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Esame di antropologia culturale

Genesi e struttura dell'antropologia culturale

Natura e origini dell'antropologia

Antropologia, letteralmente, significa “studio del genere umano”, definizione vaga perché sono molti i saperi che si occupano dello studio dell’uomo. Antropologia culturale è lo studio del genere umano dal punto di vista delle idee, dei comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro. L’antropologia è l’insieme delle riflessioni condotte attorno a questi comportamenti ed idee, prendendo spunto dal fatto che gli esseri umani si rivelano estremamente differenti, sia sul piano storico, che in relazione all’ambiente in cui vivono.

Comparsa dell’antropologia. Le origini dell’antropologia come disciplina non sono facilmente databili, ma quelle più lontane risalgono ad Erodoto (VI sec. A.C.), nonostante egli non parli mai di antropologia. Le radici più vicine a noi risalgono all’umanesimo, ai dibattiti aperti dopo la scoperta del nuovo mondo, sorti da quesiti prima poco considerati o inimmaginabili. Con l’espansione coloniale crebbero a dismisura i contatti con i popoli indigeni ed anche le descrizioni dei loro costumi e delle loro istituzioni sociali. Ma per avere un progetto scientifico all’interno di queste descrizioni bisogna attendere i filosofi e gli scienziati naturali, che cominciarono ad elaborare una teoria unitaria del genere umano.

Nell’epoca coloniale, gli antropologi si sono distinti dai conquistatori per la volontà di stabilire rapporti di reciproca comprensione con le popolazioni studiate.

Cosa fanno gli antropologi?

All’inizio gli antropologi si sono occupati di popolazioni contemporanee, ma geograficamente lontane, diversi da quelle europee o di origine europea, studiandone religione, riti, istituzioni sociali e politiche, tecniche di costruzione dei manufatti, arte. Fino a pochi decenni fa, gli antropologi si sono occupati di popoli definiti “selvaggi” o “primitivi”, perché considerati rappresentanti di fasi arcaiche della storia del genere umano.

Nella seconda metà dell’Ottocento, gli antropologi non studiavano i popoli direttamente, bensì a distanza, avvalendosi delle descrizioni fornite loro da viaggiatori, esploratori, funzionari coloniali. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del XX secolo, gli antropologi cominciarono a recarsi di persona nei luoghi delle popolazioni oggetto dei loro studi, dando inizio ad una nuova stagione della ricerca antropologica, una vera rivoluzione perché da qui non si è più tornati indietro.

Una sola antropologia o tante antropologie?

L’antropologia non è frutto esclusivo della cultura occidentale, ma spesso è proprio presso popolazioni semplici e sprovviste di istituzioni che possiamo trovare le più affascinanti visioni dell’uomo e del cosmo. Alcuni antropologi, pertanto, escludono l’idea che il discorso sul genere umano sia prodotto soltanto di una determinata cultura ed epoca. L’antropologia sviluppatasi nella tradizione di pensiero occidentale sarebbe, di conseguenza, solo una delle tante antropologie elaborate in tempi e luoghi diversi. L’antropologia sarebbe solo un modo, tra molti, in cui gli esseri umani pensano a se stessi.

L’antropologia che si va a considerare in questo libro, è espressione di una società in grado di esercitare un politico, militare ed economico su molte altre società del pianeta. L’antropologia culturale è un sapere che opera criticamente su se stesso, sulle sue nozioni, categorie, metodi e su risvolti etico-politici che accompagnano le sue riflessioni.

Oggetto e metodo dell'antropologia culturale

Cos'è la cultura?

La “cultura” è un complesso di idee, simboli, azioni e disposizioni storicamente tramandati, acquisiti, selezionati e largamente condivisi da un certo numero di individui, mediante i quali questi ultimi si accostano al mondo in senso pratico e intellettuale. Oggetto privilegiato dell’antropologia sono le differenze tra idee e comportamenti che intercorrono tra le varie comunità umane.

