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Antropologia Culturale

Il centro dell’argomento antropologico è il rapporto tra natura e cultura.

Per dare una definizione all’Antropologia si può fare riferimento a quella data da una delle facoltà

più prestigiose che insegnano antropologia medica (UCL-Londra): l’antropologia è la più

umanistica delle scienze, la più scientifica delle humanitis. In antropologia vengono quindi

insegnate le Medical Umanitis, ovvero la parte umanistica della medicina o del nursing.

(*) L’Antropologia è lo studio dell’uomo (Antropos=uomo in greco).

Possiamo distinguere molti tipi di antropologia:

-Culturale: si occupa di studiare come si sono evoluti i pensieri delle comunità umane e di come

essi siano paralleli, identici, uguali, qualche volta, nei loro bisogni essenziali.

-Religiosa

-Sociale Ecc..

Noi studiamo però l’Antropologia della cura, ovvero il rapporto tra salute, malattia, medicina ed il

concetto di cura. Nel 1908, uno dei primi antropologi, Van Gannep, di origine olandese, istituì un

nuovo modo di pensare le scienze umane. Prima di lui non esisteva ancora l’Antropologia ma solo

la Filosofia, che consisteva nell’amore per la conoscenza e per ciò che riguardava l’uomo e la sua

vita: includeva la musica, la medicina, la matematica. Essa era la madre di tutte le scienze, non

solo umane.

L’Antropologia si distingue per lo studio dei fenomeni culturali: essa si interessa dei problemi

dell’uomo, delle caratteristiche della cultura e del rapporto tra natura e cultura, ovvero tra

l’ambiente in cui l’uomo vive e ciò che l’uomo pensa e rielabora della propria natura. Lo studio

dell’antropologia quindi riguarda l’uomo ed i suoi comportamenti, descrivendo come essi si sono

evoluti con l’evoluzione dell’umanità.

Nel 1908 si ebbe la nascita di un concetto importantissimo e cruciale dell’Antropologia, ovvero

quello di rito o rituale di passaggio; con questo termine ci si riferisce ad un momento topico nella

vita di un individuo che permette di mantenere e reclamare la propria identità all’interno del gruppo

sociale. Più la società si modifica e più i riti di passaggio cambiano. Si dice che un rituale è

procrastinato quando viene posticipato (ad esempio quando si decide di non battezzare un

bambino appena nato ma di lasciare a lui la possibilità di scegliere una volta adulto). Si potrebbe

quindi pensare erroneamente che anche l’antropologia vera e propria nasca in quest’anno, con la

nascita dei riti di passaggio; in realtà essa nasce con la presa di coscienza dell’uomo, di sé e

dell’ambiente circostante, ossia con l’ominazione (domanda d’esame probabile: quando nasce il

concetto di antropologia? Essa non nasce con van gannep, ma con l’ominazione).

Due sono i caratteri che costituiscono l’avvenuta civilizzazione dell’uomo nel suo contesto

culturale:

- la capacità di produrre attrezzi (=techné). L’uomo con le sue mani ha raggiunto una

specializzazione, divenendo cos’ in grado di coordinare i suoi movimenti in modo da produrre

attrezzi (=chopping tooles, attrezzi prodotti con la pietra scheggiata di selce). L’uomo completa la

sua ominazione, comincia cioè il suo percorso antropologico, quando è in grado con un oggetto di

produrre attrezzi che gli sono utili per il vivere quotidiano (pietra di selce utilizzata come attrezzo

per costruire altri attrezzi). Quindi questo è il “Chopping Tooles”, ovvero l’attrezzo prodotto

dall’uomo che ha raggiunto un livello di coordinazione occhio-mano e anche la capacità di intuire il

suo ruolo nell’ambiente per utilizzarlo al meglio. Quando l’uomo ha raggiunto uno sviluppo

celebrale e una differenziazione (per esempio la presa di precisione, che consiste nell’opporre

l’indice ed il pollice), è in grado di svolgere degli atti, dei gesti molto raffinati e arriva alla capacità di

costruire un progetto prima nella mente (ha in mente prima un progetto) e poi in pratica, iniziando

la tecnhè, ovvero l’era che ci porterà poi alla tecnologia.

- culto dei morti: nell’Antropologia vedremo come l’uomo non ha mai abbandonato i suoi morti,

nemmeno quando sembra che lo faccia con riti molto affrettati). (altra domanda probabile: i due

elementi fondanti dell’antropologia).

