Strumenti dell'antropologia culturale
La prospettiva antropologica (o antropologia)
Antropologia
L'antropologia (letteralmente "studio del genere umano", dal greco "ἄνθρωπος" "uomo", nel senso di "umanità", e "λόγος", "discorso", "riflessione") è una disciplina scientifica il cui centro è lo studio integrato (o olistico), comparativo, basato sul terreno ed evoluzionistico della natura, della società e del passato (o storia) dell’uomo. Il ragionamento antropologico ha come concetto fondamentale quello di cultura, in quanto considera il genere umano dal punto di vista culturale, ovvero delle idee e dei comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro, e come metodo recente ma privilegiato quello dell’osservazione diretta (o ricerca) sul campo. Dunque, l’antropologia è la scienza del genere umano fondata sull’osservazione scientifica diretta e sullo studio comparato delle istituzioni (sociali, politiche, morali), dei costumi, delle lingue e delle arti dei diversi popoli della terra.
Le caratteristiche della prospettiva antropologica
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È olistica (olismo, dal greco "ὅλος", "tutto", "intero"), poiché tenta di integrare tutte le conoscenze sugli esseri umani e di considerare tutti gli aspetti di un determinato fenomeno, con l’ausilio sia delle competenze teoriche degli studi antropologici e di altre scienze del genere umano come la filosofia, la psicologia e la sociologia, sia dell’esperienza etnografica e della ricerca sul campo, permettendo di interconnettere differenti aspetti della vita sociale, culturale ed economica delle comunità studiate, ed è contestuale, poiché non solo mette a confronto dati o fenomeni individuati ma anche in relazione al loro contesto di provenienza. Esempi: lo studio del fenomeno sociale delle caste in India non è indipendente dalle rappresentazioni religiose o dalle implicazioni economiche indiane; e il sociologo tedesco Max Weber dimostrò agli inizi del XX secolo che l’economia capitalistica, fondata sul calcolo razionale e sulla logica del profitto, nascesse come contesto d’origine nella credenza dei cristiani protestanti nella predestinazione dell’individuo.
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È comparativa (comparazione), perché prende in esame elementi di somiglianza (cioè elementi in comune) e di differenza tra il maggior numero possibile di società umane prima di formulare generalizzazioni concernenti la natura, la società e il passato degli uomini (tra le varie tematiche esamina i modi di vita, l’adattamento all’ambiente, i culti, le istituzioni familiari e politiche, la sensibilità estetica, la creatività etnica). Lo stile comparativo dell’antropologia, che all’inizio si prefiggeva di confrontare fenomeni diversi per ricavare delle costanti, accostando in modo approssimativo somiglianze labili e superficiali, oggi procede per gradi, allargando progressivamente, a partire da un ambito circoscritto, il raggio delle comparazioni dei fenomeni considerati, al fine da una parte di cogliere l’unità sotto l’apparente diversità di comportamento e di idee di certi popoli e dall’altra dimostrare le profonde diversità che esistono sotto la superficie di un’apparente somiglianza, avvalendosi di due metodi: il primo considera società e culture storicamente interrelate e vicine nel tempo e nello spazio, garantendo descrizioni dei fenomeni precise; e il secondo considera società e culture prive di legami storici reciproci e talvolta distanti nel tempo e nello spazio, elaborando considerazioni ampie e sintetiche (ma rischiando generalizzazioni) dei fenomeni considerati.
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È basata sulla ricerca sul campo e sull’etnografia, che consistono nell’osservazione diretta e nella raccolta di dati da parte dell’antropologo attraverso la partecipazione e la condivisione di esperienze e situazioni culturali.
