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Presentazione della ricerca e della metodologia

Sono arrivata a Capo Verde nel 2001 per svolgere la mia ricerca sul campo e sono rimasta 3 anni, la maggior

parte dei quali a Ponta do Sol, nell’isola di Santo Antao. Negli ultimi anni le donne di Ponta do Sol hanno

vissuto cambiamenti radicali grazie ai rapporti con l’esterno e questi cambiamenti influenzano anche la

percezione del proprio essere donna. Questa percezione si confronta con quella di tante figure femminili

d’oltremare con cui vengono a contatto: quelle della televisione e delle telenovele, le turiste in vacanza, le

straniere che si fermano per sperimentare la vita in quei luoghi, le emigranti che tornano. L’immagine della

donna capoverdiana è stata per secoli considerata negativa, in quanto collegata alla figura della nera-schiava

del periodo coloniale che corrompe gli uomini bianchi. L’intento iniziale era quello di svolgere una ricerca

sull’emigrazione dal punto di vista di chi rimane; ma poi, durante le interviste, le problematiche di genere

sono emerse spontaneamente. Sono state, perciò, le stesse donne a indirizzare la mia ricerca.

Ho vissuto la mia permanenza sull’isola non solo come antropologa, ma anche come donna e come “ibrido”

tra straniera e capoverdiana. Questa ambiguità del mio status è stata il frutto sia della lunga permanenza nel

luogo, sia della mia situazione personale, in quanto sono stata compagna di un capoverdiano. La facilità con

cui sono entrata in intimità con le donne è dovuta a diversi fattori: in primo luogo, come compagna di un

uomo capoverdiano, potevo capire quello che mi raccontavano, visto che sarebbero potute succedere anche a

me le stesse cose; in secondo luogo, la famiglia del mio compagno era molto estesa per cui alla fine, mi ero

imparentata praticamente con tutto il paese; in terzo luogo, ho frequentato solo capoverdiani, cosa che mi ha

permesso di imparare molto in fretta il creolo e di riuscire, perciò, a condividere con loro soprattutto l’ironia.

Tuttavia, questa familiarità con la comunità ha costituito anche una difficoltà, perchè mi ha posto di fronte al

problema di mantenere l’equilibrio tra la partecipazione e il distacco necessario al ruolo di osservatrice.

Presentazione del luogo, dei personaggi e del testo

Le isole di Capo Verde sono state disabitate fino al secolo XV, quando furono colonizzate dai portoghesi che

ne fecero un avamposto di schiavi deportati dall’Africa e un importante scalo tra l’Africa e l’America

Meridionale; Capo Verde è repubblica indipendente dal 1975. Santo Antao è l’isola più povera e con il tasso

maggiore di analfabetismo. L’economia si basa ancora sulla pesca e sull’agricoltura; una delle principali

produzioni dell’isola è il grogue, un’acqua vite ricavata da canna da zucchero. Ponta do Sol, nell’isola di

Santo Antao, è una piccola cittadina di pescatori, dove la maggior parte degli abitanti vive di pesca e di

turismo. Il testo vede protagoniste 4 donne che parlano di sé: un’anziana, una giovane donna, un’emigrante e

infine un’antropologa, io stessa, che fa la scelta di mettersi a nudo. Maria Giulia, tra le donne anziane, è

diventata una sorta di madre adottiva. Ha avuto un ruolo di intermediaria soprattutto nei riguardi delle

tradizioni: con lei ho partecipato alle prime feste di romaria, al primo funerale, alle processioni. Ernestina,

invece, mia coetanea, ha avuto con me una relazione quotidiana. Il suo ruolo di intermediaria ha riguardato

soprattutto i miei rapporti con le altre donne. E’ lei che mi ha fatto conoscere molte di loro e con lei ho svolto

gran parte delle interviste. Nita, infine, è stata un’amica e, in quanto emigrata in Italia, mi ha aiutato a capire

alcuni atteggiamenti “capoverdiani”. I nomi utilizzati per le donne sono fittizi, vista la promessa di

anonimato fatta loro a causa della delicatezza degli argomenti trattati.

