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capoverdiana (la famiglia retta da donne, la matrifocalità) è stata in parte spiegata con l’emigrazione

maschile, per cui la società era retta dalle donne a causa dell’assenza di uomini. Tuttavia, nel caso di Santo

Antao, questa interpretazione non sembra valida, poiché il fenomeno delle madri sole è una forma di

famiglia da non confondere con quelle formate dalle mogli dei migranti e i loro figli. La persistenza delle

“single mother” deriva dalla mancanza di alternative economiche nel mercato del lavoro, infatti, esse sono

spesso le donne più povere, la cui unica risorsa sono i figli.

2.4 I paradossi di una forma rizomatica di maschilismo

Il modello di dominazione maschile crea delle aspettative riguardo a quello che deve essere una donna, ma

nello stesso tempo, nega la possibilità di realizzare tali aspettative. Molte donne sono sole e devono lavorare

per sostentare i figli, ma accettano di farli perché la tradizione concede loro rispetto solo se dimostrano

l’attaccamento a un uomo, ma la prova di questo attaccamento può essere solamente un figlio. L’auto-

rispetto della donna, dunque, va di pari passo con l’avere i figli. Non bisogna, inoltre, sottovalutare

l’importanza di avere un uomo accanto per ottenere il riconoscimento e l’accettazione sociale. Ma è proprio

nel momento in cui si ha un figlio, che l’uomo abbandona la donna. Dunque, si tratta di un paradosso: la

donna per sentirsi tale deve avere un compagno e mostrargli attaccamento facendo un figlio con lui, perchè

la tradizione le concede rispetto solo così, ma nello stesso tempo, questo contrasta con la libertà sessuale

degli uomini, che per essere tali non devono legarsi alla donna. In passato, gli uomini avevano l’abitudine di

lasciare incinte le mogli prima di partire, come tattica per essere sicuri della propria paternità; inoltre, erano

contrari all’uso della pillola per paura che le donne potessero usarla in loro assenza.

Nel caso in cui le donne abbiano una relazione stabile con un uomo, sono loro a prendere gran parte delle

decisioni: l’uomo è de-responsabilizzato e delega alla donna tutte le decisioni che riguardano la casa, la

contabilità familiare, i figli. Dunque, la donna ha un potere enorme che non le viene riconosciuto, non solo

nel gestire il capitale simbolico della famiglia, ma anche nel suo sostentamento. Da una parte, perciò, le

donne devono riconoscere l’autorevolezza e le decisioni dell’uomo; dall’altra l’uomo, essendo irresponsabile

per tradizione, delega tutto alla donna, non riconoscendole questo diritto di decidere. La donna è vista,

inoltre, come la responsabile della crescita dei figli, del loro abbigliamento, della rispettabilità che mostrano

all’esterno: nello stesso tempo, però, subiscono una forte discriminazione sul lavoro, non avendo, dunque,

l’opportunità di sostentarli. La donna deve essere amata di un amore romantico, eternizzato, ma poi viene

picchiata come dimostrazione di affetto; addirittura, secondo le usanze, non deve mostrarsi interessata e per

tradizione, deve farsi desiderare e conquistare a fatica da un uomo, ma è difficile essere rincorse da uomini in

fuga. La donna, quindi, si vede rifiutate le opportunità di realizzare le condizioni che, secondo il codice

dominante, ne farebbero una “donna compiuta e realizzata”.

2.5 Un’analisi dei processi storici di formazione dell’ideologia dominante attraverso l’interrelazione

delle categorie di classe, razza, etnia, genere

Le donne hanno sofferto di una triplice oppressione: quella del colonialismo, quella del razzismo e quella del

maschilismo. Ci sono, tuttavia, altre 2 forme di oppressione che la donna capoverdiana ha sperimentato: il

cattolicesimo e il classismo. Quello portoghese è stato un colonialismo radicale poiché promuoveva una forte

ideologia razziale che legittimava la gerarchia sociale. I capoverdiani, inoltre, venivano usati dai portoghesi

come intermediari nelle altre colonie lusofone, spesso con il ruolo di amministratori coloniali. I capoverdiani

vengono trattati come assimilati, ma nello stesso tempo come inferiori. Il momento in cui le divisioni razziali

diventano esplicite sono i matrimoni: la scelta matrimoniale deve avvenire solo con donne della stessa classe

sociale; mentre le relazioni sessuali si possono avere con chiunque. La verginità fino al matrimonio diventa

