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Lezione 1: Macroeconomia 2018/2019

Introduzione alla macroeconomia e analisi congiunturale

La macroeconomia è lo studio del sistema economico nel suo complesso. Si prendono in considerazione quindi le grandezze aggregate. In questo corso avranno rilevanza, ad esempio:

  • Il prodotto complessivo dell'economia
  • I consumi aggregati delle famiglie
  • Gli investimenti totali delle imprese
  • Il livello medio generale dei prezzi, ecc.

Ignoreremo invece (deliberatamente) la composizione di tali grandezze, che viene invece analizzata dalla microeconomia, dall'economia industriale ecc.

Andamento nel tempo dell'attività produttiva

La macroeconomia si occupa essenzialmente del livello e dell'attività produttiva aggregata. In particolare, le variazioni dell'attività produttiva nel tempo assumono particolare interesse. Nel lucido successivo sono rappresentate le variazioni della produzione aggregata italiana nel periodo 1971-2016.

Il prossimo lucido presenta l'andamento dell'inflazione, cioè della variazione percentuale dei prezzi (al consumo), inflazione = (p1 - p0) / p0. Si notano periodi con elevata inflazione ed una sostanziale "acquiescenza" del fenomeno negli ultimi dieci anni.

I periodi marcati in rosso nel grafico del PIL evidenziano situazioni in cui la crescita della produzione è stata insoddisfacentemente bassa o addirittura negativa.

I motivi sono diversi:

  • Eccessiva crescita dei prezzi delle materie prime (gli shock petroliferi, 1974-76 e in minore misura 1979-80)
  • Stagnazione-recessione del 1983-84
  • Crisi dello SME (1992) e recessione del 1993
  • Mini-recessione di ingresso nell'UME (1997)

Modulo 1: Introduzione alla contabilità nazionale

Definizione di PIL

La nozione chiave nello studio della macroeconomia è il Prodotto Interno Lordo (PIL). Il PIL rappresenta una misura sintetica dell'attività produttiva del sistema economico nel suo complesso. Introdurremo questo concetto per mezzo di un semplice esempio, che utilizzeremo per illustrare le definizioni comunemente utilizzate di Prodotto Interno Lordo.

Consideriamo un sistema economico che produca (in modo semplificato!!) autoveicoli. Il sistema è composto dai seguenti settori industriali:

  • Agricolo (primario)
  • Estrattivo (primario)
  • Manifatturiero (secondario)
  • Commercio e servizi (terziario)

Supponiamo che le uniche materie prime necessarie siano ferro, carbone e gomma. Nel settore estrattivo vengono prodotti ferro, per 10€, e carbone, per 6€. Una unità monetaria di carbone viene utilizzata, poniamo, per l'illuminazione all'interno delle miniere. I restanti 5€ di carbone ed i 10€ di ferro vengono venduti ad una acciaieria. L'acciaieria trasforma questi 15 Euro di materie prime in 25€ di acciaio. Il settore agricolo produce 5€ di gomma, i quali vengono trasferiti ad una industria chimica che li trasforma in pneumatici, guarnizioni ecc., il cui valore è di 15€. L'industria automobilistica acquista acciaio, pneumatici, ecc. e li "incorpora" in 10 autoveicoli, che vende ai concessionari per 70€. I concessionari vendono, per complessivi 100€, gli autoveicoli ai consumatori finali. Poniamoci il problema di valutare il PIL di questo sistema economico semplificato.

Il PIL è costituito dal valore dei beni (e dei servizi) prodotti in un paese in un certo periodo (ad esempio, un anno). Il fine di un sistema economico è appunto la soddisfazione dei bisogni dell'utenza finale. Nel nostro esempio, il PIL è 100€. È interessante sfruttare l'esempio per evidenziare come si sono formate queste 100 "unità di valore". Nel settore estrattivo è stato "creato valore" per 16€, ma 1€ è stato consumato per l'illuminazione. Il valore dei beni trasferiti all'acciaieria è 15 Euro. L'acciaieria ha prodotto beni per un valore di 25, ma per fare questo ha consumato materie prime per 15. Il "valore aggiunto" da questa impresa industriale è 10. Anche l'impresa chimica, creando beni valorizzati a 15, ma consumando per 5, ha creato un valore aggiunto di 10€. L'industria di produzione degli autoveicoli ha acquistato per 25 dall'acciaieria e per 15 dall'impresa chimica. Vendendo per 70€, ha "prodotto valore" per 30. Infine, il concessionario, vendendo per 100 beni acquisiti a 70, registra un valore aggiunto di 30.

