Filosofia del diritto
Il pensiero classico
Aristotele
Nel mondo greco, la filosofia e il diritto emersero allo stesso tempo. La prima derivò dalla pratica del mito, mentre il secondo fu la conseguenza delle aggregazioni sociali nate in seno a comunanze più che altro religiose e folkloristiche. Ovviamente, questa coincidenza favorì delle riflessioni, in Grecia, che puntassero a far rientrare lo stesso diritto nella filosofia. I grandi giuristi del mondo greco in questo senso furono Platone e Aristotele, nelle loro differenze. Entrambi operarono per separare la politica dall'ambito sacrale e per esprimerne la potenzialità umanistica, ma lo fecero in modi diversi: Platone basava la sua riflessione su una ferrea teoretica, mentre Aristotele ne fece risaltare il lato empirico, pratico. Se Platone concepì una filosofia morale ancora patinata da un qualche senso per il sacro, allora Aristotele riuscì più compiutamente a dare una sua autonomia alla filosofia del diritto.
Le radici mitiche delle leggi
Nella mentalità comune, il diritto prevedeva norme su due piani:
- Nomos, ovvero le usanze e il buon costume,
- Dikai, ovvero le decisioni prese per mantenere scopi pratici.
Nell'universo mitico olimpico, inoltre, la dea dell'ordine Themis era sorella di Nemesis, la dea della condanna e della disciplina. Nacque dunque in Grecia una concezione di legge restrittiva per salvaguardare il quieto vivere della società. In terzo luogo, le decisioni prese in agorà dal popolo riguardo alla politica erano viste come un'espressione divina. Per questo motivo l'unanimità era ricercata con metodo deliberativo, ovvero tramite un costante dibattito aperto a tutti. Tradizionalmente, a maggior ragione, la maggioranza non aveva il diritto in Grecia di imporre comunque molte delle sue decisioni sulla minoranza – quest'idea derivò in qualche misura da una concezione sovrumana della comunità intera.
La nascita delle leggi
Un'introduzione del mondo greco fu anche la pratica di mettere per iscritto le leggi con la consapevolezza che ciò le poteva rendere imparziali. Queste riflessioni, anche se partivano da usanze anche più antiche, poterono nascere e svilupparsi solo grazie all'origine concomitante della filosofia. Allo stesso modo videro la luce proprio in Grecia delle professioni di temperanza politica: l'oratore, l'avvocato, il logota (conoscitore delle leggi). Non è un caso, dunque, che la Sofistica sia iniziata in quella terra. Si iniziò in quel momento a discutere di conseguenza dei primi problemi legati alla politica: l'ostruzionismo, la corruzione, la disinformazione nei tribunali. Di qui, tutte le costituzioni e le loro degenerazioni trovarono espressione e sistemazione teorica.
Aristotele
Teoria della giustizia
L'importanza della giustizia
Aristotele partì nella sua riflessione politica identificando la giustizia come una virtù fondamentale alla vita etica dell'uomo – anzi, in termini tecnici è una virtù etica dell'uomo, perciò è una condizione necessaria per la sua piena realizzazione. Secondo il filosofo, la giustizia può essere impiegata in due ambiti distinti:
- Uguaglianza di condizioni tra i cittadini,
- Legittimità delle decisioni.
Le decisioni politiche prese per giustizia puntano a null'altro che al bene comune, siccome cercano di realizzare un fattore del bene di ciascun uomo. Anzi, si potrebbe dire che per Aristotele la giustizia è in politica ciò che è una retta condotta in etica. Giustizia e virtù perfetta sono sinonimi per il filosofo: uno stesso comportamento è virtuoso quando riguarda la condotta singola e giusto quando riguarda la condotta in società.
Giustizia generale e giustizia particolare
In questa ambiguità tra la sfera individuale e quella sociale, Aristotele si sentì in dovere di distinguere tra due tipi di giustizia:
- Giustizia generale: quella che realizza un uomo che segue la propria virtù, cioè che fa il meglio a prescindere dall'ambiente in cui opera,
- Giustizia particolare: quella che realizza un uomo giusto in società, cioè quando segue le regole migliori nei rapporti intersoggettivi e agisce senza violare il diritto altrui.