un valore importante perché è attraverso di esso che lo status di una donna resta intatto. La relazione sessuale

pre-matrimoniale, il cui risultato evidente è un figlio, fa scendere di un gradino lo status di una donna, che

avrà difficoltà a incontrare un marito nella stessa classe sociale. La gerarchia classe/colore, dunque, si

manifesta nei rapporti di genere, seguendo modelli sviluppatisi durante la schiavitù, che non rendeva

possibile la stabilità familiare; le dure condizioni di sopravvivenza e la precarietà della vita pesavano

soprattutto sulle donne, che mettevano al mondo i figli e se ne dovevano occupare in caso di separazioni

forzate dai propri mariti.

I colonizzatori avevano relazioni intime con le proprie schiave, quindi, il potere sessuale e quello economico

dei dominatori diventavano tutt’uno. E’ la donna, dunque, a essere colpevolizzata per questa condizione

“troppo libera” e non gli uomini: sono le donne ad avere rapporti con uomini che non sono i legittimi mariti.

La colpevolizzazione della donna e la de-responsabilizzazione dell’uomo sono modelli impliciti nello stesso

colonialismo. Quello che scandalizzava non era tanto la “propensione alla sensualità” di queste donne,

quanto la loro non vergogna, la loro pretesa di crescere i figli. Inoltre, in particolare a Santo Antao, il tipo di

schiavitù esistente era soprattutto domestica, per cui si preferiva una schiava donna che si occupasse della

casa e dei figli. Prima un padre doveva essere un uomo che aveva la possibilità di mantenere un figlio ed era

normale che fossero gli uomini più abbienti ad avere figli con donne diverse. Le maes de filhos, consapevoli

di non avere la possibilità di essere spose per la loro condizione sociale inferiore, ricercavano un uomo che le

aiutasse ad allevare i figli. C’erano anche codici di comportamento che il marito rispettava nei confronti delle

donne: ad esempio, non andare in giro per strada abbracciato con una mae de filho o non passare mai una

notte nella sua casa. Sembra che la poligamia di fatto sia stata, durante il colonialismo, prerogativa dei ricchi

e dei potenti e che sia divenuta un modello a causa della situazione coloniale. Ma oggi, per quanto riguarda

Santo Antao, non sembrano essere gli abbienti ad avere tanti figli e, soprattutto, nonostante ci siano nuove

leggi e maggior controllo sulla paternità, l’uomo sembra essere molto più de-responsabilizzato, quindi, le

tensioni uomo/donna crescono.

2.6 Relazioni intergenerazionali: lo Stato, la Scuola, la Chiesa e la famiglia sono luoghi di

riproduzione della violenza e della dominazione maschile.

La gerarchia dei generi e il conseguente maschilismo erano assicurati da 4 istituzioni: la famiglia, la Chiesa,

la Scuola e lo Stato. La Chiesa ha un ruolo predominante nella storia capoverdiana, dove colonizzazione ed

evangelizzazione vanno di pari passo. Essa è animata da un antifemminismo profondo del clero, che

condanna le infrazioni femminili alla decenza, promuovendo una visione pessimista delle donne e della

femminilità, tramite una morale dominata dai valori patriarcali e dal dogma dell’inferiorità della donna.

Anche laddove la Chiesa valorizza le donne, è solo nel ruolo di madre e moglie. La scuola continua a

trasmettere modelli patriarcali; ma ricopre un ruolo ambiguo e contraddittorio perché, nello stesso tempo,

permette l’accesso delle donne all’istruzione, alla cultura e all’indipendenza economica. La scuola ha

rappresentato a Capo Verde il primo momento di cesura tra femmina e maschio. In effetti, per le donne di

Ponta do Sol, la discriminazione avveniva come negazione della possibilità di andare a scuola, motivo

fondamentale dell’incapacità di migliorare la propria vita. Con l’inizio della repubblica a Capo Verde, le

leggi garantiscono l’uguaglianza dei sessi; ma in pratica, la discriminazione permane: nel settore lavorativo,

giuridico, politico e sanitario, nella possibilità di accesso al credito.

