I pronomi allocutivi
I pronomi allocutivi sono forme di pronomi personali, atoni e tonici usati per rivolgersi a un destinatario, per interloquire con lui e per richiamare la sua attenzione. Sul piano morfologico, in italiano si tratta di pronomi di persona diversa:
- Di seconda persona: sing. tu, ti; pl. voi, vi;
- Di terza persona: sing. Lei, Le; pl. Loro;
- Raramente di prima plurale, nel cosiddetto noi inclusivo.
La dipendenza dei pronomi allocutivi dal contesto della comunicazione li qualifica come elementi deittici, cioè forme che trovano il loro referente nel contesto. Nell'italiano contemporaneo la scelta del pronome allocutivo è determinata dal contesto (formale o informale) in cui si realizza il dialogo e dal tipo di relazione esistente tra parlante e ascoltatore. Se i due interlocutori sono su un piano di parità comunicativa si ha un rapporto simmetrico, di conseguenza si ha l'uso dello stesso sistema allocutivo; se invece uno dei due è in posizione di maggior potere comunicativo si ha un rapporto asimmetrico, cioè ad esempio l'uso di tu da parte del superiore e di Lei da parte dell'inferiore.
La relazione simmetrica può realizzarsi sia al livello della confidenza con il tu reciproco, sia al livello della distanza con il Lei reciproco, che caratterizza un incontro tra estranei o il rapporto tra persone che, pur conoscendosi, hanno ruolo sociale diverso. La relazione asimmetrica esclude il parametro della confidenza. Va sottolineato che per passare da un pronome allocutivo a un altro meno formale (l'operazione nota come «passare al tu»), le buone maniere vigenti in Italia vogliono che la proposta sia fatta dalla persona superiore (dalla più anziana, la più elevata per grado o funzione o, nel caso di interazione tra generi diversi, dalla donna, ma solo in condizioni di parità sociale).
Raro invece è l'uso di Loro per rivolgersi a più persone, tipicamente in una relazione asimmetrica o in contesti molto formali: l'uso di Loro e Lorsignori, come forme allocutive plurali (quest'ultimo in particolare considerato forma antiquata, oggi quasi solo con valore ironico). Va ricordato infine che nell'italiano contemporaneo, che ha subito un processo vistoso di perdita della formalità nelle relazioni tra le persone, è generalizzato l'uso del tu anche tra interlocutori che dovrebbero avere relazioni formali (commesso e cliente, venditore e cliente, medico e paziente).
Nel Settecento, ad esempio, l'uso di lei venne ritenuto effetto di influenza straniera (in quanto la sua diffusione era avvenuta nel Seicento, momento di massima diffusione e prestigio della lingua e cultura spagnola in Italia) e quindi attaccato da Pietro Verri. Nel XX secolo l'attacco più noto e veemente fu quello del regime fascista che nel 1938 decise di abolirlo. La Rivoluzione fascista si è proposta di riportare lo spirito della razza alle sue antiche origini, liberandolo da ogni inquinamento. Ebbene: si compia anche questa purificazione; si torni anche in questo all'uso di Roma, al 'tu' espressione dell'universale romano e cristiano.
Nel Novecento la situazione varia, secondo che si abbia a che fare con l'italiano standard (totale abbandono del voi) o con i dialetti (dove il voi rimane forma di rispetto, Lei segnale di formalità e distacco). Voi è anche una variabile generazionale in quanto più diffuso tra gli anziani. Dal punto di vista geografico, l'uso degli allocutivi è molto variegato. Nell'italiano popolare di un'ampia area dell'Italia centrale si usa quasi soltanto il tu. A un livello più elevato, si conserva l'antico uso del voi, forma di cortesia (per rispetto o distanza), particolarmente radicata nelle regioni meridionali, nei contesti familiari e tra i parenti più anziani.
Tipi di italiano e variabilità della lingua
Varietà della lingua italiana
Esistono diversi tipi di italiano, che vengono chiamati varietà: accademico-scientifica, formale-aulico, standard, popolare, colloquiale, gergale. La lingua standard è la lingua adottata come modello per l'insegnamento scolastico ed è ritenuta dai parlanti di una comunità la lingua corretta. La sociolinguistica si occupa di studiare le variazioni di una lingua, dunque come una lingua si comporta nella realtà concreta e nell'uso che ne fanno i parlanti.
