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Introduzione

1989: fine XX secolo, con caduta del Muro di Berlino. Appaiono così nuovi scenari: terrorismo islamico, globalizzazione, migrazioni transcontinentali, Internet. Nuovi protagonisti sulla scena politica: Cina, India, Brasile, l'Europa unita. L'antropologia non poteva trascurare il ruolo fondamentale dell'Europa nel XXI sec., infatti gli antropologi degli ultimi vent'anni hanno osservato e studiato il modo di pensare della nuova eurocrazia: l'élite tecnocratica dell'UE. Sebbene l'antropologia sia tipicamente collegata allo studio di società esotiche, esiste una tradizione di studi sull'Europa, anche se tardiva.

L'antropologia prende forma nella II metà dell'800, in un contesto di pensiero tipicamente evoluzionista, con l'interesse per studiare gli Altri, ovvero le culture arretrate dei continenti extraeuropei (le culture "selvagge").

Malinowski

Agli inizi del '900, grazie all'operato di Malinowski presso le Isole Trobriand nella Melanesia occidentale (1914-1918), viene messa a punto una metodologia che si basa sull'osservazione partecipante. L'antropologia elegge a proprio soggetto di ricerca le entità socioculturali delimitate, isolate: le società tribali.

Per molti decenni l'antropologia ha rivolto raramente, dunque, il proprio sguardo verso l'Europa; ricercava solo le sue isole d'arretratezza; nella I metà del '900 questo tipo di approccio all'etnologia dell'Europa ha assunto la forma di studi folclorici (Van Gennep: Pitré: dopo essersi occupato dei "Riti di passaggio" [1909], si è dato allo studio sulle culture rurali della Francia; in Italia ricordiamo Giuseppe Cocchiara sul folclore siciliano, con che ha proseguito il lavoro di Pitré concentrandosi sulla musica e sul folclore letterario siculo).

Questi studi si collocano nella tradizione del "recupero dell'anima popolare", ma risentono ancora della matrice evoluzionista di Taylor (antropologo di fine '800 a cui si deve la definizione antropologica di cultura: Primitive culture, 1871). Egli infatti riteneva i contadini della campagna inglese, con le loro tradizioni superstiziose, più simili ai selvaggi africani che ai londinesi.

Il Dopoguerra e l'antropologia mediterranea

Nel II dopoguerra, con l'attivo degli antropologi britannici e statunitensi e i loro studi sulle piccole comunità meridionali dell'Europa (Italia/Spagna), si crea una nuova disciplina: antropologia mediterranea. La sua nascita di natura anglosassone, ha diverse spiegazioni: secondo Goddard, Llobera e Shore, gli interessi verso il vecchio continente furono delineati in gran parte dalla necessità, in clima di Guerra Fredda, di controllare l'egemonia sovietica.

Una scelta quindi strategica quella di mettere sotto la lente la cultura dei paesi sconfitti, destinata a cogliere la motivazione per il quale si erano piegati a un regime dittatoriale. Gli studi sulle comunità contadine dell'Europa mediterranea erano determinati dal fatto che Italia, Spagna e Grecia erano il ventre molle del continente, quello più esposto ai tentativi dell'URSS di espandere la propria zona d'influenza.

È però più plausibile che gli antropologi inglesi e americani fossero interessati all'Europa perché le differenze culturali permettevano di esperire lo straniamento fondamentale per l'osservazione partecipata. Persiste un'ottocentesca ideologia del progresso di matrice evoluzionistica, che spinge gli antropologi a ricercare in Europa i contesti socioculturali più marginali e periferici.

La nozione di società mediterranea

Fra i primi antropologi che negli anni Cinquanta inaugurarono questo campo di studi ricordiamo Banfield con il suo studio sul sistema etico-normativo dei contadini lucani (familismo amorale) e l'inglese Pitt-Rivers, con il suo lavoro sul viaggio Alcalà in Andalusia e i suoi successivi saggi del 1963, dove compare la nozione di società mediterranea.

Pitt-Rivers viene dalla scuola struttural-funzionalista fondata da Radcliffe-Brown e ritiene che la società mediterranea sia un tipo, una categoria che emerge dalla comparazione di dati provenienti da società situate all'interno di una specifica area geografica, che considera dunque culturalmente omogenea, dove sono riscontrabili varianti locali ma soprattutto significative ricorrenze.

