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ESTRATTO DOCUMENTO

essere compreso. Non vi è più differenza nemmeno tra mondo

sensibile e invisibile. La natura viene antropomorfizzata o, al

contrario, agli uomini vengono attribuite caratteristiche

tipicamente animali che gli permettono di volare, vivere

sott’acqua, ecc.

Questa comunanza tra esseri umani, spiriti, animali e cose viene

descritta come la situazione originaria di equilibrio cosmico e di

unità, la cui fine avrebbe dato origine al mondo attuale.

In tutte le aree del pianeta, la rottura dell’equilibrio viene

attribuita ad un personaggio particolare, mezzo uomo e mezzo

animale, o un animale o un uomo semi-divino, che in antropologia

viene denominato trickster, essere ambiguo nel comportamento e

nella personalità.

3.3 LE FUNZIONI DEL MITO

Il mito ha una serie di funzioni pedagogiche, speculative,

sociologiche, classificatorie.

Malinowski riteneva che il mito fosse una sorta di giustificazione

a compiere certi riti, qualcosa attraverso cui leggere una morale,

che fissa un codice di comportamento, di pensiero, di disposizioni.

Secondo Radcliffe-Brown i miti australiani e nordamericani

avrebbero la funzione di rappresentare la realtà sociale nei suoi

aspetti complementari, funzionali, contraddittori.

3.4 UN PENSIERO CHE PENSA SE STESSO?

Una diversa interpretazione del mito è stata elaborata nella

seconda metà del’900 da Levi-Strauss, in cui il mito viene indagato

nella sua attività speculativa, senza tenere conto dei legami che

esso può avere con la vita sociale e culturale di una popolazione.

Per questo studioso, infatti, il mito è composto da unità minime (i

mitemi), che trovano un senso solo se accostate ad altre dello

stesso tipo.

Il mito è un ambito speculativo in cui il pensiero umani si trova

libero di immaginare anche ciò che non potrebbe esistere realmente;

è chiamato a conciliare quegli aspetti contraddittori

dell’esistenza umana e del mondo animale, assume cioè il compito di

risolvere le contraddizioni tra bene e male, vita e morte,

inserendo nel racconto un “mediatore simbolico” di una

contraddizione irrisolvibile per via razionale.

Per questa capacità di svincolarsi dal mondo reale, naturale e

sociale, il pensiero mitico ci appare come un pensiero libero che

ha i propri limiti solo in se stesso: il mito sarebbe, così, frutto

di un “pensiero che pensa a se stesso”.

COSTRUZIONI DEL sé E DELL’ALTRO

IDENTITA’, CORPI, “PERSONE”

1.1 I CONFINI DEL sé E LA RAPPRESENTAZIONE DELL’ALTRO:

IDENTITA’/ALTERITA’

L’appartenenza di un individuo ad un gruppo è resa possibile dalla

condivisione, almeno parziale, di determinati modelli culturali,

che gli permettono di far parte di un “Noi” che traccia confini nei

confronti degli “altri”. 17

Appartenenza e distinzione sono due aspetti opposti ma

complementari del vivere e del sentire umani.

L’idea di appartenere ad un sé collettivo e quella di essere ciò

che siamo come individui rientra nel concetto di identità.

Più le nostre certezze sono minacciate, più si sviluppa in noi la

“retorica dell’identità”, con cui si acuisce il senso del confine

tra sé e l’altro.

1.2 CORPI

Gli esseri umani hanno esperienza del mondo attraverso il corpo, si

tratta di una conoscenza “incorporata”, che sta alla base di ciò

che Bourdieu ha definito habitus, complesso degli atteggiamenti

psico-fisici mediante i quali gli esseri umani stanno al mondo.

Questo “stare al mondo” è uno stare di natura sociale e cultura,

così come le emozioni sono incanalate secondo modelli culturali

precisi. Il corpo degli esseri umani è “culturalmente disciplinato”

e le tecniche preposte all’attuazione di tale disciplina dipendono

dai modelli culturali in vigore.

Il corpo è il veicolo privilegiato per manifestare la propria

“identità”, socialmente individuabile, e tatuaggi, perforazioni,

circoncisioni, infibulazioni, ecc, sarebbero tutte pratiche

finalizzate a quella che lo studioso Remotti ha definito

antropopoiesi. Sul corpo si proiettano valori e stili culturali

differenti.

1.3 CORPI SANI E CORPI MALATI

Il corpo può essere strumento di “resistenza” e di “risposta”,

consapevole o inconscia, nei confronti delle situazioni esterne.

In questi ultimi anni, alcuni antropologi hanno messo in evidenza

come alcuni individui “incorporano” il disagio sociale dando luogo

a patologie di vario tipo. Disturbi psichici di soggetti migranti

come quelli dell’Asia, dell’America meridionale e centrale vengono

oggi affrontate tenendo conto del contesto culturale di provenienza

e della relazioni di autorità, sociali e affettive, entro cui

questi individui sono cresciuti.

Il modo antropologico di accostarsi alle concezioni di salute e

malattia ha posto in evidenza che non esiste medicina svincolata

dal contesto sociale e culturale nel quale viene praticata.

