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Capitolo 1. La prospettiva antropologica

Che cos'è l'antropologia?

L’antropologia si può definire come lo studio della natura, della società e del passato dell’uomo ed è la disciplina che mira a descrivere nel senso più ampio possibile cosa significhi essere uomini. Gli antropologi attingono alle scoperte di altre discipline (biologia umana, letteratura, politica, religione, ecc.) e tentano di conciliarle con i propri dati al fine di comprendere come si modellino a vicenda, rendendo la vita umana ciò che è. L’antropologia è, quindi, olistica e per olismo si intende: la caratteristica della prospettiva antropologica che descrive il tentativo dell’antropologia di integrare tutte le conoscenze sugli esseri umani e le loro attività al livello più alto e comprensivo.

Ma l’antropologia è anche disciplina comparativa e per comparativismo si intende: caratteristica della prospettiva antropologica che richiede la considerazione delle somiglianze e delle differenze esistenti tra il maggior numero possibile di società umane prima di formulare generalizzazioni su natura, società e passato dell’uomo. Infine, l’antropologia ha come fondamento la ricerca sul campo. È questa per quasi tutti gli antropologi, la vera pratica dell’antropologia. Gli antropologi tentano di formulare generalizzazioni valide al di là dello spazio e del tempo, su cosa significhi essere uomini.

Uno dei contributi più importanti dato dall’antropologia allo studio dell’evoluzione umana è stato il sottolineare le differenze cruciali tra evoluzione biologica (materiale genetico) ed evoluzione culturale (credenze e comportamenti che non sono trasmessi geneticamente, ma con insegnamento ed apprendimento). Quindi, la prospettiva antropologica è al fondo evoluzionistica.

Una disciplina interdisciplinare

Considerati i suoi obiettivi, l’antropologia risulta essere una disciplina straordinariamente varia. Tradizionalmente, a modello nord-americano, si suddivide in quattro branche:

  • Bioantropologia (o Antropologia biologica o fisica): è la prima e più antica. Considera gli esseri umani in quanto organismi biologici per scoprire in cosa siano diversi dagli altri organismi viventi e in cosa simili al resto del regno animale. Fiorì nel XIX secolo, con lo scopo di trovare prove scientifiche che avrebbero permesso di classificare tutti i popoli del mondo entro categorie inequivocabili, dette razze (raggruppamenti sociali che si presume rispecchino differenze di ordine biologico), basate su insiemi distinti di attributi biologici. All’inizio del diciottesimo secolo furono definite quattro razze (americani, europei, asiatici, negri) in base al colore della pelle (rispettivamente rossastro, bianco, giallo, nero). Durante il diciannovesimo secolo fu sviluppata l’idea delle razze ordinando le popolazioni del mondo secondo le dimensioni del cervello, e non sorprende che quello dei “bianchi” europei e nordamericani fosse più grande, mentre le altre razze si collocavano in vario grado al di sotto, e i negri in fondo alla scala. Tali teorie contribuirono a giustificare la pratica sociale del razzismo, ovvero l’oppressione sistematica degli appartenenti ad una o più “razze” socialmente definite, da parte di un’altra “razza” socialmente definita, giustificata con la presunta superiorità biologica intrinseca dei dominatori e la presunta inferiorità biologica intrinseca nei dominati. Con il tempo antropologi come Franz Boas (fondatore del primo dipartimento di antropologia negli USA, agli inizi del ’900), capirono l’inadeguatezza delle classificazioni razziali in antropologia. Molti antropologi moderni che studiano la biologia umana, preferiscono essere chiamati bioantropologi e lavorano nel campo della primatologia (lo studio dei primati non umani), della paleoantropologia (lo studio delle ossa e dei denti fossili dei nostri progenitori) e della biologia dello scheletro umano.
  • Antropologia culturale (o sociale o etnologia): una volta superate le teorie razziali, gli antropologi hanno capito che le differenze tra diversi popoli sono dovute a qualcos’altro, ovvero alla cultura. Poiché essa è usata dagli uomini ovunque per adattarsi al mondo esterno nel quale vivono e per trasformarlo, il campo dell’antropologia culturale è molto vasto. Gli antropologi culturali tendono a specializzarsi nell’una o nell’altra sfera dell’attività culturale umana e indipendentemente dalla area di specializzazione, di norma raccolgono i dati vivendo per un lungo periodo a stretto contatto con chi parla la lingua o pratica il modo di vita che interessa loro. Questo periodo si chiama ricerca sul campo e il suo tratto centrale è il coinvolgimento dell’antropologo nella routine quotidiana di coloro tra i quali vive. L’etnografia è la descrizione, scritta o filmata da un antropologo, di una particolare cultura (Wolcott: “l’etnografia è lo studio dei comportamenti sociali consuetudinari di un gruppo identificabile di persone”), mentre l’etnologia è lo studio comparativo di due o più culture descritte dagli etnografi.
  • Antropologia linguistica: si concentra sul linguaggio: sistema di simboli vocali arbitrari con il quale codifichiamo la nostra esperienza del mondo e degli altri. Gli esperti di antropologia linguistica studiano le correlazioni tra varianti linguistiche e differenze di genere, razza, classe o identità etnica. L’ obbiettivo è comprendere il linguaggio in rapporto ai più ampi contesti culturali, storici e biologici che lo rendono possibile.
  • Archeologia: è l’antropologia culturale del passato, concernente l’analisi dei reperti materiali di antiche società umane, completando lo studio dei paleoantropologi.
  • Antropologia applicata: usa i dati raccolti dalle altre branche per risolvere problemi interculturali pratici, ad esempio la conoscenza dell’organizzazione sociale tradizionale può facilitare il reinsediamento di rifugiati in nuovi territori.