Dai racconti delle donne, la famiglia appare come il luogo in cui si sviluppa il modello androcentrico e

l’educazione alla violenza di cui i bambini e le donne sono le principali vittime. La violenza nell’educazione

è un tema ricorrente di molte delle infanzie vissute dalle donne di Ponta do Sol. Una conseguenza di questo

tipo di educazione, era la mancanza di dialogo coi genitori: non si parlava con loro soprattutto per paura e

spesso le cose venivano spiegate agli adolescenti da altri adulti più giovani. Nei racconti di Ernestina, Vitoria

e delle altre donne, un elemento in cui la donna subisce una forte discriminazione è il rimanere incinta senza

essere sposata. Nonostante sia un evento frequente, i genitori buttano fuori di casa le figlie quando ciò

succede. Se non lo facessero, la gente penserebbe che approvano il comportamento della figlia; è la vergogna

per ciò che la gente può dire che spinge i genitori a un atto così radicale: bisogna mostrare alla comunità che

non si approva ciò che la figlia ha fatto. A Ponta do Sol le donne lamentano la severità e la rigidità dei

genitori, la discriminazione rispetto ai fratelli e giudicano negativamente la violenza fisica e la mancanza di

dialogo; ma poi, nello stesso tempo, ritengono che solo l’educazione di una volta funzionava davvero e sono

riconoscenti ai genitori di aver imparato il rispetto e il giusto comportamento.

2.7 La relazione con l’esterno: i modi che le donne di Ponta do Sol hanno di “viaggiare - nel -risiedere

Per riflettere sulla modalità che le “donne che rimangono” hanno di entrare in relazione con l’esterno,

l’esperienza di Rosenda, donna che non ha mai viaggiato, è emblematica. Rosenda, la donna meno

viaggiatrice del gruppo, sembra anche la più rivoluzionaria di tutte. Ernestina e le altre interlocutrici, infatti,

hanno avuto una mobilità maggiore rispetto a lei e alcune hanno vissuto per anni a Mindelo, ma la possibilità

di viaggiare non è un privilegio di tutti. Le donne di questo capitolo, fanno parte del gruppo di quelle che

restano e hanno la caratteristica di non avere alle spalle nessun tipo di esperienza di emigrazione e di

viaggio; tuttavia, esse hanno vari modi di viaggiare – nel - risiedere, cioè, di entrare in contatto con l’esterno

pur non spostandosi fisicamente.

2.7.1 Televisione, telenovele e nuovi modi dell’essere donna

La televisione è un potente mezzo di formazione, educazione e forse il principale mezzo di comunicazione

con l’esterno. Nei centri rurali, il fenomeno televisivo diventa fenomeno di gruppo, comunitario e di

coesione sociale; infatti, poche persone hanno la televisione ed è molto comune che la gente si riunisca a

casa di chi la possiede per usufruirne. A Ponta do Sol, in effetti, la televisione rappresenta un momento di

socializzazione, in quanto il più delle volte la si guarda e la si commenta insieme. Per il gruppo delle donne

di Ponta do Sol, anche se non per tutte, la televisione rappresenta il luogo privilegiato della relazione con

l’esterno. Le donne e i bambini sono i maggiori consumatori delle telenovelas brasiliane, mentre gli uomini

lo sono del calcio. Durante la mia permanenza a Ponta do Sol sono state due le telenovelas più seguite:

CLONE e TERRA NOSTRA ESPERANCA.

2.7.1.2 Terra Nostra Esperanca

Terra Nostra parla degli emigranti italiani in Brasile dopo l’abolizione della schiavitù nel 1888. I temi trattati

a proposito degli italiani rispecchiano sotto molti punti di vista la realtà capoverdiana: l’emigrazione, la

nostalgia per la terra d’origine, il Brasile come terra promessa, gli amori difficili. Gli eroi di questa serie

sono gli italiani emigranti che partono per lavorare nelle piantagioni. Per Ernestina e le sue amiche,

l’identificazione con gli italiani emigranti è semplice poiché anche per loro il Brasile rappresenta la Terra

Promessa. L’emigrazione è strutturale alla società capoverdiana ed è difficile trovare qualcuno a Ponta do

Sol che non abbia qualche parente emigrato. Il modo in cui gli italiani sono rappresentati: poveri, semplici e

sempre pieni di nostalgia per la propria terra d’origine, permette l’identificazione con loro. La telenovela

crea un’immagine nuova rispetto allo stereotipo dell’italiano a Capo Verde: il contatto con italiani ricchi,

investitori, turisti vestiti all’ultima moda, è lontana dall’immagine che Terra Nostra Esperanca dà

dell’italiano. E’ interessante notare come Ernestina abbia cambiato atteggiamento nei miei confronti grazie a

questa telenovela: prima pensava che io fossi ricca ma tirchia, perché secondo lei tutti gli italiani erano

ricchi; dopo aver visto Terra Nostra Esperanca ha capito che anche gli italiani sono poveri. Tuttavia,

l’identificazione maggiore avviene proprio con le italiane protagoniste della telenovela che conquistano

proprio con la loro semplicità, contro l’artificiosità delle brasiliane. E la semplicità delle donne di Santo

Antao è una cosa risaputa: esse sono sempre rappresentate come donne semplici e tradizionali.