Il paradigma biomedico occidentale si basa sull’idea che la

malattia fisica abbia solamente cause di tipo organico, cioè

biologico; inoltre sostiene che l’efficacia di una cura possa

dipendere solo dall’assunzione di determinati farmaci e concentra

la terapia solo sulle zone del corpo su cui si manifesta la

sofferenza, senza tenere conto degli equilibri complessivi e

dell’interazione tra le varie parti del corpo.

Un’ulteriore caratteristica del paradigma biomedico occidentale è

la “medicalizzazione del paziente”, ovvero l’inquadramento del

malato come soggetto “altro”, separato dalla comunità sociale e

lavorativa.

Spesso la concezione occidentale della medicina entra in conflitto

con le medicine locali.

1.4 “PERSONE”

La “bioetica” è lo studio degli atteggiamenti e delle idee che sono

implicite nel nostro modo di trattare il corpo umano nella sua

relazione con la sfera della persona, della dignità dell’individuo,

della sua libertà, del suo diritto alla vita, ecc. 18

Anche nelle culture diverse da quella occidentale l’individuo è

considerato come ricettacolo di motivazione ed affetti e come

soggetto capace di capire e interpretare il mondo.

La nozione di persona rinvia al modo in cui un individuo entra in

relazione con il mondo sociale circostante: ciò che noi chiamiamo

“persona” si presenta ovunque come un insieme di elementi

costitutivi, di natura materiale e spirituale, dotati di una certa

capacità di “integrazione”.

I Samo ritengono che l’essere umano sia costituito da nove

componenti, i soli che possono individuare la presenza di una

persona: il corpo, il sangue, l’ombra, il sudore, il soffio, la

vita, il pensiero, il doppio (l’anima), il destino individuale. A

queste caratteristiche si aggiungono gli “attributi”: il nome, la

potenza extra-umana del concepimento, la presenza di un antenato

che può incarnarsi in un neonato o in un altro, la presenza di

coppie di spiriti domestici o del bosco che scelgono un individuo

come proprio supporto.

GENERE, SESSO, EMOZIONI

2.1 FEMMIMILE E MASCHILE

Forse il confine identitario più netto è quello tra maschile e

femminile, a cui vengono ridotti gli oggetti e i fenomeni della

realtà.

L’universalità dell’opposizione tra maschile e femminile non

implica che in tutte le culture si abbiano rappresentazioni

analoghe della relazione tra i sessi.

2.2 SESSO E GENERE

Allo scopo di distinguere tra identità sessuale anatomica e

identità sessuale socialmente costruita, gli antropologi usano i

termini sesso e genere. Le differenze sessuali sarebbe, allora,

legate alle caratteristiche anatomiche, le differenze di genere

risulterebbero dal diverso modo di concepire “culturalmente” la

differenza sessuale.

Nelle nostre società ragazzi e ragazze ricevono educazioni di

genere differenti.

Le culture, partendo dall’utilizzo simbolico delle differenze

biologiche, costruiscono la femminilità e la mascolinità,

rappresentazioni sociali e culturali dell’identità spesso

sorprendentemente diverse tra loro.

2.3 SESSO, GENERE, RELAZIONI SOCIALI

Una delle prime rappresentazioni sociali della differenza di genere

è che le donne siano preposte alla riproduzione. In realtà, non c’

niente di meno naturale della riproduzione umana, dal momento che

partorire, allattare, accudire i figli sono tutti atti

culturalmente determinati.

Il controllo della capacità riproduttiva delle donne costituisce un

elemento cruciale di tutti i sistemi sociali e della nascita di

certe forme di potere, controllo che si accompagna a complesse

rappresentazioni sociali, comunicative, educative e di

comportamento tra individui di sesso differente.

Tali rappresentazioni sono per lo più implicite, ma nelle società

dotate di scrittura sono anche oggetto di norme giuridiche.

Molte culture hanno costruito degli spazi di genere, come le “case

degli uomini” in Nuova Guinea e gli “haram” nel mondo mussulmano. 19

La separazione, l’esclusione, la distinzione tra i sessi sono

realizzate mediante la messa in opera di simboli, pratiche,

attribuzioni di ruoli, tanto reali quanto immaginari.

Molte società insistono sui tratti connessi con l’uso del corpo,

specialmente in pubblico.

2.4 EMOZIONI

Lo studio delle emozioni costituisce un settore di ricerca

sviluppato solo recentemente dall’antropologia e nasce come parte

di interesse per la costruzione del Sé nei confronti dell’alterità.

Gli stati d’animo fanno parte di una più generale sfera

dell’interiorità, in cui non è sempre facile distinguere tra

emozioni, sentimenti e sensazioni.

i sentimenti sono i concetti che una cultura possiede di un

determinato stato d’animo.

I problemi connessi con lo studio antropologico delle emozioni sono

molteplici e complessi, ma gli antropologi sono tutti d’accordo sul

fatto che gli stati d’animo non sono universali, ovvero non vengono

espressi dovunque nello stesso modo, sono ,piuttosto, espressi da

“soggetti culturali”, cioè in base ai modelli culturali

introiettati nell’infanzia.