Capitolo 2. Cultura e condizione umana

La cultura, intesa come l’insieme di idee e comportamenti appresi e acquisiti dagli esseri umani in quanto membri di una società, distingue la condizione umana da quella delle altre specie viventi: benché anch’esse apprendano, la misura in cui l’uomo dipende dall’apprendimento non ha eguali nel regno animale. La cultura è appresa: non viene reinventata da ogni generazione, ma si impara dagli altri membri dei gruppi sociali di appartenenza. Condivisa: molte delle cose che si apprendono, non si insegnano esplicitamente, ma si assorbono nel corso della vita quotidiana (tipo di apprendimento definito habitus). Basata su modelli: la variazione culturale per modelli permette agli antropologi e a chiunque altro di distinguere l’una dall’altra le diverse "tradizioni culturali".

È spesso difficile, però, delineare una tradizione culturale, perché, oltre agli elementi distintivi o esclusivi, vi sono sempre elementi contraddittori e condivisi con altre tradizioni; le abitudini o i costumi che vigono in un certo dominio della cultura possono contraddire quelli che vigono in altro, come avviene quando la religione ci esorta a condividere con il prossimo e l’economia ci raccomanda di pensare solo a noi stessi. Adattativa: i neonati non vengono al mondo dotati di “istinti” che li attrezzino a sopravvivere senza aiuto, dipendono completamente dal sostegno e dalla cura degli altri membri del gruppo in cui vivono. Simbolica: il simbolo è qualcosa che sta per qualcosa d’altro. Le lettere dell’alfabeto, per esempio, simboleggiano i suoni della lingua parlata, ma tra la forma di una certa lettera e il suono linguistico che essa rappresenta non esiste alcun rapporto necessario. Nella nostra società ogni atto, da come ci si comporta a tavola a come si seppelliscono i morti, ha una dimensione simbolica, ed è dall’apprendimento simbolico, che dipendiamo fortemente, distinguendoci dalle altre specie animali.

Come scrive Rick Potts, a fondamento della cultura simbolica dell’uomo, ci sono cinque elementi:

  • Trasmissione: imitazioni di comportamenti per osservazione e istruzione
  • Memoria: perché non si sviluppa alcuna tradizione se il nuovo comportamento non viene ricordato
  • Reiterazione: capacità di riprodurre o seguire comportamenti e informazioni appresi
  • Innovazione: capacità di inventare nuovi comportamenti
  • Selezione: capacità di scegliere quali innovazioni mantenere e quali abbandonare

Spiegare la cultura e la condizione umana

Dualismo: La credenza che la natura umana, o la realtà nel suo insieme, si componga di due elementi o sostanze radicalmente differenti (mente/materia; anima/corpo; spirito/carne). Il principio dualistico è profondamente radicato nel pensiero occidentale: Platone, ad esempio suddivideva l’intera realtà in mente e materia. La mente è più elevata, sottile e appartiene alla sfera delle forme ideali; la materia vile e corruttibile, appartenendo alla sfera terrena. Il dramma dell’esistenza umana consiste nella lotta interiore fra il corpo e la mente (o anima), tese per natura verso forme opposte.