Attenzione: ciò significa che moralità e diritto sono in rapporto, ma non coincidono. La giustizia generale implica un'etica umana che dev'essere seguita contemporaneamente alla giustizia particolare, quindi un comportamento propriamente corretto con gli altri per certi versi in modo arbitrario.
Realizzare la giustizia
Una comunità funzionale, per Aristotele, è necessaria ad una vita vissuta al meglio. Infatti, non può esserci giustizia in un uomo se non c'è giustizia nella sua società. Non a caso, l'amicizia (cioè il rapporto con gli altri, in generale) sarebbe un braccio insostituibile per la sapienza. Si può anzi arrivare a dire che, per il filosofo, la giustizia è quella virtù che permette di diffondere tra i singoli membri della società ciò che c'è di più simile all'amicizia quando questa manca. In quanto categoria etica, la giustizia si pone come giusto mezzo tra due vizi: agire in modo scorretto e sopportare il comportamento scorretto altrui. Dal punto di vista pratico, la giustizia si articola poi tra due facoltà:
- Giustizia distributiva: dare a ciascuno secondo il proprio merito. È la facoltà necessaria all'assegnazione delle condizioni sociali (incarichi, oneri, beni, privilegi...), di modo che nessuno sia premiato ingiustamente o troppo poco,
- Giustizia commutativa o regolatrice: riuscire a stipulare scambi tra quantità uguali. È la facoltà necessaria alla valutazione degli accordi e dei contratti tra i cittadini.
Teoria del diritto
L'allontanamento dal legalismo
Aristotele già notava che talvolta una regola generale è inadatta o almeno insufficiente per risolvere un caso particolare. Per questo, sulla scia del maestro il filosofo diceva che le leggi non devono essere assolutamente fisse, ma plasmarsi nei limiti per venire incontro ai problemi concreti: la legge, insomma, non deve soppiantare il diritto – il legalismo non deve dominare l'equità. Sul piano etico, derogare rispetto alla generalità è opportuno, anche con tutte le inevitabili difficoltà dal punto di vista politico-giudiziario. La filosofia del diritto aristotelica, coerentemente col suo ideatore, brilla dunque per realismo.
La presenza del diritto nella polis
Aristotele affermava che un sistema di leggi coercitive è necessario per una comunità. A differenza dei Romani, che arriveranno a pensare che il diritto sia assoluto e che i legislatori non abbiano il potere di manipolare le norme consolidate, i Greci avevano tuttavia un'idea di costituzione e coercizione che dovesse essere costantemente costruita dalla popolazione. Inoltre, secondo Aristotele, ogni polis aveva un contesto sociale, ambientale, storico che richiedesse un diritto particolare per ogni caso – coerentemente, ancora una volta, col suo punto di vista empirico-scientifico. Per esempio, sarebbe stato adatto ai Barbari un ordine monarchico quanto un re avrebbe creato scompiglio ad una città come Atene.
Il diritto in Aristotele
Esistono tre atteggiamenti di fronte al diritto:
- Diritto normativista o positivista: bisogna rispettare ciò che è stato deciso dalle leggi, indipendentemente dalla loro validità generale,
- Diritto realista: è diritto tutto ciò che è efficace in società, che esso sia contemplato o meno dalle leggi, mentre possono esistere anche norme accettate dagli statuti ma totalmente ininfluenti,
- Diritto naturale: bisogna che la politica attui ciò che si rivela assolutamente giusto, al di là delle decisioni legislative.
Aristotele rientra più che altro nell'ultima di queste categorie: infatti, per lui diritto e giustizia viaggiano parallelamente. Inoltre, egli condivide senza tante domande la distinzione sofistica tra il giusto di natura e il giusto per legge.
Il ruolo delle leggi
Aristotele riconosce senz'altro che le leggi esprimano valori etici, ma a differenza del maestro Platone nega che il loro ruolo sia educativo. Non bisogna educare i giovani con le leggi, ma alle leggi, finché imparino ad accettare liberamente e profondamente le norme della comunità in cui vivono. Una legge dovrebbe sempre essere buona, però essa è una legge fatta bene quando ha un'utilità tecnico-politica, cioè quando serve all'interesse della costituzione in cui è in vigore a prescindere dalla sua giustizia assoluta.