Gli studi più recenti di antropologia delle emozioni si sono

sforzati di “tradurre” quei concetti e quelle parole che in

determinati contesti sociali vengono utilizzati per esprimere

particolari stati d’animo, sentimenti, emozioni.

Delle emozioni in generale si può dire che con modulate in

relazione all’età, al genere, alla posizione sociale, al contesto

pubblico o privato, alle concezioni locali della mente e del corpo

nonché al carattere della persona.

Tutte le culture presentano un modo “razionale” di parlare delle

emozioni, possiedono, cioè, concetti e nozioni atte a descriverle,

ed esse non cadono al di fuori della sfera razionale della vita

umana.

CASTE, CLASSI, ETNIE

3.1 CASTE

Il termine casta viene oggi utilizzato in maniera fluida e generica

in riferimento a gruppi sociali ritenuti superiori e inferiori ad

altri e per questo tendono a condurre una vita separata.

Casta è un termine che in lingua portoghese significa “casata”,

“stirpe”.

Lavorare, mangiare, usare oggetti d’uso quotidiano, frequentare

luoghi ecc sono atti che non consentono ai membri delle caste

superiori di entrare in contatto con quelli delle caste inferiori.

Per alcuni antropologi, il sistema delle caste altro non sarebbe

che il frutto della tendenza umana alla stratificazione sociale,

per altri per riuscire a capire questo sistema bisogna rifarsi a

criteri strettamente socio-economici.

Il sistema delle caste, per alcuni antropologi ha lo stesso

principio del totemismo, che opera una distinzione tra i gruppi

servendosi delle diversità esistenti tra le specie naturali.

Il sistema castale distingue, invece, gli essere umani sulla base

di un elemento culturale: le differenze tra i gruppi occupazionali

vengono assimilate a delle differenze naturali. 20

La caste indù si auto-percepiscono come gruppi naturali, unità

chiuse sul piano matrimoniali, separate le une dalle altre sulla

base di precisi divieti.

3.2 CLASSI

La nozione di classe sociale è strettamente legata alla tradizione

della filosofia e dell’economia politica europea.

Le distinzioni di classe si riflettono anche sul piano culturale, e

sulle differenze culturali “di classe” nascono forme di

distanziazione sociale “di fatto”, ma non di diritto.

L’appartenenza di classe non è ascrittiva: nel contesto della

società moderna, il proletariato può egli stesso divenire

capitalista, le classi non sono fisse e chiuse, si hanno infatti in

sistemi sociali, economici e politici in cui è formalmente

assicurata a tutti la possibilità di ascendere socialmente.

Le classi non sono la stessa cosa dei gruppi occupazionali.

Laddove non esiste coscienza di classe, una forma di auto-

percezione che nasce dalla contrapposizione con altri gruppi

sociali, non sarebbe legittimo parlare di classi sociali.

L’applicazione del concetto di classe trova, però, dei limiti nella

presenza di altri fattori, eminentemente simbolici, determinanti

nella definizione dei rapporti tra gruppi e comunità: uno di questi

è l’etnicità.

3.3 ETNIE ED ETNICITA’

Per molti anni gli antropologi hanno usato il termine etnia per

indicare un gruppo umano identificabile mediante la condivisione di

una medesima cultura, lingua, tradizione, territorio.

I significati del termine etnia:

l’equazione lingua = cultura = territorio corrisponde a un

sentimento identitario che dà per scontato un carattere assoluto,

statico, eterno di un gruppo di riferimento.

L’etnicità è il sentimento di appartenenza ad un definito gruppo

culturale, linguisticamente e territorialmente definito in modo

rigido, e secondo Geertz sono espressione di “sentimenti

primordiali”. Ma gruppi simili non esistono in assoluto, perché i

gruppi umani sono effetto di interazioni lente con altri, e gli

stessi “sentimenti primordiali” non sono naturali.

L’uso politico dell’etnicità:

per pensare gli altri diversi da sé, alcuni gruppi etnici

enfatizzano alcuni elementi differenziali.

Lo scopo dello scontro etnico è l’eliminazione dell’altro, il suo

annullamento fisico e psicologico.

Il fattore etnico può anche essere utilizzato allo scopo di

ottenere vantaggi economici per alcuni gruppi di interesse.

Il sentimento di eticità può prevalere anche all’interno di società

stratificate, divise in classi, e può risultare funzionale al

mantenimento della divisione della società in classe e inibisce la

comparsa di una “coscienza di classe”.

Il “fenomeno etnico” si presenta a noi in una forma che ne nasconde

il vero significato storico. 21

FORME DI PARENTELA

LA PARENTELA COME RELAZIONE E COME RAPPRESENTAZIONE.

1.1 IDEE DI PARENTELA

Da un punto di vista tecnico, la parentela può essere definita come

la relazione che lega alcuni individui, sulla base della

consanguineità e per via matrimoniale.

