Gli studi di carattere antropologico si possono dividere in due step: il primo riguarda la pre-DNA era
e il secondo la post-DNA era. Nella prima non si conosceva la struttura del DNA e quindi si
studiavano principalmente le proteine e si sviluppavano delle tecniche immunologiche (confrontando
la reazione del sangue di diverse specie con numerosi antisieri: specie strettamente imparentate
reagiscono in modo simile allo stesso antisiero) per studiare i rapporti filogenetici tra i primati e la
nostra specie, e la prima scoperta che fu fatta fu che lo scimpanzé è molto più simile alla nostra specie
che al gorilla. L’antropologia risale ai primi anni sessanta, per cui non si studiò da subito il DNA dato
che la sua struttura era stata scoperta solo dieci anni prima, nel 1953, da Watson e Crick.
Nell’era post-DNA era, con lo sviluppo di nuove tecnologie legate soprattutto alla affermazione di
nuove tecniche di biologia molecolare (PCR, Sequenziamento automatico, MicroArray,
Sequenziamento NGS), si assiste ad un notevole incremento dei lavori che indagano direttamente le
sequenze nucleotidiche del DNA, indagini che permettono di chiarire numerosi aspetti filogenetici,
evoluzionistici e popolazionistici. Intorno al 1995 si iniziano a sviluppare i primi studi su DNA
recuperato da individui non moderni, ma antichi, per cui mettere in relazione individui del passato
dal punto di vista genetico ci permette di avere maggiori informazioni anche dal punto di vista
morfologico. Nella seconda metà degli anni 80 vengono pubblicati i primi studi sul DNA antico,
eseguiti su reperti fossili.
Il termine genoma umano designa l’insieme di tutte le molecole di DNA che sono presenti in ogni
cellula del corpo umano eccettuato gli eritrociti. Il genoma umano è suddiviso in DNA nucleare e
mitocondriale, che rappresenta un elemento molto importante per gli studi antropologici. Il DNA
contiene, all’interno dei geni, tutte le informazioni necessarie per lo sviluppo di un organismo. La
cosa sorprendente è che i geni costituiscono solo il 3% del DNA totale (circa 20.000). Il resto non è
e nella promozione dell’espressione
codificante ma svolge un ruolo funzionale nella regolazione
genica o un ruolo strutturale nell’integrità dei cromosomi durante la divisione nucleare.
Il cariotipo umano è formato da 46 cromosomi (23 coppie di omologhi), di cui due sono sessuali. Nel
maschio il cariotipo sessuale è XY, nella femmina XX.
l’intera sequenza del genoma umano, grazie al progetto
Nel 2001 fu pubblicato su Nature e Science
genoma umano, e oggi le sequenze del genoma umano sono liberamente fruibili sulle banche dati. La
cosa sorprendente è che i geni risultano essere in numero decisamente inferiore a quanto stimato,
intorno ai 23.224. Appena il triplo della drosofila circa il doppio di quelli di un anellide
Caenorhabditis.
Adesso la sequenza di riferimento quando si studia il genoma umano è la H20, cioè la ventesima
sequenza prodotta da Homo Sapiens.
Il genoma umano è composto da circa tre miliardi di nucleotidi in forma diploide, per cui leggere
tutte queste informazioni rendono necessari dei supporti bioinformatici per gestire questi dati molto
complessi.
Le regioni di DNA extragenico sono importanti perché le mutazioni in queste regioni sono in funzione
del tempo e del caso, per cui ci permettono di fare analisi popolazionistiche senza che ci siano
influenze selezionistiche, dato che le mutazioni in queste zone non hanno effetti fenotipici. Mentre le
regioni codificanti permettono di definire le caratteristiche morfologiche e fenotipiche.
La parte di genoma umano fatta di geni e di regioni correlate a geni rappresenta il 30% del totale, di
cui il 27% è dato da materiale correlato ai geni, cioè introni, promotori, pseudogeni, ecc, mentre solo
quantità di genoma codificante nell’uomo è
il restante 3% rappresenta la parte codificante, dunque la
davvero pochissima (cosa che tra l’altro è stata confermata da studi molto recenti). La quantità
rilevante è DNA extragenico, il 70% del genoma totale, importante per l’evoluzione molecolare, per
biologia e antropologia forense, per la nutrizione.