L'area geografica culturalmente omogenea sarebbe dunque delineata dalle somiglianze nell'organizzazione sociale e in costellazioni di valori simili. Esiste infatti un codice morale proprio della società mediterranea, basato sull'onore e il pudore, valori strettamente legati alla sfera sessuale e di genere (Onore = Virilità: difesa della famiglia e della castità delle donne al suo interno; Pudore = Femminilità, legata alla verginità e alla modestia).

Dunque Pitt-Rivers identifica una duplice delimitazione: geografica e il codice d'onore come elemento strutturale delle piccole comunità dell'area mediterranea, minacciato però dai fenomeni di urbanizzazione che sono incompatibili con tale codice.

Critiche al modello di società mediterranea

L'associazione di una specifica struttura sociale ad un altrettanto specifico sistema di valori è tipica della prospettiva teorica strutturalfunzionalista, applicata (1930-1950) dagli allievi di Radcliffe-Brown allo studio delle società africane, definite tribali: Evans-Pritchard, Fortes, Shapera, Richards, Oberg, Nadel.

Pitt-Rivers proietta di fatto sulle piccole comunità rurali dell'Europa meridionale le categorie analitiche che la Scuola aveva adottato nello studio di quelle società tribali. Dalla tradizione strutturalfunzionalista Pitt-Rivers eredita anche l'idea che l'antropologia studia società congelate nel tempo, allocroniche, estranee alla dinamica temporale dell'occidente.

Gli esiti dell'applicazione della nozione di società localizzata, circoscritta e immobile nel tempo sono molteplici:

  • Espulsione della realtà osservata dal tempo dell'osservatore impedisce di cogliere da parte di quest'ultimo la storicità di quella realtà.
  • La presunta staticità della società studiata genera la tendenza a essenzializzarne i tratti ritenuti tipici, a creare categorie concettuali che tendono a fossilizzarsi e che, espresse da uno studioso in un determinato contesto, vengono poi riprese da altri in contesti ritenuti analoghi, si creano così forme socioculturali etichettate come tipiche di una determinata area.
  • Ad esempio, la categoria "società mediterranea" crea altre società mediterranee, orientando così lo sguardo dell'osservatore, che cerca ciò che presume di dover trovare. Si genera così una precomprensione per cui il corpus di conoscenze accumulate nelle etnografie precedenti, influenza la raccolta dei dati nelle ricerche successive.

La categoria "società mediterranea" dell'antropologia degli anni '50/'60 risente dunque del lascito strutturalfunzionalista africanista e si incardina su due "concetti-guardiani": "piccola comunità" e "onore". Il secondo concetto servì per innervare il primo, perché le piccole comunità mediterranee non presentavano le strutture sociali o la solitarietà interna tipica delle tribù africane. L'unica matrice condivisa era una costellazione di valori: onore, reputazione, prestigio.

Critiche al modello di società mediterranea negli anni '70

Negli anni '70: il modello di società mediterranea fu messo in discussione. Davies (1977) affermò che i precedenti lavori non avevano preso in considerazione la dimensione diacronica e la complessità delle realtà urbane, oltre che le relazioni città-campagna e quindi un contesto più vasto entro cui queste piccole realtà erano inserite.

Dunque con "società mediterranea" non si deve definire un tipo in cui incasellare entità culturalmente omogenee incluse in una specifica area geografica ma il prodotto di processi storici che hanno reso possibile la creazione di una rete di relazioni fra popoli diversi che hanno, nei secoli, plasmato istituzioni e valori simili.

Boissevain (1979) sostiene che il modello astorico proposto da Pitt-Rivers debba essere sostituito da un'analisi che tenga conto dell'influenza che hanno esercitato scambi economici, prestiti culturali, conquiste e invasioni e conversioni religiose nel corso dei secoli. Dunque è necessario mettere a fuoco i tratti culturali condivisi considerandoli una stratificazione all'interno di un campo di interazioni.

Gilmore (1982) ha posto l'accento sul carattere unilaterale del modello di società mediterranea, che essendo costruito solo su valori di onore e pudore, non include altri valori non meno importanti, come ospitalità e rispetto.