Il I capitolo è la storia di Maria Giulia che diviene la “scusa” per parlare delle donne anziane di Ponta do Sol,

del loro vissuto, dei tempi antichi e delle tradizioni. Il II capitolo, invece, è la storia di Ernestina e del suo

gruppo di amiche. Rientrano tutte nella fascia delle donne giovani che sono rimaste a Ponta do Sol e non

sono emigrate. Le loro vite sembrano incentrate sulla relazione conflittuale con gli uomini. Il III capitolo,

invece, attraverso la storia di Nita, ripercorre le vicende delle donne che emigrano e che si contrappongono a

quelle che restano. I temi che emergono in questa parte sono le relazioni tra chi parte e chi rimane, i nuovi

modelli di femminilità veicolati dalle migranti e le nuove figure di donne transnazionali, come per esempio

le rabidantes, che fanno del viaggiare una parte importante della loro identità. Infine, il IV capitolo

ripercorre le varie identità femminili, mette in luce i nuovi modi dell’essere donna a Ponta do Sol e in quale

modo l’identità femminile venga rinegoziata. I capitoli sono disomogenei per struttura e forma e con diversi

temi: la memoria (capitolo I), il presente di chi rimane (capitolo II), la mobilità e la transnazionalità di chi

parte (capitolo III), la posizione di chi scrive (capitolo IV).

CAPITOLO I “DONNE E MEMORIA”

1. La storia di Mara Giulia: presentazione

Maria Giulia ha 72 anni, non ha ricevuto un’istruzione e ha lavorato tutta la vita per mantenere la sua

famiglia; quindi ha avuto una vita difficile, piena di sacrifici e molto interessante. Questa prima parte del

testo è dedicata alla memoria delle donne anziane di Ponta do Sol, seguendo il filo narrativo proposto dalla

storia di Maria Giulia. Alla fine di ogni giornata raccontata da lei, il commento è riservato alle donne anziane

di Ponta do Sol che hanno tutte tra i 65 e gli 85 anni; spesso le si vede parlare in gruppi sul lungo mare o

fuori dalle loro case. Durante il racconto della sua vita, Maria Giulia intreccia un passato di sacrifici, di

martirio, di povertà con un passato più saggio, di abbondanza, dove si viveva meglio. Questa ambiguità nella

rappresentazione della memoria, motivo ricorrente in tutte le narrazioni, può essere spiegata con l’età

anziana delle interlocutrici, che abbinano i ricordi del passato alla propria giovinezza. Tale ambiguità si

riflette nella storia di Capo Verde, fatta di alti e bassi, di abbondanze e siccità. I momenti di crisi cui si

riferiscono le donne sono quelli degli anni ‘40 che ebbero le peggiori ripercussioni sull’isola: la carestia del

1941-43 che fu causata dalla mancanza di pioggia, ma anche dalla crisi internazionale provocata dalla II

guerra mondiale; la carestia del 1947-48, quando i piccoli agricoltori furono costretti, per non morire di

fame, a vendere a prezzi irrisori i loro apprezzamenti di terra ai grandi proprietari. Dai racconti delle donne,

emerge che la gente di Ponta do Sol riuscì in parte a scampare alla morte per fame grazie al pesce, a

differenza delle persone che vivevano sulle montagne e la cui sussistenza dipendeva dalla produttività della

terra, per cui molti scapparono e si trasferirono a Ponta do Sol. E poi c’è l’importanza della pioggia, tanto

osannata dai capoverdiani, che è la soluzione alle carestie. L’uomo capoverdiano è rappresentato come colui

che aspetta la pioggia e il cui destino dipende da essa, da ciò deriva la rassegnazione che lui ha verso la vita:

sulla pioggia, sul tempo, non si può intervenire.

Il fatto di aver lavorato sodo, di essere sopravvissute ai sacrifici e alla povertà, diventano un segno di

riscatto, un fattore di valorizzazione di sé e di rispetto da parte della comunità. Tutte le donne anziane

mettono sempre in evidenza di essersi arrabattate, di aver fatto tutti i lavori possibili, con l’orgoglio di essere

riuscite a sopravvivere e a crescere i propri figli. La fatica, il sacrificio, il camminare per ore riempivano le

giornate. Ogni spostamento era un avvenimento: per andare a messa la domenica, come sottolinea Maria

Giulia, ma anche per lavorare e andare a vendere negli altri paesi ci volevano ore di cammino; ed erano le

donne a fare queste compra-vendite caricandosi i pesi sulla testa. Uno degli elementi messi in rilievo, è il

fatto di possedere pochi vestiti. Se si apparteneva alla classe benestante, si potevano avere persino 3 vestiti e

ci si poteva permettere un paio di scarpe; quando, invece, si apparteneva alla classe più povera, si poteva

avere solo un vestito. Infine, in questa prima parte, Maria Giulia fa emergere un altro aspetto della società

capoverdiana: molti bambini sono cresciuti non dai genitori biologici ma dai genitori di criacao, cioè una

sorta di genitori adottivi che, pur se in modo informale, si occupano della crescita dei figli altrui. A Ponta do

Sol molte persone sono state cresciute dai padre o madre di crescita, che potevano essere persone di famiglia

molto strette come la nonna, la zia, la madrina, o addirittura donne che non avevano nessuna parentela con il

bambino, ma che semplicemente erano benestanti.