Il DNA extragenico si suddivide in unico (55%) e ripetitivo (15%): il primo è un DNA di sequenze
di basi che non si ripetono; il secondo, invece, possiede delle sequenze di basi che si ripetono con dei
particolari motivi. Del DNA ripetitivo ne abbiamo una parte intersperso, cioè non localizzabile in
punti ben definiti del genoma, di cui fanno parte due famiglie che contegno sequenze più o meno
lunghe: SINEs, short interspers elements, con ripetizione minori di 500pb; LINEs, long interspers
elements, con ripetizioni maggiori di 500pb. Quello che ci interessa molto, invece, è il DNA ripetuto
a tandem, che si divide in tre grandi famiglie: satellite, mini satellite, micro satellite (viene utilizzato
per il DNA fingerprinting, o DNA a impronta digitale, che si usa quando si vuole fare il
riconoscimento individuale. Prima veniva fatto con il mini satellite, dato che è molto variabile da
individuo a indiividuo).
Il DNA satellite è ripetuto con ripetizioni molto lunghe, cioè ci sono blocchi di basi che si ripetono,
di lunghezza superiore anche a 50 pb, quindi non viene molto utilizzato in studi di carattere evolutivo
e di riconoscimento individuale, ma costituisce gran parte dell’eterocromatina vicino al centromero.
Poi esiste il mini satellite, di cui fanno parte il telomerico, che si trova nelle parti finali dei cromosomi,
i telomeri; e l’ipervariabile che si trova un po’ ovunque, e questo tipo di DNA presenta unità ripetute
minori del DNA satellite.
*la pecora Dolly fu il primo esempio di clonazione di un memmifero, per cui fu preso un ovulo e vi
fu inserito del materiale genetico di una donatrice. La pecora Dolly visse molto poco, perché era
stata clonata con del DNA che aveva dei telomeri già vecchi. Quindi questa è una peculiarità del
DNA minisatellite telomerico che previene l’invecchiamento.
Il DNA micro satellite, invece, si trova all’interno del nostro genoma ad ha ripetizioni molto piccole
e in tandem. Questo significa che le ripetizioni a volte possono essere fatte anche da due soli
nucleotidi che si ripetono in tandem, ed è un tipo di DNA che viene molto spesso per fare il DNA
fingerprinting o DNA a impronta digitale, cioè si realizza un profilo molecolare di un individuo.
Per questo motivo è stato cambiato marcatore molecolare, usando gli STR (short tandem repeat).
Osserviamo queste ripetizioni:
abbiamo un STR con ripetizione CA. Individuo eterozigote significa che in quel determinato locus
un certo numero di ripetizioni STR e sull’altro
ho sequenze differenti, quindi su un cromosoma avrò
ne avrò un numero diverso. Invece, se un individuo è omozigote significa che per quel determinato
locus si ha lo stesso numero di ripetizioni sui cromosomi omologhi. Siccome gli STR sono molto
polimorfici, significa che per ciascun locus avrò la probabilità di trovare differenti alleli. Ci chiediamo
quanti alleli si possono trovare per ciascun locus di un STR polimorfico e da un punto di vista teorico
si potrebbero trovare infiniti alleli, dato che potrebbero esserci infinite ripetizioni. Questo ovviamente
in natura non avviene. Quindi essendo un sistema ad alleli infiniti, permette di fare un buon
riconoscimento individuale perché c’è un numero di variabilità molto elevato per quei determinati
loci. Quindi, se andiamo a analizzare 15-17 loci, con una variabilità di ciascun locus di 10-15-20
alleli, il profilo individuale che deriva dalla variabilità di ciascun allele definisce in maniera specifica
un’impronta genetica per quel determinato individuo. Questo è il funzionamento del DNA
fingerprinting.
Un’altra categoria di marcatori molecolari sono gli SNP (snip), polimorfismi a singolo nucleotide,
che permettono di osservare mutazioni puntiformi sul genoma. Non siamo più nella parte del DNA
ripetitivo, ma in quella delle sequenze uniche. Gli SNP possono avvenire sia nel DNA genico che in
quello extragenico. Se ho una SNP in un determinato locus, il numero di alleli possibili per quel locus
sono 4 (dato che le basi sono 4), per cui a differenza del precedente è un modello ad alleli finiti. Poi
biologicamente i cambi più frequenti sono le transizioni, cioè C-T, A-G; mentre quelle mono
frequenti sono le trasversioni, cioè C-A, T-G.
