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Il tragico nel teatro greco

L’idea di tragico è inseparabile dalla condizione dell’essere umano, quindi è qualcosa di naturale, come per l’uomo piangere. Il concetto di tragico ha origine nel V secolo nella tradizione greca in cui il teatro era considerato esperienza religiosa, cerimoniale, politica, attivo nella società e nella vita quotidiana cittadina. La tragedia è quindi la forma con la quale viene espresso il senso tragico. Due modelli che rispecchiano il senso del tragico nella vita umana sono l’Orestea di Eschilo, del 458 a.C. (Agamennone, Coefore, Eumenedi), l’Edipo re, del 425 a.C., l’Antigone di Sofocle, del 442 a.C.

Il concetto di limite nella tragedia

Nella prima trilogia troviamo il concetto del limite, ananke, imposto dal divino sull’essere umano e sul cosmo. Limite: è la finitezza dell’uomo, è il limite biologico che si esprime con la morte, è il limite morale cioè la violenza, il limite nello stabilire relazioni con gli altri o con il cosmo. Questo concetto derivante dalla tragedia antica greca si riscopre poi nel corso del Novecento con le nuove ideologie, guerre, stermini di massa, genocidi ecc.

Nella cultura del Novecento il limite si modifica, si sposta dall’esterno all’interno dell’individuo (Spettri di Ibsen e Il lutto di addice ad Elettra di O’Neill), il limite come sacrificio (L’annuncio a Maria di Claudel), il limite nella società e nelle classi sociali (Madre Courage e i suoi figli), il limite come sopravvivenza umana (Rwanda ’94) e infine il limite come assoluto (Finale di partita di Beckett).

Elementi e concetti della tragedia greca

Concetto di necessità ethos e ghenos, cioè il destino, catena di avvenimenti che si trascinano, come per Edipo. Altro concetto è il superamento del limite imposto dal divino, cioè l’hybris. Altro aspetto è la catarsi, meccanismo di liberazione, scaricare le emozioni del pubblico che assiste alla tragedia, concetto che troviamo anche nella Poetica di Aristotele. La catarsi crea apprendimento intellettuale e dall’altra parte equilibrio emotivo.

Il coro per la tragedia greca è un elemento importante, ha il compito centrale nello spettacolo, è un mediatore tra pubblico e dramma, composto da 12 o 15 coreuti mascherati che entrano a passo di danza e interviene durante la tragedia attraverso il ritmo del canto e della danza che corrispondono alle emozioni del dramma.

Hybris e Spettri di Ibsen

Nel moderno abbiamo un riflesso del tragico antico che si declina diversamente. Nell’antico il limite era una condizione oggettiva: lo Stato, la famiglia, il destino. La colpa è ereditaria e il destino immutabile. Nel moderno il limite è soggettivo, assoluta libertà dell’uomo per le sue colpe, concetti di paura, isolamento, angoscia. Quest’ultimo punto è ripreso dalla filosofia di Kierkegaard, in cui la sensazione non è paura definita, ma un disagio indefinibile. Angoscia è ripetuta più volte a fine opera per esprimere meglio la istituzione ossessiva dei personaggi.

Nuovi concetti costruiti sulla base della tragedia antica: limite, trasgressione, necessità, errore, rovesciamento di fortuna, riconoscimento della verità, paura, trascritti in chiave moderna. Nuova componente è il protestantesimo luterano che pesa sulla vita dei personaggi. Il personaggio chiave è il defunto.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

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