C’è di più: in Terra Nostra Esperanca le aspettative delle donne di Ponta do Sol su cosa bisogna fare per

sentirsi davvero donna non vengono frustrate; al contrario, ciò che esse fanno per riuscire a tenersi un uomo,

nella finzione mediatica risulta invece un comportamento vincente. Ciò in cui le donne di Ponta do Sol

falliscono, cioè, riuscire a tenersi un uomo tramite un figlio, è invece la vittoria di una delle protagoniste

della telenovela. La protagonista ha avuto una relazione con un compaesano prima che lui emigrasse per il

Brasile, dalla quale è nato un figlio, ma l’uomo non ne è al corrente. Lei parte con il bambino per il Brasile

per riconquistare il suo fidanzato, che nel frattempo nella nuova terra si è sposato e, proprio grazie al figlio,

dopo varie peripezie, riesce nella sua impresa. Inoltre, il tradimento degli uomini viene giudicato

negativamente e uno de protagonisti, quello sposato in Brasile, ma che poi si rimetterà con la ex fidanzata

che ha avuto da lui il bambino, vive in modo problematico la situazione. Si ricompone, dunque, nella

telenovela, l’identità che nella realtà capoverdiana non si realizza a causa delle contraddizioni tra elementi

richiesti per essere una vera donna e l’impossibilità di realizzarli. In Terra Nostra, invece, la donna è artefice

del suo destino.

2.7.2 La relazione con le straniere (turiste occasionali, turiste cicliche e residenti)

Anche il contatto con gli stranieri e l’immagine che questi hanno delle donne influisce sulla percezione che

esse hanno della propria identità. A Ponta do Sol ci sono vari tipi di stranieri: turisti occasionali, che vengono

per pochi giorni e non hanno intenzione di tornare; i turisti ciclici, che tornano a Ponta do Sol una o 2 volte

l’anno e quelli stabili, che decidono di viverci per periodi variabili. Ovviamente, le donne ne vengono

influenzate in modo diverso: il contatto con gli stranieri è giudicato più o meno negativamente a seconda

delle diverse tipologie: quanto più essi sono visti come esterni, tanto più il rapporto con loro viene

considerato “contaminante”. Quando invece lo straniero comincia a “far parte del paesaggio”, la relazione

con lui viene vista in modo più tranquillo. Quando avviene il passaggio da turista a straniero residente, il

contatto è possibile senza che la donna capoverdiana sia tacciata di tradimento. In breve, è solo quando lo

straniero si avvicina alla cultura locale, accettando le regole e i codici di comportamento della comunità, che

l’interscambio con lui non viene più visto come negativo. Ernestina agisce come intermediaria tra i turisti e i

compaesani ed è la prima ad entrare in contatto con gli stranieri; infatti, Ernestina e suo marito sono stati gli

intermediari di tutti gli stranieri stanziali a Ponta do Sol. L’identità delle donne di Ponta do Sol è influenzata

dalle turiste e dalle straniere che vi risiedono in quanto queste hanno modi di agire e di essere donna che si

contrappongono ai loro: sono donne che viaggiano non come emigranti ma come turiste, che possono partire

quando vogliono, avendo il privilegio di muoversi liberamente; ancora, sono donne spesso indipendenti

economicamente, a volte sono donne emancipate che viaggiano da sole. Spesso poi, le donne straniere sono

corteggiate dagli uomini locali e ciò fa nascere una certa conflittualità verso le turiste; inoltre, a loro sono

permesse cose che le donne di Ponta do Sol non possono fare. Le straniere giudicano la condizione delle

donne di Ponta do Sol, mettendola un’po’ in crisi, in quanto le considerano vittime, scarsamente emancipate,

sottomesse all’uomo, non indipendenti. Ma le donne straniere residenti sono viste anche come amiche, adatte

alle confidenze più intime in quanto, da un lato sono parte della comunità e quindi in grado di capire,

dall’altro, essendo sempre esterne, non attuano critica sociale nella comunità, né si dedicano ai pettegolezzi.