Von Gannep introdusse quindi il concetto di rito di passaggio. Questo elemento è presente anche

nelle società primitive (meglio usare il termine “tradizionale” per riferirsi a questo tipo di società), ad

esempio gli Indios dell’Amazzonia, dove il rapporto tra natura e cultura è immediato e diretto. E’

presente anche nelle culture del passato, quelle dove la cura era un elemento familiare e dove il

nursing non esisteva ancora ma veniva attuato come cura all’interno del gruppo familiare o del

piccolo gruppo sociale. La società più complessa di oggi contiene riti di passaggio molto diversi da

quelli del passato e altri che invece li accomunano ad essi.

Rito di passaggio: è il concetto stesso che spiega come ad eventi del ciclo della vita

corrispondano delle cesure. Ad esempio la nascita è un rito di passaggio per la donna che diventa

madre. Nella società passata questo rituale era subordinato al matrimonio, mentre ora non più;

esso veniva riconosciuto in 2 modi: col battesimo dal punto di vista del rito religioso e con

l’iscrizione all’anagrafe dal punto di vista del rito civile; la festa del battesimo rappresenta l’ingresso

del nuovo elemento, che viene così accettato nella comunità. Il rito di passaggio della nascita ha

implicanze sociali diverse e anche una sua natura diversa pur volendo celebrare una cosa comune

in tutte le società.

I riti di passaggio sono: la nascita, la pubertà, l’accoppiamento, l’entrata in società tramite il lavoro

e l’emancipazione dalla famiglia d’origine, la senescenza e la morte. Nella società contemporanea

l’emancipazione è cambiata in quanto la società di oggi è caratterizzata da un permanere molto a

lungo nella famiglia d’origine: si parla di un’adolescenza che permane fino a 25 anni. Il rito di

passaggio del lavoro come elemento che sdogana gli individui da una dipendenza dalla famiglia

d’origine è un rito di passaggio nuovo rispetto alla società tradizionale: nelle società tradizionali

infatti il lavoro era una conseguenza dell’emancipazione dalla famiglia. Quindi i cambiamenti di

orizzonti che la società ci impone sono anche dei cambiamenti che riguardano le persone. In ogni

società nuova vi sono riti di passaggio nuovi e anche situazioni nuove.

L’Antropologia studia oggi anche nei riti di passaggio l’adesione ai social network, l’evoluzione

tecnologica e le conseguenze che questa comporta.

Oltre ai riti di passaggio, l’Antropologia si occupa anche di studiare l’alterazione e la diversità, cioè

tutto ciò che viene considerato uguale o diverso all’interno della percezione sociale dell’essere

umano.

Wittgeinstein è un filosofo che si è occupato molto di Antropologia del linguaggio. Egli ha studiato

il rapporto tra società e linguaggio affermando che se si osserva la vita e il comportamento degli

uomini sulla terra si vede che oltre ad azioni istintuali (proprie degli animali), vi sono delle azioni

che hanno un carattere peculiare e che si potrebbero definire rituali: esse impregnano la vita

dell’essere umano, accompagnano quelle istintuali e si sovrappongono ad esse (ad esempio

mangiare è un atto istintuale, ma anche rituale perché ha contribuito a formare la nostra cultura).

Dietro l’istinto c’è probabilmente qualcosa di più che fa diventare quel gesto istintivo un rito.

L’uomo è un animale sociale e produce quindi delle azioni rituali che sono la rappresentazione di

sé e degli altri, cioè attraverso di esse l’uomo riproduce qualcosa di simbolico. Quindi è un

rappresentare l’uomo come prodotto di cultura (domanda esame).

L’uomo codifica una serie di comportamenti soggettivi che vengono accettati dal gruppo, fatti propri

e continuamente ripetuti. Sono azioni wide-spread, cioè diffuse in tutto il globo terrestre,

nonostante alcune culture non siano mai entrate in contatto con esse.

Frazer nel suo saggio “Il ramo d’oro” del 1930 affermò che l’uomo è un animale sociale e culturale.

L’uomo infatti compie azioni che producono rappresentazioni di sé e degli altri. La

rappresentazione permette di produrre in modo automatico l’immagine di un concetto. Quando

l’uomo crea rappresentazioni di sé e dell’ambiente circostante produce cultura. Questo significa

anche ragionare sugli argomenti dell’antropologia, rielabolandoli in base alla cultura di

appartenenza.

