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Antropologia visiva 2017/2018

Lezione 1

L’antropologia visiva è una disciplina che si sviluppa con la storia dell’antropologia, ovvero nella seconda metà dell’800. Fin dalle origini gli antropologi hanno iniziato ad appassionarsi alla fotografia ed al cinema e l’antropologia visiva nasce proprio grazie alla messa a punto delle tecniche fotografiche (si iniziano a scattare fotografie di argomento antropologico). Non solo gli antropologi ma anche gli scienziati di impostazione positivista, come ad esempio C. Darwin, utilizzavano la fotografia con lo scopo di studiare il comportamento umano, e quando si sviluppò la ricerca sul campo la fotografia venne usata sempre di più in maniera sistematica.

Il cinema nasce il 28 dicembre 1895 quando i fratelli Lumière proiettano per la prima volta in pubblico il loro cortometraggio intitolato “La sortie des usines Lumière” che ritrae degli operai che escono dalla fabbrica di materiali fotografici Lumière. Vi sono però dei precursori dei fratelli Lumière, come ad esempio Edison, che utilizzavano visori privati e scatole chiuse attraverso le quali si potevano vedere delle immagini in movimento. La principale novità apportata dai fratelli Lumière fu il rituale della visione collettiva.

Il primo a realizzare un film etnografico è stato Felix-Louis Regnault, antropologo e medico interessato allo studio della specie umana, il quale nella primavera del 1895, in occasione dell’Esposizione etnografia dell’Africa occidentale a Parigi, filma una donna senegalese intenta a fabbricare un manufatto di argilla. Nell’800 questo tipo di esposizioni erano molto diffuse ed erano considerate dei canali di comunicazione molto utili per mettere in scena le diversità umane e culturali. In tali occasioni venivano spesso portate in Europa ed esposte persone (soprattutto donne) provenienti da culture diverse. Regnault non aveva a disposizione un cinematografo come i fratelli Lumière bensì un fucile crono-fotografico, ovvero una macchina che permetteva di scattare in tempi brevissimi un numero elevato di fotografie che venivano messe in sequenza consentendo di riprodurre il movimento del corpo ripreso.

Le diverse fasi dello sviluppo dell'antropologia visiva

Prima fase

Questa fase corrisponde ad una concezione metodologica dell’antropologia visiva. Il metodo di ricerca era qui basato sull’utilizzo di mezzi di registrazione audiovisivi e l’antropologia veniva intesa come un metodo di raccolta di quei dati (es. rituali, danze, linguaggi del corpo, pratiche, tecnologie ecc.) che difficilmente si riuscivano a catturare senza l’ausilio di attrezzature adeguate.

Gli antropologi cercano di documentare quella dimensione della cultura umana che non si può esprimere a parole, volendo soprattutto produrre una documentazione tale da poterla inserire nei musei etnografici. L’antropologia nasce infatti nei musei e non nelle università; nell’800 sono già molti i musei etnografici che hanno un forte interesse per la diversità culturale. I musei sorgono proprio come centri di rappresentazione, di divulgazione e anche di propaganda dell’ideologia coloniale, e l’obiettivo in questo periodo era quindi proprio quello di raccogliere documentazione necessaria sulle culture altre per fini non solo scientifici, politici e conoscitivi, ma soprattutto per poter esibire queste diverse culture e per farlo l’osservazione non bastava; la fotografia gioca qui un ruolo fondamentale. Quindi: la cultura in questa fase, che manca ancora di una riflessione teorica, viene reificata e tradotta in esemplari che possono essere esibiti in una logica museale.

Seconda fase

Negli anni ‘30 G. Bateson e M. Mead iniziano a riflettere sull’utilizzo della fotografia e del cinema in ambito antropologico, cercando di sviluppare una teoria che riguardi la possibilità di riflettere e studiare un determinato tipo di comportamento che potrebbe sfuggire all’analisi verbale. L’idea è che la ricerca antropologica debba toccare aspetti delle culture che non possono essere verbalizzati.