Le forme della politica
Difesa della proprietà privata
Nell'Etica nicomachea, significativamente, Aristotele parla della proprietà privata in aperta critica alle ideologie del maestro Platone. Egli sostiene al contrario di lui che essa sia assolutamente necessaria, poiché è espressione dell'umanità e della singolarità di ciascun cittadino. Da un punto di vista più pratico, inoltre, nessuno si prenderebbe cura di ciò che non è di nessuno. D'altra parte, non è neanche possibile una società coesa in cui nulla è in comune. Questo equilibrio deve essere finemente regolato e salvaguardato dalle leggi, proprio perché l'avarizia e le passioni degli uomini rischiano di manipolare il fatto che tutti i cittadini debbano in qualche misura cedere alla società parte della loro proprietà. La corruzione non è altro, in fin dei conti, che sfruttare la proprietà concessa da altri a proprio bene esclusivo.
La schiavitù
Molto in controcorrente col modo odierno di vedere la società ma in pieno accordo con le pratiche della sua epoca, Aristotele giustificava pienamente la schiavitù. Secondo la sua visione, non è assolutamente assurdo che esistano delle persone dal punto di vista intellettivo, per colpa della loro natura o del loro contesto. Ne sono un esempio sia gli individui con un'intelligenza evidentemente inferiore alla media, sia coloro che provengono da popoli non ancora molto evoluti. Essendo così approssimativamente assimilabili agli altri animali, questi schiavi possono essere posseduti come le bestie. Soprattutto, però, nell'era antica in generale era un vero e proprio bisogno pratico che qualcuno fosse adibito esclusivamente ai lavori manuali affinché gli uomini liberi potessero dedicarsi alla vita contemplativa – considerata tanto fondamentale da Aristotele. Egli scrisse a maggior ragione che se le spole stessero in piedi da sole, non ci sarebbe bisogno di schiavi. Insomma, una certa differenziazione sociale permette alla società di dividere meglio i suoi compiti e funzionare meglio.
L'istinto alla famiglia
Ogni uomo per natura non basta a sé stesso nel soddisfare i propri bisogni e quindi è portato a formare dei legami sociali. In questo senso, per Aristotele l'uomo è definibile come animale politico. Innanzitutto, l'uomo è portato ad accoppiarsi con la donna per fare figli, e così nasce la famiglia. La famiglia, comunque, non basta a sé stessa per sostentarsi e deve unirsi con le altre per dare vita al villaggio. Giunto a questo punto, la società può garantire ai suoi cittadini di vivere. Tuttavia, si è visto nell'etica, l'uomo non è fatto solo per vivere ma anche per vivere bene. Per realizzare la felicità è necessaria la polis, una comunità organizzata che ha il compito di rendere la società autosufficiente per permettere ai cittadini di perseguire una vita etica e felice.
Nietzsche, da allora, sembrò l'unico a riprendere mai questi obiettivi. Secondo lui, la struttura della società in cui si vive va necessariamente ad influenzare la propria struttura mentale: una società piatta rende la mente piatta. In altre parole, una comunità che non sappia essere funzionale al di là dei valori morali, non saprà generare cittadini funzionali. Una qualche forma di gerarchia fissa delle condizioni sociali sarebbe l'unico modo per far sì che le persone più portate potrebbero far spiccare le proprie qualità. Sta poi al singolo cercare di meritarsi di non essere esso stesso uno schiavo. Con l'arrivo del Cristianesimo, dopo Aristotele, il problema fu semplicemente sommerso e lasciato all'arbitrio della storia. S. Paolo, per fare un esempio su tutti, si rifiutò di dare un giudizio sulla questione della schiavitù, poiché voleva sottolineare che il messaggio della Chiesa non avrebbe dovuto entrare nel merito dell'organizzazione della società. Ciò non toglie che, forse, il pensiero filosofico del Cristianesimo in sé sia incompatibile con lo stesso concetto della schiavitù; lavorando proprio su Aristotele, sarà solo S. Tommaso a riflettere su questo aspetto in ambito ecclesiastico.
