Capitolo 1: La prospettiva antropologica
Che cos'è l'antropologia?
Il termine antropologia deriva dal greco ànthropos e lògos e significa "studio del genere umano" (definizione un po' vaga e imprecisa visto che ci sono diverse discipline che studiano il genere umano); possiamo allora affermare che l’antropologia è lo studio della natura dell’uomo e delle società umane presenti e passate. Il suo obbiettivo varia: spiegare la differenza tra l’uomo e gli altri animali, descrivere nel modo più completo possibile cosa fanno gli uomini, etc.
La vastità del campo d’indagine giustifica la comparsa di tutta una serie di discipline che studiano cosa fanno gli uomini: dalla biologia alla psicologia, dalla storia alla linguistica, dall’arte alla sociologia, dalla politica all’economia. L’antropologia si differenzia perché cerca di mettere insieme i contributi di tutte le altre per arrivare a rispondere alla domanda chiave: cosa rende l'uomo diverso da tutti gli altri animali?
L’olismo (parola che deriva dal greco hòlos ‘tutto intero’) antropologico è il tentativo d’integrare tutte le conoscenze sugli esseri umani, è una prospettiva epistemologica che vede i sistemi, oggetti di indagine di diverse discipline, come qualcosa di maggiore rispetto alle singole parti che li compongono. Si tende a considerare tutti gli aspetti di un determinato fenomeno; vi era un'idea che tutti questi aspetti fossero interconnessi.
Per arrivare al loro obbiettivo, gli antropologi cercano di conoscere il maggior numero possibile di modi di vita diversi, di persone della loro società, di persone di altri continenti o anche di persone vissute migliaia di anni fa. Dopo aver raccolto dati su diverse società, lontane nello spazio o nel tempo ma a volte anche molto vicine tra loro, l’antropologia passa alla fase comparativa, cercando le somiglianze e le differenze prima di pronunciarsi sugli aspetti generali della natura umana.
Un aspetto importante di tale confronto è quello nel tempo, che indaga sull’evoluzione biologica e sull’evoluzione culturale. Uno dei contributi più importanti dell’antropologia allo studio dell’evoluzione umana è stato quello di sottolineare le differenze cruciali che separano l’evoluzione biologica (riguardante attributi e comportamenti trasmessi geneticamente) dall’evoluzione culturale (concernente credenze e comportamenti che non sono trasmessi geneticamente, bensì mediante l’insegnamento e l’apprendimento).
Chiamato patrimonio genetico l’insieme delle informazioni trasmesse attraverso i geni e patrimonio culturale l’insieme delle informazioni trasmesse attraverso l’insegnamento e l’apprendimento o depositate nei libri, facciamo una stima approssimativa del tempo necessario per cambiare il 50% delle informazioni memorizzate (chiamiamolo tempo di rinnovamento). L’ordine di grandezza attuale del tempo di rinnovamento del patrimonio culturale è stimabile ragionevolmente nell’ordine dei secoli (10 anni sono pochi e 1000 troppi).
Pur non avendo dati precisi a riguardo, penso che il patrimonio genetico si rinnovi ben poco in 100.000 anni, cioè in un tempo mille volte superiore. Le velocità di cambiamento molto diverse sono già un ottimo motivo per distinguere la trasmissione culturale da quella genetica. Se accettiamo l’ipotesi che l’importanza della trasmissione di un patrimonio sia proporzionale alle novità che esso contiene, si arriva alla conclusione che trasmettere il proprio patrimonio culturale (le proprie conoscenze) è almeno mille volte più importante che trasmettere il proprio patrimonio genetico.
Forse ciò che finora è stato spiegato con l’interesse a propagare i propri geni, a cominciare dagli interessi sessuali, dovrebbe essere rivisto alla luce del fatto che interessa molto di più propagare il proprio patrimonio culturale. L’importanza della cultura nell’uomo è tale da giustificare qualche dubbio sul fatto che si è uomini prima di aver appreso almeno i fondamenti del patrimonio culturale dell’umanità.