Una variante è un elemento linguistico che varia da una varietà all'altra, le varianti possono essere sia lessicali che sintattiche, quando non riguardano una parola ma la funzione sintattica. La variabile è il fattore extralinguistico che determina la variazione della lingua, come il contesto comunicativo, i parlanti, il canale, lo spazio, il tempo. Le variabili danno vita alle variazioni, che sono diastratica, diamesica, diatopica, diacronica, diafasica (dia- viene dal greco e significa “attraverso”).
Varietà diamesica
La varietà diamesica è legata al canale di comunicazione, che può essere scritto o parlato. La differenza sta nella modalità e nel tempo di produzione e di comprensione dell'enunciato. Nella varietà scritta c'è la possibilità di rileggere e correggere quanto scritto e un maggior tempo a disposizione per elaborare, dunque troviamo una maggiore complessità sintattica e morfologica, più precisione semantica.
Vi è un altro tipo di comunicazione diamesica, quella delle tecnologie e in particolare del computer. Con il computer è possibile la partecipazione sincrona al momento dell'enunciazione tra mittente e destinatario, con messaggi brevi non complessi a volte sospesi, molte abbreviazioni, più errori ortografici e refusi. Vengono trasferiti nello scritto modi d'uso simili al parlato (emozioni, enfasi, pause) tramite una serie di tratti paralinguistici (maiuscole, punteggiatura, emoticons).
Nella varietà del parlato troviamo invece molte ripetizioni e anafore, abbondanza di deittici (questo, ora), che rimandano alla situazione comunicativa condivisa dai due interlocutori, utilizzo della cinesica, cioè canali non verbali, movimenti che accompagnano la comunicazione. Vi è una differenza tra parlato letto e parlato recitato. Nel recitato il messaggio è comunicato in modo orale ma prodotto con modalità scritta, come nelle radio o spesso in televisione.
Varietà diacronica e diafasica
La varietà diacronica considera il mutamento nel corso del tempo, sincronica senza far ricorso alla variabile tempo. Nel tempo sono avvenuti processi di grammaticalizzazione, cioè un passaggio dal lessico alla grammatica (lenta mente – lentamente) o di lessicalizzazione, cioè un passaggio dalla grammatica al lessico (tirami su – tiramisù). Il mutamento semantico può seguire diverse direzioni: allargamento del significato di un lessema (generalizzazione semantica) o restringimento del significato di un lessema (specializzazione semantica) – capo. L'analogia è il processo di creazione di nuove forme, applicando una regola morfologica sul modello di forme esistenti e più frequenti. La parentimologia è la risemantizzazione di una parola per renderla più trasparente accostandola a una parola più nota. La tabuizzazione è l'utilizzo di una parola gradita e più trasparente al posto di una sgradita, di un tabù. L'assimilazione è un processo che si verifica quando un segmento fonologico modifica quello precedente (assimilazione regressiva, in raggiungibile – irraggiungibile) o quello successivo (assimilazione progressiva, quando – quann'). La dissimilazione è un processo che si verifica quando un segmento fonologico si modifica per differenziarsi dal suo contesto fonologico.
La varietà diafasica è legata al contesto comunicativo (situazione, interlocutori, scopo della comunicazione, argomento). Nella varietà accademico scientifica, in cui un esperto nel settore tratta di argomenti professionali, vi è una sintassi complessa, una maggiore prevalenza per l'ipotassi, nomi deverbali piuttosto che verbi. In un testo scientifico l'attenzione è posta sul processo e sul risultato, quindi si valorizza l'oggetto della ricerca mettendo in secondo piano il soggetto, con l'utilizzo di forme verbali impersonali, forme passive, nominalizzazioni. Il lessico è specifico e ha un solo significato (al comune raffreddore si preferisce un più specifico tracheite, faringite laringite).