Gli SNP nelle regioni non codificanti si utilizzano per studi di popolazioni, mentre quelli sulle regioni
codificanti si utilizzano per studi fenotipici. Ad esempio la ricostruzione del colore dei capelli e della
pelle dell’uomo di Neanderthal si sono analizzati gli SNPs sul gene per MC1R che è il recettore 1 per
la melanocortina.
marcatore molecolare è il DNA mitocondriale. Nell’uomo ha 16569 pb e l’aspetto
Un altro
interessante è che non in tutti gli uomini ha la stessa lunghezza, ma ci sono popolazioni asiatiche che
hanno il mitocondrio deleto che 9 pb in meno. Il DNA mitocondriale umano ha 32 geni, non ha
introni, non ha DNA ripetitivo e ha una regione non codificante che si chiama D-loop, ansa di
dislocazione, dove parte la replicazione del filamento H (heavy, pesante; l’altro, L, è quello leggero
e questo dipende a seconde delle C e G che si trovano sui due filamenti). Nelle banche dati genetiche
si trova depositato solo il filamento L. La maggior parte dei geni riguardano la respirazione cellulare,
alcuni utilizzati per il DNA barcoding e i geni per le citocromo ossidasi. L’eredità per sola via materna
è importante perché si può tracciare una linea di carattere molecolare che va indietro nel tempo fino
a ricostruire il capostipite del DNA mitocondriale ed è quello che è stato fatto anni fa, quando si è
parlato della Eva mitocondriale africana, che è la nostra antenata comune più recente appartenente al
nostro genere e specie. Il fatto che non partecipa a fenomeni di ricombinazione ci permette davvero
di tracciare una linea molecolare che mi permette di ricostruire la storia evolutiva. L’ elevato tasso di
mutazione permette di poterlo studiare in periodi temporali brevi, che si adattano bene alla nostra
storia evolutiva. Un altro aspetto è che esiste in un numero elevato di copie per cellula e questo
permette di poter essere trovato in un campione di DNA degradato.
Intanto, se si eredita per via materna, può essere utilizzato per il riconoscimento parentale e quindi
individuale. Allo stesso modo, anche per individuare delle patologie, se la madre ha patologie di
carattere mitocondriale le trasmette alla prole e la malattia si svilupperà dato che il DNA
mitocondriale è in forma aploide. È utile per studi di carattere evoluzionistico, perché permette di
ricostruire la linea genealogica della nostra specie al femminile.
Avere un elevato tasso di mutazione fa sì che possano essere contate ed è uno strumento utile per
capire quando due individui o due popolazioni si sono separate da un antenato comune.
Il DNA mitocondriale ha una regione codificante e una non codificante, il D-loop. Questo si divide il
tre sotto regioni, chiamate: regione ipervariabile 1, regione ipervariabile 2, regione ipervariabile 3.
Regione ipervariabile significa una regione in cui si possono osservare numerose sostituzioni
nucleotidiche, per cui è una regione molto interessante dal punto di vista popolazionistico e di
riconoscimento individuale. La regione ipervariabile 1, HVR1, va dalla posizione 16024 alla 16383
del DNA mitocondriale.
Mutazioni che avvengono in una regione non codificante avvengono in base al caso e al tempo, perché
nelle regioni codificanti interviene la selezione naturale per cui se sono uno svantaggio le mutazioni
non si trasmettono. Questo non accade per le regioni non codificanti e quindi se osservo questa
variabilità genetica posso osservare cosa accade a un individuo di una popolazione nel corso del
tempo. Così si può stimare quando due popolazioni si sono separate da una comune andando a contare
le sostituzioni nuove che si sono formate nelle due nuove popolazioni rispetto a quella comune.
è l’orologio molecolare che viene utilizzato per il DNA mitocondriale.