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È evoluzionistica, perché colloca le osservazioni e i dati concernenti la natura, la società e il passato degli uomini in un quadro temporale che prende in considerazione il cambiamento nel tempo, esaminando sia l’evoluzione biologica della specie umana, cioè del patrimonio genetico (l’insieme delle informazioni trasmesse attraverso i geni), che documenta variazioni di caratteri fisici e di processi vitali, sia l’evoluzione culturale (più importante per tempo di trasmissione delle novità), cioè delle credenze e dei comportamenti trasmessi non geneticamente ma attraverso l’insegnamento e l’apprendimento o depositati nei libri, che disegnano lo sviluppo degli uomini e la vita sociale. Uno dei contributi più importanti dell’antropologia allo studio dell’evoluzione umana riguarda la distinzione fra l’evoluzione biologica e quella culturale, anche se entrambe concorrono indissolubilmente a determinare le varie forme del comportamento umano e la sua sopravvivenza. Secondo gli antropologi gli esseri umani sono organismi bioculturali, cioè sono definiti da caratteristiche codeterminate da fattori biologici e culturali: la costituzione biologica degli uomini (cervello, sistema nervoso, anatomia) è priva degli istinti di protezione e sopravvivenza ma favorisce la creazione di cultura, cioè l’apprendimento di comportamenti che permettono la sopravvivenza biologica e la protezione (ricerca di cibo e di riparo, ecc.).
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Ed è universalista (o anti-etnocentrista), in quanto considera degne di attenzione e utili alla conoscenza del genere umano tutte le forme di produzione culturale e di vita associata, anche se spesso gli antropologi cadono in tendenze etnocentriche, interpretando la vita degli altri popoli attraverso il filtro delle proprie categorie culturali.
Antropologia come materia interdisciplinare
Negli Stati Uniti l’antropologia (cioè lo studio integrato della natura, della società e della storia umane) è suddivisa tradizionalmente secondo l’impostazione olistica in quattro specializzazioni: bioantropologia, antropologia culturale, antropologia linguistica e archeologia; inoltre, dalle informazioni proposte da queste specializzazioni attinge anche l’antropologia applicata.
Le specializzazioni antropologiche
- Bioantropologia (o antropologia biologica o fisica) è la disciplina che studia l’umanità dal punto di vista delle sue caratteristiche biologiche (anatomia, corredo genetico, ecc.), cioè si interessa degli esseri umani in quanto organismi biologici per scoprire le caratteristiche che li rendono differenti e simili agli altri organismi viventi. Essa nacque nel XIX secolo nel tentativo di classificare tutti i popoli del mondo entro categorie, definite razze (cioè raggruppamenti sociali che si presume rispecchino differenze di ordine biologico), basate su insiemi distinti di attributi biologici: il biologo svedese Carlo Linneo classificò le popolazioni umane in quattro razze (americani, europei, asiatici, negri) in base al colore della pelle (rispettivamente rossastro, bianco, giallo, nero); altri naturalisti svilupparono l’idea delle razze ordinando le popolazioni del mondo secondo le dimensioni del cervello, dal più grande dei “bianchi” europei e nordamericani a quello più piccolo dei “negri”. Tali teorie contribuirono a giustificare la pratica sociale del razzismo, ovvero l’oppressione sistematica degli appartenenti ad una o più razze socialmente definite ad opera degli appartenenti ad un’altra razza altrettanto socialmente definita, giustificata in base alla presunta superiorità biologica intrinseca dei dominatori e alla presunta inferiorità biologica intrinseca dei dominati. Il cosiddetto “padre dell’antropologia fisica” Johann Blumenbach identificò cinque razze costituenti sottogruppi costanti e immutabili dell’umanità: caucasoide, mongoloide, americana, etiopica, malese. Nel XX secolo biologi e antropologi, come Franz Boas (fondatore del primo dipartimento di antropologia negli USA), capirono l’inadeguatezza e l’infondatezza delle classificazioni razziali in antropologia e, soprattutto grazie all’antropologo americano Sherwood Washburn, l’interesse venne spostato sul binomio “biologia-cultura”, definendo la disciplina “bioantropologia”. I settori della bioantropologia sono la primatologia (cioè lo studio dei parenti più prossimi degli esseri umani, cioè i primati non umani), la paleoantropologia (ovvero lo studio dei resti fossili delle ossa e dei denti dei più antichi antenati dell’uomo) e la biologia umana e variazione (come i cambiamenti dell’anatomia dello scheletro, delle malattie o del sistema immunitario delle varie popolazioni umane). Essa abbraccia anche altre scienze naturali come l’ecologia, la chimica e geologia.