3.2 Viaggiare al femminile

Oggi viaggiare è un privilegio di pochi e la mobilità può avere significati diversi, mostrando, per esempio,

una differenza di classe tra chi si può muovere e chi è costretto all’immobilità. La popolazione che rimane a

Capo Verde desidera emigrare, ma non può realizzare questo desiderio. Le donne sono sempre state associate

alla casa e gli uomini al viaggiare. In tale ambito, è interessante vedere in quale modo il “risiedere” delle

donne si articoli, politicamente e culturalmente, con il “viaggiare” degli uomini. Il genere, dunque, influisce

sia sull’aspirazione che sulla capacità di emigrare. Fino all’indipendenza, l’emigrazione capoverdiana è stata

maschile. L’arcipelago di Capo Verde era visto come un insieme di isole di donne che restavano a casa e

uomini che viaggiavano: prima uomini venduti come schiavi, poi mandati a lavorare come intermediari nelle

altre colonie, infine, uomini che come marinai si imbarcavano sulle navi tornando saltuariamente a casa. Le

donne, con l’unica eccezione dell’emigrazione per Sao Tomè, sono rimaste le custodi della casa, della

famiglia e delle tradizioni di Capo Verde, avendo scarse possibilità di lavoro nel settore pubblico, nel piccolo

commercio e nell’agricoltura. Ultimamente, però, le cose sono cambiate e oggi sono soprattutto le donne a

emigrare come viaggiatrici e operatrici transnazionali. Ma è pur vero che il viaggiare assume spesso una

connotazione di classe: le donne della campagna, quelle più povere e senza parenti emigrati all’estero,

sembrano relegate alla località; mentre le donne che hanno avuto l’opportunità di emigrare o viaggiare, si

muovono agevolmente in contesti transnazionali.

3.3. Emigrazione: modello maschile e modello femminile

Capo Verde ha sperimentato un’emigrazione estensiva, ma negli ultimi anni c’è stato un forte declino

dell’emigrazione e un incremento demografico nelle isole. La femminilizzazione dell’emigrazione oggi è

ascrivibile a 2 fattori: al passaggio dall’emigrazione connessa alla ricerca di lavoro, a quella per il

ricongiungimento familiare; ma anche alla crescita della richiesta di lavoro femminile nei paesi di

immigrazione. Le destinazioni più frequenti per le donne sono: Spagna, Italia e Portogallo, dove

recentemente c’è stata una forte domanda di lavoro domestico. L’emigrazione femminile, oltre a essere un

fenomeno nuovo per la società capoverdiana, ha assunto aspetti diversi dall’emigrazione maschile

precedente, divenendo un’emigrazione di tipo stanziale. Mentre l’emigrazione degli uomini è ciclica e

temporanea, quella delle donne diventa definitiva. Le donne, una volta arrivate nel luogo d’immigrazione,

formano la propria famiglia e si stabiliscono definitivamente. Dai vari racconti, emerge che molti uomini di

Santo Antao erano veri e propri “nomadi del mare”, che non mettevano radici in nessun altro paese, magari

lasciavano anche altre famiglie qua e là, ma poi tornavano sempre alla terra d’origine. La donna, nel periodo

in cui era solo l’uomo a emigrare, doveva rimanere a casa e comportarsi in modo rispettabile. Un aspetto

importante è che con l’emigrazione femminile, il modello della matrifocalità si rinforza. Da una parte, infatti,

le madri migranti acquistano, con l’evento migratorio e le rimesse che mandano ai familiari, maggior potere

economico e decisionale nei confronti della famiglia lontana, confermandosi come vere e proprie

capofamiglia a distanza; nel caso della famiglia di Nita, la zia, emigrata prima in Italia e poi in Olanda, era

considerata capo-famiglia in quanto la casa dove la famiglia risiedeva è stata ristrutturata e ammobiliata

grazie alle sue rimesse. Questo le dava l’autorità di comandare, creando a volte scompensi negli equilibri

familiari.

3.4 Le donne emigranti: il processo migratorio come desiderio e realizzazione del desiderio

Per le donne che partono, la “Terra promessa” diviene terra della disillusione, dove ci si deve adattare a un

nuovo stile di vita, a differenti orari lavorativi, a un diverso tipo di socialità e affrontare tante difficoltà.