La natura della cultura

Il genoma umano non possiede le informazioni indispensabili per poter far fronte al mondo circostante, un uomo nasce incompleto. Il nostro modo di disporci al mondo ci è stato insegnato dal gruppo in cui siamo venuti al mondo, che è a sua volta frutto di una lunga storia di rapporto con l’ambiente. Nei pensieri e negli atti, gli esseri umani sono determinati perché per vivere in mezzo ai loro simili, devono adottare codici di comportamento pratico e mentale che siano riconoscibili e condivisi da altri. Gli antropologi hanno messo in evidenza alcune caratteristiche della cultura che riguardano il modo in una essa è organizzata al proprio interno, la sua natura strumentale e le sue capacità di adattamento e di trasformazione.

La cultura come complesso di modelli. La cultura presenta forme interne di organizzazione, che non è mai rigida e meccanica e coincide con i modelli che orientano le attitudine pratiche e intellettuali di coloro che li condividono. Senza tali modelli, gli uomini non sarebbero tali. I modelli sono insiemi di idee e di simboli proprio del contesto culturale in cui un essere umano vive e che gli servono da guida per il comportamento ed il pensiero, introiettati attraverso l’educazione, implicita od esplicita.

La cultura è operativa. Senza i modelli culturali, gli uomini non potrebbero agire, pensare, sopravvivere: infatti qualunque atto o comportamento umano finalizzato ad uno scopo, materiale o intellettuale, è guidato dalla cultura. La cultura è operativa perché mette l‘uomo nella condizione di agire in relazione ai propri obiettivi adattandosi all’ambiente naturale, sociale e culturale che lo circonda. Habitus (sociologo francese Bourdieu): sistema durevole di disposizioni, sia fisiche sia intellettuali, che sono il risultato dell’interiorizzazione di modelli di pensiero e di comportamento elaborati dalla cultura in risposta all’ambiente fisico, sociale e culturale che ci circonda.

La cultura è selettiva. I modelli sono alimentati da una tensione continua con altri modelli condivisi dagli stessi soggetti. La cultura è un complesso di modelli tramandati, acquisiti e selezionati: le generazioni successive ereditano i modelli delle generazioni precedenti e li integrano con dei nuovi in base alla propria esperienza nel mondo in mutamento o per l’influenza di modelli di altre culture. Il principio di selezione si attiva quando, acquisendo nuovi modelli da culture differenti, questi vengono coniugati con quelli in vigore o si blocca l’eventuale intrusione di modelli incompatibili con quelli in atto. Tramite la messa in atto dei processi selettivi, le culture si rivelano aperte e chiuse contemporaneamente. Non esistono culture totalmente aperte o chiuse. Sono i processi di selezione ad includere o escludere dai propri modelli culturali, modelli provenienti da culture differenti che potrebbero rivelarsi dannosi.

La cultura è dinamica. Le culture non sono entità statiche e fisse, bensì prodotti storici. Le culture si trasformano molto sia per logiche proprie sia in relazione agli elementi di provenienza esterna.

La cultura è differenziata e stratificata. All’interno di ogni singola cultura vi sono diversi modi di percepire il mondo, di rapportarsi agli altri, di comportarsi; i modelli culturali di riferimento spesso risultano diversi a seconda del grado di istruzione. Spesso sono gli interessi, e quindi la cultura, dei soggetti socialmente più forti a prevalere: questo è un aspetto definito dall’antropologo Roger Keesing con il termine di “controllo culturale”. Egli definisce la “distribuzione della cultura” il modo in cui il sapere è ripartito tra i diversi gruppi sociali, tra individui appartenenti a generazioni diverse e tra categorie sessuali differenti.

Comunicazione e creatività. La cultura esiste nella capacità che gli esseri umani hanno di trasmettersi dei messaggi, cioè di comunicare. La dimensione comunicativa è centrale ad ogni tipo di processo culturale. La cultura esiste come sistema riconoscibile di segni, ma non significa che questi siano fissi e ripetibili all’infinito, ma possono essere combinati secondo sequenze riconoscibili ma innovative, capaci di creare nuovi significati.

