Dialetto e lingua
La dialettologia è lo studio del dialetto. Il termine dialetto non ha un significato universale, ma può essere inteso come:
- Una varietà linguistica al di sotto dello standard, spesso rustica, di status basso;
- Una varietà linguistica autonoma, parlata ad esempio nelle aree più isolate del mondo e che non possiede forma scritta;
- Deviazione/aberrazione di una varietà linguistica corretta;
- Una sottovarietà di una particolare lingua (es. dialetto romanesco e italiano).
La mutua intellegibilità è un principio attraverso il quale si potrebbe dare una definizione di lingua e distinguerla dal dialetto. Si basa sull’idea che una lingua sia un «insieme di dialetti reciprocamente intelligibili», ovvero si caratterizzano i dialetti come sottoparti di una lingua. Tale caratterizzazione non è del tutto esatta, dal momento che:
- Potrebbe esserci mutua intellegibilità tra parlanti di lingue diverse (i parlanti di lingue scandinave -danese, norvegese e svedese- sono in grado di comprendersi fra loro) e non esserci tra dialetti di una stessa comunità linguistica (alcuni dialetti italiani non sono comprensibili ai parlanti italiani di altre aree geografiche);
- La mutua intellegibilità ammette gradazioni quantitative e avviene mediante concessioni, come parlare più piano (alcuni svedesi potrebbero capire assai prontamente molti norvegesi, ma spesso non li comprendono così bene come comprenderebbero altri svedesi);
- La mutua intelligibilità può essere prevalentemente unidirezionale (i danesi potrebbero comprendere meglio i norvegesi di quanto i norvegesi non comprendano i danesi);
- La capacità di comprendere un dialetto non è una abilità universale e omogenea, ma è legata alle attitudini e al livello culturale del singolo parlante o addirittura alla sua propensione a capire;
- L’intellegibilità può essere favorita dal senso di inferiorità sociale o viceversa (in Italia gran parte di coloro che parlano il dialetto sono in grado di capire l’italiano, mentre chi parla esclusivamente l’italiano spesso non lo capisce).
Il concetto di lingua quindi non è puramente linguistico: spesso si giudicano le singole lingue per motivi politici, geografici, storici, sociologici e culturali. Sarebbe più corretto utilizzare il termine varietà, da intendersi come un concetto neutro da applicare a qualsiasi tipo particolare di lingua da esaminare (es. varietà italiano della Puglia, o varietà italiano di Bari). È opportuno distinguere poi l’accento, ovvero una varietà diversa dalle altre per fonetica/fonologia dal dialetto, ovvero varietà che sono grammaticalmente, lessicalmente, fonologicamente diverse. Spesso però accento e dialetto sfumano l’uno nell’altro.
Un continuum dialettale è una catena di varietà di lingue e/o dialetti geograficamente adiacenti e geneticamente imparentate la cui mutua intellegibilità decresce stabilmente al crescere della distanza geografica. Infatti, se viaggiassimo di villaggio in villaggio troveremmo differenze linguistiche tra il villaggio A e il villaggio B. Tali differenze aumenterebbero all’aumentare della distanza, quindi i parlanti di A comprenderebbero bene quelli di B, meno quelli di M e per niente quelli di Z. I dialetti sui margini esterni dell’area geografica possono non essere dunque mutuamente intellegibili, ma saranno legati da una catena di reciproca intellegibilità, tale da non creare in nessun punto una completa interruzione: sarà l’effetto cumulativo delle differenze linguistiche, che si svolge lungo una certa distanza geografica, a creare una maggiore difficoltà di comprensione. Le varietà linguistiche, dunque, non esistono in sé stesse come entità discrete.
In Europa, ad esempio, i dialetti rurali delle varietà standard del francese, dell’italiano, del catalano, dello spagnolo e del portoghese, formano parte del continuum dialettale romanzo occidentale, che si estende dalla costa del Portogallo al centro del Belgio fino al sud dell’Italia.
I continua dialettali possono essere, oltre che geografici, sociali. Si consideri il caso della Giamaica: quando fu colonizzata al vertice della scala sociale si parlava inglese, mentre nel fondo gli schiavi africani parlavano il creolo giamaicano (un linguaggio storicamente connesso all’inglese). La distinzione linguistica era inizialmente una distinzione sociale, appianatasi attraverso i secoli, quando il creolo si è avvicinato all’inglese e il vuoto tra i due dialetti è stato riempito da qualcosa che è in parte inglese e in parte creolo. Non esiste una distinzione arbitraria tra le due varietà. La maggioranza dei parlanti domina una gamma abbastanza ampia del continuum e si muove tra l’alto e il basso a seconda dei contesti stilistici. La conseguenza è che in Giamaica e in Gran Bretagna i giamaicani sono considerati come parlanti inglesi, mentre la situazione reale è estremamente sfaccettata. Una situazione analoga si riscontra a Napoli o in altri centri urbani italiani.
