Antropologia visiva
Una definizione
L'antropologia visiva è un ambito antropologico nato molto presto. Fin dalle origini la fotografia, e poi il cinema, vengono usati a supporto della ricerca. All'inizio non vi sono ancora riflessioni teoriche su cosa ciò comporti, bisogna attendere fino agli anni Trenta per la nascita della riflessione teorica.
Periodizzazione dell'uso degli strumenti audiovisivi
Possiamo tracciare una periodizzazione seguendo il percorso dell'uso degli strumenti audiovisivi:
- Fase dell'uso inconsapevole: dalle origini agli anni '30, le fotografie accompagnano le monografie etnografiche (ad es. Malinovskj) e i filmati sono usati come supporti documentari.
- Sviluppo di una teoria esplicita sul visivo: cui si arriva con l'uso più consapevole di questi strumenti; in particolare Gregory Bateson e Margaret Mead sperimentano un metodo visivo nelle proprie ricerche e pubblicano dei saggi → riflessione anni '70.
- Considerazione del visivo come un campo di studi: non solo come metodo; nel mondo accademico anglosassone si diffonde l'uso esplicito dell'espressione "antropologia visiva", a partire dalla pubblicazione di atti di un convegno dell'American Anthropology Association Conference: "Principles of Visual Anthropology" 1973, a cura di Paul Hockings → si sviluppano insegnamenti accademici nel mondo anglosassone e poi francese.
- Fase di ripensamento: dalla pubblicazione di "Rethinking Visual Anthropology" a cura di Marcus Banks e Howard Morphy; si considera come le culture usino la rappresentazione visiva, aspetto importante dell'espressione culturale → l'antropologia visiva diventa lo studio delle culture visive: dalla simbologia del corpo, abbigliamento, forme e pratiche del movimento, modifica del corpo, forme impresse nello spazio per renderlo culturalmente rilevante → si allarga molto il campo di intervento dell'antropologia visiva, varia anche da cultura a cultura.
Che cos'è una cultura visiva?
C. Geertz (1973) definisce la cultura come un concetto semiotico, centrato sullo studio dei segni e dei simboli; l'uomo si trova tra ragnatele di significati:
- Cultura = ragnatela
- Analisi della cultura = scienza in cerca dei significati, che non è il metodo scientifico ma quello dell'interpretazione.
La cultura è fatta di segni, simboli, ragnatele di significati, moltissimi dei quali sono visibili. Ad esempio i tatuaggi nella simbologia degli Yoruba della Nigeria. R. F. Thompson: Gli Yoruba definiscono la cultura ILAJU, "un volto segnato da linee", cioè consiste nelle linee introdotte sul corpo come quelle tracciate con l'aratro per trasformare i campi in terra coltivabile che modificano la natura.
Cultura = trasformazione della natura
Poiché il mondo è culturalmente ridefinito attraverso la dimensione visiva, dobbiamo trovare un sistema di rappresentazione per documentare questa dimensione. La visione riguarda anche la fisiologia e la psicologia, oltre che l'antropologia, perché è anche un fenomeno culturale, quindi può variare.
Come si realizza la visione?
Il processo visivo mette in gioco molti aspetti della nostra specie, è simile a quello di altre specie ma diverso. Si fonda sull'occhio, la periferica con cui catturiamo le onde luminose che provengono dal mondo esterno. Ogni oggetto emette delle onde elettromagnetiche grazie alla luce che lo investe, queste vengono catturate dalla pupilla attraverso il cristallino, spedite nella fovea sulla retina dove appaiono rovesciate. A quel punto, dei recettori inviano impulsi elettrici che stimolano l'area del cervello deputata alla percezione visiva, nella regione occipitale della corteccia, l'immagine verrà allora ribaltata. Un approccio che è al tempo stesso sincronico e diacronico nei confronti delle immagini ci permette di dare significato alle forme.
L'occhio umano percepisce una porzione ristretta della gamma delle frequenze elettromagnetiche, ci sono animali che ne percepiscono di più. In particolare, i recettori sulla retina reagiscono ai 3 colori fondamentali: verde, rosso, blu (combinando i quali si vedono le varie sfumature).
La spedizione allo stretto di Torres
La spedizione allo stretto di Torres (1898) è la prima vera e propria spedizione sul campo, tra Australia e Nuova Guinea. Durante questo viaggio Riders decide di dedicarsi allo studio della percezione del colore, affrontando questo tema con gli abitanti delle isole Murray, introduce questo metodo: lo studio della terminologia relativa ai colori.
Le culture suddividono il continuum dello spettro in elementi discreti, per l'appunto i vari colori. Riders si rende conto che la terminologia è limitata in tal modo: gli abitanti delle Murray possiedono molti più termini per il blu rispetto ad altri colori, le assenze indicano difficoltà percettive infatti essi sono navigatori e pescatori.