La cultura è olistica. I modelli culturali interagiscono sempre con altri modelli, e il loro coniugarsi in un insieme complesso più o meno coerente viene denominato “cultura”. Per il continuo integrarsi e coniugarsi di modelli diversi e nuovi rispetto a quelli esistenti, la cultura viene detta “olistica”, cioè integrata, complessa, formata da elementi che stanno in un rapporto di interdipendenza reciproca.

Esistono i confini in una cultura? Le culture non hanno confini netti, precisi, identificabili con sicurezza; hanno dei nuclei forti che le assimilano ad alcune e le differenziano da altre.

La ricerca antropologica

Il fatto di riconoscere che la cultura è olistica non comporta il dovere di conoscerla nella sua totalità, ma di studiarla adottando una prospettiva che ci predispone a stabilire collegamenti tra i vari aspetti della vita di coloro che vivono quella stessa cultura. Gli antropologi studiano di solito soltanto determinati aspetti di una cultura, pur essendo costretti a considerare il fenomeno oggetto delle loro ricerche in relazione a tutti gli altri aspetti di quella cultura.

L’etnografia e la raccolta dei “dati”. È l’elemento chiave della ricerca antropologica, segna l’incontro con realtà culturali diverse da quelle dello studioso, rappresenta lo studio di tali realtà attraverso prospettive e tecniche particolari. Il principale compito dell’antropologo sul campo è quello di raccogliere dati utili per la conoscenza della cultura che si vuole studiare, che possono provenire dalla raccolta di storie e miti riguardanti la comunità in questione, ricerca di informazioni sui riti, ma soprattutto l’esperienza personale dell’antropologo che vive con quella gente che vuole studiare.

La ricerca antropologica si avvale anche di interviste, compilazione di tabelle e questionari, di registrazioni audiovisive, ecc. Quello che differenzia l’antropologia dalle altre scienze umane è che gli antropologi passano molto tempo a stretto contatto con le persone sulle quali compiono ricerca, ponendosi in “osservazione partecipante”.

L’osservazione partecipante

Trascorrendo molto tempo a contatto con gli ospiti delle sue ricerche, l’antropologo alla fine impara a vedere il mondo dal loro punto di vista, e capire come essi si vedono nel proprio mondo. Questo non significa che l’antropologo sta diventando come i suoi ospiti, ma sta assorbendo modelli culturali che prima non capiva, con la possibilità di gestirli e mettere in atto all’occorrenza un processo di “vai e vieni” tra due culture, essenziale per la ricerca antropologica. L’antropologo può ancora permettersi un’osservazione distaccata dell’esperienza condivisa e partecipata con gli appartenenti alla cultura da lui indagata.

Centralità dell’etnografia per l’antropologia

I ricercatori che entrano in contatto con popolazioni differenti devono mettere in atto una sorta di negoziazione anche politica con gli appartenenti a quella cultura. La dimensione etnografica conferisce all’antropologia una particolarità unica tra le scienze umane, perché fa di questa disciplina un sapere che si fonda sullo studio dei contesti socio-culturali specifici e basato su esperienze dirette.

Gli assunti fondamentali del ragionamento antropologico

La prospettiva olistica

La prospettiva olistica ha avuto importanti riflessi sugli stili di ricerca adottati dagli antropologi, che per lungo tempo hanno preferito studiare piccole comunità, ritenute più semplici nelle interconnessioni tra differenti aspetti della vita sociale. Ora la prospettiva olistica è comunque importante e centrale in quanto strettamente legata alla problematica del contesto.

La problematica del contesto

I dati individuati, selezionati e raccolti devono essere considerati in base al contesto di provenienza. Con l’entrata in gioco della prospettiva olistica, il ricercatore è obbligato a prendere in considerazione tutti gli altri aspetti di quella cultura. La ricostruzione del contesto consente di fare emergere sfaccettature e differenti significati che un dato può assumere se osservato da diversi punti di vista. La prospettiva contestuale permette anche di collegarsi ad altri contesti ed altri fenomeni, all’interno di una sola cultura o tra culture diverse.

