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Appunti completi di Letteratura di Lingua Tedesca - Prof. Morello

Appunti completi e dettagliati del corso di Letteratura di Lingua Tedesca (letteratura d'area tedesca) tenuto dal professor Morello basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. dell’università degli Studi di Torino - Unito. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Letteratura di Lingua Tedesca docente Prof. R. Morello

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ESTRATTO DOCUMENTO

celebrata una festa popolare nel mese di luglio, ed è come se questo narratore fosse partecipe e

protagonista, facendo una distinzione tra il presente dell’autore ed il passato della festa. La

Leopoldstadt è il quartiere tra il centro ed il Prater. In questo giorno la festa vera e propria è quella

della Brigittenau. Il popolo che lavora conta i suoi giorni da una festa all’altra, e finalmente ecco

che si presenta questa festa saturnale (festa annuale nell’antica Roma che corrisponde al nostro

carnevale e in occasione si cambiavano i ruoli). La differenza tra le classi sociali in questa

occasione sparisce. Sul ponte del Danubio si fronteggiano due correnti, una è quella del fiume,

mentre l’altra è quella della folla. La fiumana uscita dal ponte si riversa tutt’intorno come un grande

lago. Entrano delle carrozzelle di vimini stracolme che percorrono il viale, la folla che si apre e si

chiude dietro di esse, senza che nessuno si faccia male. Poco alla volta anche la nobiltà si mescola

alla folla. Cinque o sei ore prima di notte le carrozze si condensano in una fila compatta, che finisce

col trovare ostacoli in sé stessa e poi viene tranciata dalle carrozze che giungono dalle vie laterali.

Questa fila di carrozze rende assurdo l’antico proverbio viennese: “Meglio viaggiare male che

andare a piedi”. In questa occasione la folla vede da vicino le signore della nobiltà e le guarda a

bocca aperta. Donne e bambini urlano nel timore di essere calpestati. Si creano litigi, urla e

reciproci insulti. Anche se ci si muove pianissimo, alla fine ci si muove. La musica risuona da

lontano insieme alle grida di giubilo. Il narratore aggiunge dicendo di non mancare mai a questa

festa e di essere appassionato del genere umano, e se la prende con i critici letterari: il senso

profondo della festa popolare è l'affievolirsi delle differenze, i singoli fanno parte di un tutto, ed è in

questo che consiste il senso di trascendenza del divino. La festa popolare è un pellegrinaggio, una

preghiera per il drammaturgo. Come se leggesse un Plutarco, legge i visi della gente e mette

insieme le biografie degli uomini non famosi, facendo un parallelismo tra la dimensione

popolaresca della festa e quella della mitologia. C’è una specie di controcampo tra le citazioni

classiche e la dimensione popolare del racconto.

Dovendosi fermare continuamente, ha abbastanza tempo per osservare i due lati della strada. A

questo punto descrive dei suonatori ambulanti che, probabilmente temendo la concorrenza,

volevano raccogliere denaro nei propilei (citazione classica). In particolare nota un gruppo formato

da una suonatrice d’arpa con gli occhi fissi, un vecchio invalido con la gamba di legno che suona

uno strumento fabbricato da lui stesso (evidentemente voleva suscitare compassione e far sentire i

dolori della sua mutilazione), un ragazzo storpio che forma col suo violino un unico groviglio, tutti

stanno suonando un valzer. E’ una descrizione fedele del pauperismo di quel periodo. Un

personaggio in particolare attira la sua attenzione, colui che sarà il protagonista del racconto: un

uomo anziano sulla settantina con un soprabito logoro ma pulito, dal volto sorridente di auto-

approvazione, senza cappello in quanto messo per terra davanti a sé come raccoglitore di offerte. Si

impegna a suonare un vecchio violino, segnando il tempo non solo battendo il piede ma muovendo

a ritmo nello stesso momento tutto il corpo. Ciò che attira l’attenzione è l’età, i vestiti, il violino.

Però tutto il suo impegno per dare unità al suo modo di suonare risulta inutile. Ecco la prima

impressione che il narratore prova nei confronti del personaggio: una sequenza di suoni sconnessi

senza ritmo e senza melodia, ma facendolo totalmente concentrato, con le labbra tremanti, gli occhi

fissi sullo spartito aperto davanti a sé. Mentre gli altri suonavano a memoria, egli aveva collocato un

leggio in mezzo alla confusione, su cui c’erano pagine consunte piene di note musicali. L’assurdo

risiede nel fatto che ciò che lui suona non corrisponde allo spartito, ma suona una musica senza né

capo né coda. “Proprio l’elemento insolito di questo equipaggiamento aveva attirato la mia

attenzione su di lui”. E suscitava su questo aspetto l’ilarità che lasciava il suo cappello vuoto,

mentre gli altri intascavano monete di rame. Il narratore si fa più vicino per osservarlo, suona

ancora per un po’, guarda il cielo serale, vede il cappello vuoto, se lo rimette in testa, mette via il

violino e dice “C’è un limite in tutte le cose” prendendo il leggio e facendosi strada tra la folla in

senso opposto, come (als dà senso di irrealtà) se volesse tornare a casa. Tutto il suo modo di essere

pareva fatto apposta per stuzzicare la curiosità del narratore, in particolare il suo aspetto

misero e nobile, la sua felicità invincible, il suo zelo artistico con tutta la goffaggine.