Molte donne sono partite con l’idea di lavorare e mettere da parte i soldi per poi tornare, ma altre, come nel

caso di Nita, affermano che non potrebbero mai tornare a vivere a Capo Verde. In alcuni casi, però, si parte

per poi tornare poco dopo, come per Fatima, che torna perché sente nostalgia del marito, della famiglia, della

casa, del mare. Al suo ritorno, apre una pensione a gestione familiare, mette su famiglia, compra casa e oggi

la sua attività turistica è una delle migliori e più redditizie dell’isola. I racconti di queste donne mettono in

discussione lo stereotipo della donna capoverdiana che emigra spinta solo dalla povertà, che lascia la sua

terra perché non ha altra scelta. La condizione economica è una delle motivazioni, ma non l’unica. Le 3 figlie

di Maria de Lourdes, una delle donne più benestanti di Ponta do Sol, per esempio, partono per l’America non

per sopravvivere o per fame, ma per una realizzazione personale e per la mancanza di prospettive lavorative

soddisfacenti nelle isole. In effetti, le donne capoverdiane in alcuni casi partono non perché costrette dagli

eventi, ma per conquistare un futuro lavorativo autonomo e per costruire un avvenire migliore per i propri

figli e la propria famiglia.

3.5 I migranti, le rimesse e lo sviluppo: alcuni dati

L’emigrazione ha portato alla società capoverdiana un consistente benessere, migliorando la qualità della

vita di chi resta. Le rimesse degli emigranti hanno creato una maggiore differenziazione sociale e avere un

parente emigrato diviene un privilegio e una fonte di prestigio, a volte l’unica speranza di mobilità sociale

per chi rimane. Nello stesso tempo, però, quasi tutti gli emigranti intervistati preferiscono mandare i soldi

attraverso intermediari che ritengono più sicuri rispetto agli istituti bancari in cui non hanno molta fiducia.

Quasi tutte le donne intervistate ricevono dai familiari emigrati soldi e oggetti, ma quando ciò non avviene,

la cosa è considerata negativa e l’emigrante ingrato. Gli emigranti contribuiscono, perciò, allo sviluppo

economico e industriale del paese, non solo con le rimesse, ma anche influenzando in modo indiretto, le

politiche degli aiuti internazionali.

3.9 Il luogo d’origine: le relazioni tra donne che partono e donne che rimangono

Se da una parte, avere un familiare all’estero è positivo, la relazione con il migrante che torna per le ferie è

ambigua. Si ritiene, infatti, che coloro che tornano, si comportino con un senso di superiorità. In particolare,

la critica alle donne che emigrano è forte, soprattutto verso quelle che in Italia hanno i soldi e si vestono

all’ultimo grido, poi tornano a Capo Verde per mostrare il loro nuovo status. Le donne emigrate in Italia,

quando tornano al luogo d’origine, vengono spesso prese in giro da chi resta. La relazione tra chi parte e chi

resta è, dunque, problematica poiché chi rimane si sente spesso sottovalutato e trattato dagli emigranti di

ritorno come se fosse inferiore. A detta di chi rimane, una volta ritornate all’estero, le emigranti non

mantengono la promessa di aiutare chi rimane e non rispettano i propri doveri familiari. Quelli che restano

sono orgogliosi e sviluppano una “specie di complesso”: le amiche di infanzia di Nita, ad esempio, non la

salutano perché temono che lei possa pensare che il saluto sia una forma di opportunismo, visto il nuovo

prestigio da lei acquisito con l’emigrazione. Tuttavia, anche se quasi tutte le emigranti non si sentono

cambiate nella relazione con chi rimane, gli anni all’estero hanno modificato il loro modo di essere. Nita

afferma di essere cresciuta come donna in Italia e la sua scelta di non avere ancora figli a 31 anni è

tipicamente italiana. Le emigranti, per alcuni versi, vengono trattate dagli uomini come turiste: possono

uscire la sera, bere, divertirsi, senza essere giudicate negativamente. L’emigrante è il simbolo del riscatto del

popolo creolo che, attraverso l’emigrazione e la “contaminazione” con l’esterno, ha perseguito certi obiettivi.

Per questo, l’emigrante ha obblighi specifici verso i compaesani, ma anche diritti: quando ritorna, i familiari

lo accolgono come un privilegiato e gli viene riservata la migliore stanza della casa.