Un concetto utile per considerare il rapporto tra le nozioni di lingua e di continuum dialettale è quello di eteronomia. Eteronomia, contrario di autonomia, rimanda alla nozione di dipendenza: si considera un dialetto come eteronimo rispetto a una lingua (il creolo giamaicano rispetto all’inglese; alcuni dialetti del continuum dialettale germanico occidentale sono eteronimi dell’olandese altri del tedesco, a seconda dei rapporti rispetto alle loro lingue standard). L’eteronomia non è un fatto puramente linguistico, è da considerarsi invece il risultato di fattori politici e culturali. Alcuni casi:
- Dialetti che originariamente erano eteronomi rispetto a una lingua e che, col tempo, hanno spostato la propria eteronomia verso un’altra lingua (dialetti danesi, dopo la conquista svedese del territorio sono diventati dialetti svedesi);
- Alcune varietà che hanno raggiunto l’autonomia (il moldavo rispetto al rumeno, dal quale si distingue principalmente per l’utilizzo dell’alfabeto cirillico anziché latino, nel momento in cui fu costituita la Repubblica socialista sovietica di Moldavia);
- Forme autonome divenute eteronome (come lo scozzese considerato da circa due secoli come variante dell’inglese).
Si può verificare anche un altro fenomeno, la semi-autonomia, come nel caso dell’inglese nordamericano che, dopo aver guardato all’inglese britannico come la sua norma per lungo tempo, ora è considerato ugualmente legittimo (come nel caso dell’inglese canadese).
La geografia dialettale
Le differenze dialettali sono state da sempre argomento di discussione. Nell’Antico Testamento, ad esempio, si racconta di come i Galaaditi riuscirono a smascherare alcuni Efreaimiti, loro nemici, che si erano infiltrati nelle loro linee spacciandosi per alleati attraverso uno stratagemma: pronunciare il termine shibboleth (una tipologia di spiga di grano). La pronuncia scorretta, infatti, ne avrebbe dimostrato immediatamente la reale provenienza.
Nel corso della storia, per diversi secoli, ci furono soltanto osservazioni sui dialetti circoscritte e occasionali: si pensi al caso di Bernat d’Auriac in Francia che, nel 1285, operò una distinzione tra lingua d’oil e lingua d’oc, contrapponendo il modo in cui tra il nord e il sud della Francia si dicesse “sì” e “no”, oppure al tentativo di inventariazione dei dialetti di Dante del De vulgari eloquentia in Italia.
Soltanto attorno alla metà del XIX si capì come tali descrizioni fossero insufficienti rispetto agli evidenti progressi compiuti dalla filologia e dagli altri studi linguistici che stavano portando alla moderna linguistica scientifica. Fondamentale fu il contributo dei Neogrammatici, che attraverso collegamenti tra lingue moderne e lingue antiche, scoprirono alcuni principi del mutamento linguistico, tra cui la legge di Vermer che dimostrava come che anche le cosiddette “eccezioni” possedessero proprietà governate da leggi o regole (“i mutamenti fonetici non hanno eccezioni”). Il risultato di questa ipotesi fu lo sviluppo della geografia dialettale, ossia un insieme di metodi per raccogliere sistematicamente testimonianze nelle differenze dialettali.
La geografia dialettale, fin dai suoi primissimi studi, non si è compromessa affatto con la teoria linguistica. In epoca recente, dopo alcuni contrasti, c’è stato un riavvicinamento, con il riconoscimento che lo studio della variazione nella lingua è fattibile e che, per contro, l’analisi dialettale è una risorsa fondamentale per i dati sulla variazione. In altre parole, la corrente principale della linguistica le riconosce come indistinguibili l’una dall’altra.
Le indagini dialettali susseguitesi a partire dall’Ottocento sono state varie e diffuse nei diversi paesi:
- Germania, dove nel 1876 Wenker inviò una lista di frasi in tedesco standard a insegnanti del nord della Germania chiedendo di tradurle in dialetto locale e ricevette quasi 45.000 questionari di risposta. Pubblicò prima due serie di carte geografiche che rappresentavano le varianti, rilegate nel 1881 col titolo Atlante linguistico dell’Impero tedesco, il primo ad essere mai pubblicato. Un volume più completo, arricchito con il materiale di questionari successivi, fu pubblicato quarant’anni dopo postumo.