17/10

Il fatto che vada a casa quando la festa arriva al culmine è strano. Il narratore ipotizza che

quell’uomo doveva avere avuto un’educazione straordinaria ma ora ridotto a suonare in quelle

condizioni. Piccolo com’era, veniva spinto dalla folla da una parte all’altra. Il narratore esce dalla

confusione ma del suonatore non c’era più traccia, per cui attraversa il parco e decide di ritornare a

casa. Ad un certo punto si imbatte in dei ragazzi che chiedono al vecchio di suonare un valzer, che

continua imperterrito a suonare. Alla fine i ragazzini se ne vanno via raccogliendosi intorno ad un

suonatore di organetto. Il vecchio rattristato dice che non vogliono ballare anche se stava suonando

un valzer. Il narratore cerca di spiegargli che potrebbe guadagnare molto di più. Il suonatore dice

che come prima cosa non è mai stato un nottambulo e non ritene giusto spingere altri con la musica

ed il canto a trasgredire in modo così riprovevole, questo perché l’uomo in tutte le faccende deve

darsi un ordine. Afferma che la sera appartiene soltanto a lui e alla sua povera arte. Entrambi stanno

in silenzio per motivi diversi, lui per la vergogna di aver rivelato un suo segreto intimo,. Il vecchio

fa per andarsene, il narratore chiede dove abiti perché vuole andarlo a trovare, ma il vecchio si

oppone, il narratore insiste. Il suonatore si esprime in modo molto forbito e cerimonioso, e

afferma che la sua visita sarà un onore, ma lo prega di stabilire in anticipo il giorno. Egli sa bene

che gli altri musicanti di strada si accontentano di ripetere a memoria le canzonette, e gli si da dei

soldi perché il loro suonare ricorda i piaceri durante il ballo, oppure sconvenienti. Il narratore nota

che sugli spartiti ci sono composizioni estremamente complesse, e sono presenti annotazioni scritte

in modo rigido. Questi pezzi il vecchio li suonava con le sue dita maldestre, pensando di rendere un

servizio alla musica suonando questi grandi musicisti, e di far da tramite tra i grandi maestri ed il

pubblico, spesso portato fuori strada dalle musiche di basso livello. Le ore del mattino sono dedicati

esclusivamente ad esercitare queste composizioni. “Le prime tre ore all’esercizio, la metà della

giornata a guadagnarsi il pane e la sera a me e al buon Dio”. Dicendo questo i suoi occhi

luccicavano, e lui sorrideva. Il narratore chiede al suonatore dove abiti ed egli dice di abitare nella

Gärtnergasse (zona periferica di Vienna con casette di 1/2 piani in cui abitavano fiorai e ortolani che

rifornivano i mercati della città), al numero 34 al primo piano, in una stanzetta che divide con due

garzoni di bottega. Il suonatore dice di avere un letto tutto per sé. Il narratore vuole dargli qualche

soldo ma il suonatore gentilmente rifiuta e gli fa una riverenza. (vedi mappa Vienna). Il narratore si

reca sulla Leopoldstadt, entra in un’osteria vuota e si abbandona a pensieri. Paga l’importo e si

dirige verso la città, gli ritorna in mente la via dove abita il suonatore e chiede indicazioni ad un

ragazzo. La strada va verso la campagna ed è fatta di singole case sparse divise tra loro da grandi

orti, che mettevano in evidenza l’attività degli abitanti. Non ricorda più il numero civico in cui abita

il vecchio e l’illuminazione pubblica è scarsa. Improvvisamente gli passa vicino un uomo carico di

verdure che brontola riguardo ad un vecchio che strimpella un violino, vi è la descrizione del suono.

18/10

Un altro tale che abita lungo la strada chiede che si smetta questa cantilena. A questo punto tutto si

acquieta e regna un silenzio di tomba. Il narratore si avvia verso casa mentre fantastica senza

disturbare nessuno. E’ come se avesse la necessità di consacrare nelle ore mattutine un’occupazione

con qualcosa di edificante. Perciò è difficile che si decida di andare via il mattino presto da casa.

Descrive lo stato d’animo di una persona a sua volta nevrotica. Dice che se per caso si decide di

abbandonare la casa di buon mattino e e se addirittura si costringe a farlo senza una motivazione

valida, poi per il resto del giorno non fa altro che vivere una vuota distrazione o una malinconia

tormentosa. Passa del tempo prima che il narratore torni nella viuzza. Alla fine per l’impazienza si

reca. Anche questa volta sente il suono del violino. Si avvicina alla casa, apre la moglie

dell’ortolano che lo conduce in soffitta. Entra nella stanza condivisa del suonatore. Si ritrova in uno

stanzone ampio ma abbastanza misero, che seguiva da ogni lato la sagoma del tetto. A ridosso della

porta, un letto sporco, con caos orribile. Di fronte, accanto alla finestra, un secondo letto povero ma

pulito, rifatto con grande cura. La cosa singolare è che la metà della stanza, da una parete all’altra è

segnata con una linea di gesso. E’ difficile immaginarsi un contrasto più forte di quello che c’era tra

sporcizia e pulito. Il narratore nota il leggio con gli spartiti del vecchio, e vuole risparmiare al

lettore la descrizione delle stonature del violino. Ci avviciniamo alla terza più incisiva descrizione

della musica. Il narratore riesce negli spartiti a trovare il passaggio filo conduttore del labirinto, il

metodo della sua follia. Il vecchio si compiaceva del suono che produceva. La consonanza lo

mandava in estasi, mentre dalla dissonanza si teneva il più lontano possibile, anche dove era

armonicamente motivata. Sconvolge l’equilibrio della musica perché rifugge la dissonanza.