“Gli antropologi distinguono talvolta tra Cultura (con la C maiuscola) e culture (al plurale e con la c minuscola)”. Queste culture sono “tradizioni particolari di idee e comportamenti appresi propri di gruppi specifici”. La cultura di un gruppo è tutto ciò che i membri del gruppo condividono. In termini cerebrali, la cultura del gruppo è la personalità neurologica condivisa da tutti i membri del gruppo. In modo analogo, possiamo definire Cultura ciò che si deve condividere con gli altri per far parte effettivamente del gruppo degli uomini (e non solo potenzialmente), distinguendosi nettamente da tutti gli altri animali. Si potrebbe anche definire Cultura ciò che uomini acquisiscono in quanto membri della società (è preferibile la prima).
Una disciplina interdisciplinare
L’antropologia è una materia interdisciplinare, suddivisa in quattro branche: antropologia biologica, antropologia culturale, antropologia linguistica, archeologia.
L'antropologia biologica
Ha come oggetto di studio l'uomo come fenomeno biologico in senso stretto. La specie umana è la sola specie animale attualmente vivente che si è diffusa su tutta la Terra con progressione crescente (no involuzione o scomparsa della specie); è la sola che si è adattata ai climi e ambienti molto diversi, modificando sia alcuni aspetti morfologici ma anche l'ambiente circostante fino a sopravvivere. L'antropologia biologica studia sia il vivente sia i resti fossili dell'uomo.
Gli antropologi hanno studiato gli esseri umani come organismi viventi per scoprire cosa li differenzia o li rende simili agli altri animali. Dopo aver notato differenze tra i popoli del mondo (colore della pelle, capigliatura, costituzione), vengono definite le razze come categorie.
XVIII sec: Carlo Linneo classifica le popolazioni umane in quattro razze (americani, europei, asiatici e negri) in base al colore della pelle (rispettivamente rossastro, bianco, giallo e nero).
XIX sec: alcuni naturalisti sviluppano l’idea delle razze ordinando le popolazioni del mondo secondo le dimensioni del cervello (non sorprende che quello dei “bianchi” fosse il più grande e che quello dei “negri” fosse in fondo alla scala). Queste scoperte servirono a giustificare la pratica sociale del razzismo. J. Blumenbach, il “padre dell’antropologia fisica”, identificava cinque diverse razze (caucasoide, mongoloide, americana, etiopica e malese).
XX sec: alcuni antropologi e biologi affermano che quella di “razza” sia un’etichetta culturale inventata dagli uomini per suddividere le persone in gruppi. F. Boas aveva avvertito il disagio insito nelle classificazioni razziali. Dopo la 2^ guerra mondiale: S. Washburn ripudiava la classificazione razziale e spostava l’interesse sul binomio biologia-cultura. Si sviluppa così la bioantropologia.
L'antropologia culturale
Studia i vari aspetti culturali, psicologici e religiosi dei singoli gruppi etnici. Come disciplina è nata negli Stati Uniti ed è proprio qui che vari studiosi si occupano anche della ricerca e della descrizione dei molteplici aspetti del modo di vivere dei singoli popoli: E.B. Tylor con la sua opera "Primitive Culture", F. Boas, R. Linton, M. Mead, etc.
Gli antropologi culturali raccolgono i loro dati durante un lungo periodo di frequentazione stretta della popolazione al cui linguaggio o modo di vita si interessano. Questa ricerca sul campo vede il ricercatore partecipe della vita quotidiana di coloro tra i quali ha scelto di vivere. Partecipa ad attività sociali e nel frattempo le osserva dall’esterno. Tale metodo prende il nome di osservazione-partecipante. Gli informatori sono persone appartenenti ad una determinata cultura che operano insieme agli antropologi e forniscono loro informazioni sul proprio modo di vivere (vengono chiamati anche intervistati, insegnanti o amici). L’etnografia è una descrizione dei comportamenti sociali di un gruppo identificabile di persone. L’etnologia è lo studio comparativo di due o più gruppi.
L'antropologia linguistica
Il tratto distintivo della nostra specie è il linguaggio. L’antropologia linguistica studia il linguaggio non solo come forma di comunicazione simbolica, ma anche come principale veicolo di informazione culturale. Antropologi linguisti e sociologi impegnati nella stessa area studiano come le differenze di linguaggio si correlano con genere, classe, razza o identità etnica. Alcuni analizzano ciò che accade quando i parlanti si esprimono in più di una lingua e devono scegliere quale utilizzare a seconda del contesto. Altri hanno studiato cosa accade quando i parlanti di lingue diverse sono costretti, per comunicare, ad inventare le lingue che vengono chiamate pidgin. Alcuni studiosi si occupano dei linguaggi dei segni, altri di come i bambini apprendono, altri ancora delle strategie messe in atto da chi comunica.
