Antropologia culturale mod. 1
Lezione 1 – 20.09.2012
Cos’è l’antropologia culturale?
- Per l’antropologia culturale prima di tutto vengono le persone, prima di qualsiasi questione filosofica o teorica e prima di qualsiasi azione sociale.
- Analizza contesti concreti, non sviluppa nessuna questione teorica astratta (Per esempio: Chi è l’uomo? Perché è qui? Domande tipiche della filosofia).
- È una scienza, ovviamente non come le scienze naturali, dal momento che l’uomo è più complesso degli altri animali.
L’antropologo incontra l’umanità faccia a faccia (Clifford Geertz).
1. Fortunata Evolo (1920-2009) – Sud Italia
Analizzato da L.M. Lombardi Satriani. Il padre abbandonò la famiglia quando lei era piccola, la madre era una prostituta che riceveva i clienti in casa. Una notte vede in sogno S. Francesco e chiede di aiutarla ad andare via. All’età di 10 anni il suo desiderio si realizza e va a vivere in casa di un avvocato. Un giorno vede quattro persone sul letto e scopre che sono defunti, da lì inizia ad avere visioni di persone defunte. A 14 anni sudando, si asciuga la fronte e vede del sangue Ematidrosi (sudare sangue). Durante la Cresima si sente male, sulla schiena le si è formata una macchia di sangue a forma di croce per via della sua sudorazione. Trova delle emografie (scrittura ematica) e la fanno ricoverare in un ospedale psichiatrico. Padre Agostino Gemelli analizza le prove (la camicetta con la macchia di sangue a forma di croce, le emografie…) e la dichiara isterica. Durante una quaresima le appaiono le stigmate è benvoluta nel suo paese, tutti la prendono in simpatia, inizia a parlare con i defunti delle persone che vanno a trovarla, consolandole in questo modo. Viene definita “mistica”. Crisi della presenza (= arresto emotivo dopo un lutto) Si inserisce uno spazio di conforto che deve far superare la cosa. Incipit del caso.
2. Khan Yunis, Martire di Hamas – Striscia di Gaza
Analizzato da Mark Juergensmeyer. Hamas = quattro parole arabe che significano “associazione per la resistenza islamica”. La loro idea di fondo è che il territorio dev’essere solamente di persone islamiche e che bisogna impegnarsi al massimo per mandarli via, per vincere contro l’occupazione. Indossando un giubbino di tritolo fanno del loro corpo un'arma. È un auto-martirio (istishadi, sahid = martire), fanno un sacrificio, rendono sacro il loro atto. Non è una vera morte secondo loro, è il momento in cui si realizza la chiamata di dio.
3. Asahi Mura, monaco Miira – Giappone
Analizzato da Massimo Raveri. (Monografia: il corpo e il paradiso). Il monaco Miira non è né vivo né morto. È diventato Buddha nella migliore forma possibile, ovvero nella sua carne. Ha realizzato la buddhità rimanendo nel suo corpo. Un cadavere solitamente va incontro alla putrefazione (tanatomorfosi). Gli antichi Egizi evisceravano, disidratavano, ungevano e avvolgevano in bende di lino il corpo dei faraoni per far sì che si conservassero per sempre come mummie. Questo avviene grazie all’aiuto di decine di persone. I Miira invece hanno ancora gli organi interni intatti, non vengono eviscerati, non vengono mummificati con l’aiuto di altre persone. La loro tecnica si chiama auto-mummificazione in vita. Il monaco passa tre anni della sua vita in solitudine in un bosco, facendo esercizi fisici duri, meditando, pregando, compiendo sforzi muscolari enormi e diminuendo gradualmente il cibo. Man mano che gli esercizi aumentano di difficoltà e sforzo, il cibo diminuisce, iniziano ad astenersi dai cereali Danjiki = non mangiare nulla se non aghi di pino e ghiande, e un tè fatto con una linfa che provoca vomito, urinazione (il monaco deve asciugarsi) e diventa velenosa per i microrganismi che potrebbero decomporlo dopo la sepoltura. Quando ormai il monaco non riesce più nemmeno a camminare, i discepoli lo collocano in una fossa, seppellendolo vivo, assiso nella posizione del loto, con solamente una cannuccia per respirare e un campanellino che suona regolarmente. Quando cessa il suono del campanellino, tolgono la cannuccia e il luogo di sepoltura viene tabuizzato, non se ne parla più, si porta rispetto religioso con il silenzio. Dopo tre anni i discepoli tornano al luogo di sepoltura e lo estraggono. Si possono trovare due diverse situazioni: a) situazione del caos il monaco non è riuscito nel suo intento. Lo scheletro è decomposto, polverizzato, ha tentato di uscire. Non se ne parla più. b) Nyujo il monaco è perfettamente conservato. Il maestro si è immerso in una situazione tra vita e morte perfetta. Viene benedetto, ricoperto di Giada, festeggiato, onorato. La vita ha assunto la forma più alta.
