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ANTROPOLOGIA E VIOLENZA DI MASSA

L’antropologia culturale dell’800 ha sempre mantenuto le distanze con questo problema e così anche nel

900

Evans-Pritchard scrisse nel 1940 “i Nuer del Sudan” e analizzandolo, è possibile notare che, nonostante

violenze e insurrezioni militari durante il suo periodo di indagini sul campo, egli non argomentò nessuno di

questi conflitti, come se non avessero nessuna influenza sulla cultura e sui nativi. È come se la guerra fosse

un elemento estraneo alla struttura sociale, quasi un fattore di disturbo che occorreva mettere da parte per

poter analizzare antropologicamente la cultura delle popolazioni.

Con gli anni ’60, durante il periodo di decolonizzazione, inizia ad essere presente la tematica della violenza

negli studi antropologici. Un chiaro esempio è il manifesto del pensiero della decolonizzazione “I dannati

della terra”, scritto da Franz Fanon nel 1961.

Perché la violenza sia assunta come oggetto di ricerca, è necessario aspettare fino all’ultimo decennio del

‘900. Questo cambiamento è dato dai mutamenti della sensibilità antropologica e alle caratteristiche che i

conflitti assumono alla fine del 21esimo secolo: “nuove guerre”. Sono conflitti a bassa intensità che spesso

vengono combattuti tra forze governative e ribelli all’interno di un medesimo stato; a volte sono a base

etnica e la loro caratteristica è il coinvolgimento capillare della popolazione civile.

Tutte le società presentano tensioni più o meno forti:

 Tensioni interne: distribuzione delle risorse del potere

 Tensioni verso l’esterno: provocate da particolari circostanze di carattere socioculturale e

ambientale

Affinché un gruppo sociale possa sostenere una guerra occorre che ci sia stabilità nella produzione

agricola ed una elevata densità di popolazione (demografia: maggiore fattore che spinge alla conquista

di nuovi territori)

Dal punto di vista teorico, alla base della guerra è presente una DEUMANIZZAZIONE dell’altro, cioè l’altro

per noi è diverso dal punto di vista biologico, ma anche culturale (vista in modo inferiore). È un processo

universale.

La guerra è un prodotto storico e culturale, non un fattore naturale

 La violenza collettiva sarebbe prima di tutto una struttura culturale le cui radici risiedono nella

mente umana e non nei geni

In che modo le società creano una propensione alla violenza collettiva? Ad esempio attraverso l’istituzione

di premi (nativi americani delle pianure occidentali, compiere scorrerie era un modo per accrescere il

proprio status), un altro modo può fare riferimento è la lotta cosmica tra bene e male (come nei testi

religiosi, attraverso metafore: figli di satana, figli di dio). Le persone fanno uso della retorica religiosa per

giustificare atti di violenza; Osama Bin Laden perseguivano l’istituzione di uno stato islamico, ma allo stesso

tempo protestava contro l’occupazione Israeliana nei territori palestinesi, contro lo stazionamento delle

truppe americane in territorio arabico, per cui possiamo affermare che tutte le grandi religioni infatti,

possiedono i loro militanti violenti.

 La guerra offre la speranza della vittoria e i mezzi per ottenerla. Il momento di trionfo è un grande

momento di trasformazione sociale e personale. Vivere senza queste immagini di guerra è quasi

come vivere senza la speranza stessa

In che modo le società creano un rifiuto del conflitto violento? Una società pacifica attribuisce un valore

positivo al comportamento non aggressivo e alla risoluzione pacifica del conflitto. Società relativamente

pacifiche sono ad esempio i Serrai, in Malesia e gli Inuit del polo nord. Queste società creano un rifiuto della

violenza attraverso la condivisone, la creazione di rapporti di dipendenza e l’impostazione di armonia

Quali sono le differenze sociali tra le società violente e quelle pacifiche? Hobbes sostiene che gli esseri

umani nella loro condizione naturale sono dominati dall’avidità e dalla ricerca del tornaconto personale.