Questa pratica è ancora molto diffusa a Santo Antao, dove spesso i bambini della classe povera ricevono un

sostentamento e in cambio, svolgono ruoli “domestici” per la famiglia che li accoglie; tuttavia, non sono

trattati alla stessa stregua dei figli, ma hanno un ruolo a metà tra i domestici e i figli. Dal racconto emerge

anche che i genitori adottivi non si sentivano obbligati a mandare a scuola i figli. Tutti i bambini, anche

quelli non “adottati”, davano da subito un contributo importante alla vita domestica, svolgendo vari compiti.

Questo modello segue linee matrifocali: quasi sempre sono altre donne a farsi carico della crescita di figli

non propri. La struttura familiare capoverdiana non è perciò paragonabile alla famiglia nucleare; piuttosto è

una famiglia allargata caratterizzata dalla matrifocalità. Per matrifocalità si intende un’organizzazione

sociale in cui la madre detiene un ruolo centrale nella famiglia da un punto di vista strutturale, culturale e

affettivo e dove la relazione madre-figlio diviene primaria rispetto a quella coniugale; si tratta di un “sistema

parentale centrato sulla donna” che diviene il pilastro attorno al quale si struttura la famiglia. In una società

matrifocale, i legami da parte di madre vengono sentiti come più significativi rispetto a quelli paterni, per cui

la relazione tra fratelli che condividono la stessa madre è più stretta. Inoltre, le donne anziane mettono in

luce un altro aspetto della società capoverdiana: la ricorrente assenza dei padri - il padre di Maria Giulia

decide di riconoscerla solo in punto di morte - e il ruolo centrale della donna nella famiglia, nonché la

presenza di una poligamia di fatto. Questa modalità di relazione è nota come “poligamia informale”, in

quanto non implica la convivenza e l’uomo non è obbligato verso i figli da un punto di vista economico. A

Capo Verde, l’uomo riconosce il figlio e può continuare a mantenere legami informali con quella famiglia

per molto tempo. Inoltre, in alcuni casi, gli uomini sono già sposati con un’altra donna. La distinzione tra

madre dei figli e moglie “ufficiale” è molto netta: la prima è molto spesso meno educata e più povera.

Infine, l’educazione rigida, i castighi, la severità sono elementi ricorrenti nei racconti di tutte le donne. Il

modello familiare e l’impossibilità di accesso alla scuola per le donne, in particolar modo quelle della classe

più povera come Maria Giulia, rivelano un’asimmetria nelle relazioni di genere. L’isola di Santo Antao è

cambiata molto dall’indipendenza ad oggi e le classi si sono differenziate anche a causa dell’emigrazione di

massa. A detta delle interlocutrici, l’emigrazione ha permesso ad alcuni di raggiungere un certo benessere.

Ponta do Sol, nel ricordo sia delle giovani che delle anziane, dunque, appare come un luogo senza macchine,

senza televisione, senza collegamenti, senza aeroporto eppure, dalle donne anziane viene sempre ricordato

anche come un luogo più saggio. Prima dell’indipendenza Ponta do Sol era soprattutto un luogo di uomini

pescatori e donne pescivendole; la sua vita era strettamente legata al mare. Ponta do Sol in quegli anni era

una cittadina fiorente, dove tutto ruotava attorno al mare e dove tutti erano come una grande famiglia. Del

resto, la solidarietà tra la gente di Ponta do Sol viene messa in risalto da tutte le interlocutrici. Gli uomini

erano marinai, avevano una vita dura e difficile; spesso le barche avevano difficoltà a rientrare e spesso non

tornavano o affondavano. Le donne aspettavano al porto il rientro delle barche per prelevare il pesce e andare

a venderlo nelle ribeiras. A Ponta do Sol, sia le pescivendole che le commercianti di altri generi, hanno per

tradizione lo spirito di fare negozio. Nonostante il sistema razziale e di classe in atto, alcune donne affermano

che durante il colonialismo portoghese si stava meglio, ma sono soprattutto quelle più intraprendenti, che

sono riuscite a crearsi una piccola attività commerciale, a sostenerlo. In molti altri casi, il colonialismo

portoghese viene criticato e ne vengono ricordati gli aspetti più brutali. In questa giornata, Maria Giulia

racconta della sua esperienza a Sao Tomè, tema presente nelle donne della sua generazione.