La teologia cristiana, in seguito, incorporava la concezione secondo la quale ciascun essere umano consiste di un’anima, che va alla ricerca di Dio, e di un corpo fisico tentato dal mondo materiale (dualismo conflittuale). Entrambe le teorie della natura umana assumono che, sebbene l’uomo sia provvisto di un corpo materiale, la sua vera natura è spirituale e il corpo è un impedimento materiale che frustra il pieno sviluppo della mente o spirito: concezione detta idealismo.

Tuttavia vi è un’altra concezione, detta materialismo, opposta alla prima e secondo la quale la materia costituisce l’essenza della natura umana. Vista da tale prospettiva, l’esistenza umana diviene lotta per esercitare la fisicità nella misura più piena possibile; mettere i valori spirituali al di sopra dei valori fisici equivarrebbe a contrastare la natura umana. Determinismo (o Riduzionismo) è una visione filosofica secondo cui la complessità non è altro che la conseguenza di più semplici forze causali. Gli idealisti sono riduzionisti perché affermano che la natura umana non è altro che mente o spirito, i materialisti lo sono perché affermano che la natura umana non è altro se non prodotto di geni, biologia e anatomia.

Nell’Ottocento Charles Darwin è stato l’evoluzionista più famoso, ma non è stato il primo a sostenere che il cambiamento nel corso del tempo è la regola per le specie biologiche. La sua innovazione consiste nell’averne data una spiegazione materialistica: la selezione naturale è un processo materiale fortuito comprendente due fasi, nel corso del quale organismi aventi caratteri materiali distinti sono “messi alla prova” dalle forze dell’ambiente materiale in cui vivono e se sopravvivono, trasmettono quei caratteri alle generazioni successive.

Spiegazioni olistiche: Materialismo e idealismo si sono combattuti per secoli. Il punto di vista antropologico, meno semplicistico di idealismo e materialismo e meno deformante del dualismo, noto sotto il nome di olismo, asserisce che mente e corpo, individui e società, individui e ambiente, si compenetrano a vicenda e giungono a definirsi reciprocamente. Un modo utile di concepire le relazioni fra le parti di tale insieme si rifà alla parola coevoluzione, relazione dialettica tra i processi biologici e quelli culturali simbolici, in cui entrambi concorrono largamente a definire l’ambiente al quale gli uni e gli altri devono adattarsi.

Differenze culturali

Etnocentrismo è il termine usato dagli antropologi per indicare l’opinione secondo la quale il proprio modo di vivere è corretto o naturale, e in esso individua l’unico vero modo di essere pienamente umani. Si tratta di una soluzione alla tensione inevitabile fra sé e altro culturale, e di una forma di riduzionismo perché riduce l’altro modo di vita a versione deformata del proprio: se il nostro è giusto, il loro non può che essere sbagliato. Se gli altri non sono disposti a cambiare, la mancata conversione rischia di degenerare in dualismo attivo: noi contro di loro, la civiltà contro la barbarie, il bene contro il male, culminando infine nella guerra e nel genocidio, cioè il tentativo deliberato di sterminare un intero “popolo”, basandosi su razza, religione, origine nazionale o altri caratteri culturali.

Relativismo culturale, tramite un approccio olistico può essere definito così: “comprendere una cultura diversa nei suoi stessi termini, considerandola abbastanza empaticamente da farla apparire un progetto di vita coerente e dotato di senso” (Greenwood e Stini). Secondo questa definizione l’obbiettivo del relativismo è comprendere, ovvero il relativismo culturale ci impone di provare a comprendere come in una società possa scatenarsi il genocidio, o l’Olocausto. Comprendere non equivale ad approvare e a discolpare, il relativismo culturale non ci impone infatti di abbandonare ogni valore appreso dalla società.

Numerosi antropologi hanno criticato l’uso del termine culture in riferimento a particolari modi di vita appresi da parte di specifici gruppi di esseri umani. Essi sostengono che questo modo di parlare della cultura avalla apparentemente una sorta di determinismo culturale oppressivo. Coloro che sono di opinione contraria affermano che in taluni casi tale versione del concetto di cultura può servire invece a difendere gruppi sociali vulnerabili dallo sfruttamento e dall’oppressione operati dall’esterno.