Vi sono società presso le quali i nuovi nati sono considerati

“reincarnazioni” degli spiriti defunti del gruppo della madre,

senza che il padre abbia alcun ruolo.

Alcune culture pensano che un bambino prenda forma nel cervello del

padre, che dopo una gestazione non definita, lo trasmette alla

madre tramite lo sperma.

In Europa, per molti secoli, è prevalsa la rappresentazione della

procreazione come effetto della crescita del “seme” maschile

all’interno del corpo della donna.

Le rappresentazioni e le concezioni che le varie culture hanno

delle relazioni di parentela non sono mai disgiunte dai criteri con

cui le società stesse assegnano ad ogni individuo un determinato

posto al suo interno.

1.2 DIAGRAMMI DI PARENTELA

Per descrivere le relazioni di parentela vengono tracciati dei

diagrammi, disegni costituiti da simboli convenzionati, linee,

lettere e numeri.

I simboli:

I simboli fondamentali per indicare la parentela sono i seguenti:

individuo di sesso femminile

individuo di sesso maschile

individuo di sesso imprecisato

individuo deceduto

matrimonio

divorzio

relazione sessuale 22

relazione di discendenza

relazione tra fratelli germani (figli degli stessi

genitori, siblings)

adozione

ordine di anzianità dei fratelli germani

Ego (maschile, femminile, imprecisato)

dal cui punto di vista il diagramma va letto

1.3 CONSANGUINEI E ALLEATI (O AFFINI)

I parenti consanguinei sono quelli biologicamente connessi con Ego;

i parenti alleati sono quelli acquisiti attraverso il matrimonio.

Sigle:

sono altri elementi che servono a costruire diagrammi di parentela.

Ma = Madre

Pa = Padre

Fr = Fratello

So = Sorella

Mo = Moglie

Mr = Marito

Fa = Figlia

Fo = Figlio

Fi = Figli

1.4 DISCENDENZA E CONSANGUINEITA’

Sembra che il sistema più semplice per dar vita a dei gruppi a

scopo di collaborazione e difesa, sia stato quello di fare

riferimento alla parentela.

Tipi di discendenza:

a) patrilineare o agnatica: stabilita esclusivamente attraverso

legami tra gli individui di sesso maschile

b) patrilineare o uterina: fondata esclusivamente su legami tra

individui di sesso femminile.

c) Cognatica: fondata su legami stabiliti attraverso una linea di

discendenza che comprende sia individui di sesso maschile che

femminile.

La discendenza di tipo patrilineare e quella patrilineare sono

definite unilineari, mentre quella cognatica non segue una linea 23

prestabilita. Esistono società a discendenza doppia le quali

associano il principio della patrilinearità a quello della

matrilinearità.

queste definizioni di discendenza sono utilizzate laddove la

discendenza è alla base della formazione dei gruppi sociali; in

Europa non abbiamo gruppi di discendenza, si preferisce, quindi,

parlare di società bilaterali.

Gruppo corporato:

Con l’espressione gruppo corporato si indicano quegli gruppi

fondati sul principio di discendenza i quali condividono, su basi

collettive, diritti, privilegi, forme di cooperazione economica,

politica, rituale. Perché un gruppo sia considerato tale, è

necessario che tutti gli appartenenti mettano in atto e rispettino

le condizioni citate.

Lignaggi e clan:

Il lignaggio è costituito da tutti gli individui che possono

tracciare una comune discendenza da un determinato individuo.

Se questa connessione è stabilita a partire di un individuo di

sesso maschile, si avrà un patri-lignaggio, se è stabilita

attraverso gli individui di sesso femminile, si avrà un matri-

lignaggio. Un gruppo di discendenza patrilineare è un

patrilignaggio, un gruppo di discendenza patrilineare è un

matrilignaggio.

I clan sono quei gruppi di discendenza in cui i membri non possono

ricostruire la successione degli individui che connettono i loro

rispettivi lignaggi all’antenato comune.

Parentado:

il parentado di un individuo è sempre un gruppo egocentrato,

costituito da tutti gli individui patri- e ma trilaterali in

relazione di consanguineità con Ego.

Alla morte di un individuo, il parentado si dissolve, in quanto

esso esiste solo in relazione a un individuo vivente.

La nozione di parentado è importante perché designa quell’insieme

di persone che sono rilevanti dal punto della vita concreta di un

individuo (Ego), che ha un peso sociale notevole.

Non esistono mai parentadi identici, poiché un parentado è sempre

“egocentrato”.

1.5 RESIDENZA E VICINATO

Un fattore molto importante connesso con il parentado è la

residenza, perché la maggiore o la minore vicinanza spaziale

determina il grado di coesione.