- Antropologia culturale (o antr. socioculturale o antr. sociale o etnologia) è la disciplina che studia il genere umano dal punto di vista culturale, ovvero delle idee e dei comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro; dunque, è lo studio comparato e fondato sull’osservazione diretta scientifica delle diverse forme della vita sociale degli uomini, dalle istituzioni (sociali, politiche, morali, religiose), ai costumi, alle lingue e alle arti. Essa si serve anche di altre discipline demagogiche come la storia delle tradizioni popolari o il folklore. Il ragionamento antropologico ha come momento fondamentale quello della ricerca etnografica sul campo (o sul terreno), che consiste nell’osservazione diretta e nella raccolta di dati (come storie, miti, aneddoti, proverbi, norme, comportamenti, riti, credenze) da parte dell’antropologo (e/o degli informatori, detti anche intervistati, collaboratori, insegnanti) su una cultura diversa dalla sua con l’aiuto di alcuni strumenti (come il metodo dell’intervista, la compilazione di tabelle e questionari, le registrazioni audiovisive, la campionatura di esemplari di ogni tipo, ecc.) e attraverso l’“osservazione-partecipante”, ossia la partecipazione e la condivisione delle esperienze della cultura studiata vivendoci per periodi di tempo relativamente lunghi, adottandone lo stile di vita e le attività quotidiane e comunicando nella lingua. La ricerca antropologica ha un carattere olistico, in quanto studia non un solo ma più fenomeni culturali (di solito le relazioni di età tra generazioni, la parentela e l’organizzazione sociale, la vita materiale e tecnologica, la concezione della malattia, le emozioni, la religione, la sussistenza e l’economia, la visione del mondo), ognuno dei quali è considerato in relazione a tutti gli altri, in un rapporto di interdipendenza.
- Antropologia linguistica è una disciplina che si dedica allo studio dei linguaggi umani (intendendo per linguaggio il tratto distintivo della specie umana che consiste in un sistema di simboli vocali arbitrari atti a codificare la propria esperienza del mondo e degli altri), non solo come forme di comunicazione simbolica, ma anche come principale veicolo di informazione culturale: l’obiettivo è comprendere il linguaggio umano in rapporto ai più ampi contesti culturali, storici e biologici che lo rendono possibile. I settori dell’antropologia linguistica sono la linguistica descrittiva, quella comparativa e quella storica.
- Archeologia, definita l’“antropologia culturale del passato”, è una disciplina che si occupa dell’analisi dei reperti materiali delle società umane più antiche e si suddivide in archeologia preistorica e in archeologia storica. Essa è complementare alla paleoantropologia, in quanto lo studio dei resti sia materiali (come arnesi di pietra o vasellame antico) sia fossili (come ossa e denti) rende più chiari i cambiamenti socioculturali presso le società antiche.
- Antropologia applicata (o antropologia della pratica) è una disciplina che si avvale dell’informazione raccolta da altre specializzazioni antropologiche per risolvere problemi pratici interculturali: ad esempio, la conoscenza dell’organizzazione sociale tradizionale può facilitare il reinsediamento di rifugiati in nuovi territori. L’antropologia applicata comprende l’antropologia medica, quella urbana e quella dello sviluppo.
- Antropologia medica, nata come settore dell’antropologia applicata, si è evoluta in una disciplina che si occupa della salute umana, cioè dei fattori che concorrono a determinare malattie e disturbi e dei modi con i quali le popolazioni affrontano queste problematiche. Tra essi vengono considerate le variabili fisiologiche in uno stato di salute o di malattia nell’uomo, le caratteristiche ambientali che incidono sul benessere dell’uomo e il modo in cui l’organismo umano si adatta ai diversi contesti ambientali. Il settore di maggior sviluppo è l’antropologia medica critica che collega le questioni della salute e malattia umane in determinati contesti locali con i processi sociali, economici e politici di ordine nazionale o globale: ad esempio, considerando l’essere umano come organismo bioculturale, le varie forme di sofferenza fisica o di malattia non si spiegano semplicemente con la presenza di microbi nell’organismo, ma possono dipendere dalle condizioni determinate dalla diseguaglianza sociale o dall’impossibilità di accedere ai servizi sanitari.