L'archeologia
Si occupa del passato degli uomini, tramite l’analisi dei resti materiali, fossili.
L'antropologia applicata
È formata da specialisti che sfruttano l’informazione raccolta da altre specializzazioni dell’antropologia per risolvere problemi pratici interculturali.
L'antropologia medica
Si occupa della salute umana, dei fattori che concorrono a determinare malattie e disturbi e dei modi con i quali le popolazioni affrontano queste problematiche. L’antropologia medica critica collega le questioni della salute e malattia umane in determinati contesti locali con i processi sociali, economici e politici di ordine nazionale o globale.
Capitolo 2: Cultura e condizione umana, dalla cultura alle culture
La cultura distingue la condizione umana da quella delle altre specie viventi. La Cultura di una specie è l’insieme delle conoscenze che una generazione trasmette a quella successiva non attraverso i geni (ciò che un genitore insegna ad un figlio, che gli insegnanti insegnano agli studenti, o che si impara senza che lo insegnino esplicitamente).
Esistono diverse definizioni di cultura date durante gli anni; il primo fu Tylor: la cultura è quell'insieme complesso che include i costumi, le capacità e le abitudini acquisite dall'uomo in quanto membro di una società; successivamente vi fu Malinowski (1944): tutti gli uomini hanno dei bisogni primari e dei bisogni secondari, e la cultura è l'insieme delle risposte che localmente viene dato a questi bisogni; Bourdieu (1974) la cultura è un insieme di habitus, cioè di abitudini corporee e intellettuali che risultano dall'interiorizzazione di modelli di comportamento e di pensiero socialmente costruiti; C. Geertz (1973) la cultura è la capacità di comunicare.
Da una generazione a quella successiva passano allora due insiemi di informazioni: 1) quelle del patrimonio culturale e 2) quelle del patrimonio genetico. La cultura non è reinventata da ogni generazione, ma è appresa, incrementata e poi insegnata alla generazione successiva. Mentre viene appresa la cultura viene adattata alle condizioni ambientali attuali selezionando ciò che è utile ora e modificandolo per ottimizzare il risultato. La cultura appresa dopo la nascita serve per adattarsi ad un ambiente mutevole. Ciò che il cucciolo di uomo sa fare per motivi genetici è ben poco e non gli permetterebbe di sopravvivere a lungo se non imparasse a padroneggiare l’ambiente con le scoperte fatte dai suoi progenitori.
Cosa intendiamo dicendo che la cultura caratterizza la condizione umana? Forse che solo la specie umana ha sviluppato una cultura? No, perché cultura è ciò che si insegna ai figli e anche gli altri animali insegnano ai loro figli quello che sanno, insegnando loro quello che sanno fare. La differenza è la quantità del patrimonio culturale umano, tanto superiore al patrimonio di conoscenze di ogni altra specie da indurci a cercare almeno una differenza qualitativa tra noi e tutti gli altri animali. La differenza decisiva potrebbe essere nel linguaggio umano, l’unico ad essere simbolico. Un simbolo è qualcosa che sta per qualcos’altro. Dire che il linguaggio umano è simbolico significa allora dire che il significato associato ad una parola non è fisso ma può essere ridefinito liberamente (linguaggio aperto). La quarta caratteristica della cultura umana è di essere simbolica. La possibilità di associare nuovi significati alle stesse parole consente di trasmettere le scoperte di una generazione alla successiva. Il fatto di avere un linguaggio capace di veicolare le nuove scoperte consente un accumulo delle scoperte. Poiché più conoscenze si hanno più aumenta la probabilità di fare nuove scoperte con ulteriore aumento delle conoscenze, non solo il patrimonio culturale umano aumenta ma aumenta sempre più velocemente (cresce in modo esponenziale).
A fondamento della cultura ci sono cinque elementi:
- Trasmissione: imitazione di comportamenti per osservazione ed istruzione.
- Memoria: non si può sviluppare nessuna tradizione se non si ricorda il nuovo comportamento.
- Reiterazione: saper riprodurre o seguire comportamenti e informazioni appresi.
- Innovazione: capacità di inventare nuovi comportamenti.
- Selezione: capacità di scegliere quali innovazioni mantenere e abbandonare.