Tutte le società hanno modelli ideali di residenza

postmatrimoniale, ossia del luogo in cui, teoricamente, una nuova

coppia sarebbe tenuta a stabilirsi:

a)patrilocale (o virilocale): con o vicino ai parenti del marito

b)matrilocale (o uxorilocale): con o vicino ai parenti della moglie

24

c)ambilocale: una coppia può scegliere se vivere vicino i parenti

del marito o della moglie

d)neolocale: una coppia si stabilisce in un luogo diverso da quello

dei parenti di entrambi i coniugi

e)natolocale: marito e moglie continuano a vivere ognuno coi propri

parenti

f)avuncolocale: una coppia si stabilisce vicino al fratello della

madre

un altro fattore della residenza che non si omettere è il vicinato,

che è stato definito vera e propria forma sociale, effettivamente

esistente, una comunità caratterizzata dalla sua concretezza

spaziale o virtuale e dal suo potenziale di riproduzione sociale.

1.6 MATRIMONIO E ALLEANZA

Tra i vari aspetti della parentela è di fondamentale importanza la

dimensione dell’alleanza, contratte attraverso l’istituzione del

matrimonio,le forme più conosciute sono:

a)monogamico: tra due individui

b)poliginico: tra un uomo e più donne

c)poliandrico: tra una donna e più uomini

il principale scopo di questa istituzione è legittimare gli

individui che nascono dalle relazioni sessuali: infatti è solo

grazie al matrimonio che la riproduzione umana viene socialmente e

culturalmente disciplinata.

In base all’istituzione dell’epiclerato in vigore nell’antica

Grecia, un uomo sposato con solo figlie femmine, poteva far unire

legalmente in matrimonio una figlia ad un uomo e diventare a tutti

gli effetti il padre del figlio della figlia.

I Nuer del Sudan praticano il matrimonio col fantasma: una donna

sposa il fratello o il cugino di un uomo scomparso, i cui figli

saranno considerati legittimi discendenti dell’uomo, perché è molto

importante per questo popolo garantire una discendenza ad ogni

individuo di sesso maschile.

Gli Igbo della Nigeria praticano il matrimonio tra donne: se l’uomo

di una coppia è sterile, due donne si accordano per una relazione

adulterina, un “prestito” di uomo. Da questa relazione nasceranno

dei figli che saranno considerati discendenza del padre sociale, e

non del padre naturale.

Questo perché in quella società avere figli per una donna è un

fattore di realizzazione sociale.

Gli antropologi hanno trovato quasi impossibile giungere a una

definizione universale di matrimonio, ma una definizione

maggiormente comprensiva può affermare che “il matrimonio è una

transazione che si risolve in un accordo in cui una persona

stabilisce un diritto continuativo di accedere sessualmente a una 25

donna, e nel quale la donna in questione è suscettibile di avere

dei figli.”

Matrimonio, famiglia, gruppo domestico:

il matrimonio è un atto che legalizza un rapporto sessuale dal

quale possono nascere dei figli, considerati legittimi. La famiglia

composta dai coniugi e dai figli è definita famiglia nucleare, che

esiste quasi sempre nel contesto di quella che si chiama famiglia

estesa, costitutiva degli individui appartenenti a tre generazioni

e che formano spesso un gruppo domestico.

1.7 ESOGAMIA ED ENDOGAMIA

Le nozioni di esogamia e endogamia sono strettamente legate al

concetto di matrimonio.

Esogamia indica l’unione matrimoniale con un individuo esterno al

gruppo, mentre endogamia denomina l’unione matrimoniale con un

individuo all’interno del gruppo.

La proibizione dell’incesto:

con questa espressione si indica il divieto, universalmente diffuso

nelle società umane, relativo all’unione sessuale e matrimoniale

tra determinati individui

Cugini incrociati e cugini paralleli:

secondo alcuni antropologi, il modo più semplice per determinare

gli individui consentiti e quelli vietati sul piano matrimoniale è

quello di distinguere tra cugini incrociati (figli e figlie di

fratelli germani di sesso differente) e cugini paralleli ( figli e

figlie di fratelli germani dello stesso sesso), ma questa

differenza ha senso solo se si è in presenza di gruppi unilineari

esogamici.

Il principio di reciprocità:

l’esogamia, in relazione ai gruppi di discendenza unilineari, può

essere letta come un meccanismo per istaurare relazioni di

cooperazione e alleanza tra gruppi diversi.

Il principio di reciprocità è lo scambio di donne messo in atto in

alcune società in cui un gruppo stabilisce relazioni privilegiate

con altri gruppi.

Scambio allargato e scambio differito:

lo “scambio delle donne” può assumere forme allargate (che

coinvolge più di due gruppi) o differite (il gruppo che cede una

donna, ne riceve una in cambio nella generazione successiva).

Gruppi di discendenza endogamici:

in certe società prevale la tendenza a instaurare unioni

matrimoniali endogamiche rispetti al lignaggio o al gruppo di

discendenza. Il matrimonio tra cugini paralleli è un modello di

unione preferenziale, non obbligatorio. 26

LE TERMINOLOGIE DI PARENTELA

2.1 TERMINOLOGIE DI “PARENTELA” O DI “RELAZIONE”?

Una terminologia di parentela è il complesso di termini di una

società dispone per designare gli individui in relazione di

consanguineità e di alleanza.