Antropologie spontanee: è un concetto che è stato introdotto da Mercier (1966) per indicare

modi immediati e non sistematizzati di conoscenza della propria società.

Secondo queste antropologie, il rapporto tra uomo e natura è un rapporto con una natura

culturalmente condizionata. Questa è la percezione anche di una società ormai evoluta, dove il

rapporto con la natura è un rapporto non sistematizzato, cioè si ha quasi una percezione che

nasce in quei luoghi e con quelle caratteristiche. Esistono luoghi particolari con caratteristiche

specifiche dove la natura ci può condizionare e ci rende molto sensibili a queste variazioni.

L’ambiente e il territorio impongono limiti che condizionano lo sviluppo del sociale, contribuendo a

determinare le forme assunte dalle istituzioni sociali. L’antropologia tende a individuare le

caratteristiche principali di ogni cultura, le visioni del mondo, le norme e i valori culturali, i modi di

rappresentare la realtà, i tipi di organizzazione sociale e le dinamiche interne dei sistemi.

L’uroboro (vedi slide) rappresenta un animale che ha continuamente bisogno di nutrirsi di sé, di

una carne che rappresenta il suo stesso corpo ma nello stesso tempo ha bisogno di bilanciare

questa sua esigenza di nutrimento con l’esigenza di preservare la sua vita, il suo corpo.

Nel concetto uroborico si rappresenta la difficoltà insita nell’uomo di mantenere intatto questo

confine fra le pulsioni dell’Io e ciò che è invece è la barriera del Super-Io. Freud aveva costruito

una topografia della mente immaginando che ci fossero due principi che governano la vita degli

esseri umani: un po’ come l’uroboro che deve continuamente tenere a bada la sua fame perché se

si mangia troppo non esiste più, nche anche l’uomo vive da una parte il desiderio di piacere

assoluto e dall’altro il desiderio di soggiacere a quel limite (il limite del piacere assoluto, del

prevalere su tutto e tutti, il desiderio di onnipotenza). Il piacere assoluto è tenuto a bada da mille

limiti, primo fra questi il Super-Io che rende l’uomo un animale sociale adattabile ed una persona

normale.

Tutti i tipi di società però hanno sempre bisogno di valvole di sfogo. Esiste anche un rapporto tra

ambiente e territorio che impone dei limiti che condizionano anche lo sviluppo sociale. Per

esempio, noi siamo nati in un ambiente altamente tecnologico, che deve essere protetto

dall’inquinamento e da interventi che minacciano il benessere delle generazioni future. Anche

l’ambiente ed il territorio determinano poi le soluzioni e le situazioni che coinvolgono le persone e

le istituzioni. L’Antropologia quindi non è così lontana dalla realtà: essa tende infatti anche ad

individuare le caratteristiche principali di ogni cultura, anche se nei primi del ‘900 l’atteggiamento

delle persone verso questo studio era quello di una supremazia antropologica verso le società più

primitive ed arretrate. Quindi l’antropologia studia le visioni del mondo, le norme ed i valori culturali

e i modi di rappresentare la realtà con la sua organizzazione sociale e le dinamiche interne dei vari

sistemi di regolazione di queste società. Freud immaginava che ci sarebbe stata una società solo

nel momento in cui ci sarebbe stato qualcosa che le si opponeva: una piccola comunità esiste

proprio per la virtù del fatto che questa lotta per sopravvivere contro la società come minoranza.

Questo proprio perché nell’essere umano c’è la tendenza di stare in un gruppo che sia migliore

degli altri, cioè c’è la tendenza a far prevalere la propria appartenenza come la migliore all’interno

della società perché esiste una percezione del sé che è molto più autostimata rispetto alla

percezione dell’altro.

Levi Strauss, altro importante antropologo, ritiene che l’Antropologia porti ad una conoscenza

globale dell’uomo. Questo perché l’Antropologia dà all’uomo una dimensione sia storica che

geografica. L’appartenere a un certo luogo, a una certa storia, fa sì che si siano sviluppate certe

caratteristiche che sono specifiche e naturalmente applicabili anche ad altri gruppi con le varianti

del caso, ma che uniformino l’insieme dello sviluppo umano sia di un villaggio che di una metropoli.