La somma dei valori aggiunti è 100 ed è pari al PIL. Ciò non può stupire: il valore del prodotto finale (PIL) non può che essere eguale alla somma delle sue parti (il valore aggiunto nelle diverse fasi di produzione).

Valore aggiunto e PIL

Pertanto, più formalmente: il valore aggiunto è l'incremento di valore della produzione, cui dà luogo ciascuno stadio produttivo, rispetto al valore ricevuto dagli stadi precedenti. Il Prodotto Interno Lordo è la somma di tutti i valori aggiunti. Il valore aggiunto, in ciascuno stadio produttivo, è pari al valore dei redditi distribuiti in quella fase produttiva. Ad esempio, i 10€ prodotti nell'estrazione di ferro vengono distribuiti agli agenti che operano nel settore come salari, retribuzioni imprenditoriali, ecc.

Nel caso in cui tali redditi fossero inferiori al valore aggiunto, l'impresa conseguirebbe un (extra)profitto, il che rappresenta un reddito per i proprietari di tale impresa. (Il ragionamento rimane valido anche in caso di perdite). Se, a livello di impresa, il valore aggiunto coincide con i redditi distribuiti, a livello aggregato il Valore Aggiunto coincide con il Reddito interno lordo.

Pertanto: il valore aggiunto in ciascuno stadio produttivo è l'incremento di valore rispetto al valore ricevuto dagli stadi precedenti, ed è pari al valore dei redditi distribuiti in quella fase produttiva.

Precisazioni sul PIL

Precisazioni:

  • Consideriamo il caso in cui una parte della domanda finale si risolva in “investimento”. Nel nostro esempio, uno degli autoveicoli potrebbe essere stato acquistato dal proprietario della piantagione di gomma al fine di agevolare il trasporto della sua materia prima. L’investimento inteso come acquisto di beni per la costituzione di nuovi strumenti produttivi viene considerato domanda finale. Si tratta di una convenzione, motivata dal fatto che la costituzione di nuovo capitale permetterà la produzione in futuro di una maggiore quantità di beni di consumo. Sia pure indirettamente, l’investimento è rivolto al soddisfacimento dei bisogni dei consumatori. Notate che uno stesso bene, poniamo un microprocessore, fa parte o meno del PIL a seconda che sia acquistato per incrementare lo stock di beni produttivi (quindi fa parte dell’investimento) o lo sia stato per essere incorporato in beni finali (in questo caso farà parte del PIL quando il bene verrà ultimato).
  • Supponiamo che alcuni beni finali risultino invenduti. Uno degli autoveicoli potrebbe essere rimasto al concessionario. In gergo, si parla di “incremento indesiderato nelle scorte”. Per convenzione, le variazioni nelle scorte sono contabilizzate come parte del PIL (nella voce investimenti). Si supponga che il concessionario del nostro esempio abbia acquistato autoveicoli per 70, abbia realizzato vendite per 90 e inoltre abbia “investito” in scorte per 10€. Se ha dovuto corrispondere redditi per 25, il concessionario si è dovuto indebitare per 5€. A livello aggregato, l’indebitamento è reso possibile dal fatto che i redditi distribuiti (agli agenti diversi dal concessionario), sono pari a 95€. La loro spesa è di 90€, il risparmio che emerge va appunto a finanziare “l’investimento in scorte”.
  • Perché non definire più semplicemente il PIL come valore dei beni e dei servizi scambiati sul mercato? Tale definizione sembra porre meno problemi in quanto al momento di registrare una transazione l’ufficio statistico non è tenuto a chiedersi se essa coinvolga l’utenza finale. Questo approccio, tuttavia: perde di vista il fatto che il fine dell’attività economica è la soddisfazione dei bisogni finali; fornisce risultati diversi a seconda del grado di integrazione verticale del sistema industriale. Nel nostro esempio, se l’industria automobilistica acquista il concessionario, gli scambi sul mercato si riducono di 70€. I prodotti finiti, in quantità e in valore, ovviamente non variano.