2.2 I TRE ASSUNTI DI MORGAN E GLI OTTO PRINCIPI DI KROEBER

I tre assunti di Morgan:

1) ad ogni termine con cui un individuo designa un suo parente ne

corrisponde sempre un altro usato da quest’ultimo per designare il

primo ( riconosciuto dagli antropologi come legge di coerenza

interna dei reciproci).

2) i sistemi terminologici di parentela rientrano in poche

categorie fondamentali.

3) sistemi molto diversi possono trovarsi in regione

geograficamente prossime, mentre sistemi tra loro simili possono

essere tracciati in località molto distanti.

Gli otto principi di Kroeber (non tutti i sistemi fanno uso di

tutti i principi e nemmeno degli stessi):

1) la generazione: tutti i sistemi distinguono tra Ego e il

padre/la madre, lo zio/la zia.

2) Il sesso: tutti i sistemi distinguono il sesso del parente; in

alcuni però la distinzione è limitata ad alcuni individui (in

inglese il termine cousin designa sia “cugina” che “cugino”)

3) La distinzione tra consanguinei e affini: i sistemi separano

terminologicamente i parenti di sangue da quelli acquisiti

attraverso il legame matrimoniale.

4) La distinzione terminologica tra consanguinei in linea diretta e

consanguinei in linea collaterale: questo principio costituiva,

per Morgan, il discrimine tra sistemi di parentela

descrittivi(con la presenza del criterio) e classificatori(con

assenza del criterio).

5) La biforcazione: questa caratteristica è condivisa solo da

alcuni sistemi e prevede che i parenti dal lato materno siano

designati con termini differenti da quelli dal lato paterno.

6) Età relativa: prevede la distinzione terminologica tra individui

maggiori o minori di età ( es: fratello minore, fratello

maggiore)

7) Il sesso del parente attraverso il quale passa la relazione con

l’individuo a cui il termine si riferisce: esempio: cugini

incrociati e cugini paralleli.

8) Condizione (vivente o defunto) del parente a cui si fa

riferimento.

2.3 I SEI SISTEMI TERMINOLOGICI DI PARENTELA 27

Gli antropologi hanno isolato sei tipi principali di sistemi

terminologici di parentela e hanno assegnato loro questi nomi:

hawaiano, eschimese, omaha, crow, irochese e sudanese.

Questi sei tipi possono essere raggruppati in tre differenti

categorie:

a) sistemi non lineari o bilaterali

b) sistemi lineari

c) sistemi descrittivi

Sistemi non lineari o bilaterali: hawaiano ed eschimese.

Ego non fa distinzione sul piano terminologico tra parenti dal lato

materno e parenti dal lato paterno. Il nostro sistema è di tipo

eschimese.

Il sistema hawaiano fa uso esclusivamente dei principi della

generazione e del sesso. Ego distingue solo tra maschi e femmine e

la loro generazione di appartenenza.

Il sistema eschimese distingue i membri del suo nucleo famigliare

da tutti gli altri.

La differenza principale tra questi sistemi è che quello eschimese

adotta, oltre ai principi 1 e 2 di Kroeber, anche il 4.

Sistemi lineari:

la presenza di questi sistemi è registrata presso società con

gruppi di discendenza unilineare. Ego distingue i cugini incrociati

da quelli paralleli e i parenti consanguinei da parte del padre da

quelli da parte della madre.

Questi sistemi adottano il principio di biforcazione, il 5 di

Kroeber, e fondano i parenti dello stesso sesso e della stessa

linea di discendenza, per questo tali terminologie sono chiamate a

fusione biforcata.

Il sistemi crow adotta il criterio della biforcazione e fonde

terminologicamente le sorelle della madre con la madre, e i

fratelli del padre con il padre.

Per cogliere le differenze col sistema irochese, bisogna tenere

presente che i sistemi crow:

a) sono tipici delle società patrilineari,

b) distinguono tra i parenti del matrilignaggio della madre di Ego

e i parenti del matrilignaggio del padre di Ego.

c) Usa lo stesso termine per indicare i figli di costoro.

Tutti ciò indipendentemente dalla generazione.

Il sistema omaha è speculare a quello crow. I membri del

patrilignaggio della madre di Ego si distinguono terminologicamente

solo in base al sesso, ma non alla generazione.

Sistemi descrittivi:

caratteristica di questi sistemi è usare un termine diverso per

ogni parente di Ego appartenente alla propria generazione, a quella

dei genitori e a quella dei figli. Si tratta di sistemi a “massima

distinzione terminologica” 28

LA PARENTELA COME PRATICA SOCIALE

3.1 LA PARENTELA NELLE SOCIETA’ UNILINEARI (PATRI- E MATRILINEARE)

Gruppi patrilineari:

sono quelli che ricorrono più frequentemente tra quelli studiati

dall’antropologia. Si è pensato che la residenza patrilocale sia

nata per far restare i maschi in un luogo e allontanare le donne

verso un altro gruppo. Le regole dell’esogamia (le donne si sposano

fuori) e della residenza patrilocale sarebbero all’origine dei

gruppi di discendenza patrilineare.