Varietà diastratica e diatopica
La varietà diastratica è legata a fattori di tipo sociale come lo status socio-economico-culturale del parlante o dati demografici (sesso, età). L'italiano colto è parlato dal ceto intellettuale, l'italiano semi-colto dalle persone medie, l'italiano popolare da chi manca di adeguata istruzione. La varietà giovanile è un tipo di italiano particolare perché presenta spesso neoformazioni lessicali che possono più o meno restare utilizzate o cadono in disuso (prestiti da lingue straniere, prestiti da dialetti, prestiti da altre varietà dell'italiano). Un'innovazione lessicale recente è il termine 'petaloso'. Molto più rare nella varietà giovanile sono le innovazioni morfologiche autonome, come in francese in cui alcune parole vengono formate tramite l'inversione della struttura sillabica delle parole. Vi è una preferenza per termini informali piuttosto che formali come ciao al posto di buongiorno, l'utilizzo del pronome allocutivo tu piuttosto che lei. Vi è una scarsa pianificazione del discorso, con ripetizioni e la preferenza per la paratassi. La varietà di genere non è legata a fattori fisiologici, ma dalla definizione sociale assegnata ai ruoli di uomini e di donne: gli uomini hanno la preferenza ad usare maggiormente il dialetto, le donne usano più elementi connotativi (diminutivi, vezzeggiativi) e più forme come vorrei, mi piacerebbe.
La varietà diatopica è legata alla posizione geografica dei parlanti. I geosinonimi sono termini con diverso significante e lo stesso significato, ovvero termini differenti usati in diverse regioni per designare lo stesso oggetto o concetto (ho e tengo); i regionalismi semantici sono termini con diverso significato e lo stesso significante, ovvero quando un termine assume in una regione significati particolari (villa).
Il repertorio linguistico
Repertorio linguistico comunitario
Il repertorio linguistico comunitario è il ventaglio di lingue, dialetti, varietà linguistiche conosciute da una comunità di parlanti. Il repertorio linguistico della comunità italiana è: l'italiano standard e le sue varietà, i dialetti, le lingue alloglotte storiche (tedesco, francese, catalano), lingue alloglotte di recente immigrazione (arabo, cinese, albanese).
Repertorio linguistico individuale
Il repertorio linguistico individuale è l'insieme delle lingue, dei dialetti e delle varietà conosciute da un singolo parlante. La competenza sociopragmatica è la capacità di un parlante di selezionare la lingua o la varietà di lingua adeguata al contesto comunicativo in cui è coinvolto.
I dialetti italiani non rappresentano varietà locali della lingua italiana, né sue deformazioni o semplificazioni, ma sono esiti autonomi dell'evoluzione del latino, sono sorelle all'italiano. Nel Medioevo, infatti, c'erano in Italia diversi volgari romanzi derivati dal latino, fra i quali uno, il fiorentino, per varie ragioni culturali e politiche acquisì particolare prestigio e nel Cinquecento fu codificato come italiano standard, relegando gli altri volgari a dialetti. Le differenze tra l'italiano e il dialetto sono la diffusione geografica e gli ambiti d'uso, dunque l'uno ha una maggiore elaborazione rispetto all'altro. La varietà regionale di italiano è l'esito del contatto linguistico tra l'italiano e il dialetto locale. Le varietà sono lingue interne all'architettura dell'italiano, i dialetti sono lingue autonome, esterne all'architettura dell'italiano.
Concetti di bilinguismo e diglossia
Il bilinguismo è la compresenza di due lingue non differenziate funzionalmente (entrambe possono essere utilizzate in ogni contesto comunicativo) come l'italiano e il tedesco in Alto Adige. La diglossia (parola di origine greca che significa “duplicità di lingua”) è la compresenza di due lingue, differenziate funzionalmente (una lingua è adoperata solo in contesti informali e nel parlato, l'altra solo in contesti formali e nello scritto) come il latino e il volgare nel Medioevo. La dilalia (parola di origine greca che significa “duplicità conversazionale”) è la compresenza di due lingue, differenziate funzionalmente (una lingua è adoperata in ogni contesto, parlato e scritto l'altra solo in contesti informali e nel parlato) come l'italiano e il dialetto.
Classificazione delle lingue
Lingue parlate nel mondo
Le lingue parlate nel mondo sono circa 7000. Quelle con più di un miliardo di parlanti sono il cinese e l'inglese, le lingue estinte sono il latino e il greco antico. Esistono diverse classificazioni delle lingue con differenti parametri. La classificazione su parametri extralinguistici comprende quella demografica e geografica. La classificazione demografica avviene a seconda del numero dei parlanti. Sono state individuate dieci fasce: più di un miliardo di parlanti (inglese), più di cento milioni di parlanti (spagnolo), più di dieci milioni di parlanti (italiano), fino alle lingue estinte.