Invece di eseguire un testo di musica in base al testo e al ritmo, mette in rilievo, prolungandole, le

note e gli intervalli a lui graditi. Ciò che ne derivava era una casino totale. Il narratore fa cadere

apposta il cappello per attirare la sua attenzione. Il vecchio, sussulta, stupito della sua presenza, lo

fa accomodare, prende un piatto ed esce dalla stanza. Parla con la moglie dell’ortolano. Rientra

nella stanza, imbarazzato, e mette il piatto via. Probabilmente aveva chiesto della frutta ma non

l’aveva ottenuta. Il suonatore dice che il disordine è bandito dalla sua parte di camera, e si illude che

il disordine si stia ritirando. Era vestito con indumenti pulitissimi, un aspetto buono per la sua età,

solo le gambe un po’ corte, mani e piedi delicati. Il narratore dice di essere curioso di conoscere la

sua storia: “Ma io non ho una storia”, ribatte il suonatore. “La sua vita attuale sarà magari troppo

monotona, ma la sua vita precedente… com’è è avvenuto che lei è diventato quello che è?”

“Come è successo che io sia finito tra i musicisti di strada?”. Allora il narratore gli racconta come

l’ha notato fin dal primo momento, e dell’impressione delle parole latine. Il suonatore dice di averlo

imparato un tempo, anche se avrebbe potuto impararlo di più. La sua storia non è niente di speciale

ma tanti avvenimenti. Il vecchio si sente più disteso, la sua figura si allunga, gli prende il cappello

per metterlo sul letto, si mette a sedere accavallando le gambe e assume l’atteggiamento tranquillo

di uno che si mette a raccontare.

Qui inizia il racconto.

Il vecchio inizia facendo il nome di un noto statista della seconda metà del secolo precedente,

dicendo che era stato suo padre. Scopriamo dunque che proviene da una famiglia altolocata. Il

vecchio sembra non fare caso allo stupore del narratore, e continua compiaciuto il suo racconto.

Dice di essere il secondo di tre fratelli, che hanno fatto un importante carriera statale, ma ormai

deceduti. Mentre racconta tiene gli occhi bassi e tira fuori dai pantaloni delle fibre piumate. Dice

che il padre era ambizioso ed irascibile e, mentre i fratelli riuscivano ad accontentarlo, lui veniva

considerato lento nell’apprendimento. Assume una posa tipica consacrata da una tradizione

fisionomica (è l’atteggiamento tipico del temperamento malinconico). Lui precisa che avrebbe

potuto imparare le cose meglio, se gli avessero concesso maggior tempo e ordine. Mentre i fratelli

saltavano da una materia all’altra, lui non riusciva a saltare nulla, e si sentiva sempre sotto

pressione. In questo modo gli resero odiosa persino la musica. Quando la sera prendeva il violino

per intrattenersi, gli prendevano lo strumento, si lamentavano per la tortura delle orecchie e lo

rinviavano alla lezione dove la tortura iniziava per lui. Egli, che ora vive di violino, nella vita non

ha odiato niente come il violino. Il padre, estremamente scontento, lo minacciava di mandarlo a

imparare un mestiere (disonore per un giovane di una famiglia borghese), ma egli allora non osava

replicare quanto invece sarebbe stato felice di saperlo fare. Il colpo di grazia si ebbe ad un esame

pubblico, a cui assistette anche il padre: un insegnante poco onesto stabilì in anticipo le domande e

tutto andava per il meglio. Capitò che si dimenticò una parola mentre ripeteva dei versi di Orazio,

l’insegnante venne in suo aiuto e gli suggerì la parola. Egli però cercava la parola in connessione

con la memoria, dunque non lo ascoltava. L’insegnante ripetè la parola più volte, e alla fine fu il

padre a perdere la pazienza e a urlare “Cachinnum!”. Fu la fine, perché Jakob (il suo nome lo

sapremo in seguito) dimenticò tutto il resto e ogni tentativo di riportarlo sulla via giusta fu inutile.

Quando, finito l’esame, fece per baciare la mano del padre, questo lo respinse, fece un inchino e se

ne andò. Lo chiama pezzente in francese davanti a tutti, cosa che Jakob sa che non era, mentre ora lo

è. “I genitori profetizzano quando parlano”. Giustifica che del resto il padre era buono, solo

irascibile e ambizioso (collegamento alla vita di Grillparzer, quando il padre gli dice che creperà,

questi due passi tornano nel racconto di Kafka, “Il verdetto”). Da quel giorno il padre non gli

rivolse più la parola. Jakob piangeva per tutto il giorno e continuava a recitare i versi latini che

sapeva bene. Supplicò di poter ritornare a scuola, ma il padre non ritornava mai su una sua

decisione.