Alcuni ritengono che il criterio della patrilinearità potrebbe

essere il prodotto di una forma di divisione del lavoro che vede

gli uomini impegnati insieme in attività di cooperazione intensa e

continuativa.

Il controllo della progenitura:

la preoccupazione di avere figli maschi che assicurino la

discendenza è centrale per ogni gruppo di discendenza patrilineare.

Molte culture enfatizzano l’elemento maschile attribuendogli anche

qualità intellettuali rispetto alle donne; questo è tipico delle

società patrilineari.

Le società patrilineari hanno istituzioni, come il levirato e il

sororato, che sono finalizzate all’acquisizione di prole maschile.

Il levirato ha lo scopo di conservare l’appartenenza della

progenitura di un uomo defunto al gruppo di discendenza di questi;

il sororato ha lo scopo di rimpiazzare la fertilità di una donna

defunta mediante la cessione della sorella di quest’ultima al

gruppo di discendenza del marito vedovo.

Il controllo della progenitura e della fertilità delle donne, ha

comportato , presso questo tipo di società, la nascita di vari

sistemi di scambio matrimoniale.

Tra queste istituzioni che ruotano intorno allo scambio

matrimoniale è presente una chiamata “prezzo della sposa”, che noi

preferiamo chiamare piuttosto “compensazione matrimoniale”.

La compensazione matrimoniale:

potrebbe essere definita come una quantità di beni, di solito privi

di valore d’uso immediato, che il gruppo del futuro sposo cede al

gruppo della sposa. Il gruppo della donna conserva sempre la

possibilità di intervenire in caso di contrasti o di maltrattamenti

ai danni della prole di una donna o di lei stessa. Il principio

dell’endogamia nelle società in cui la figura della donna è

adombrata funziona da ammortizzatore contro la perdita dei diritti

della donna nei confronti del marito.

Gruppi matrilineari:

in questi gruppi vi è distribuzione assimetrica del potere e

dell’autorità tra maschi e femmine, perché anche qui questi sono 29

appannaggio degli uomini. La discendenza è trasmessa per via

femminile e l’autorità per via maschile. Spesso la discendenza

patrilineare è associata alla residenza avuncolocale, cioè nei

pressi del fratello della madre dello sposo.

L’avuncolato:

è il nome che gli antropologi hanno dato a un complesso di elementi

culturali (residenza, autorità, eredità, ecc) che caratterizzano la

relazione tra un individuo e il figlio di sua sorella.

Malinowski scoprì che nelle comunità delle isole Troiland lo zio

materno, oltre a provvedere al sostentamento della famiglia della

sorella, esercita l’autorità sui suoi figli maschi, trasmette i

beni, le conoscenze sacre e profane e le eventuali cariche

politiche e religiose.

Discendenza o residenza? Il dilemma delle società matrilineari.

Uno dei maggiori problemi che le società a discendenza matrilineare

devono affrontare è come risolvere la tensione tra il potere e la

discendenza. Al centro di tale tensione traviamo i fratelli della

donna e il marito di quest’ultima che si contendono il controllo

sulla prole della donna stessa.

Tale tensione si manifesta soprattutto in relazione alla scelta del

modello di residenza

il destino delle società matrilineari:

la progressiva riduzione delle società matrilineari sembra essere

l’effetto dell’espansione dell’Occidente: le società matrilineari

si trovano quasi tutte, infatti, nelle aree del mondo che hanno

subito di più la colonizzazione: le Americhe, l’Africa

subsahariana, l’Oceania, e da questa sono state maggiormente

danneggiate sul piano demografico e hanno maggiormente sofferto per

l’imposizione del diritto europeo.

La condizione della donna nelle società matrilineari:

si può valutare la posizione di una donna in base all’autorità

esercitata su di lei dal marito e dal fratello. Vi sono società in

cui l’autorità del marito è maggiore di quella del fratello,

oppure, al contrario, quella del fratello è di gran lunga superiore

a quella del marito. Sembra che la condizione della donna sia

migliore laddove l’autorità del marito e del fratello sono pari e

si bilanciano consentendo alla donna di appoggiarsi ora all’uno ora

all’altro.

Gruppi a discendenza doppia:

sono quelli dove Ego appartiene a due linee di discendenza: quelle

stabilite una dal patrilignaggio e una dal matrilignaggio. 30

Convenzionalmente, entrambe le linee di discendenza danno origine

ad altrettanti gruppi corporati, ma questa è una visione troppo

rigida, perché:

- i gruppi di discendenza doppia sono possibili solo perché

ciascuno ha delle funzioni differenti da quelle dell’altro. Se

le funzioni fossero identiche, i due gruppi si ostacolerebbero a

vicenda.

- La discendenza doppia non sembra evocare le rappresentazioni

delle due linee tali da attribuire a entrambe lo stesso peso.

Gruppi di discendenza cognatica:

sono gruppi che tracciano la loro discendenza da un antenato sia

attraverso individui di sesso maschile che femminile.

Una caratteristica di questi gruppi di discendenza è che un

individuo può far parte di linee differenti, le quali possono non

avere, per Ego, la stessa importanza.