Herzfeld (1987) ritiene che la nozione di società mediterranea sia totalmente priva di valore euristico in quanto basata su una prospettiva evoluzionista che arcaicizza la cultura rurale per renderla esotica e confinarla in una radicale "alterità". Creano dunque un oggetto di studio del tutto fittizio.

L'antropologia europea nella II metà del Novecento

Mentre va pian piano indebolendosi la sua identificazione con l'originario oggetto di studio, l'antropologia europea comincia ad acquisire un profilo distinto e una certa autonomia come campo di studio. Alla costruzione di questo nuovo profilo concorrono più fattori:

  • L'incremento degli studi e delle ricerche, quantitativamente.
  • Questo sviluppo della ricerca può essere ricondotto in parte al fatto che l'antropologia europea era, all'epoca, un campo di studi ancora poco sfruttato.
  • Riservava un vantaggio economico svolgere ricerche "nel cortile di casa", poiché i fondi erano un problema cronico per gli antropologi.
  • I nuovi scenari creati dal crollo degli imperi coloniali portarono un clima di generica diffidenza verso gli antropologi da parte delle nuove élites politiche indigene delle zone geografiche solitamente studiate quali Africa e Asia, poiché li ritenevano spie legate agli ex dominatori.
  • Si sviluppano nuovi temi di ricerca e nuovi oggetti di indagine: infatti gli antropologi non si limitano più a studiare comunità isolate e periferiche ma cominciano a cercare collegamenti fra queste realtà locali e contesti più ampi in cui sono inserite.
  • Elaborazione di nuovi modelli teorici: il declino dello strutturalfunzionalismo comporta l'abbandono della loro tendenza a privilegiare lo studio delle piccole comunità e la prospettiva che mette in luce solo gli aspetti strutturali, istituzionali.

Nuovi metodi d'indagine e orientamenti teorici

Emergono quindi nuovi metodi d'indagine (analisi situazionale e antropologia dinamica) che privilegiano lo studio dei processi e che si concentrano su situazioni specifiche dove l'elemento decisionale del soggetto e il suo comportamento individuale sono fondamentali.

I principali esponenti di questo nuovo orientamento teorico: Smith, Easton, Bailey, Turner, Cohen, Barth. Pongono al centro l'indagine dei processi attraverso cui i soggetti perseguono la realizzazione di fini personali e il conseguimento di vantaggi, quali il potere, il controllo di reti di relazioni e clientele, il prestigio.

Questa nuova prospettiva teorica porta a vedere la politica come un campo di sfida tra soggetti in competizione. Tramonta quindi il modello di relazioni politiche come struttura e nasce un nuovo tipo di analisi che mira a ricostruire i processi di formazione delle decisioni. Questo nuovo orientamento ha un presupposto implicito e fortemente ideologico: le scelte compiute dai soggetti sarebbero basate su un criterio universale che va al di là delle condizioni culturali propri di ogni contesto specifico.

Negli anni '90 il panorama dell'antropologia europea diventa ancora più variegato, in particolare grazie all'influenza di fattori esterni, quali gli stravolgimenti politici di questo periodo: la crisi e l'implosione dell'URSS, lo sviluppo progressivo del processo di integrazione europea e il crescente flusso migratorio. Si aprono così nuove tematiche e nuovi spazi geografici, soprattutto nel caso del collasso dell'Unione Sovietica, poiché prima del 1989 gli antropologi occidentali dovevano stare al di qua della cortina di ferro.

Capitolo 1 – L'identità europea

L'identità europea viene data come un dato di fatto, ma è tutt'altro che scontata dal punto di vista antropologico: infatti il tentativo di definire l'Europa come un'entità culturale distinta richiede una questione teorica generale che è preliminare: qual è la natura dell'identità collettiva?

Nella prima metà del '900 prevaleva la teoria essenzialista, secondo cui il gruppo etnico ha un carattere sostantivo, è un'entità oggettiva data a priori: esiste a prescindere dalle relazioni che intrattiene con altri soggetti collettivi in quanto dotati di tratti costitutivi (religiosi, culturali, linguistici) trasmessi attraverso le generazioni.