La classificazione demografica è problematica a causa della molteplicità e varietà dell'oggetto osservato: non si è certi su come classificare i dialetti, vi sono lingue distinte a livello politico ma non a livello strutturale, se contare i parlanti sia nativi che non nativi, ci sono parlanti di una lingua che non sono cittadini di quella nazione. L'Italia è un caso esemplare per questi problemi (se i dialetti vengono calcolati come lingue a sé, arriviamo a quasi una trentina di lingue indigene parlate in Italia). La classificazione geografica è basata sulla distribuzione geografica delle lingue (Lingue d'Europa, lingue d'Africa).
Ma questi criteri extralinguistici non sono del tutto adeguati a classificare realmente le lingue, si ricorre quindi a classificazioni su parametri linguistici, basati cioè sulle proprietà che le varie lingue manifestano. Abbiamo una classificazione genealogica (sulla condivisione di una lingua originaria) e una classificazione tipologica (sulla condivisione di strutture e regole linguistiche). Per la classificazione genealogica avviene una comparazione del lessico fondamentale: se per due termini si trova lo stesso significante allora vorrà dire che questo rimanda a una forma originaria condivisa e che quindi le lingue hanno un antenato comune.
Secondo questi criteri le lingue vengono divise in famiglie (circa diciotto): la famiglia indoeuropea (tedesco, spagnolo, francese italiano), la famiglia ugrofinnica (finnico, estone), la famiglia nigerkordofaniana (swahili), la lingua isolata del basco. La famiglia indoeuropea è divisa in tre rami: lingue romanze, lingue germaniche, lingue slave. A queste andrebbero aggiunte alcune decine di lingue pidgin e creole, che sono il frutto del contatto linguistico fra lingue per lo più non imparentate fra loro: la lingua pidgin è una lingua di contatto senza parlanti nativi, il creolo è l'evoluzione del pidgin una lingua di una comunità di parlanti nativi.
Classificazione tipologica
La classificazione tipologica analizza le analogie e differenze strutturali delle lingue. Tale classificazione parte dal presupposto che le lingue sono tutte diverse tra di loro ma hanno principi linguistici universali: tutte le lingue hanno vocali e consonanti, hanno parole, sintagmi e frasi, hanno una costruzione negativa.
Abbiamo tratti morfologici (nella struttura delle parole) e tratti sintattici (nell'ordine delle parole), dunque abbiamo due classificazioni tipologiche, una morfologica l'altra sintattica. La classificazione tipologica morfologica distingue tra lingue isolanti, lingue agglutinanti, lingue flessive e lingue incorporanti, che possono essere analitiche o sintetiche. Le lingue analitiche, come il cinese, hanno un basso indice di sintesi (rapporto morfemi:parole), le lingue sintetiche, come l'italiano, un alto indice di sintesi.
Nelle lingue isolanti una parola corrisponde a un morfema, le informazioni grammaticali non sono codificate all'interno della parola ma utilizzando risorse lessicali o sintattiche, frequenti parole monomorfematiche e monosillabiche, un basso indice di sintesi. Tra le lingue isolanti troviamo il cinese. Nelle lingue agglutinanti una parola corrisponde a molti morfemi. Le informazioni grammaticali sono codificate all'interno della parola da morfemi che possono veicolare solo un'informazione, hanno un alto indice di sintesi. Le lingue agglutinanti sono il turco, basco, giapponese.
Nelle lingue flessive una parola corrisponde a molti morfemi. Le informazioni grammaticali sono codificate all'interno della parola da affissi che possono esprimere più di un'informazione. Sono caratterizzate da catene di morfemi meno lunghi rispetto alle lingue agglutinanti e hanno un medio indice di sintesi. Le lingue flessive sono quelle della famiglia indoeuropea, come l'italiano, l'inglese, il francese. Le lingue flessive sono chiamate anche fusive in quanto presentano morfemi che codificano più valori grammaticali fondendoli. Un sottogruppo è costituito dalle lingue introflessive, in cui la flessione interna non è un'eccezione ma una regola grammaticale, come nell'arabo. Nelle lingue incorporanti o polisintetiche una parola corrisponde a moltissimi morfemi.
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