Gran parte della cultura e dei processi di inculturazione non sono infatti verbali ma vengono trasmessi attraverso altre forme di comunicazione; ad esempio le mamme insegnano ai bambini come si devono sviluppare le relazioni attraverso il movimento del corpo e gli sguardi già prima dei 2 anni, ovvero prima che essi inizino a parlare. Venne svolta da Bateson e Mead una ricerca a Bali utilizzando in maniera sistematica fotografie che rappresentassero la trasmissione della cultura in questa città (rituali e interazioni familiari). L’antropologia inizia ora a darsi una teoria riguardante la dimensione visiva e non solo verbale delle culture, anche se non si parla ancora di antropologia visiva.

Terza fase

L’espressione “antropologia visiva” inizia ad essere utilizzata per la prima volta in America negli anni ’70 in corrispondenza di alcuni corsi accademici. A seguito di un convegno, nel 1973, venne introdotta una sezione dedicata proprio all’antropologia visiva e venne pubblicato il testo intitolato “Principi di antropologia visiva”, un volume che raccolse gli atti del convegno e che faceva riferimento in particolare all’utilizzo della prossemica, della cinesica, della danza e delle tecniche linguistiche. L’antropologia visiva però rimane ancora in questa fase soltanto un metodo.

Quarta fase

A partire dagli anni ’80 diversi campi dell’antropologia vengono ripensati e sperimentati. Nel 1999 venne pubblicato il libro di J. Clifford e G. Marcus intitolato “Scrivere le culture”, nel quale ci si interroga sulle possibili modalità di rappresentazione etnografica, oltre che sui problemi di rappresentazione dell’alterità.

Sempre in questa fase si iniziano ad analizzare testi antropologici utilizzando anche scritti della critica letteraria e l’antropologia visiva da metodo si allarga divenendo un vero e proprio campo d’indagine volto verso lo studio delle culture visive, attraverso l’ausilio del cinema, della fotografia, del video e dell’arte. Il metodo è l’osservazione partecipante.

Alcuni concetti di cultura

L’antropologia nasce dalla messa a punto del concetto di cultura. La cultura secondo Tylor: la cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società. Questa definizione si concentra molto sui comportamenti. Rimanendo bloccati all’ambito comportamentale si finisce però per non valorizzare la dimensione rappresentazionale tipica delle culture; occorre dunque cercare di utilizzare un altro concetto di cultura, un concetto più semiotico e più vicino a noi. L’approccio di Tylor è evolutivo.

La cultura secondo Geertz: l’uomo è un animale sospeso fra ragnatele di significati che egli stesso ha tessuto. La cultura consiste proprio in queste ragnatele di significati e la sua analisi, cioè l’antropologia, non è una scienza sperimentale in cerca di leggi, ma una scienza interpretativa in cerca di significati. La cultura sarebbe quindi un concetto semiotico poiché essa va vista come un testo, scritto dai nativi, che l’antropologo deve sforzarsi di interpretare pur non potendo prescindere dall’interpretazione dei nativi stessi. Il sapere dell’antropologo consisterebbe quindi in interpretazioni di interpretazioni. Dunque secondo Geertz la cultura è una produzione di simboli ed il suo approccio è ermeneutico in quanto gli antropologi non devono interpretare i comportamenti bensì le rappresentazioni.

L’antropologia, scienza interpretativa alla ricerca di significati, è dunque, secondo la teoria di Geertz, qualcosa di molto più vicino alla filosofia che alla zoologia o alla botanica. Ogni cultura si basa su un sistema di segni visivi molto complessi che dilagano e si diffondono nella vita sociale a tutti i livelli e che non sono mai facili da studiare; quando parliamo di culture visive ci riferiamo alla dimensione sociale e non individuale e per questo l’antropologia cerca sempre di valorizzare in quest’ottica la dimensione non linguistica delle culture.

Lezione 2

Le immagini dal punto di vista fisiologico e antropologico

Il termine immagine deriva dal termine latino “imago” che significa somiglianza in quanto un’immagine è qualcosa che è simile a qualcos’altro. L’immagine è un segno che denota quindi una relazione con un qualche oggetto di qualche tipo ed il segno è qualcosa che sta per qualcos’altro secondo un rapporto di somiglianza. Secondo F. de Saussure il segno è formato da due dimensioni ovvero da un significante e da un significato.

C. Peirce riconosce tre tipologie di segni:

  • Le icone: il rapporto tra significato e significante è di somiglianza (dipinto);
  • Gli indici: il rapporto tra significato e significante si basa su una contiguità spaziale (fumo-fuoco/impronta/fotografia/dito puntato verso qualcuno o qualcosa/riprese cinematografiche);
  • I simboli: il rapporto tra significato e significante è arbitrario (segnali stradali/lingua).