PIN, PNL e "Costo dei fattori"

Parte del capitale fisico a disposizione di un sistema economico smette di essere utilizzabile per la produzione. Diventa infatti fisicamente troppo vecchio oppure risulta essere superato dal punto di vista tecnico/economico (a causa dell’introduzione di beni capitali più moderni e produttivi). Parte dell’investimento in nuovi beni capitali è volto a sostituire i beni capitali “deperiti” (in gergo: copre l’ammortamento dei beni capitali).

Il Prodotto Interno Netto (PIN) considera tra i “beni finali” solo il valore degli investimenti che eccede l’ammortamento. Pertanto: PIN=PIL-ammortamento.

Viene talvolta utilizzata la definizione di Prodotto Nazionale Lordo (PNL). Per definizione, il PNL si ottiene sommando al PIL di un paese i redditi netti prodotti da cittadini di quel paese residenti all’estero. Quindi si deducono i redditi prodotti in quel paese da cittadini stranieri. Un esempio interessante: gli USA. Gli Stati Uniti sono un paese meta di rilevanti flussi migratori, le cui imprese possiedono società straniere, hanno filiali all’estero ecc. Inoltre si tratta di un paese fortemente indebitato. Nel complesso, i vari effetti si compensano almeno parzialmente, come mostrato dai dati.

Notate che il PNL degli USA è superiore al PIL. Nonostante la presenza di immigrati e nonostante gli interessi sul debito pagati dagli USA a risparmiatori cinesi, giapponesi, tedeschi. I redditi da capitale (delle corporation) bastano per ora per pareggiare il conto. Un altro modo di pensare il problema è che gli USA vendono titoli ‘sicuri’ e quindi a basso reddito e fanno nel resto del mondo investimenti rischiosi e profittevoli.

Tra le tante attività statali, tipicamente annoveriamo anche l’imposizione fiscale e il trasferimento di sussidi, incentivi ecc. ad alcuni settori industriali. Per depurare il prodotto interno dall’impatto dell’azione pubblica, si utilizza spesso il PIL al costo dei fattori, dato da: PIL (ai prezzi di mercato) - Imposte indirette + Trasferimenti alle imprese. L’intuizione è che il PIL al costo dei fattori misura i redditi effettivamente distribuiti (come salari, profitti ecc.) nel sistema economico.

PIL nominale e PIL reale

  • Il PIL nominale è il PIL valutato a prezzi correnti (dell’anno in corso). In un’economia in cui esistono n beni finali, il valore nominale del PIL nell’anno t è la somma dei valori correnti (prezzi per quantità) delle transazioni relative agli n beni finali.
  • Il PIL reale o a prezzi costanti (dell’anno base) si ottiene moltiplicando, per ogni bene finale, la quantità dell’anno corrente (t) per il prezzo dell’anno base (0) e sommando tra loro i valori così ottenuti.

Ad esempio, supponiamo che vengano prodotti due beni (fish f and chips c). Nel 2000 le quantità siano: Qf=10, Qc=20, con prezzi Pf=2, Pc=1.5. Il PIL nominale del 2000 è Qf×Pf + Qc×Pc = 50. Nel 2010 le quantità siano: Qf=10, Qc=30, con prezzi Pf=2, Pc=3. Il PIL nominale del 2010 è Qf×Pf + Qc×Pc = 110.

Il PIL reale del 2010 a prezzi del 2000 è dato da: Qf×Pf,2000 + Qc×Pc,2000 = 65. Concludiamo che l’aumento reale del PIL nel decennio è stato pari a (65-50) / 50 = 30%. Notate che il PIL reale del 2000 a prezzi 2010 è 80. Usando questo dato si conclude che l’aumento reale del PIL è (110-80) / 80 = 37.5%. Questo esempio ci mostra anche come nei numeri indici in questo caso delle quantità sia sempre connesso un elemento di arbitrarietà.

Indici dei prezzi

Si noti che per ottenere un indice del PIL reale abbiamo tenuto costanti i prezzi (all’anno base) e considerato quantità prodotte in diversi periodi di tempo. È possibile costruire indici dei prezzi tenendo costanti le quantità (di un anno base).

Nel nostro esempio, l’indice dei prezzi (IP) per l’intervallo di tempo 2000-2010 è: IP = (Pf,2010×Qf,2000 + Pc,2010×Qc,2000) / (Pf,2000×Qf,2000 + Pc,2000×Qc,2000) = 80 / 50 = 1.6

Nel nostro esempio, l’indice dei prezzi mostra quanto costerebbe la produzione del 2000 ai prezzi del 2010, rapportata al costo effettivo del 2000. In concreto, l’aumento percentuale (= dell’indice dei prezzi) è chiamato inflazione. Nel nostro esempio, l’inflazione nel decennio 2000-2010 è del 60%, misurata a prezzi 2000.