Lo sguardo universalista e anti-etnocentrico

Fin dalle origini l’antropologia si è presentata come un sapere universalista, che considera, cioè, ogni forma di produzione culturale come degna di attenzione e utile alla conoscenza del genere umano. Questo aspetto dell’antropologia si oppone all’etnocentrismo manifestato da tutte le culture, ovvero la tendenza istintiva e razionale che porta a ritenere i propri comportamenti e i propri valori migliori di quelli degli altri.

Lo stile comparativo

Fin dall’inizio gli antropologi adottarono il metodo di confrontare fenomeni diversi per ricavare delle costanti. Essi ricercavano quegli elementi che sembravano corroborare le loro ipotesi e le loro teorie aprioristiche, ma si trattava di un metodo illustrativo, la cui validità era data per scontata già in partenza. Nel corso del XX secolo sono venuti ad emergere due principali stili comparati: il primo si esercita su società storicamente correlate o geograficamente vicine; questo consente un controllo delle variabili maggiore e ha come vantaggio la precisione descrittiva, mentre è limitata dal fatto che non consente grandi generalizzazioni; il secondo prende in considerazione società prive di legami storici reciproci e cerca di pervenire a all’elaborazione di tipologie e conclusioni più ampie del primo metodo. I limiti sono la mancanza di precisione analitica e il rischio di generalizzazione indebite. Il vantaggio sta nel fatto di offrire ampie e sintetiche visioni dei fenomeni considerati.

La vocazione dialogica e l’antropologia come traduzione

La ricerca etnologia ha il suo punto di partenza nel porsi in ascolto di una cultura che magari ha dei segni linguistici differenti, che richiedono un’interpretazione, una traduzione specialmente di tipo concettuale.

L’inclinazione critica e l’approccio relativista

L’antropologia non mira a conservare le culture in un'astratta autenticità. La funzione critica dell’antropologia non si esaurisce nella difesa delle culture più deboli, ma consiste nell’individuare le trasformazioni delle culture in contesti storici diversi; tale funzione critica rimette in discussione anche l’etnocentrismo della cultura di cui è espressione. L’antropologia è un sapere critico anche nei confronti di se stesso perché non deve idealizzare le pratiche e i valori dei popoli che studia. Con l’espressione relativismo culturale (Levi-Strauss) si indica che comportamenti e valori, per essere compresi, devono essere considerati all’interno del contesto complessivo all’interno del quale prendono vita.

L’impianto pluriparadigmatico

In antropologia si sono susseguiti molti paradigmi nel corso del tempo: evoluzionismo, storicismo, funzionalismo, diffusionismo, strutturalismo, neo-evoluzionismo, marxismo, neo-strutturalismo, prospettiva ermeneutica, ecc. Diversamente da quanto accade nelle altre scienze, in antropologia può succedere che più paradigmi possono costituire contemporaneamente punti di riferimenti per gli studiosi di questa disciplina. Il carattere pluriparadigmatico dell’antropologia è conseguenza del fatto che si tratta di un sapere che si fonda sull’esperienza etnografica.

Il risvolto applicativo

Sin dagli inizi l’antropologia si presentò come un sapere dai risvolti applicativi. Al giorno d’oggi, l’antropologia può fornire utili strumenti di lavoro anche in campo educativo, a quegli insegnanti che hanno a che fare con scolari provenienti da contesti culturali in cui i metodi di apprendimento si basano su principi molto diversi dai nostri.

La condizione riflessiva e il decentramento dello sguardo

L’antropologia è ritenuta riflessiva nel senso che, tramite l’incontro con soggetti appartenenti a culture diverse, permette di esplorare la propria cultura e la propria soggettività. Questa dimensione è centrale perché permette di cogliere meglio il punto di vista degli altri, e osservando le caratteristiche positive di una cultura altra, possiamo apprezzare di più le caratteristiche positive della nostra, così come venendo ad apprendere i limiti di una cultura diversa, ci si rende consapevoli anche dei limiti della propria cultura.

Per ottenere questo risultato dobbiamo “decentrare” il nostro sguardo, cercare di osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri.

Unità e diversità del genere umano

“Razze”, geni, lingue, cultur...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Fabietti Ugo.
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