Le immagini possono essere utilizzate nella comunicazione fra società che parlano lingue diverse ed è per questo che le icone e gli indici non sono arbitrari; le immagini, infatti, si riferiscono a fenomeni della realtà che possono essere comunicati al di là delle differenze linguistiche, per cui noi possiamo utilizzare questi sistemi di rappresentazione iconici ed indicali in una visione anche transculturale. L’antropologia ha il compito di cercare di creare proprio degli strumenti di attraversamento culturale. Basarsi esclusivamente sulla lingua non facilita la comunicazione interculturale e per questo molti antropologi hanno cercato di lavorare ad esempio in contesti dove la scrittura rappresenta soltanto qualcosa di molto recente (fine ‘800). A livello metodologico non basarsi unicamente sul linguaggio verbale può aprire molte possibilità: il video di un antropologo, ad esempio, potrebbe aver maggiore successo rispetto ad una monografia su una tribù africana.

La paleoantropologia e lo studio dell’evoluzione della specie umana

André Leroi-Gourhan è un antropologo, etnologo, archeologo e paleo-antropologo francese, autore del libro intitolato “Il gesto e la parola” nel quale viene sviluppata una teoria relativa all’emergere della specie umana e della cultura in relazione con una serie di fenomeni che portano allo sviluppo del linguaggio e della fonazione, come ad esempio la liberazione della mano e della bocca.

Secondo lui l’evoluzione della specie avviene grazie allo sviluppo di due dimensioni che sono allo stesso tempo opposte e complementari, entrambe molto importanti: il linguaggio e l’estetica (il termine rinvia al termine greco “astesis” che significa percezione). Leroi-Gourhan per estetica intende i sistemi di rappresentazione delle percezioni non mediati dal linguaggio (es. pitture rupestri, suoni). Grazie all’estetica anche la vista e l’udito possono essere rappresentati e noi, infatti, non saremmo umani se non avessimo la possibilità di rappresentare le nostre sensazioni visive e sonore (il linguaggio qui non basta). Grazie a tali sistemi di rappresentazione noi infatti riusciamo a trasferire meglio quella dimensione emotiva che il linguaggio solitamente tende a comprimere in quanto quest’ultimo non solo ci modella ma ci domina. Quindi, in conclusione, potremmo dire che l’estetica ci consente di rappresentare quello che vediamo e sentiamo in una forma non mediata dal linguaggio (la musica e le immagini possono, ad esempio, essere forme utili per uscire dal linguaggio).

La percezione visiva

James J. Gibson è uno psicologo statunitense che si è occupato di percezione visiva e ha scritto un libro intitolato “Un’approccio ecologico alla percezione visiva”, nel quale ha messo in evidenza il fatto che il vedere rappresenta una strategia adattativa fondamentale. Il vedere per lui è un processo di tipo ecologico in quanto la visione non è altro che una relazione che si sviluppa tra un soggetto che vede ed un oggetto che viene visto, entrambi situati in un ambiente percepito e ricostruito visivamente: non c’è nulla di oggettivo nella visione. Percezione visiva quindi come processo interattivo basato sul fatto che noi interagiamo costantemente con l’ambiente circostante (lo percepiamo, lo ripensiamo, lo modelliamo, lo costruiamo) proprio attraverso la vista. Quando J.J. Gibson descrive la percezione visiva distingue tra:

  • Immagini percepite;
  • Figure.

Le figure, che sono le rappresentazioni delle nostre percezioni, vengono distinte in due tipologie:

  • Le figure chirografiche (es. disegni, dipinti, decorazioni, sculture);
  • Le figure fotografiche (es. fotografie, film, video).

Fisiologia del sistema visivo

L’occhio è connesso al cervello il quale immagazzina ed elabora le diverse immagini. L’occhio (periferica) è un organo complesso composto da diverse parti. La pupilla è una sorta di condensatore attraverso la quale i raggi luminosi vengono convogliati sul fondo dell’occhio proprio dove vi è la retina che è un tessuto nel quale sono presenti centinaia di migliaia di recettori che reagiscono agli impulsi luminosi e trasformano tali impulsi in impulsi di tipo elettrico.