3.10 Il viaggio migratorio come rito d’iniziazione

Il migrante è una figura particolare in quanto il suo viaggio subisce una dilatazione temporale: i periodici

ritorni al luogo d’origine, le visite ai parenti sparsi in vari luoghi del pianeta, i viaggi turistici per l’Europa o

altri luoghi, assumono una pluralità di significati. Il ritorno è un evento importante perché solo con esso si

può sancire il cambiamento avvenuto e il successo dell’esperienza migratoria. Il ritorno, in quanto

incontro/confronto con i compaesani rimasti e con il proprio passato, dunque, rende consapevoli i migranti

dell’entità del proprio cambiamento; inoltre essi, proprio come Nita, che durante l’intervista critica la sua

terra natia, misurano il cambiamento della comunità, poiché osservano ciò che nella comunità cambia, i suoi

sviluppi, per questo, criticano i compaesani laddove il loro comportamento non è adeguato. In quanto

passaggio da una condizione socio-culturale a un’altra e in quanto viaggio, l’emigrazione può essere letta

anche come rito di passaggio. La permanenza all’estero è un momento in cui ci si sente tra 2 mondi, ma è

anche un momento di messa in discussione, di creazione di nuovi modi di essere, di superamento di prove, di

rinegoziazione della propria identità culturale. Se prima della partenza la Terra Longe rappresentava il

simbolo del benessere, ora questo ruolo è ricoperto dalle isole: gioventù, ricordi, bellezza del paesaggio,

unità familiare si fondono nel “mito delle isole”, che sono ricordate dai migranti come la terra che li ha

costretti a emigrare, ma anche come una terra paradisiaca, dove si era tutti uniti e tutto era bello. Nel

racconto di Nita, a tratti c’è una sorta di mitizzazione delle isole prima della partenza, dove i bambini

giocavano di più, dove ci si divertiva e ci si poteva fidare di tutti.

La nuova partenza per la Terra Longe, se da una parte viene vissuta come una seconda emigrazione, è anche

un ritorno alla quotidianità, al proprio lavoro, alla propria famiglia, alla propria casa. Anche da questo

viaggio si torna cambiati: da una parte si è diventati consapevoli che, nonostante la nostalgia, ormai la

propria vita è all’estero; dall’altra, una volta ritornati in questa terra, ci si autopercepisce capoverdiani

emigrati all’estero. Per molto tempo, questa duplice appartenenza è stata interpretata come mancanza di

un’identità chiara, destinata a concludersi o nell’assimilazione totale o nell’emarginazione all’interno della

società d’accoglienza. La soluzione a questa duplice appartenenza diviene per molti capoverdiani il ritorno

periodico al luogo di origine: Nita ritorna quasi ogni anno a Ponta do Sol. Le isole vengono associate spesso

al periodo della vita che la maggioranza degli emigrati vi ha trascorso: fanciullezza, giovinezza e luogo

d’origine si fondono insieme nel motivo della nostalgia; ma sembra esservi anche una corrispondenza tra il

ritorno e i momenti che scandiscono le fasi della vita. Si è passata la giovinezza alle isole, si ritorna spesso

per il matrimonio (età adulta), poi con la famiglia per far conoscere alla seconda generazione le propri origini

(maturità), a volte al momento del pensionamento e a volte per morire.

3.11 I modi che le donne emigranti hanno di “risiedere - nel - viaggiare”

Ernestina e le sue amiche hanno modi di viaggiare nel risiedere che permettono loro di rinegoziare la propria

identità di donne pur rimanendo fisicamente a Ponta do Sol. Nita e le altre donne emigranti, specularmente,

hanno diversi modi di risiedere nel viaggiare, ad esempio, mantenendo frequenti contatti con la propria

famiglia tramite frequenti viaggi nelle isole natie, quando la condizione economica e le vacanze lavorative lo

permettono. In generale, si torna soprattutto nel periodo estivo e ci si ferma nel paese d’origine per circa un

mese. La figura della donna viaggiatrice, che ritorna periodicamente al luogo d’origine, che si muove tra 2

mondi, è importante nel mantenimento dei legami, sia in senso materiale, in quanto spesso viene incaricata di

portare oltreoceano oggetti, lettere, soldi; sia in senso sociale: colei che ha soggiornato nelle isole diviene, al

suo rientro nel paese di residenza, un’occasione di incontro sociale per poter raccontare ai compaesani

emigrati all’estero le ultime novità del paese e di tutti i parenti e gli amici. Le donne emigranti hanno 2 modi

di “risiedere - nel viaggiare”, anche nel momento in cui tornano al luogo d’origine e che si evidenziano

soprattutto nei rituali tradizionali legati alla morte e al matrimonio.