- Danimarca e Scozia, dove fu adottato il modello del questionario di Wenker.
- Francia, dove nel 1896 Jules Gilliéron intraprese uno studio simile adottando, tuttavia, un sistema di indagine nuovo: l’utilizzo di ricercatori sul campo. Egli inviò, infatti, Edmond Edmont, un fruttivendolo dotato di un orecchio finissimo e addestrato nella trascrizione fonetica, in circa duecento località francesi a raccogliere dati linguistici. Questo lavoro, Atlante linguistico della Francia (ALF), fu pubblicato nel 1910. Il suo divenne un metodo efficace adottato anche da ricercatori successivi.
- Svizzera e Italia, dove si osservano diverse innovazioni nell’Atlante italo-svizzero (AIS) ad opera di Jaberg e Jud, come l’abbandono del ricercatore unico, la maggiore importanza data agli oggetti della cultura materiale e la differenziazione per ceti e quartieri differenti.
- Stati Uniti e Canada, dove per la prima volta, a causa dell’estensione del territorio, i progetti vennero condotti su aree regionali (es. Atlante linguistico del New England).
Dagli anni Trenta, grazie all’impulso modello nordamericano, la dialettologia si orienta verso studi di carattere regionale, evitando il difetto il problema della complessità organizzativa, della eccessiva genericità dell’impostazione e della necessità di omogeneità di atlante nazionale. Esempi possono essere il Saggio di un Atlante linguistico della Sardegna oppure il Survey of English Dialects (SED), il cui studio è imposato dividendo il paese in quattro regioni.
Oggi la ricerca dialettologica ha preso una direzione nuova: essa punta all’ambiente urbano piuttosto che a quello rurale e sull’interazione di variabili indipendenti con variabili linguistiche. La geografia dialettale cerca di fornire una base empirica a deduzioni sulla varietà linguistica che si trova in un determinato luogo. Essa condivide la sua metodologia con altri rami della linguistica come la registrazione dei dati e l’analisi dei dati raccolti nonché la loro comprensione all’interno di categorie più ampie (fonologia, morfologia, lessico...), tuttavia presenta alcuni aspetti propri o che, se condivisi, hanno avuto origine in essa.
Uno strumento utile di indagine è il questionario, in quanto garantisce che i risultati delle ricerche siano comparabili anche se queste sono state eseguite da rilevatori diversi. L’organizzazione dei questionari avviene stabilendo le voci lessicali e le categorie grammaticali che si suppone possano rivelare varianti dialettali, riunendole in gruppi semanticamente simili (es. la flora e la fauna, le attività sociali, la parentela…). L’uso del questionario può essere diretto, come quello scritto di Wenker o quello di Edmond Edmont, che presentava 1500 parole in tedesco standard delle quali veniva chiesto agli informatori la pronuncia o traduzione locale, o indiretto quando non si usa una lingua standard di riferimento, come nel caso di Jaberg e Jud che mostravano un oggetto chiedendone il nome, in modo da ottenere risposte spontanee. Questo secondo tipo di domande richiede un tempo di indagine maggiore.
Inoltre, l’uso del questionario può essere informale, quando il ricercatore è libero di formulare le domande come vuole finché non abbia ottenuto la risposta desiderata, come è avvenuto negli studi americani, o formale, quando la forma/le forme delle domande indirette è data in precedenza, come è accaduto per la SED. In particolare nel caso della SED sono state progettate svariate formulazioni per le domande indirette, i cui tipi fondamentali sono le domande nomenclatorie e le domande da completare.
Le domande nomenclatorie provocano una risposta interrogando l’interlocutore (“Come dite un colpo di vento impetuoso?”) e presentano alcuni sottotipi:
- Deittiche, nelle quali viene mostrato un oggetto e se ne chiede la pronuncia in dialetto;
- Conversative, in cui le domande presuppongono in risposta più parole (“Come salutate un amico quando vi congedate?”);
- Inverse, dove si cerca di ricavare dall’informatore una determinata parola inducendolo a dilungarsi a parlare di essa, focalizzandosi sulla pronuncia di alcune parole (“A cosa serve un granaio e dove si trova?”).