23/10

Per qualche tempo Jakob rimane senza occupazione. Alla fine viene collocato in prova presso un

ufficio dell’amministrazione finanziaria, dove le mansioni che deve svolgere non sono il suo forte.

Continuando il racconto, ribadisce di aver respinto l’offerta di entrare nell’esercito, perché, secondo

lui, partecipare ad un’istituzione che difende anche a costo della vita può essere comprensibile, ma

mutilare come condizione sociale no. (Non accetta un ruolo che nella società austriaca è sempre

stato fondamentale). Rifiutata questa ipotesi, finisce in cancelleria tra i copisti. E’ un personaggio

perdente che si scontra con la realtà del mondo. Questo lavoro gli piace perché aveva sempre

praticato la calligrafia con piacere, Jakob è solerte ma troppo ansioso, e finisce per avere la fama di

negligente. Trascorre così un paio di anni senza essere promosso al grado di impiegato perché,

quando sarebbe stato il suo turno, il padre in Consiglio dava il suo voto ad un altro, e, per non

contraddirlo, allora anche gli altri membri votavano così. In questo periodo si verificano due eventi,

il più triste ed il più felice della sua vita: l’allontanamento dalla casa paterna ed il ritorno alla

nobile arte del violino. Egli abitava in una camera sul retro della casa del padre, che dava verso il

cortile dei vicini. All’inizio mangiava ancora a tavola con la famiglia dove però nessuno gli

rivolgeva la parola. La madre non viveva più da molto tempo, e dal momento che i fratelli vivevano

via da casa ed il padre era quasi ogni giorno invitato ospite da qualcuno, si trovò scomodo

continuare a cucinare solo per lui. La servitù ottenne denaro per il vitto, come anche lui, anche se la

somma che gli sarebbe spettata veniva versata puntualmente ogni mese ad un locale dove mangiava.

Nella sua stanza ci stava poco eccetto la sera, ed il padre imponeva che tornasse a casa mezz’ora al

massimo dalla chiusura dell’ufficio. In questo momento di solitudine nella sua stanza, stava seduto,

e sentiva risuonare delle canzoni provenienti dal cortile dei vicini. Una canzone gli piaceva in modo

particolare. Era semplice, toccante e con gli accenti così perfetti che non era necessario ascoltare le

parole. Jakob del resto pensa che le parole corrompano la musica. Il vecchio tenta di cantare la

melodia, ma, non avendo per natura una bella voce, prende il violino. Egli spiega che, per quanto

quella canzone fosse viva nella sua mente, non riusciva mai a riprodurla col canto. A forza di

ascoltare gli caddero gli occhi sul violino appeso al muro. Lo prese e notò che era ben accordato.

Come sfiorò le corde con l’archetto, gli sembrò che l’avesse toccato il dito di Dio. La musica

diventa un’esperienza totale, Jakob cadde in ginocchio, cominciò a pregare, capendo come aver

tenuto di poco conto quella creatura divina. (E’ un ricordo esistenziale legato ad un Lied che Jakob

non è in grado di cantare ma che suona in maniera corretta, riproducendo una melodia piacevole ma

non eccezionale). La voce cantante è femminile. Si accorse che per quanto riguardava la tecnica

aveva dimenticato ciò che aveva imparato una volta. Jakob afferma che tutti suonano Mozart, Bach

ma il buon Dio non lo suona nessuno. Il miracoloso accordo con l’orecchio assetato, attribuisce una

valenza morale a elementi del discorso musicale, tutto questo glielo spiegò dopo un musicista. Egli

interpreta tutto ciò che come una lotta tra un principio buono ed uno cattivo: interpreta il discorso

musicale non in modo funzionale ma morale. Jakob si addentra nel paragone tra la complessità

dell’architettura. Il discorso trapassa dunque nel mistico-religioso. Torna alla sua storia, dicendo

che, non riuscendo a riprodurre la canzone, si avvicinò alla finestra e vide la ragazza che cantava

mentre attraversava il cortile. Vide che portava con sé una cesta di dolci ancora da infornare, e si

accorse di conoscerla in quanto l’aveva incontrata in cancelleria: in ufficio, verso le 11, gli

impiegati più giovani erano soliti farsi uno spuntino, e i venditori portavano i loro prodotti

all’interno dell’edificio sistemandosi nelle scale e nei corridoi. Le cose più gradite erano i dolci che

preparava la figlia del droghiere. Le poche volte in cui entrava in ufficio il direttore la metteva alla

porta e lei protestava. La ragazza non passava per bella, era piccola, dal colore dei capelli

indefinibile, occhi da gatta e volto butterato. Jakob non fa parte dei suoi clienti, sia perché, dice, gli

mancavano i soldi, sia perché ha sempre considerato cibo e bevande come necessità, per questo lui e

la ragazza si erano sempre ignorati. Solo una volta i colleghi, per prenderlo in giro fecero credere

alla ragazza che Jakob avesse chiesto i suoi dolci. Il primo incontro non è significativo o positivo.