Capitolo 3. La ricerca sul campo

La ricerca etnografica sul campo (o sul terreno) è costituita da un prolungato periodo di stretto coinvolgimento con la gente al cui modo di vita l’antropologo si interessa, ed è il periodo nel quale si raccoglie la maggior parte dei dati. La raccolta di dati effettuata durante tale periodo, si definisce osservazione partecipante. Gli antropologi raccolgono dati anche consultando gli archivi e la letteratura pubblicata in precedenza pertinente alla propria ricerca, ma l’osservazione partecipante, che si fonda sul contatto diretto con le persone nel corso della vita quotidiana, l’hanno inventata loro e resta tipica dall’antropologia in quanto disciplina.

Il metodo tradizionale delle scienze fisiche che i primi scienziati sociali hanno tentato di imitare, viene spesso chiamato scienza positivista. Oggi, positivismo designa un particolare modo di guardare al mondo e di studiarlo scientificamente definito come: punto di vista secondo il quale esistono una realtà “esterna” conoscibile per mezzo dei sensi e un unico appropriato insieme di metodi scientifici per indagarla. Lo scopo del programma positivistico tradizionale è stato produrre conoscenza oggettiva, conoscenza della realtà vera per tutti, sempre e ovunque. Vi è inoltre l’approccio riflessivo: antropologo e informatore devono riflettere sul modo in cui gli appartenenti alla cultura concepiscono normalmente la propria vita, devono rendere espliciti tutti quei significati intersoggettivi, ovvero tutti quei dati raccolti sul campo, condivisi da informatore e antropologo, che danno vita ad un dialogo (la ricerca sul terreno è un dialogo).

Riflessività: per rendere espliciti i significati intersoggettivi antropologo e informatore devono di tanto in tanto ritrarsi dal flusso della vita quotidiana ed esaminarli con sguardo critico. Devono pensare al modo nel quale i membri della cultura pensano normalmente alla propria vita.

La dialettica della ricerca sul campo

Nasce durante la ricerca sul campo, il problema di come interpretare quanto si osserva. Ma cosa comporta esattamente l’interpretazione (processo che porta alla comprensione)? Come si interpretano le azioni e le idee di altri esseri umani? Ci serve una forma di interpretazione che non trasformi gli informatori in oggetti, ossia una forma di interpretazione basata sulla riflessività anziché sull’oggettività. Paul Rabinow definisce l’ermeneutica (“interpretazione” in greco): “comprensione del sé passando per la comprensione dell’altro”.

Al principio ricercatore e informatore non hanno in comune alcuna o ben poca esperienza che permetta loro di capirsi, ma se sono motivati a intendersi e disposti a lavorare insieme, faranno qualche passo verso la comprensione e l’interpretazione fondata, cioè verso il riconoscimento. Questo processo di costruzione di un ponte di comprensione tra il sé e l’altro è ciò che Robinow chiama dialettica della ricerca sul campo.

Nella dialettica della ricerca sul campo antropologo e informatore sono entrambi agenti attivi. Ciascuno cerca di decifrare cosa l’altro stia tentando di dire. Se c’è buona volontà da ambedue le parti, ognuno cercherà di dare risposte che abbiano senso per l’altro. La ricerca antropologica sul campo è traduzione, processo grazie al quale si impara a descrivere una cultura in forma comprensibile ai membri di un’altra. L’olismo dialettico è tutto qua: l’insieme (delle conoscenze riguardanti la cultura) è più che la somma delle parti (conoscenza dell’antropologo e conoscenza dell’informatore). La conoscenza della cultura nasce dalla collaborazione delle due parti, ma è importante sottolineare che nella situazione di ricerca sono gli antropologi a iniziare il dialogo, giungendo sul campo con domande imposte dettate dalla dottrina stessa.

Gli effetti della ricerca sul campo

1) Sugli informatori: a rigor di termini si considera informatore qualunque membro di una data cultura con il quale l’antropologo parli o interagisca, essi sono di solito piuttosto marginali rispetto alla comunità e non è raro che desiderino conoscere il modo di vita dell’antropologo quanto questi il loro. Perciò la ricerca sul campo trasforma entrambi, tuttavia non sempre gli antropologi sono...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Elendil di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Ligi Gianluca.
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