Questi tre casi hanno tre legami tra di loro, che sono i temi e i problemi principali che analizza l’antropologia.
- Credere. Il credo, l’esperienza di sé, fa ammalare, guarire, crea guerre… / Conoscenza. L’antropologia si chiede se sia possibile superare questa dicotomia. Fino a che punto queste persone agiscono in base al credere?
- Corpo. Corpi malati, corpi santificati… Come può la cultura innestarsi così nei corpi? La cultura pare non poter prescindere dalla corporeità. / Mente. Qual è la definizione di mente?
- Emozioni. Che significato dà l’antropologia alle emozioni? Sono il motore fondamentale della nostra vita: l’amore, la passione, gli interessi. L’essere umano non lavora per processi razionali. / Razionalità. Fino a che punto agiscono i processi razionali sulle emozioni?
Il lavoro dell’antropologo consiste nell’incontrare le persone prima di analizzare le situazioni. Utilizzano tutta la concretezza dell’esperienza. Cosa succede se l’incontro non si realizza? Tante persone non accettano di parlare. Non si incontra mai l’islam o l’ascesi, sono concetti astratti. Si incontrano le persone, i casi particolari. L’antropologo deve fare un passaggio dall’individualità alla generalizzazione, non può parlare sempre e solo dei singoli. Qual è lo scopo dell’operazione? E se incontrassi forme di disumanità? Che senso do al termine umanità?
Lezione 2 – 21.09.2012
Concetto ghianda
Ghianda = frutto Seme Quercia Solida, Ramificata, Longeva.
“Concetto ghianda” = Concetto costitutivo che fa da base a una scienza più ampia.
Antropologia
Antropologia = Antropos, umanità + Logia, discorso/studio.
Culturale = Studia l’uomo dal punto di vista culturale, ovviamente interessandosi anche ad altri aspetti: psicologici, genetici ecc.
Cultura
Ovviamente esisteva già una definizione di cultura, ed esiste tutt’oggi nella conoscenza comune. Ma Edward Burnett Tylor (1832-1917) viene considerato il padre dell’antropologia culturale in quanto definì per la prima volta la parola “cultura” dal punto di vista antropologico. È un contenuto profondo che consente di costruire dei nessi tra il credere, il conoscere; tra corpo e mente; tra emozioni e razionalità. Secondo Cicerone la cultura classica significava: Cultura animi philosophia est. In quel periodo la cultura era più elitaria, era caratteristica di pochi individui, che si consideravano superiori agli altri, dato che la cultura toglie dalla rozzità. Con Tylor e il suo punto di vista antropologico cambia la concezione.
La cultura o civiltà nel più ampio senso etnografico è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società.
È un insieme complesso, un sistema di cose che interagiscono tra loro. Non possono essere cambiate senza generare reazioni dalle altre.
Tylor estende il significato di cultura, aggiungendo numerosi argomenti come il costume = venne insultato per questo. Il costume comprende gli atteggiamenti del corpo, la capacità di una persona acquisita in base alla società/cultura/educazione. Riguarda cose semplici come mangiare, dormire, muoversi.
Intuì che esistono processi di socializzazione, il bambino cresce gradualmente in base a questi. Il 90% di ciò che l’antropologia intende per cultura non è apprendibile formalmente, a scuola, studiando. L’uomo acquisisce la sua cultura mediante processi di socializzazione perché nasce in una società.
4 problemi antropologici del concetto di cultura
1. Differenza
Qual è la natura delle differenze culturali? Affergan non utilizza la parola “alterità”, bensì “differenza”. Alterità è qualcosa di assolutamente diverso. È impossibile pensare l’alterità assoluta. C’è qualcosa che deve permettermi di avvicinarmi, non possiamo essere completamente diversi. Per interpretare la differenza ho bisogno di alcuni dispositivi simbolici: a) un sé, un noi. b) gli altri. c) il concetto di umanità generale. Antropologia Implicita. Ogni società umana ha la sua antropologia implicita. È un modo in cui interpretano sé stessi e gli altri.