Jakob pensò subito di trarre profitto da questa conoscenza, prese una risma di carta e si recò

all’ufficio. Verso mezzogiorno tirò fuori la carta e si diresse dalla ragazza. La ragazza è una tipica

ragazza del popolo, dai modi spicci e risposta pronta. Lei era in piedi, col piede destro su uno

sgabello canticchiando a bocca chiusa e battendo il piede a tempo. Jakob le offrì la risma di carta, la

ragazza rispose dicendo che a casa ne aveva, ma la accetta, e chiese se volesse dei dolci. Lui le dice

che ha un’altra richiesta: dice di averla sentita cantare canzoni, confessandole di essere un suo

vicino. La ragazza chiede se sia lui che strimpella il violino, Jakob arrossisce imbarazzato e anche

lei si dispiace di aver usato quell’espressione. Si giustifica dicendo di non avere lo spartito e le note,

e la prega di fargliene una copia. Lei si stupisce perché canta a orecchio e ignora l’esistenza di

spartiti. Jakob si stupisce del suo ingegno naturale. Lei ritira il braccio, pensando che la voglia

afferrare in modo sconveniente. Lei non è insensibile alla musica, e si stupisce che possano esserci

fogli che indicano le note musicali di una canzone. Lei dice che un organista veniva abbastanza

spesso nel negozio di suo padre, avrebbe chiesto a lui per gli spartiti della canzone. Accompagna la

ragazza fino alla scala, nell’atto di congedarsi con un inchino lo sorprende il direttore, che gli ordina

di tornare al lavoro e allo stesso tempo sgrida la ragazza. Lui vuole difenderla ma torna alla sua

scrivania. Da quel momento il direttore non perde mai l’occasione per dire che era un impiegato

negligente. Vediamo già come l’esistenza del povero suonatore si articoli tra mille difficoltà, perché

la sua personalità è caratterizzata dall’incapacità di prendere di petto gli avvenimenti della

sua vita.

24/10

Passano i giorni e non sa se è il momento giusto o no per andare alla drogheria a ritirare le note, dal

momento che sapeva che l’organista andava nel negozio del padre per comprare la noce moscata.

Jakob presuppone che per il freddo non abbia bisogno della noce moscata e che quindi non sia

andato. Andare troppo presto gli sembra di essere invadente, ma aspettare troppo poteva passare per

indifferenza. Parlare con la ragazza nel corridoio non se ne parlava perché i colleghi lo sapevano e

morivano dalla voglia di giocargli un brutto tiro. Nel frattempo riprende con passione il violino, ma

si esercita tenendo chiusa la finestra perché sa che il suo modo di suonare non è gradito. Allo stesso

tempo la ragazza non canta più, oppure canta ma così piano che non si può sentire. Dopo 3

settimane, per due sere esce di soppiatto senza cappello, come per far credere alla servitù che stesse

cercando qualcosa sotto casa, e si reca nelle vicinanze del negozio, ma per il tremore che prova è

costretto a tornare indietro. Un giorno si fa coraggio e, sempre senza cappello, con passo deciso

raggiunge il negozio, davanti a cui si ferma per riflettere sul da farsi. Attraverso il vetro vede la

ragazza che pulisce fagioli, di fronte a lei in piedi un uomo rozzo e robusto con una giacca buttata

sulla spalla, in tenuta da macellaio. I due parlano e sono evidentemente di buon umore, tanto che lei

scoppia a ridere senza però distogliersi dal lavoro. Jakob viene ripreso dal tremito, all’improvviso

viene preso da una mano robusta alle spalle che lo spinge in avanti. Si trova quindi dentro il

negozio: il padrone in persona, tornando a casa, l’aveva visto che spiava dentro la bottega e

ritenendolo sospetto l’aveva spinto dentro. Il padrone è un personaggio tipico, un uomo rude e dai

modi spicci. Questo suppone che sia stato Jakob ad avergli rubato del cibo, minacciando di colpirlo.

Jakob, annientato, al pensiero che si mettesse in dubbio la sua onestà, si inchina dicendo al

droghiere che la sua visita riguarda sua figlia. Scoppia la risata del macellaio, che si accinge ad

andarsene dopo aver sussurrato alcune parole alla fanciulla. Lei ridendo a sua volta risponde

dandogli una pacca sulla schiena. Jakob continua a stare davanti alla ragazza che continua a pulire

fagioli come se nulla la riguardasse. Il droghiere chiede spiegazioni, e Jakob cerca di spiegare il

perché della sua visita. La ragazza indica il bancone con una mano. Sul bancone c’è lo spartito della

canzone, ma prima che Jakob riesca a prenderlo il vecchio lo precede, prendendo in mano il foglio,

spiegazzandolo, chiedendo che cosa significhi tutto questo. La ragazza, riferendosi a Jakob, dice

che è un signore della cancelleria. Il droghiere chiede come mai allora sia in giro di notte e senza

cappello, Jakob dice di abitare lì vicino. Il droghiere ribatte dicendo che non può abitare lì, perché lì

abita il Consigliere. Jakob allora dice di essere il figlio del Consigliere di Corte, lo dice piano come

se fosse una menzogna. L’atteggiamento del droghiere cambia: sul suo volto si delinea un sorriso.