Hobbes riteneva che gli umani avessero una inclinazione naturale alla violenza che può essere controllata

attraverso una forma di autorità centralizzata, infatti quando manca un governo formale le società tendono

ad essere più pacifiche, come i Serrai. Sono società piccole che evitano il conflitto in quanto potrebbero non

sostenerlo.

Quali sono gli effetti della guerra sulle società? Esistono effetti positivi? Secondo alcuni antropologi la

guerra limita la popolazione oppure che influenza la composizione biologica della specie umana attraverso

il processo della selezione naturale. Lewis Richardson ha analizzato le cause ed effetti del conflitto violento

tra il 1821 e il 1945: 282 guerre, morti causate dal conflitto costituirono il 10%. Frank Livingstone sosteneva

che la guerra moderna in apparenza ha avuto effetti trascurabili sull’aumento della popolazione. Nella

seconda guerra mondiale morirono circa 51 milioni di persone (9% della popolazione russa e 5% di quella

tedesca).

Il conflitto violento nelle società piccole può avere un impatto molto superiore; agisce da fattore di

regolazione della crescita di popolazione. C’è una preferenza per i bambini maschi e infanticidio delle

bambine o abbandono delle neonate. L’esistenza del conflitto violento incoraggia una decisa preferenza ad

allevare figli maschi. Limitare il numero di femmine fertili è un sistema di controllo della popolazione molto

più efficace dell’uccisione di maschi adulti. Guerra e violenza favoriscono il sessismo

Il conflitto violento può favorire alcune forme di organizzazione politica. È stato il principale fattore di

trasformazione delle società umane.

Il conflitto violento può essere considerato un mezzo che incentiva la solidarietà di gruppo, infatti, la

solidarietà tra maschi sembra essere potenziata dalla violenza collettiva (altra faccia della solidarietà di

gruppo).

Com’è possibile giustificare la creazione di armi di distruzione di massa? La capacità di nascondere le

conseguenze del conflitto violento può essere una delle ragioni della frequenza stessa.

 Il contesto sociale produce in ciascun membro una specifica visione del mondo che contribisce ad

individuare i pericoli che quel gruppo sociale teme maggiormente.

Carol Cohn ha compiuto una ricerca sulla cultura di un istituto di studi strategici per analisi della difesa che

si occupano di strategie nucleari. Ella si è chiesta com’è possibile che certe persone riescano a svolgere

questo tipo di lavoro; tra le risposte individuate, sostiene che l’utilizzo di un linguaggio tecno-strategico per

prendere le distanze dalla realtà e allontanare le responsabilità (prendere distanze dalla realtà e

allontanarsi dalle responsabilità). Nessun modo di riconoscere o comprendere le altre realtà implica

nell’uso di armi nucleari.

Riepilogo:

 Il conflitto violento in alcune società è giustificato come sistema per acquisire uno status, per

ottenere o difendere una proprietà o come difesa necessaria dell’onore o dell’onestà personale

 Nelle società pacifiche l’uso della violenza viene evitato condividendo le risorse, costruendo relazioni

di dipendenza reciproca tra i vari gruppi, scoraggiando e disapprovando il comportamento

aggressivo e valorizzando i comportamenti collettivi che favoriscono l’armonia tra i gruppi e

all’interno del gruppo stesso

 Vi sono differenze di tipo economico, politico e sociale tra le società pacifiche e quelle violente: nelle

società violente incitata la cooperazione per le risorse ad esempio

 La guerra determina una diminuzione della popolazione, specie nelle piccole società, ma

apparentemente non abbastanza significativa per poter affermare che essa eserciti qualche

controllo sulla crescita demografica o che abbia qualche tipo di impatto sulla specie umana

attraverso la selezione biologica

 Secondo alcuni studiosi nel corso della storia umana la guerra è servita a favorite la centralizzazione

dell’autorità e lo sviluppo si strutture politiche a livello statale

ETNICITÀ E GENOCIDIO

Nel corso dei secoli i gruppi che detenevano il potere hanno utilizzato l’ideologia razziale per giustificare,

spiegare e conservare le proprie posizioni sociali privilegiate dichiarando che le minoranze sono

geneticamente inferiori, ossia inferiori dal punto di vista biologico e immutabili quindi, che si trasmettono

da generazione in generazione.