La percezione dipende dall'adattamento all'ambiente in cui viviamo e dalle attività che vi svolgiamo. Gli eschimesi, ad esempio, possiedono ben sette termini per il bianco, il che significa che riconoscono ben sette gradazioni diverse di questo colore.
Harold C. Conklin studiando gli Hanunoo capì che essi utilizzavano per i 4 colori base i termini scuro, chiaro, fresco e secco. Questi corrispondevano ai colori percepiti nel lavoro: scuro-fresco come la carne (cacciatori), chiaro come il blu (tessitura delle donne). La percezione dei colori è dunque relativa.
L'indagine statistica di Berlin e Kay (Basic Color Terms) a livello mondiale sulla terminologia dei colori base di diverse società, porta a dedurre che esistano alcune regole universali. Le serie vanno da un minimo di 2 colori a un massimo di 11, a seconda delle società. I due studiosi ritengono che esista un meccanismo universale per la creazione di serie di colori, con differenze risultanti dalla storia delle varie società.
L'occhio vede cosa è stato abituato a vedere nel corso di secoli di storia. Vediamo cosa la cultura ci insegna a vedere. La visione ha delle regole universali e anche degli automatismi. Questa grammatica funziona autonomamente dal pensiero e dalla comprensione, ci domina. Tuttavia, le percezioni non sono universali, la percezione dipende da un'abitudine per cui il nostro occhio reagisce automaticamente. Ad esempio, i bambini piccoli non percepiscono la prospettiva tridimensionale di un disegno perché è un'abitudine culturale che si acquista con l'apprendimento.
Influenza della cultura nella percezione visiva
Esempio immagine famiglia in un interno con una finestra/famiglia seduta sotto un albero, una signora ha una scatola sulla testa. La nostra percezione visiva è culturalmente influenzata dagli ambienti in cui viviamo. Mente e ragionamento sono modellate dalle linee in cui viviamo. In alcuni ambienti prevalgono linee dritte (ferro e legno) in altri linee tonde (capanne africane), così l'occhio si abitua a forme che portano in questa dimensione.
Viene prima la visione o la cognizione? Lo psicologo James Gibson nel 1986 pubblica uno studio: un approccio ecologico alla percezione visiva. Afferma che le due componenti lavorano in un sistema interattivo: noi non vediamo solamente con gli occhi, la percezione dell'ambiente è legata alla nostra sopravvivenza e plasma l'organizzazione mentale e culturale. La visione non è un fenomeno oggettivo, ma relazionale e interattivo, poiché modifichiamo visivamente l'ambiente sulla base dei nostri modelli visivi che poi ancora percepiamo; il sistema appare plastico, non chiuso.
Esercizio: visione di Cannibal Tours (1987), di Dennis O'Rourke, cineasta australiano che ha vissuto molti anni in Papua.
La fotografia antropologica - Lo statuto epistemologico dell'immagine
Nel mondo occidentale, oculocentrico, la vista ha una priorità importante. La percezione visiva può essere rappresentata in diverse modalità, tra cui la fotografia; ma questa di per sé non cattura la realtà così come è.
Charles Sanders Pierce: immagini = segni visivi → in quanto segni devono essere interpretate. L'icona assomiglia al referente che vuole descrivere, mentre l'indice intrattiene con l'oggetto un rapporto di contiguità spaziale (in questa categoria rientrano le immagini e le fotografie).
Gibson: per trasmettere le immagini al futuro dobbiamo creare delle rappresentazioni; esistono due tipi di figure:
- Chirografiche (create con le mani)
- Fotografiche (create con la luce)
La tecnica fotografica si basa su due procedimenti:
- La camera oscura (utilizzata sin da Rinascimento, i pittori la usavano per catturare un'immagine e proiettarla rovesciata)
- I reagenti chimici per fissare l'immagine su un supporto (nell'Ottocento era di vetro e si usavano altri reagenti rispetto ad oggi)
L'immagine però non è oggettiva, bensì un elemento intersoggettivo. L'immagine è un testo con un sistema di significazione che consente di fare delle scelte. Nell'epoca del positivismo c'era una sorta di eclettismo, per cui le scienze umane nascenti si scambiavano punti di vista. Quando adottano un metodo scientifico la fotografia viene molto utilizzata. Anche Darwin la usò in The expression of emotion in Man and Animals (1872). Quest'opera studiava le espressioni del volto comparandole tra umani e primati utilizzando la fotografia. All'inizio Darwin acquistò delle cartoline già pronte, poi decise di far realizzare delle foto da un professionista (realizzate in un teatro di posa). Ad esempio, per ritrarre il terrore venne... [manca il testo finale]