Negli anni '60 Barth sostituì la nozione di gruppo etnico con categoria etnica, reimpostando così in termini nuovi il problema tra identità collettiva e cultura. Secondo lui non è una realtà oggettiva, non è legata da un particolare patrimonio culturale, ma ha un carattere situazionale, relazionale, contestuale. È un costrutto, creato da attori sociali che attribuiscono a se stessi particolari tratti, operando inclusioni o esclusioni. I tratti culturali identificati come rilevanti sono dunque quelli che gli attori sociali ritengono significativi.

L'Europa non fa eccezione: non è una realtà oggettiva, ma un manufatto culturale determinato da criteri adottati dai soggetti che ne progettano la costruzione. Come osserva Maryon McDonald, l'Europa è stata rimodellata nei contenuti e nei confini molte volte, dunque è un costrutto culturale ambiguo, polisemico. Si è attinto alla geografia, alla storia, ai modelli economici, politici o sociali, ma in particolare, per sostenere l'omogeneità culturale europea, si sono sottolineate le matrici comuni: civiltà greco-romana, il cristianesimo e l'illuminismo (e con lui la ragione, la scienza e la democrazia che ha generato). Il passato è stato usato per dare senso all'oggi.

Il meccanismo utilizzato per creare un'identità europea è il medesimo utilizzato nel processo di etnogenesi: un soggetto sociale o politico crea un'identità collettiva presentandola come sbocco di un processo storico che esso ha plasmato elaborandolo come narrazione. In particolare la coesione europea viene giustificata come continuità culturale con un passato che l'élite tecnocratica dell'UE ha inventato: infatti non solo affermano l'esistenza di un'eredità culturale europea, ma la presentano come oggettivamente esistente.

Tutto questo si è concretizzato nella creazione di manuali scolastici di "storia europea", finanziati con fondi dell'UE, dove i primi abitanti del continente sono definiti "i primi europei" e via dicendo. L'individuazione di tratti storici debitamente selezionati, che nel loro insieme disegnano un'ipotetica matrice comune, ha anche lo scopo di tracciare i confini: infatti la creazione di un'entità europea avviene in contrapposizione con ciò che non è europeo. Si pensi infatti alla denuncia ricorrente di "americanizzazione", che può erodere valori e tradizioni (si pensi al caso della domanda di ammissione della Turchia).

Il rapporto con la storia presenta un doppio vincolo: le numerose configurazioni politiche, sociali e culturali che compongono l'Europa sono l'esito di processi storici e si pensano, al tempo stesso, in termini storici. Dunque il primo aspetto pone l'accento sulla dimensione strutturale, il secondo su quella simbolica. Struttura storica e immagine storica di un qualsiasi soggetto collettivo non coincidono, perché il modo in cui esso si rappresenta e racconta il suo passato non costituisce una descrizione fedele di ciò che è realmente accaduto.

Inoltre, se prendiamo in considerazione l'immagine storica, la rappresentazione che una nazione elabora di sé e su cui fonda il senso di appartenenza dei suoi membri, allora osserviamo che il rapporto con il passato è duplice: da un lato la comunità culturale che si definisce nazione si storicizza poiché inventa un passato creando un'immagine di sé che proietta nel tempo. Dall'altro lato si destoricizza affermando la sua immortalità nel corso dei secoli.

Capitolo 2 – L'unione europea

Il processo di costruzione dell'Europa iniziò intorno agli anni '50. I trattati del 1951 e 1957 creazione del Mercato Comune Europeo, pongono, con le prime basi. Si tratta di una situazione anomala, essendo che questa futura entità politica dovrebbe includere un insieme di Stati che si rappresentano come Stati-nazione e si sarebbe sostituita a loro in molte funzioni strategiche. Quest'anomalia va intesa nella sovrapposizione crescente dell'idea di Nazione a quella di Stato: le identità nazionali, sviluppatesi nel corso del XIX sec., si sono pietrificate nel panorama politico e ideologico europeo sottoforma di lingue nazionali, miti etnogenetici, memorie storiche.

I primi trattati del '51 e '57, accordi di Schengen e del fino agli (1958-1995) hanno mirato alla creazione di istituzioni che realizzino un'integrazione economica e politica che sia sempre più vincolante, con poteri che sottraggono di fatto spazio di manovra ai singoli Stati nazionali. Tuttavia si rende necessario che il processo politico sia seguito pari passo da quello culturale, mirante a innescare l'identità comune, "Siamo tutti europei".

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ale_heloise di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn o del prof Scarduelli Pietro.
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