Successivamente questi impulsi vengono convogliati nel nervo ottico prima di raggiungere il cervello ed in particolare la corteccia che presiede all’immagazzinamento e all’elaborazione delle immagini. Per rimanere in ambito fotografico/cinematografico possiamo dire che la camera obscura funziona allo stesso modo dell’occhio in quanto essa è una scatola che cattura le onde luminose per poi proiettarle rovesciate sul fondo della scatola stessa. Noi quando vediamo percepiamo soltanto alcune frequenze d’onda ma ci sono alcuni animali come ad esempio i gatti o i serpenti che possono percepire gli ultravioletti e gli infrarossi e quindi possono vedere una porzione dello spettro più ampia rispetto alla nostra. La percezione visiva è selettiva ed i nostri percettori reagiscono solamente a tre colori fondamentali, il rosso, il blu ed il verde; rimescolando questi tre colori possiamo però ottenere uno spettro molto più ampio.

La percezione del colore è influenzata fortemente dalla cultura di appartenenza.

La spedizione allo Stretto di Torres nel 1898

Nel 1898 ci fu la spedizione antropologica allo Stretto di Torres dell’Università di Cambridge organizzata dal biologo Alfred C. Haddon. L’obiettivo non fu solo quello di fotografare e filmare il movimento ma anche di registrare, attraverso particolari rulli, il suono. Tutto questo ci fa capire quanto l’antropologia visiva rientri anche in un ambito che è propriamente quello dell’antropologia dei media. Se la vecchia antropologia si basava quasi solo su testimonianze di missionari e figure di occidentali che conoscevano in qualche modo i popoli studiati, questa spedizione rappresentò la prima grande ricerca sul campo effettuata direttamente dagli studiosi. Durante tale spedizione c’è stato il primo tentativo di applicare alla ricerca etnologica la ripresa cinematografica, con l’obiettivo di registrare elementi sociali e culturali come ad esempio riti e cerimonie religiose. Inoltre, c’è stata anche una attenta ricerca sulla percezione del colore. Che metodo è stato utilizzato? Partendo dallo studio della terminologia base dei colori utilizzata dagli Hanunòo, i ricercatori hanno inaugurato una tradizione di studi che si svilupperà poi durante tutto il corso del ‘900. Si notò che gli Hanunòo utilizzavano soltanto quattro termini: scuro, chiaro, secco, fresco.

Studio di B. Berlin e P. Kay del 1969

Tra il 1967 e il 1968, B. Berlin e P. Kay effettuarono una ricerca per verificare se la visione debba essere considerata un fenomeno culturale o se essa sia regolata da caratteristiche universali, esaminando i cosiddetti basic color terms in venti lingue. Essi riscontrarono la presenza di tre regole universali:

  • Nonostante la dimostrata capacità degli esseri umani di discriminare migliaia di colori, le lingue naturali presentano una terminologia dei colori che comprende da un minimo di due termini a un massimo di undici;
  • Tali sistemi terminologici si presentano secondo un ordine cumulativo regolare, ovvero possono essere disposti in una sequenza evolutiva;
  • I referenti empirici dei termini di base sullo spettro cromatico sono molto simili in tutte le società considerate.

La prospettiva di Berlin e Kay si oppone agli approcci relativistici che sottolineano l’influenza della cultura sulla percezione visiva, proponendo una tesi universalistica che considera la percezione un fenomeno fondamentalmente innato. La soluzione della controversia viene delineata da M. Sahlins in un articolo del 1976, il quale tenta di far incontrare prospettive relativistiche e prospettive universalistiche. L’autore riconosce l’universalità delle regole definite da Berlin e Kay e riprendendo Saussure suggerisce che le terminologie di colore funzionano opponendo sistematicamente termini pertinenti. Sahlins afferma che l’occhio che vede è sempre un organo della tradizione, il che significa che gli stimoli visivi naturali vengono costantemente selezionati e interpretati alla luce di una semantica culturale che attribuisce a ciascun colore un significato e un posto specifici all’interno del sistema simbolico.

La psicologia della Gestalt, nata agli inizi del XX secolo in Germania, sostiene che esiste una grammatica del vedere e che vi sono delle regole mentali universali (“Grammatica del vedere”) che sono psicologiche e presiedono al vedere.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia visuale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Pennacini Cecilia.
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