di confine con cui lo
psicologo delimita il territorio dell’intervento, distinguendolo da altri possibili luoghi.
Tuttavia, se da un lato il setting definisce gli elementi organizzativi dell’intervento in termini di
spazio e di tempo, dall’altro fornisce una qualificazione (preliminare) allo scenario e
all’intervento stesso, rappresentando anche uno strumento mediante il quale si attribuiscono
significati cognitivi ed emozionali all’ambiente in cui si opera (specificità del luogo) perché le
caratteristiche di un confine concorrono allo sviluppo di aspettative, emozioni e fantasie
rispetto al territorio che delimita. Nel momento in cui si individua un confine, si crea
contenitore
inevitabilmente un .
Il setting è quel contenitore deputato ad accogliere i vari aspetti della peculiare relazione
interpersonale che si definisce “colloquio psicologico-clinico” e può essere osservato da vari
punti di vista: materiale, relazionale e mentale. Queste dimensioni, parte di un sistema
complesso, si influenzano reciprocamente.
• LA DIMENSIONE MATERIALE
Domanda esame: il setting come contenitore materiale / la dimensione spaziale del setting /
l’unità temporale del setting /dimensione temporale del setting / 3 direttrici del setting
Come contenitore, il setting è riconoscibile in una serie di elementi concreti che ne
rappresentano la sua dimensione materiale. Il setting materiale o esterno intende facilitare
’unità temporale
l’espressione e la comprensione della domanda di intervento. L , deve
essere abbastanza ampia da consentire il dispiegarsi della narrazione del cliente nelle sue
diverse componenti cognitive ed emozionali, e per permettere allo psicologo di elaborare un
processo di pensiero sulla domanda agita dall’interlocutore. Solitamente, il tempo che si
dedica al cliente al fine di raggiungere un'adeguata comprensione delle problematiche che
egli manifesta attraverso la sua richiesta di intervento, corrisponde a circa a 45 minuti/
un'ora. tre direttrici
La dimensione temporale si dispiega almeno lungo :
la relazione
1) un tempo che riguarda tra psicologo clinico e richiedente: coincide con il
tempo dedicato complessivamente all'intervento psicologico, ovvero con il tempo che lo
psicologo e il richiedente trascorrono insieme, istituendo, per l’appunto una relazione.
il richiedente
2) un tempo che riguarda : più ampio del precedente, si riferisce al tempo di
elaborazione di quanto avviene all’interno del tempo della relazione. Il paziente deve
confrontarsi dentro di sé con gli aspetti della sua motivazione a intraprendere un lavoro di tipo
psicologico e individuare un qualche livello di contenimento e integrazione di questi aspetti;
lo psicologo clinico
3) un tempo che riguarda : non coincide con il tempo della relazione,
permette allo psicologo di integrare ed elaborare i vari indizi estrapolati dal lavoro con il suo
utente.
spazio
Lo deve essere altrettanto adeguato: è necessario proporre un ambiente comodo e
sufficientemente isolato da agenti esterni, per favorire la partecipazione di tutti i soggetti
coinvolti nell’intervento e, allo stesso tempo, evitare di ostacolare l’interazione e
deconcentrare i partecipanti. Deve trattarsi di un luogo in cui sia possibile, a chi rivolgere la
richiesta di intervento e soltanto a lui, stabilire un rapporto confidenziale e riservato con lo
psicologo.
Lo psicologo definisce un territorio, che diviene il luogo del suo incontro con l’altro, in cui ogni
elemento assume un’importanza particolare: oltre ad ospitare l’intervento clinico, il setting,
suggerisce significati, indirizza il modo in cui simbolizzare affettivamente la situazione, e
concorre a definire la qualità della relazione. Possiamo sostenere infatti, che lo spazio fisico
dell'interazione clinica è uno spazio che contiene l'interazione stessa, che la confina e le
conferisce un'identità. stabilità
Un’altra qualità fondamentale del setting esterno è la . Nei limiti del possibile, lo
spazio riservato all’incontro clinico, dovrebbe evitare di subire trasformazioni. La persistenza
delle condizioni materiali, la puntualità e la regolarità degli incontri, sono elementi che
contribuiscono ad attribuire costanza, continuità e solidità alla cornice rendendola
intimamente congrua ai bisogni di sicurezza e di holding (sostegno) del cliente. A sua volta,
ciò agevola lo sviluppo di un clima positivo ed empatico funzionale allo sviluppo della
relazione clinica.
Le relazioni, tuttavia, non si collocano unicamente in uno spazio fisico ma anche e
principalmente in uno spazio mentale.
•LA DIMENSIONE MENTALE
Domanda esame: caratteristiche del setting interno
Domanda esame: a cosa ci si riferisce considerando il setting come contenitore mentale?
La dimensione mentale riguarda il modo in cui la nostra mente contiene la relazione con il
nostro interlocutore o come la mente del nostro interlocutore contiene la relazione con noi.
E’ indubbio che talvolta lo psicologo ha a che fare con situazioni particolarmente disagiate e
con ambienti esterni particolarmente scomodi. La problematicità della dimensione materiale
però, può essere ovviata da una solida dimensione mentale e relazionale del setting, in un
setting interno che consente di estraniarsi da quel che accade intorno per concentrarsi sulla
relazione.
setting esterno
Il mantiene una condizione di sospensione dell’azione agevolando lo
il setting interno
sviluppo di un pensiero sulla propria esperienza emozionale; accoglie e
sostiene i processi di simbolizzazione. Per tale motivo, il setting mentale riguarda lo spazio in
cui confluiscono, si esprimono e si sviluppano i processi mentali dei soggetti coinvolti nel
lavoro psicologico.
Il complesso bagaglio delle teorie, metodologie, esperienze personali e professionali dello
psicologo configurano lo spazio mentale in cui e con cui si inquadra il processo; definiscono i
limiti di ciò che può e deve essere incluso o escluso, preso in considerazione o ignorato
dall’intervento.
Il dato clinico non può essere scisso dalla teoria che ha consentito di rilevarlo e interpretarlo e
il setting, in quanto contenitore mentale, non può essere neutro o imparziale, ma svolge una
funzione attiva e selettiva nei confronti dei contenuti dell’interazione.
•LA DIMENSIONE RELAZIONALE
Domanda esame: setting relazionale
Domanda esame: setting come dimensione relazionale / setting come contenitore relazionale
Domanda esame: colloquio come servizio
Domanda esame: l’intervento psicologico può essere inteso come servizio, caratteristiche
Domanda esame: in ambito psicologico non si parla di prodotti ma di servizi. Quali sono gli
elementi caratterizzanti il servizio?
Il servizio che lo psicologo offre alla clientela necessita della presenza e del coinvolgimento
del cliente per poter sussistere. Parliamo di servizio e non di prodotto perché, utilizzando la
descrizione
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti esame Psicologia clinica
-
Appunti esame Psicologia clinica
-
Appunti di Psicologia clinica
-
Appunti di Psicologia clinica