L’emigrazione dei capoverdani per Sao Tomè rientra nel fenomeno di “emigrazione forzata” e iniziò quando

vennero trasportati lì individui per sviluppare le coltivazioni di cacao e caffè. Poiché, allo stesso tempo, Capo

Verde stava attraversando una terribile siccità e carestia, il governo adottò l’emigrazione per Sao Tomè come

una possibile soluzione a tali flagelli. L’esperienza migratoria per Sao Tomè ha visto protagoniste molte

donne, soprattutto nel periodo tra il 1950 e il 1973, in cui le violenze e i soprusi attuati dai padroni si erano

attenuati molto. Eppure, molte interlocutrici sottolineano l’aspetto della violenza. Maria Giulia parla dei

mozambicani che arrivano nudi e con le catene ai piedi; nell’intervista di Nha Dindinha viene ricordato il

trattamento terribile che i nativi di Sao Tomè ricevevano da parte dei coloni. Oltre che per i maltrattamenti

perpetuati dai portoghesi, la vita di Sao Tomè, per i capoverdiani, era dura per molti motivi: le condizioni

climatiche, l’alta piovosità del clima equatoriale, gli insetti, la malaria, i bassi salari. Molte volte, dopo anni

di duro e faticoso lavoro, il guadagno era così misero che a volte non si aveva neanche il denaro per ritornare

a casa. Ciò che emerge nelle interviste delle donne anziane di Ponta do Sol, è la loro capacità di adattamento,

di reazione, di sfruttamento delle scarse possibilità di volgere a proprio favore le situazioni peggiori.

Nell’intervista di Maria Giulia, pur se presenti elementi negativi, come il tentativo di violenza carnale da

parte del feitor, il duro lavoro, lo “sfottò” dei portoghesi, che la prendono in giro perchè pulisce i bagni, le

malattie terribili cui va incontro, la nostalgia che prende tutti i capoverdiani; emergono altri aspetti ricordati

con piacere della vita a Sao Tomè: Maria Giulia dichiara di essersi trovata bene e di aver fatto valere i suo

diritti; ricorda una grande abbondanza di cibo, il suo fare negozio, il suo riuscire ad andare d’accordo con

chiunque.

In particolare, emerge la capacità delle donne di mettere in pratica la loro abilità di arrangiarsi anche in terra

straniera. Maria Giulia trova il modo di non lavorare nei campi facendolo fare a 2 uomini mozambicani al

posto suo, per i quali in cambio lava, stira, cucina. Un altro elemento presente in quest’intervista, è la

questione identitaria. Il viaggio per Sao Tomè è anche un viaggio di incontro-confronto con gli altri popoli

africani soggetti al colonialismo portoghese: mozambicani, angolani, gente di Sao Tomè e della Guinea.

Appare evidente dalle parole di Maria Giulia che i capoverdiani si sentono diversi dagli altri africani: questa

distanza dei capoverdiani dagli altri africani appare ancora più evidente nel momento in cui lei dichiara che

gli stessi “africani” chiedono ai capoverdiani se sono portoghesi. Dunque, i capoverdiani non solo non si

autopercepiscono come africani, ma anche da questi vengono percepiti come portoghesi. Ciò deriva dal fatto

che il colonialismo portoghese attuò nei confronti dei capoverdiani una politica diversa rispetto a quella in

vigore in tutti gli altri paesi africani: i capoverdiani vennero trattati come dei “quasi portoghesi” e utilizzati

spesso nelle altre colonie come intermediari, burocrati, interfaccia tra il governo coloniale e i popoli delle

colonie.

In questa giornata, Maria Giulia racconta del rapporto con suo marito, del corteggiamento, del matrimonio e

della morte di lui. La prima cosa da notare è che le donne anziane di Ponta do Sol si raccontano sempre come

se fossero state single ed è difficile che gli uomini siano nominati se non come pai de filhos. Sembrava,

infatti, che il marito non esistesse o fosse stato ininfluente nella vita di Maia Giulia, perchè nel suo racconto

appare solo come figura marginale. Maria de Lourdes, invece, si è regolarmente sposata con un solo pai de

filhos, uno tra gli uomini più lavoratori e dediti alla famiglia di Ponta do Sol; nonostante le case di cui oggi è

proprietaria, gli stessi figli ammettono che il benessere economico si è raggiunto soprattutto grazie alla

madre. Tuttavia, nonostante il fatto che nella maggior parte dei casi sia sempre la donna a occuparsi della

famiglia, tutte le capoverdiane sognano di sposarsi. Secondo il codice comportamentale legato alla relazione

uomo/donna, doveva essere l’uomo a corteggiare la donna, la quale non doveva mai dire subito si, ma farsi

corteggiare. Il corteggiamento prevedeva un lungo rituale di avvicinamento tra i futuri sposi; la mano della

sposa doveva essere chiesta ai gen

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Jasminef di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Giuffré Martina.
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