Le domande da completare forniscono invece al soggetto uno spazio vuoto da riempire (“Questo caffè è amaro come…”). Un sottotipo suo sottotipo è la domanda a trasformazione, nelle quali si richiede di completare spazi vuoti (“Un sarto è un uomo che … vestiti”). Le domande di questa casistica meno impiegate sono le domande a trasformazione, conversative e inverse: solitamente si impiegano per ricavare o esempi paradigmatici di verbi o per ricavare voci strettamente collegate. Le moderne tecnologie permettono una facile registrazione dei suoni, strumento utilissimo per l’indagine dialettologia.
Le carte linguistiche
Portate a termine le interviste e riunite le risposte per singole voci, i dati vengono rappresentati in carte linguistiche che possono essere:
- Illustrative, che trasferiscono le risposte relative ad una particolare voce su una carta disponendo i dati in una prospettiva geografica. Un caso è la carta 248 dell’AIS di Jaberg e Jud relativa al termine “sugna”, dove accanto ad ogni punto indicato con un numero che designa una stessa località si dà la forma che in quella località è stata registrata: il risultato sono quattrocento forme dialettali, di cui molte risultano continuatrici del termine latino axungia, altre no.
- Interpretative, che provano a fare generalizzazioni mostrando la distribuzione delle variabili predominanti di regione in regione, ad esempio la vocale finale di un dato termine. Per essere completamente chiare questo tipo di carte richiede informazioni ausiliarie, come quelle fornite da una carta illustrativa, mentre è sufficiente a segnalare da sola le aree predominanti di una specifica categoria di dati. Nessuna delle due carte è completamente adeguata per uno studio linguistico, poiché una dà troppe informazioni, l’altra troppo poche.
La scelta degli informatori in passato è stata generalmente orientata verso soggetti maschili poco mobili, anziani e contadini (detti informatori medi). Questo per i seguenti motivi: il linguaggio delle donne risulta più autocosciente rispetto a quello degli uomini; la sedentarietà garantisce che la parlata sia caratteristica della regione; la senilità rispecchia una parlata di un’epoca passata; l’urbanità comporta un grado eccessivo di mobilità e cambiamento. Probabilmente la dialettologia futura sarà orientata su altri gruppi meno rari, nei quali anche chi presenta caratteristiche opposte agli informatori medi possa rispecchiarsi.
Dialettologia e linguistica
Il lavoro iniziale di Wenker fu stimolato dall’asserzione che il mutamento fonetico fosse regolare, ovvero se un mutamento fonetico ha avuto luogo, esso avrà luogo in tutti i casi in cui il suono occorre in un particolare contesto. Se ad esempio /pl/ a inizio di una parola ha dato luogo a /pj/ in italiano, questo cambiamento sarà presente in ogni singolo caso della lingua italiana (plenum > pieno, a differenza del francese che ha conservato /pj/ in plein e in tutti gli altri casi). Questo significa che non in tutte le regioni il mutamento fonetico è stato portato sempre a termine, ma se questo è avvenuto ha seguito determinate regole.
Per effetto della linguistica, la dialettologia tratta le forme linguistiche non come isolate ma come componenti di sistemi o strutture. Questo approccio ha delle implicazioni nello studio sul campo: i ricercatori dovrebbero considerare le varietà come sistematiche, studiando le opposizioni fonologiche e chiedendo agli informatori se coppie di parole hanno lo stesso suono oppure rimano. Nella contea inglese di Norfolk, ad esempio, coppie di parole come fool e foal oppure cool e coal possono essere omofone, tuttavia a causa di pregiudizi da parte dei ricercatori sono spesso presenti trascrizioni fonetiche differenti.
L’approccio sistematico alle differenze dialettali è alla base della dialettologia strutturale, una disciplina nata nel 1954 con la pubblicazione di un articolo di Uriel Weinreich “Is a structural dialectology possible?”. All’epoca, infatti, i linguisti aderivano all’opinione che un sistema linguistico dovesse essere studiato sincronicamente, senza riferimento ad altri sistemi. Il sistema fonologico di una determinata varietà veniva elaborato servendosi del nuovo approccio strutturale che si basava sulla comparazione e sull’analisi delle differenze tra dialetti. Questo metodo ha permesso di ottenere una comprensione più profonda e sistematica delle variazioni linguistiche all’interno di una lingua o tra lingue diverse.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti di Dialettologia sp. (lezioni complete)
-
Appunti di Dialettologia
-
Appunti Zoologia
-
Macroeconomia - Appunti