Cultura e condizione umana
Cultura
Il concetto fondamentale dell’antropologia, che è stato elaborato dagli antropologi per stabilire l’erroneità del determinismo biologico e che distingue la condizione umana da quella delle altre specie viventi, è quello di cultura, cioè l’insieme complesso di idee e comportamenti storicamente tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisi dagli esseri umani in quanto membri di una società, i quali se ne servono per adattarsi al mondo in cui vivono e per trasformarlo in senso pratico e intellettuale. Gli esseri umani, a differenza degli animali, dipendono per la propria sopravvivenza sì dal codice genetico (cioè la capacità di reazioni innate e geneticamente programmate), che ci predispone a compiere una serie di operazioni complesse, ma anche e soprattutto dalle scelte o modelli culturali (ossia i codici comportamentali e ideazionali condivisi dal gruppo sociale e frutto di una lunga storia di rapporto con l’ambiente), che ci indicano quali operazioni bisogna compiere (ad esempio la lingua, la sessualità, la religione). Come dimostra il caso del ragazzo selvaggio dell’Aveyron, Victor, l’apprendimento dei modelli culturali (nei primi tre anni di vita) stimola e sviluppa le potenzialità e le sequenze logiche del cervello umano. La cultura umana è appresa, condivisa, basata su modelli distintivi (o esclusivi) o variabili, adattativa, simbolica, si evolve nel tempo, ha carattere storico ed è olistica.
Le caratteristiche della cultura umana
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È appresa dai membri del gruppo sociale di appartenenza e assorbita nella vita pratica di ogni giorno. Questo genere di apprendimento culturale è definito dal sociologo francese Pierre Bourdieu “habitus”, che consiste in un sistema durevole di disposizioni, interiorizzate grazie a modelli di comportamento e di pensiero, elaborati dalla cultura nella quale viviamo in risposta all’ambiente fisico, sociale, culturale che ci circonda, le quali servono a strutturare le esperienze future.
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È condivisa e simbolica, in quanto i modelli culturali (cioè idee e comportamenti) per essere entità operative devono essere largamente condivise dai componenti di un gruppo sociale, come facenti parte di un sistema di segni riconoscibili (ad esempio, le lettere di un alfabeto sono un simbolo, poiché simboleggiano i suoni del linguaggio parlato), che non costituiscono un repertorio fisso e immutabile nello spazio e nel tempo, ma che sono capaci di creare nuovi significati secondo sequenze riconoscibili da quello stesso codice culturale ma innovative (il linguaggio umano si distingue per due caratteristiche creative: l’universalità semantica e la produttività infinita).
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È basata su modelli di comportamento culturalmente determinati, che permettono all’uomo di agire in base ai propri obiettivi nel mondo in senso pratico e intellettuale e di far fronte alle sfide dell’ambiente e della vita associata. Tra le varie culture ci sono modelli che originano comportamenti differenti, come l’idea che una società ha della carne di animale, del rapporto tra i sessi e del comportamento religioso: gli europei apprezzano la carne bovina e suina, i cinesi anche quella di cane, i musulmani e gli ebrei, invece, rifiutano la suina e gli indù tutte quante; in molte culture non occidentali le donne sono di condizione inferiore rispetto agli uomini; gli ebrei si coprono il capo entrando in sinagoga, mentre i musulmani in moschea tolgono le scarpe. Anche all’interno di ogni singola cultura esistono differenze o “dislivelli interni”, che sono modelli di comportamento e di espressione eterogeneiche dipendono sia da circostanze contingenti sia da convinzioni ideologiche, religiose e politiche e, in particolare, dal potere, dalla ricchezza, dalla posizione sociale e dall’istruzione e sono spesso conseguenza di differenze d’età, di genere, di classe, di razza e d’orientamento sessuale.
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Si è evoluta nel tempo ed ha carattere storico: i modelli culturali selezionati, che sono in parte trasmessi o tramandati dalle epoche passate o generazioni precedenti e in parte acquisiti e assorbiti da culture diverse ed esterne, anche se tendono a conservarsi...
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