- Esempi: - James Cook (metà 800) arrivò alle Hawaii con la marina Britannica durante la festa del Makahiki, quando la divinità Lono scende dopo un anno per fecondare le isole. Gli abitanti scambiano Cook per il dio, lo coprono di regali e riverenze. Al rientro naufragano e alcuni riescono a salvarsi tornando sulla costa. Questa volta però vengono trucidati.
- - Nazismo la loro antropologia implicita ha portato alla riscrittura di codici civili e penali e all’identificazione degli omosessuali, handicappati, ebrei in “esistenze zavorra”, disumanizzati nei campi di concentramento.
- - Guerra tra Tusi e Uta (Ruanda) Utilizzano il macete (strumento per tagliare gli alberi) in guerra. Sindrome del vicino boia. Lo scopo non è tanto l’uccisione quanto il dimostrare che l’altro non è umano, è come una pianta, è qualcosa da estirpare.
2. Sistema
La lingua, le credenze, l’economia, la politica, le parentele si collegano fra loro in una maniera complicata. La cultura Mantawai della zona della Malesia.
Lezione 3 – 27.09.2012
3. Mutamento
I costumi cambiano, vi è un problema nell’analisi. I costumi sono come un processo, un flusso continuo che cambia a vari libelli e a varie velocità. Come si possono studiare questi cambiamenti culturali?
G. Balandier ha delineato l’idea di dinamica, di conservazione culturale distinguendola in due categorie:
- Dynamique du dedans = dinamica interna, che non possiamo conoscere, cambiamenti interni alla società e alla cultura. Ad esempio nello stato più settentrionale della Birmania, il Kachin, avviene una continua trasformazione interna che vede il passaggio dal dispotismo alla democrazia e viceversa.
- Dynamique du dehors = dinamica esterna al perimetro culturale, che ovviamente interagisce in un rapporto di reciproca influenza con la dinamica interna. Ad esempio la colonizzazione: una società egemone e una società subalterna che tende ad essere vittima.
Altro esempio sono i Saami, popolazione lappone, pastori di renne. Per secoli la loro è stata una società egualitaria (struttura sociale bilaterale), finché attorno agli anni 40-50 hanno iniziato ad utilizzare le slitte elettriche. È cambiato il modo di vivere, la società si è stratificata grazie alle prestazioni dei motorini per la pastorizia.
- Gli scontri tra culture sono sempre avvenuti, in varie scale e in vari modi. Sono il motore fondamentale per cui le cose cambiano. Ad esempio la parola “eschimese” (mangiatori di carne cruda) non è una parola emica, loro stessi non si chiamano così, bensì “inuk” (plur. Inuit, esseri umani).
- Il contatto non è mai simmetrico, è inuguale e talvolta è anche deculturativo.
Vi è una storicità dei costumi. L’analisi è sia sincronica che diacronica. L’antropologia è dinamista, deve far conto dei mutamenti.
4. Punto di vista
L’osservatore (antropologo o etnografo) analizza gli osservati (persone che pongono un problema di senso) e vi è una relazione reciproca tra le due parti:
- - Esiste un packing culturale di precognizioni nell’osservatore. Pre-giudizi, lingua ecc… Non può eliminare queste cose, sono fattori che gli permettono di dire chi è, non può fare senza. Sono categorie “pelle” non “maglietta”. Devi avere la consapevolezza di possederle, perché determinano parte del tuo punto di vista.