Questo concetto
La regione HVR1 è 360 pb (quando si conta la lunghezza del DNA si fa l’ultima base meno la prima
più una, perché sennò non se ne conta una) e questa regione si chiama così perché è molto variabile
e ci siamo accorti che i mitocondri possono essere raggruppati in aplogruppi e aplotipi. Aplo perché
del DNA mitocondriale ce n’è solo una copia per cellula, non c’è l’omologo perché è ereditato solo
dalla madre; gruppo perché ci siamo accorti studiando la variabilità umana che individui che
condividono lo stesso luogo geografico condividono gruppi di sostituzioni nucleotidiche simili. Il
DNA mitocondriale è fatto da una regione codificante e una non codificate, le mutazioni avvengono
in entrambe le regioni anche se di più nella non codificante. Quindi, a individui che vivono nella
stessa località geografica, che appartengono alla stessa popolazione che scambia geni tra di sé,
succede che, per l’effetto del caso, si afferma uno specifico pattern di mutazioni su quei mitocondri,
perché al momento della prevalenza casuale di una linea mitocondriale quella si affermerà, poiché lo
scambio genetico resta all’interno di quella popolazione. Quindi la popolazione sarà caratterizzata da
un determinato aplogruppo e ciascun individuo che appartiene alla popolazione può avere aplotipi
differenti. Ci siamo anche accorti che la maggior parte delle mutazioni avvengono nella regione non
codificante e un aplogruppo è caratterizzato da specifiche mutazioni per entrambe le regioni
codificante e non codificante. Di questo ce ne siamo accorti andando a sequenziare i
mitocondri. Il primo che ha sequenziato DNA
mitocondriale fu Antonio Torroni, che era negli Stati
Uniti e si stava occupando della variabilità mitocondriale
dei nativi americani, si accorse che le popolazioni
nativo-americane potevano essere divise in quattro
macro aplogruppi mitocondriali a cui furono assegnate
le lettere A, B, C, D. Questi studi servivano, e anche
oggi, per ricostruire le storie evolutive delle popolazioni,
migrazioni e per le identificazioni personali (rapporto
madre figlio). Gli stessi aplogruppi erano presenti in popolazioni asiatiche, quindi si scoprì che furono
loro ad aver attraversato lo stretto di Bering intorno a circa 20mila anni fa, a piedi durante una
glaciazione per cui non c’era l’acqua ed erano potuti andare a piedi. A questo punto si può capire
anche quando due popolazioni si sono separate da una ancestrale, studiando il tasso di mutazione del
DNA mitocondriale di popolazioni differenti. I mitocondri delle popolazioni africane hanno più
variabilità perché, se la nostra specie si è originata in africa, le popolazioni africane avranno avuto
più tempo per accumulare mutazioni sui mitocondri e generare variabilità.
Circa 150.000 anni fa si hanno le prime presenze del genere Homo in Africa con aplogruppo L0, che
subisce una prima espansione in Africa, generando l’aplogruppo L1. Contemporaneamente in Europa
e nell’Asia occidentale ci sono i Neanderthal, nel centro asiatico ci sono i Denisoviani, nel medio
oriente ci sono individui afferenti al genere homo che ancora non siamo riusciti a identificare, mentre
nel sud est asiatico i ricercatori fanno pensare che ci sia Homo erectus.
La seconda espansione, dai 60 mila a 80 mila anni fa avviene sempre in Africa e si sviluppano altri
aplotipi mitocondriali, sempre afferenti all’aplogruppo L, che sono L2 e L3.
Intorno ai 60 mila anni fa abbiamo l’ultima out of Africa, per cui gli individui vanno a popolare la
penisola arabica e si sviluppano due nuovi aplogruppi mitocondriali che si chiamano M e N.
Intorno ai 40mila anni fa le popolazioni uscite dall’Africa colonizzano le regioni del sud Asia,
andando a sviluppare aplogruppi M e N e i primi gruppi dell’Australia. Ai tempi in quella zona non
c’era il mare ma dei lembi di terra, quindi erano riusciti ad arrivare in Australia a piedi.
Dagli aplogruppi M e N si sviluppano A, B, D, F nelle regioni centro asiatiche, mentre dagli
aplogruppi del medio oriente si sviluppano JT, H, U, I e questo avviene intorno a 30mila anni fa,
anche se sappiamo che ai tempi l’aplogruppo prevalente era U. In Australia si sviluppano aplogruppi
M2, N2, P, Q.
Le popolazioni asiatiche iniziano ad espandersi, quelle dei Balcani colonizzano l’Europa.
Intorno a 25mila anni fa gli individui asiatici riescono ad attraversare lo stretto di Bering e
colonizzano l’America del nord con aplogruppi A, B, C, D, X, anche se l’aplogruppo X non si è poi
molto sviluppato nel continente americano.
a 20mila anni fa c’è stato il periodo glaciale massimo e le
Queste immagini mostrano che intorno
popolazioni che erano migrate a nord sono dovute tornare indietro, per cui c’è stata una contrazione
delle popolazioni, per cui ci sono state delle migrazioni dal nord verso il sud, in particolare è in questa
occasioni che le popolazioni si sono spinte in America del sud.
Finita la glaciazione c’è una nuova espansione verso nord e questo avviene intorno a 15mila anni fa
e si sviluppano gli aplogruppi Y e Z, e JT in Europa.
anni fa c’è stato un ritorno in Africa e si vede la presenza di aplogruppi diversi da
Intorno ai 10mila
quelli iniziali.
In tempi più recenti sono avvenute le migrazioni nelle isole.
Questa è la situazione degli aplogruppi mitocondriali attuali.
UN PO’ DI STORIA
1984-85: uno dei primi studi fu fatto da Alan Wilson, negli Stati Uniti, che andò in un museo, prese
dei campioni di ossa dal quagga (un antenato del cavallo e zebra) e volevano sapere se era più cavallo
o zebra. Quindi si prendevano campioni di DNA e si
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