Questa ideologia difende la stratificazione, inevitabile, permanente e naturale che ha base biologica più

che sociale.

Gli antropologi sanno che la variazione comportamentale tra i gruppi umani contemporanei si basa sulla

cultura e non sulla biologia. Le capacità di evoluzione culturale sono uguali in tutte le popolazioni umane

 All’interno di qualsiasi società stratificata (ossia basata su classi), le differenze rilevate nelle

prestazioni tra gruppi economici, sociali ed etnici riflettono le loro diverse esperienze e opportunità

piuttosto che una struttura genetica specifica

(ad esempio, la concezione che sfortuna e povertà=mancanza di capacità)

Dottrine che ruotano intorno al concetto di superiorità innata: Jensenismo. Teoria elaborata da Jensen, che

sostiene che in media i neri sono ereditariamente incapaci di ottenere risultati di pari livello rispetto ai

bianchi. C’è da considerare che però sono test basati sugli standard educativi di chi elabora questi test

Nazione: stato, ovvero unità politica indipendente con un’organizzazione centralizzata. La combinazione dei

due termini nell’espressione stato-nazione fa riferimento a un’entità politica autonoma

La nazione è un gruppo di persone che ritengono di condividere storia, cultura, lingua e perfino sostanza

fisica (è associata ad un territorio)

Lo stato nazionale è un’unità politica ideale nella quale coincidono identità nazionale e territorio politico

Nazionalità: senso di identificazione co uno stato nazionale e lealtà nei suoi confronti

Nazionalismo: tentativo dei funzionari governativi di istillare nei cittadini di uno stato il senso della

nazionalità

 Guerre e conflitti politici hanno diviso molte nazionalità. Il fenomeno migratorio è un altro motivo

per cui alcuni gruppi etnici su base nazionale oggi vivono separati in stati-nazione diversi. La

migrazione di queste popolazioni disperse che si sono diffuse da un centro comune viene definita

diaspora (come quella africana)

Tra le modalità che permettono una convivenza pacifica, riguarda l’Assimilazione: processo di

cambiamento che un gruppo etnico minoritario può sperimentare quando si trasferisce in un paese in cui

predomina una cultura differente. In questo modello, la minoranza adotta progressivamente i modelli e le

norme della cultura dominante ospitante

Modello del melting pot: abbandono da parte dei gruppi etnici delle proprie tradizioni culturali. Un modello

tipicamente assimilazionista è quello francese che si basa sull’idea di cittadinanza

Multiculturalismo: prospettiva opposta a quella del modello di assimilazione. Infatti questo modello

incoraggia la pratica delle tradizioni etnico-culturali. Una società multiculturale integra gli individui in seno

ad una cultura etnica, come gli Stati Uniti. Il multiculturalismo riflette i recenti flussi migratori su vasta

scala, in particolare da chi proviene dai paesi poco sviluppati. Questi fenomeni migratori permettono di

ampliare il mercato culturale, grazie anche alla globalizzazione.

Questo fenomeno è strettamente legato al concetto di etnicità, ovvero la percezione di somiglianze e

differenze nell’ambito di una società o di una nazione. Questa etnicità può esprimersi in multiculturalismo

pacifico o discriminazioni e violente lotte interetniche portando problematiche sui fattori sociali.

Le radici della differenziazione etnica possono ess

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elisaellischiaravalli167 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bonato Laura.
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