- - L’osservatore stesso viene osservato. (Vedi J. Stocking, Observers observed). I casi da analizzare non sono moscerini della frutta, vi è una riflessività della relazione. Anche i nativi hanno l’esigenza di comprendere chi è il loro osservatore, chi li vuole analizzare e perché, se il loro studio intralcia la loro vita (politica ecc…). Anche l’osservatore viene quindi antropologizzato (deve trovare un posto nella loro antropologia implicita), devono collocarlo in un contesto. Per studiare la loro antropologia implicita bisogna prima trovare un posto al suo interno. Devono prendere una posizione. Gli osservati tendono a portare l’osservatore dalla loro parte, dal loro punto di vista. Esempio: Favret-Saada ha analizzato alcuni casi di malattie in comunità rurali della Francia. I nativi attribuivano queste malattie al malocchio. Inizialmente venne scambiata per un medico, visto che era una persona di cultura, laureata. Molte volte si son chiesti il perché lei fosse andata a studiare i loro casi, ma non gliel’avevano mai chiesto. Avevano ipotizzato che anche lei avesse avuto in passato gli stessi problemi, altrimenti non avrebbe mai empatizzato con loro. Quando scoprono che non è così, la rifiutano, la escludono dal loro punto di vista accusandola di essere una strega. Non riescono più a incasellarla nella loro antropologia implicita.
Come viene risolto questo quarto problema? Si son formati due strade:
- 1) Il packing culturale può essere ridotto a zero. I primi antropologi erano sottoposti ad auto-test per diventare freddi, distaccati, attenuando i loro pre-giudizi e le loro teorie. Questo permetteva di condurre un’analisi scientifica il più fedele possibile. Posizione iper-soggettivante.
- 2) Non è possibile evitare che la soggettività distorca l’analisi scientifica, né che gli osservati attenuino il loro modo di vedere l’antropologo. Da questo punto di vista ne deriva che l’antropologia è letteratura, è una cosa inutile, non scientifica.
C. Geertz dà una svolta all’antropologia, dicendo che entrambe le strade sono errate, ribalta concettualmente entrambe le posizioni. Verso la fine degli anni sessanta delinea il concetto di antropologia interpretativa.
Paolo Mantegazza (1831-1910) fu il primo antropologo italiano. Nel 1884 fece un viaggio in India, dove si innamorò immediatamente di una ragazza della comunità che voleva studiare. Entusiasmo empatico sul campo.
Il dato in antropologia è sempre il prodotto di una costruzione dell’incontro etnografico (quadro di negoziazione comune dei significati tra A e B) tra una società A e un soggetto B, un incontro tra due sistemi nativi differenti (ma non completamente, l’alterità è impossibile da pensare). Si scambiano informazioni a partire dalle categorie linguistiche.
Sviluppo della conoscenza antropologica
- Formazione. L’antropologo si forma leggendo libri, facendo lezioni di lettorato, registrazioni, ricerca… Si crea un ordine del pensiero.
- Campo. L’antropologo esce dalla sua società e si reca nella comunità che vuol studiare. La conoscenza che nasce dopo un lungo periodo sul campo si chiama osservazione partecipante. Non deve trascorrere troppo tempo sul luogo, ma nemmeno troppo poco. Avviene l’incontro etnografico. Scrittura di tipo A: diario di campo.
- Accademia. L’antropologo rientra a casa. Scrive un libro con determinate caratteristiche: una monografia etnografica. Scrittura di tipo B: riadatta la sua esperienza all’interno di una griglia di scrittura di tipo accademico, che diventerà materiale di studio per il punto 1.
Lezione 4 – 28.09.2012
- Circolazione del sapere. Tramite le monografie etnografiche circola il sapere, talvolta poca gente comprende queste particolari questioni scientifiche.
Antropologia applicata
Antropologia che esce dall’accademia e vuole introdursi nella società. Scrittura di tipo C: VIS, VIA, l’antropologo deve parlare del suo progetto. Esempio: Antropologia medica, quando vi è un problema di interpretazione, nelle comunità una persona accusa dei dolori nel suo dialetto, occorre qualcuno che medi, che traduca ai medici. L’antropologia applicata non è meno di quella teorica, però talvolta pone dei problemi con la committenza.
“…il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società.”
La cultura è composta da piccoli segmenti che non si apprendono formalmente. Vengono acquisiti mediante altri processi, in quanto membro di una società. Intuizione straordinaria per l’epoca. La cultura è un elemento talmente forte che caratterizza l’uomo come una specie animale.
Marks scrisse un trattato sul problema della cultura.
- 1- Il processo di filogenesi umana è un processo di migliaia di anni. Tra le varie caratteristiche biologiche abbiamo anche la capacità di cultura. Siamo il prodotto di un evoluzione biologica di miliardi di anni. Il sesso, i peli, il calore corporeo, sono caratteristiche che derivano tutte da un processo e tutt’ora l’essere umano porta i segni della parentela con altri animali, come i rettili (zampe-mani simili).