Il matrimonio e i funerali sono importanti nelle reti familiari migratorie perché sono eventi in cui i parenti

sparpagliati per il mondo possono incontrarsi e convalidare la loro parentela e le loro origini comuni. I rituali

legati alla morte si mantengono in modo più tradizionale rispetto al matrimonio, dove l’emigrante apporta

elementi nuovi. Infatti, se l’emigrante introduce innovazioni nei codici comportamentali rispetto alla morte,

viene criticato: per esempio, quando la mamma di Ted è uscita, la gente ha fatto dei commenti negativi

perché, secondo la tradizione, quando muore un figlio non ci si deve far vedere per strada per circa un anno.

Il matrimonio, invece, sembra più libero dai canoni tradizionali e le innovazioni sono viste di buon occhio. In

entrambi i rituali, avviene una messa in scena da parte della famiglia dello status e della classe del morto o di

coloro che si sposano. Un altro elemento è l’importanza di celebrare questi eventi nel luogo d’origine: solo

qui si può sancire l’evento, perché è solo nella terra natia che ci sono gli spettatori giusti, coloro che possono

valutare il cambiamento del migrante. Attraverso la manipolazione del rituale tradizionale, per le migranti è

possibile mostrare il loro nuovo status e la loro modernità rispetto alle donne che restano e nel contempo

realizzare le aspettative dell’essere donna a Ponta do Sol secondo la tradizione.

3.12 Le “donne transnazionali” intermediarie: “brokers”, rabidantes e viaggiatrici

A Capo Verde c’è una categoria di donne migranti i cui viaggi di ritorno hanno un aspetto commerciale, ma

sono presenti anche altri tipi di donne che, pur non essendo delle emigranti, svolgono la funzione di vere e

proprie “operatrici transnazionali”. A Capo Verde, molte delle donne più benestanti, oggi anziane, hanno

agito come veri e propri brokers dell’emigrazione, finanziando coloro che desideravano emigrare attraverso

prestiti finanziari. Il primo tipo è quello delle donne-viaggiatrici, soprattutto donne di una certa età, che

hanno i figli all’estero e che ciclicamente si spostano per andarli a visitare nei paesi d’immigrazione. Maria

de Lourdes, ad esempio, parte una volta l’anno per visitare le figlie che vivono a New York, dove si ferma

per un periodo dai 3 ai 6 mesi. A ogni ritorno a Ponta do Sol, porta dall’America oggetti che rivende ai

compaesani: tovaglie, lenzuola, vestiti, collane, bracciali. In questo caso, la donna sfrutta i viaggi che farebbe

per visitare le figlie, come occasione per svolgere un’attività commerciale. Il secondo tipo è quello delle

donne viaggiatrici che si spostano periodicamente per approfondire la propria formazione personale e

specializzasi. Il terzo tipo è quello delle donne emigranti che sono tornate a vivere al luogo d’origine; molte

di esse oggi hanno aperto attività commerciali o si sono dedicate all’attività turistica: piccoli alberghi,

ristoranti o pensioni. Il caso di Fatima, che dopo anni di emigrazione in Francia ha deciso di tornare e di

mettere su una pensione per turisti a gestione familiare, è un esempio. Il suo caso mostra come i valori locali,

la concezione della famiglia e della socialità, possono essere coniugati con i nuovi valori imprenditoriali e

“occidentali” dando vita a un’attività economica produttiva. Quindi, Fatima mette in scena una

transnazionalità pur rimanendo fisicamente a Ponta do Sol.

Infine, ci sono le “false emigranti”, le rabidantes. Il termine proviene dal creolo “rabidar”, vale a dire

“arrangiarsi”, riuscire a cavarsela e le rabidantes, infatti, comprano prodotti all’estero per poi rivenderli al

dettaglio a Capo Verde a prezzi più bassi. Il commercio delle rabidantes è per molti versi un’estensione del

fare negocio che è prerogativa di molte donne anziane. La maggior parte di esse sono sole, giovani e senza

scolarizzazione, hanno un alto grado di autonomia, spesso sono capi di famiglia e devono provvedere al


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Jasminef

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Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, letterature e culture dell'Europa e delle Americhe
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Jasminef di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Giuffré Martina.

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