La ragazza mantiene la sua posizione. Il padrone ordina alla figlia Barbara di prendere una sedia

(usando un’espressione più forbita in tedesco) e lo invita ad accomodarsi. Gli chiede se faccia anche

lui musica. Jakob dice di suonare il violino, e alla parola strimpellare Barbara sorride in modo

canzonatorio, e Jakob si imbarazza del fatto che gli vengano attribuite conoscenze musicali. Ad un

certo punto un uomo passa salutare, e Jakob si rende conte che è uno dei servitori. Il droghiere

sostiene che non abbia potuto vederlo. La sensazione di aver fatto qualcosa di nascosto rode a Jakob

che, lasciando il negozio, dimentica quasi la canzone. Le conseguenze si mostrano alcuni giorni

dopo: il segretario del padre gli annuncia che deve lasciare la casa per andare in una camera in

affitto in periferia. Non vede più nemmeno Barbara, in quanto le viene proibito di vendere i dolci

alla cancelleria e il padre non è d’accordo che vada nel negozio. Addirittura un giorno Jakob

incontra per strada il droghiere e questo si gira dall’altra parte. Il violino diventa ufficialmente il

suo rifugio, la possibilità di riscatto e salvezza. Nel frattempo la fortuna della casata comincia a

declinare: il fratello minore, ufficiale dei dragoni, muore a causa di una bravata in seguito ad una

scommessa, mentre il fratello maggiore, il prediletto del padre, che sedeva nel consiglio di una

provincia, in continuo contrasto col governatore diede dati falsi (incitato dal padre) per danneggiare

gli avversari, giunti ad un’inchiesta dovette abbandonare il paese e i nemici del padre sfruttarono

l’occasione per farlo cadere: attaccato da tutte le parti e furente per il fatto che il suo potere stava

diminuendo, mentre stava pronunciando un discorso fu colto da un infarto e portato a casa privo

della parola. Jakob non ne sapeva nulla. Il giorno successivo in ufficio nota intorno a sé gente che

bisbiglia e che lo addita, il venerdì gli viene portato un abito da lutto, viene a sapere dei fatti, sviene

e viene portato a letto con la febbre. Il giorno dopo il padre muore e viene sepolto. La casa del

padre diventa per lui una visione spaventosa. Un giorno si trova senza accorgersene nei pressi di

essa, si affianca alla parete e vede la porta del droghiere, con dentro Barbara seduta con una lettera

in mano e il padre in piedi. Vuole entrare, perché non ha nessuno con cui poter confidare il proprio

dolore. Sapeva che il vecchio era arrabbiato, ma pensava che Barbara avrebbe dovuto avere una

parola buona per lui. Accade invece l’opposto. Come entra, Barbara esce dalla stanza dandogli

un’occhiata, mentre il vecchio lo consola dicendogli che è un uomo ricco e chiedendogli a quanto

ammontasse l’eredità. Jakob però non lo sa, a dir la verità non ci aveva neanche pensato. Il

droghiere dà una serie di consigli a Jakob: deve lasciare la cancelleria e investire l’eredità in

commercio. Nel discorso chiama più volte la ragazza ma lei non dà segni di vita. Jakob si accomiata

e fa per andarsene, triste per la speranza delusa (da Barbara), ma rincuorato. Ad un certo punto sente

dietro di sé una voce risentita che lo avverte di non prestare fede a chiunque, Jakob si gira ma non

vede nessuno, solo il tintinnare di una finestra, capisce dunque che è Barbara, che vuole metterlo in

guardia.

Jakob ritira l’eredità, non così grande ma considerevole. La sua camera nel frattempo si riempie

di persone supplichevoli, e lui, indurito, eccede solo dove il bisogno è grande. Viene anche il

droghiere, chiedendogli perché non vada da lui, Jakob risponde dicendo che teme di essere di peso a

Barbara. Il vecchio risponde dicendo con fare maligno che le ha già messo la testa a posto. Jakob

elude le proposte del vecchio e ha altri propositi, il posto alla cancelleria è già occupato da un altro.

Il segretario del padre però, rimasto senza stipendio, gli confida di voler fondare un ufficio

copiatura e traduzioni. Jakob avrebbe dovuto anticipare le spese, mentre il segretario ad assumerne

le direzione, accontentando Jakob per fare anche copiatura di musica. Jakob anticipa il denaro,

facendosi rilasciare una ricevuta. Della cauzione non parlano perché sarebbe stata depositata in

tribunale. L’affare viene concluso e si sente alleggerito. Prende un’abitazione migliore, cambia

qualcosa del suo abbigliamento e va verso la drogheria canticchiando la canzone. Mentre il vecchio

lo accoglie bene, Barbara lo accoglie con uno sguardo gelido e con indifferenza, interviene solo una

volta nel discorso e lo congeda. Jakob però di volta in volta torna, e lei a poco a poco cede, sebbene

lo sgridi e critichi in continuazione. In vista dell’apertura della copisteria, Jakob partecipa

attivamente alla vendita in drogheria, ma Barbara interviene spesso in modo brusco e burlandosi di

lui e dei suoi modi cerimoniosi. A volte però Barbara è buona, lo ascolta mentre lui parla della sua

infanzia e giovinezza, occasioni in cui fa parlare solo lui e si limita ad esprimere approvazione o

disapprovazione.

25/10

Una volta Jakob trova Barbara girata di spalle che, cantando la “sua” canzone, cerca qualcosa in un

ripiano. Quatto quatto si avvicina così tanto che gli sembra che la canzone provenga da dentro lui.