Deflatore del PIL

Il deflatore del PIL è concettualmente analogo alla crescita del PIL dall’aumento dei prezzi. Consente appunto di «depurare» il PIL dall’aumento dei prezzi. Tenendo come anno di riferimento quello corrente. Notate che si può esprimere come: Deflatore del PIL = PIL nominale / PIL reale

Lezione 2: Il mercato dei beni

Domanda ed offerta

  • Uno degli schemi logici fondamentali dell’analisi economica è costituito dal modello “Domanda-Offerta”.
  • Si suppone che domanda ed offerta dipendano (anche) dal prezzo.
  • Tipicamente ci si aspetta che l’offerta dipenda positivamente dal prezzo.
  • Il prezzo di un bene si risolve nella remunerazione dei fattori produttivi.
  • Un prezzo più elevato induce maggior produzione, stante la miglior remunerazione dei fattori.
  • Offerta crescente in funzione del prezzo (per convenzione sull’asse delle ordinate)
  • La domanda è invece tipicamente inclinata negativamente.
  • Una riduzione nel prezzo di un bene induce gli agenti ad acquistare più unità di quel bene.
  • Normalmente, domanda ed offerta determinano congiuntamente l’equilibrio di un mercato.
  • Domanda ed offerta determinano cioè il prezzo e la quantità (di equilibrio). (Ad esempio, i punti A e B nel lucido successivo).

Il breve periodo

  • Nella prima parte del corso consideriamo un sistema economico in cui i prezzi sono (prevalentemente) fissi.
  • Come vedremo, ciò implica che la domanda da sola determina la quantità prodotta.
  • L’ipotesi di fissità dei prezzi non è sempre facile da accettare: sembra contraria all’idea stessa di mercato.
  • È però esperienza comune che i prezzi dei beni vengano modificati raramente (in media una/due volte all’anno).
  • Come tentare di tendere coerenti teoria (microeconomica) ed osservazione empirica?

Nelle imprese industriali, il costo medio è minimo in corrispondenza di un livello produttivo pari a circa l’80% della produzione massima fisicamente conseguibile. In un intervallo rilevante del livello produttivo ottimo (per fissare le idee, Y* ± 0.05Y*) il costo medio non è significativamente diverso dal suo minimo. Se un’impresa ha fissato P=Cme(Y*)=Cmg(Y*) e se viene indotta dalle condizioni di mercato a produrre nell’intorno di Y*, lasciando immutato il prezzo, non commette un “errore” rilevante!

In realtà, le imprese, quando cambiano i prezzi, devono sostenere dei costi:

  • Modifica dei listini
  • Revisione di contratti
  • Informazione dei clienti

Curva di offerta nel breve periodo

  • In un intervallo rilevante nel breve periodo la curva di offerta (S) è piatta (infinitamente elastica).
  • Pertanto, è la domanda (D) a determinare la produzione.
  • Nell’animazione precedente, l’aumento della domanda induce un aumento della produzione (e quindi del reddito nazionale e del Pil).
  • Ciò giustifica l’attenzione che porremo, per una parte non trascurabile del corso, alla determinazione della domanda aggregata.

Domanda aggregata

A livello di prima approssimazione suddividiamo la domanda aggregata in tre componenti fondamentali:

  1. Consumi privati
  2. Consumi pubblici
  3. Investimenti
  • I consumi privati (C) sono beni e servizi acquistati dalle famiglie; rappresentano tipicamente il 60-65% del Pil
  • Consumi pubblici (G): si tratta di beni e servizi acquistati dallo Stato e dalle pubbliche amministrazioni. G include i servizi forniti dai dipendenti pubblici, valutati sulla base della loro retribuzione. I consumi pubblici rappresentano il 20-25% del Pil dei paesi industrializzati.
  • Gli investimenti (I) rappresentano gli acquisti di nuovi impianti, macchinari, immobili. Vengono normalmente eseguiti dalle imprese, si includono anche l’acquisto di nuove case da parte delle famiglie. Gli investimenti rappresentano il 15-20% del Pil dei paesi industrializzati.

Domanda aggregata e produzione

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gandalf_il_grigio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Grazzini Jakob.
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