L’antropologia quindi è una conoscenza applicabile all’insieme dello sviluppo umano che tende a

trovare conclusioni per ogni forma di civiltà umana. Ad esempio, vivendo in un piccolo villaggio,

sappiamo che il controllo sociale degli individui è molto forte, così come il giudizio sugli individui.

Le caratteristiche sociali dell’uomo sono la cultura, l’ambiente e l’ereditarietà. Sono tre elementi

importanti che noi valutiamo essere tali proprio perché assumiamo un concetto unico. Tutti gli

elementi che entreranno nell’educazione del bambino, anche prima dell’età scolare, serviranno a

determinare se quel bambino avrà caratteristiche tali per cui sarà orientato a discriminare o meno

qualcuno che lui sente essere diverso per qualche motivo e se presenterà aspetti che sono stati

culturalmente indotti, non da ciò che i genitori dicevano, ma da ciò che i genitori facevano, cioè da

come vivevano quel tipo di approccio alla diversità. L’uomo quindi è uguale a un altro uomo ma

soprattutto a sé stesso secondo la sua storia personale, originalità e unicità. Ciascuno è simile

soltanto ad alcuni altri uomini quando vive le stesse esperienze culturali e ambientali.

I fattori che influenzano lo sviluppo di una particolare cultura sono: la struttura biologica degli

appartenenti a quella cultura, le caratteristiche specifiche dell’ambiente e lo strutturarsi di alcuni

sistemi sociali e culturali. Questi tre livelli di analisi interagiscono continuamente influenzandosi

reciprocamente.

L’approccio antropologico (detto anche approccio olistico) considera ciascun elemento sociale in

relazione al contesto globale. Ad esempio, si cerca di studiare la relazione tra gli effetti

dell’ambiente naturale (piovosità, fauna locale..) sulla formazione di specifiche organizzazioni

sociali.

La caratteristica fondamentale dell’antropologia consiste nel basarsi su una ricerca sul campo,

ovvero sulla raccolta dei dati basato sull’osservazione del rapporto tra questi dati e la posizione

spazio-temporale. Questo permette di costruire un modello teorico che comprende molteplici realtà

sociali complete in grado di fornire spiegazioni e previsioni sulle dinamiche sociali. Il modello

olistico studia una struttura e quindi le relazioni. L’osservazione sul campo può essere partecipante

o non partecipante: in realtà tutte le osservazioni sono partecipanti poiché è impossibile studiare

una popolazione senza avere l’influenza della propria cultura.

Nelle società complesse il concetto di cultura è cambiato molto: si è giunti alla rinuncia di ogni

primato gerarchico di una cultura sull’altra. Per luogo antropologico si intende oggi un luogo

traslocale (nonluogo). Si cerca di porre le varie culture su un piano sincronico, in modo tale che

esse possano trovare pari dignità nella loro specificità.

Il concetto di cultura è polisemico: vi sono circa 160 definizioni di cultura. Edward Taylor definì

la cultura come un “insieme di credenze, conoscenze, arte morale, diritto, costume e qualsiasi altra

capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”. Boas definì invece

questo concetto come un sistema storico, al contrario di Malinowski, che vedeva la cultura come

un sistema funzionale.

Fino a 30 anni fa la definizione che veniva presa in considerazione era quella di Taylor, mentre

negli ultimi anni si è cercato di integrare il concetto di cultura a vari fenomeni quali la

decolonizzazione, le migrazioni, l’economia globale e la tecnologia.

In passato l’antropologia era intesa come un contenitore che racchiudeva tutte le attività e i modi di

pensare di un popolo; l’idea dominante era quella di una cultura occidentale, a elevato grado di

civiltà, alla quale tutte le altre dovevano uniformarsi. In realtà, il riconoscimento della particolarità di

tutte le culture porta al processo di differenziazione. Oggi infatti l’antropologia consiste nello studio

delle differenze culturali e non si caratterizza per la diversità, ma per l’integrazione dei vissuti locali

e della globalità.

Sulle slide vi è rappresentata un’opera che presenta una situazione che interessa moltissimo

l’antropologia perché tratta la questione antropologica del “meticciato”: è prima un meticciato fisico,

ovvero uno scambio di culture diverse che avviene sul piano razziale, e poi diventa un meticciato

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Scienze mediche MED/45 Scienze infermieristiche generali, cliniche e pediatriche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tata!!! XD di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazione d'aiuto e adattamento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn o del prof Destro Anna Maria.
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