Con le mani fa per afferrare il suo corpo inclinato, ma lei si gira su sé stessa e gli dà un sonoro

schiaffo. Jakob racconta che si ricorda di quando lavorava ancora in cancelleria e aveva saputo che

lei aveva tirato uno schiaffo ad un tizio che aveva provato a molestarla. Jakob vede lucciole celesti

danzare davanti ai suoi occhi: è in estasi. Lei lo accarezza ammettendo di aver dato uno schiaffo

troppo forte e, all’improvviso, gli bacia la guancia. Jakob si getta su di lei, lei corre sul retro e

chiude la porta a vetri che separava la bottega dal loro appartamento. Jakob spinge la porta cercando

di aprirla, su cui lei fa tutta la sua forza, lui si fa forza e le restituisce il bacio attraverso il vetro

(ricorda la linea di gesso che divide la camera). Il padre rientra ed esorta la figlia ad uscire

(esprimendosi con modi di dire popolari). Barbara però non esce. Jakob fa per andarsene e scambia

il suo cappello con quello del droghiere. Dice come quello fu il giorno più felice della sua vita.

Nei giorni successivi non sa cosa aspettarsi. La visita successiva fu una decisione difficile, ma lei

era positiva, umile e tranquilla. Barbara esorta il padre a restare. Parla del più e del meno, senza che

Jakob intervenga, quando ad un certo punto Barbara si sbuccia un dito. Il vecchio alla fine esce.

Barbara parla cercando di fare il punto della situazione, dice che Jakob è una persona onesta ma

debole, e le persone intorno a lui devono badargli, gli chiede dunque come pensa di andare avanti.

Jakob accenna all’eredità del padre, Barbara dice che la somma è molto per intraprendere qualcosa,

ma poco per viverci di rendita e lo esorta inoltre a stare alla larga dalle proposte del padre perché

non è affidabile (aveva perso dei soldi e inganna gli altri) e gli dice che deve avere al suo fianco una

persona onesta. Barbara dice di essere onesta ma che per lei ci sarà un’altra via, il padre pensa di

mettere su un’osteria, ma lei non si intende di quelle cose, come lavoro le resterebbe quello di

cucito. Gli dice inoltre che le hanno fatto anche un’altra proposta, tirando fuori una lettera dal

grembiule e gettandola sul balcone, ma che se la accetta deve andare via da Vienna. Jakob mostra

interessamento, ma non capisce a cosa si riferisca. Barbara dice che è un bambino e fa la sua

proposta: se a Jakob fa piacere starle vicino, deve comprare il negozio accanto, così lei lavora e

lui tiene la contabilità, però affinché questo possa avvenire lui deve cambiare perché lei odia gli

uomini deboli. Jakob balza in piedi e decide che vuole disdire tutto, le racconta così del progetto

della copisteria. Barbara gli dice che non ne ricaverà molto e che non sarebbe in grado di portare

avanti un’attività da solo. Alla domanda di Barbara, Jakob ammette di aver anticipato tremila

fiorini, mentre il resto è depositato in tribunale. Improvvisamente, il padre entra nel negozio e

annuncia che il segretario ha tagliato la corda lasciando dietro debiti. Shock generale. Il padre

manda Barbara in camera sua e fa per cacciare Jakob, indicando la lettera e dicendo che proviene da

un uomo in gamba. Jakob balbetta dicendo che non era sicuro che la cauzione fosse perduta.

Sguscia di lato, si volta verso Barbara, che fissa a terra ansimando per l’agitazione. Lui fa per

avvicinarsi quando tende la mano lei fa per dargli uno schiaffo. Jakob vaga barcollando per le

strade. Si ricorda del giorno in cui si era recato in tribunale col segretario. Il giorno dopo va a casa

del segretario, ma la gente lo deride. Si reca allora in tribunale, senza trovare alcuna traccia di

pagamenti. La sua sfortuna si rivela certa, ma in fondo non gli va malissimo, dato che poteva essere

totale poiché alcuni creditori volevano rivalersi su di lui. Quando la situazione si fa più tranquilla

ricorda l’ultima sera dal droghiere, pensando che se fosse riuscito a fare buon uso dei suoi averi a

quest’ora non avrebbe perso Barbara. Una sera, mentre si trovava nella sua stanza e ripensava ai

momenti trascorsi nel negozio, li sente parlare di lui con parole dure. Improvvisamente si apre la

porta ed entra Barbara, pallida con un fagotto sotto braccio. Si reca davanti al canterano, apre il

fagotto in cui ci sono camice e fazzoletti, apre il cassetto e alla vista delle poche cose comincia a

fare ordine. Alla fine si discosta e scoppia a piangere. Sembra sul punto di sentirsi male perché si

siede e nasconde il viso nel fazzoletto. Jakob le prende la mano, ma quando per farle sollevare lo

sguardo risale lungo il braccio, lei si alza e chiede a cosa serva tutto questo, dicendo che è tutta

colpa sua. Annuncia di essere venuta per dirgli addio e che lei ora dovrà andare a vivere tra gente

grossolana (il progetto con Jakob prevedeva un’ascesa borghese), soluzione a cui aveva cercato

opporsi. Conclude dicendo che verrano tempi duri e facendosi il segno della croce. Jakob si