Spiegare la cultura e la condizione umana
Spiegazioni dualistiche
Il dualismo consiste nella credenza che la natura si formata da due parti. Il dualismo mente/materia ha profonde radici nel pensiero occidentale, che risalgono a Platone il quale suddivideva la realtà in mente (sfera delle forme ideali) e materia (appartiene alla sfera terrena). Dal conflitto tra carne e spirito della concezione cristiana è nato il dualismo conflittuale. Quindi secondo queste concezioni il corpo è un impedimento per la mente/spirito: ciò viene chiamato idealismo.
All'idealismo si oppone il materialismo secondo cui la materia costituisce l'essenza della natura umana e la gente cerca la salvazione spirituale perché non sono soddisfatti i bisogni materiali. Nel tempo le idee idealistiche sono state gradualmente sostituite dalle idee materialistiche. Il determinismo materialistico si divide in:
- Determinismo biologico: secondo cui i fattori biologici (geni) determinano il modo in cui un organismo agisce o cambia nel tempo. Quindi vengono ritenuti ininfluenti i fattori sociali o ambientali.
- Determinismo ambientale: secondo cui le caratteristiche ambientali e geografiche determinano il comportamento sociale e culturale umano.
Contro il determinismo materialistico c'è il determinismo culturale, secondo cui le idee, le credenze e i valori appresi nella società determinano il comportamento. Di tale concezione vi sono due visioni: pessimistica (si è ciò che si è condizionati ad essere) e ottimistica (si è ciò che si apprende).
Spiegazioni olistiche
Al dualismo gli antropologi hanno preferito l'olismo che sostiene che mente e corpo non sono divisi ma che si compenetrino. Gli esseri umani si differenziano in base alle esperienze culturali che hanno vissuto. L'olismo non è deterministico ma è dialettico: secondo cui gli esseri umani sono sistemi aperti e che anche il mondo esterno è modificabile dagli oggetti che lo popolano.
“Nel contesto razzista delle società europee e nordamericane dell’Ottocento e del primo Novecento, alcuni ritenevano spettasse alla sociologia studiare le società industriali “civili” e all’antropologia tutte le altre, etichettate in massa come “primitive”. Ma gli antropologi moderni si dedicano all’indagine di tutte le società umane, respingendo le etichette di “civile” e “primitive”.
Differenze culturali: etnocentrismo
L’etnocentrismo è la tendenza istintiva e irrazionale che porta a ritenere i propri comportamenti e i propri valori migliori di quelli degli altri. È un atteggiamento che conduce a ripudiare tutte le forme culturali, morali, religiose, sociali, estetiche, etc., che sono lontane da quelle con cui ci identifichiamo. È l’idea che il proprio modo di vivere sia non solo corretto e naturale ma anche il solo vero modo di essere pienamente uomini. Gli antropologi ritengono che ciò sia sbagliato soprattutto se legato a pregiudizi razziali, culturali e sociali che possono degenerare in genocidio. L'etnocentrismo è una forma di riduzionismo.
L’etnocentrismo è forte nella tradizione occidentale, dove si sposa all’idea di un mondo unico (base della vita sociale, perché il mondo unico è quello condiviso da tutti) e di una verità unica (base della scienza, perché la verità scientifica è quella accettata da tutti). In un contesto democratico, l’idea alternativa (in ambito sociale o in quello scientifico) compete con quella attuale e può diventare quella vincente domani, ma resta il fatto che l’idea oggi vincente piglia tutto col consenso di tutti.
Anche le culture non occidentali, però, sono etnocentriche, comprese quelle geograficamente più piccole e quelle che appaiono meno evolute ai nostri occhi.
Oss.1. L’antropologia combatte l’etnocentrismo sostenendo che ogni cultura è corretta e naturale nel suo contesto (noi occidentali diremmo che è la migliore possibile in quel contesto, finché non verrà scalzata da un'altra).
Oss. 2. Dopo aver constatato che ogni cultura è etnocentrica, però, l’antropologo è costretto ad ammettere che una certa dose di etnocentrismo è utile (un po’ di iper-valutazione della propria idea e di svalutazione di quella degli altri pare necessaria per assicurare la coesione del gruppo e il rispetto delle regole che si è dato).
Il relativismo culturale
Il relativismo è un atteggiamento intellettuale che mira a collocare il senso delle cose al posto giusto, nel loro
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