Le costituzioni possibili
Aristotele individua tre possibili costituzioni e tre possibili loro degenerazioni, a seconda che una forma di governo si ritrovi a servire rispettivamente i governati o i governanti:
- Regno, che degenera nella tirannide,
- Aristocrazia, che degenera nell'oligarchia,
- Politia, che degenera nella democrazia. La politia, resa del greco politeia (costituzione, intesa per antonomasia), è una versione moderata e positiva della democrazia, in cui a governare sono a pari merito tutti i capifamiglia maschi adulti.
La politia è la costituzione più adatta per i Greci in particolare, pronti ad essere una società di veri liberi ed uguali.
San Tommaso
Introduzione
Contesto
S. Tommaso riprese moltissime delle sue idee da ciò che già Aristotele aveva pensato sul tema del diritto. Tuttavia, lo stesso contesto storico che aveva portato il filosofo a guardare alla grecità classica per formulare il suo pensiero lo spinse ad adottare un approccio diverso: la comunità non era più la polis, ma quella universale della Chiesa, il punto di vista non è più collettivistico quanto individualista. Cadono tutte le basi locali e particolari della società, ma si cerca di concepire una filosofia del diritto mondiale. L'ordine medievale in cui S. Tommaso si muove è più precisamente quello del XIII secolo, ovvero quello della concorrenza tra il papato e l'impero. Nell'universo europeo in cui egli opera, policentrismo politico e universalismo ecclesiastico si scontrano o collaborano. Il Medioevo non conosceva alcun ordinamento veramente statuale, ma aveva una serie di legislazioni e regolamenti compresenti, mutevoli e fragili, ancora fluidi ed in evoluzione. L'unico elemento di unità effettiva tra gli individui era a quel tempo la cristianità.
Chiesa e impero
Nella disputa medievale tra Chiesa e Impero, San Tommaso si pose da una prospettiva totalmente nuova rispetto ai suoi predecessori. Il motivo di ciò è la sua concezione del rapporto tra fede e ragione: la ragione non doveva più essere un'alternativa alla fede, ma doveva costruirne le basi e i presupposti. Nelle questioni naturali, gli uomini possono agire autonomamente nelle loro cose, capendo bene che alcuni argomenti devono essere abbandonati per essere esaminati solo dalla Rivelazione. In tema di politica, lo Stato non doveva più essere una città del demonio, ma un'istituzione separata dalla Chiesa che perseguisse il fine inferiore del bene comune.
Il sistema delle leggi
La legge e il bene comune
La legge, in generale, secondo S. Tommaso è la misura delle azioni secondo un piano razionale. La legge regola ciò che l'uomo deve fare affinché egli possa più agevolmente ottenere il fine per cui agisce. In particolare, per il filosofo lo scopo ultimo delle leggi e dell'uomo è il bene comune, cioè quello che rende possibile una vita sana per la comunità. È solo grazie al bene comune che ciascun individuo può avere così le basi per realizzare separatamente i propri fini particolari. In modo per certi versi simile ma per altri speculari, il fine ultimo del diritto di Aristotele era invece quello di far funzionare pienamente la polis, poiché l'individuo poteva avere senso solamente se inserito nella propria comunità.
Le tre leggi
Secondo Tommaso, il diritto si può intendere in molti modi, disposti in ordine gerarchico. Al vertice di tutto sta la legge eterna (lex aeterna), la vera base della realtà, inintelligibile all'uomo comune ma in possesso solo di Dio e dei Beati. Da essa discende la legge naturale (lex naturalis), ovvero il funzionamento dei fenomeni: l'uomo può conoscerla attraverso la ragione – anche se in modo probabilmente imperfetto. In ultima analisi, l'uomo è in grado di elaborare all'interno dei precedenti ordini tutta la legge umana (lex humana), che si estende dalle costituzioni, agli statuti giuridici, alle amministrazioni istituzionali o anche a livelli inferiori...
La legge divina
La legge naturale è l'irradiazione della legge eterna che, con la sua razionalità perfetta, guida l'uomo (nella sua legge umana) al conseguimento dei suoi fini terreni. Questi ordini discendono tutti quindi dalla ragione di Dio e si limitano all'ambito di ciò che è strettamente razi...
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