precipita dietro di lei e la chiama, sentendo che si ferma. Barbara lo prega di rimanere su. Quello fu

il giorno più brutto della sua vita. Il giorno dopo, cerando di non farsi notare, si aggira nei pressi

della drogheria. Dando un’occhiata dentro al negozio vede una donna mai vista prima. Entra e le

chiede se avesse comprato il negozio. Lei dice non ancora, aggiunge che i proprietari sono partiti

per Langenlebarn, perché è là che la ragazza si sposa: il macellaio le aveva già avanzato proposte di

matrimonio che lei aveva lasciato cadere nel vuoto ma negli ultimi giorni aveva accettato, avendo

perso la speranza in una soluzione diversa. La stessa mattina padre e figlia erano partiti e Barbara

a quell’ora era probabilmente già sposata. In un primo momento Jakob si sente il più infelice tra gli

uomini, quando però esce si sente beato e sereno: lei ora era libera da ogni affanno, e non avrebbe

dovuto sopportare disagio e miseria, come sarebbe successo se si fosse legata ad un vagabondo

senza casa come lui, e a questo punto anche lui la benedice. Jakob decide di guadagnare con la

musica, e finché gli basta quel poco denaro rimasto continua a studiare le opere dei grandi maestri.

Dato che non riscuote successo nelle cerimonie, inizia dai cortili e poi finisce nelle pubbliche

passeggiate, dove la gente si fermava ad ascoltarlo (incuriosita per lo più dalla stranezza della

performance). Guadagnare denaro in questo modo non gli provoca vergogna perché gli serve. Così

ha tirato avanti fino ad oggi anche se miseramente.

30/10

Dopo alcuni anni Barbara ritorna a Vienna insieme al marito, che nel frattempo aveva

guadagnato molti soldi e comprato una macelleria nei sobborghi. I due hanno avuto due figli, di cui

il maggiore si chiama Jakob. Jakob (vecchio) viene chiamato nella loro casa per impartire lezioni al

ragazzo, dice che non ha molto talento ma ha imparato bene la canzone di Barbara, che partecipa

alla lezione cantando. Alla fine della storia si mette a suonare proprio quella canzone ed il narratore,

stanco di sentirla, mette sul tavolo delle monete d’argento e se ne va.

Il narratore intraprende un viaggio, durante quale il suonatore gli passa quasi di mente. Si ricorda di

lui in occasione di un alluvione che coinvolge la città. La Gärtnergasse era diventata un lago, ma per

la vita del vecchio non sembravano esserci preoccupazioni perché abitava al primo piano. Le

autorità avevano fatto il possibile per portare aiuto e cibo agli alluvionati. Quando le acque si

ritirano dalle strade il narratore decide di recarvisi personalmente. Per evitare la calca si accosta ad

un portone socchiuso e nell’androne vede una fila di morti e persone ancora in posizione eretta

attaccate alle grate. Camminando, vede persone disperate che cercano bambini smarriti. Arrivato

nella via, nota i preparativi per un corteo funebre proprio davanti alla casa dell’ortolano. Vede un

uomo vecchio ma ancora forte che sembra un macellaio di paese che dà disposizioni e ordini

continuando a discorrere con chi gli sta vicino. Gli viene incontro la padrona di casa,

riconoscendolo, gli racconta di come Jakob si fosse ammalato nel salvare dei bambini e cercando di

salvare dei documenti e i soldi dell’ortolano. Bagnandosi si era preso un malanno e non potendo

essere soccorso le sue condizioni si fecero più critiche, continuava nel delirio a fare musica battendo

il tempo e dando lezioni. Chiamati il barbiere ed il prete, all’improvviso si era messo a sedere sul

letto, girando la testa di lato, tendendo l’orecchio come se sentisse qualcosa di bello da lontano,

sorrise, poi si accasciò e spirò. La padrona dice che lei e il marito volevano pagare il funerale ma la

moglie del macellaio si era opposta. Il narratore sale al piano di sopra dove trova la bara al cui capo

è seduta una donna corpulenta, oltre la mezza età, vestita con un abito variopinto, ma con sciarpa

e fiocco nero. Sembrava che non fosse mai potuta essere bella. Davanti a lei due giovani, un

ragazzo e una ragazza, a cui insegna come comportarsi durante il corteo. Il feretro viene portato giù

ed il corteo si mette in movimento. Davanti gli allievi, poi il prete, dietro i figli del macellaio e

dietro a loro i due coniugi. L’uomo muove incessantemente le labbra come se pregasse, ma si

guarda sempre a destra e a sinistra. La donna legge un libro di preghiere, e controlla che il corteo sia

ordinato. Il corteo raggiunge il cimitero. Sulla porta del cimitero avviene un piccolo dialogo: la

donna aveva trovato troppo alte le richieste da parte delle pompe funebri. Un paio di giorni dopo,

spinto dalla curiosità, il narratore si reca nella casa del macellaio con l’intenzione di entrare in

possesso del violino di Jakob. Trova la famiglia riunita per il pranzo domenicale. Il violino era

appeso alla parete di fronte ad un crocifisso. Quando il narratore offre una cifra relativamente alta, il


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della mediazione linguistica
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliam31 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura di Lingua Tedesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Morello Riccardo.

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