Alcuni antropologi hanno messo l’accento sul modello di residenza

adottato nei gruppi di discendenza cognatica: si è constatato che

in questi gruppi di discendenza si tende ad adottare forme di

residenza patrilocale.

DIMENSIONE RELIGIOSA, ESPERIENZA RITUALE.

CONCETTI E CULTI

1.1 COS’E’ LA RELIGIONE?

La nozione di religione sembra essere scontata per noi: è infatti

un complesso di credenze che si fondano su dogmi (le verità della

fede) e su riti, cerimonie e liturgie che hanno lo scopo di

avvicinare i fedeli a delle entità sovrannaturali.

Ma è facile trovare popoli che non hanno dogmi della fede, altri

che non hanno dèi, altri che non hanno templi né individui

specializzati nelle attività di culto.

Troviamo sempre, però, esseri umani che immagino una vita dopo la

morte, che pensano il corpo come “animato” da una forza vitale.

Alcuni studiosi hanno sottolineato che l’idea di religione come

qualcosa di comune a tutte le esperienze religiose sia

insostenibile. Potere, autorità e verità sono strutture e concetti

relativi, che non possono essere tutti ricondotti ad un unico

denominatore valido ovunque e in qualunque epoca.

In linea generale una religione potrebbe essere definita come un

complesso più o meno coerente di pratiche (riti e osservanza di

precetti) e di rappresentazioni (credenze) che riguardano i fini

ultimi e le preoccupazioni estreme di una società di cui si fa

garante una forza superiore all’essere umano.

Questa definizione tocca due dimensioni: quella del significato e

quella del potere.

La dimensione del significato sta proprio nei valori esprimenti i

fini ultimi e le preoccupazioni estreme di una società. La 31

dimensione del potere risiede nell’idea che vi sia qualcosa o

qualcuno che ha un’autorità incondizionata tali valori.

La religione svolge una funzione integrativa perché ha il compito

di spiegare l’importanza indiscutibile di quei valori, e ha

funzione proiettiva delle sue certezze, mettendo al riparo i

credenti dalle ansie e dalle preoccupazioni. Queste funzioni si

esplicano in maniera concreta attraverso simboli, miti e riti.

1.2 UN’UTILE TIPOLOGIA: GLI ELEMENTI DELLA RELIGIONE E LE FORME DI

CULTO

Gli elementi della religione:

Fallace indica gli elementi che indicano che siamo in presenza di

una religione:

1) la preghiera: consiste in un modo culturalmente definito di

rivolgersi alle entità garanti dell’ordine cosmico e sociale.

Può essere individuale o collettiva ed è spesso accompagnata

dall’uso di sostanze speciali, quali profumi e incensi, ecc. può

svolgersi in un luogo qualunque o in uno destinato al culto.

2) la musica: la musica e il canto costituiscono parte integrante

di molte cerimonie religiose, consente uno stato emotivo che

favorisce il senso di comunione tra i partecipanti oppure gli stati

di trance che permette, in alcuni culti, ai fedeli di entrare in

contatto con gli esseri spirituali.

3) la prova fisica: tutte le religioni implicano che i fedeli si

sottopongano a prove fisiche come l’astinenza da cibi e bevande,

sono all’automortificazione e all’autotortura.

4) l’esortazione: caratteristica di una religione è la presenza di

individui che si rivolgono ad altri per facilitare il contatto di

questi con le forze soprannaturali (profeti, sacerdoti, guide

spirituali, guaritori)

5) la recitazione del codice: tutte le società prevedono una

concezione compiuta del mondo e dei rapporti degli esseri umani con

il mondo ultrasensibile, per questo si evocano alcuni aspetti di

questa in formule quali possono essere le preghiere, la

recitazione, la lettura e il commento di queste.

6) mana: parola di origine melanesiana con cui gli antropologi

hanno voluto indicare un’idea di sostanza invisibile, una “forza”

che può trasmettersi da un corpo all’altro.

7) il tabù: con la parola polinesiana tapu gli antropologi hanno

voluto indicare tutte le proibizioni relative agli esseri animati o

a cose speciali.

8) il convivio: mangiare e bere: la condivisione di un pasto fa

parte del cerimoniale di molti culti religiosi.

9) il sacrificio: tutte le religioni prevedono offerte alle potenze

invisibili, che siano forze della natura, divinità o spiriti.

10) la congregazione: la riunione degli individui in occasioni

particolari come messe, pellegrinaggi, funzioni, sacrifici,

processioni sembra una costante in tutte le forme di religione. 32

11) l’ispirazione: gli stati interiori dei soggetti coinvolti in

una esperienza religiosa possono cambiare a seconda dei contesti e

della personalità dei soggetti coinvolti.

12) il simbolismo: le religioni vivono grazie a dei simboli che nei

veicolano i concetti e suscitano nei credenti determinate

rappresentazioni e servono a condurre le stesse cerimonie

religiose, sia sul piano pratico che concettuale.

Tipi di culto:

Fallace ha distinto anche vari tipi di culto riscontrabili nelle

diverse religioni:

i culti individuali sono quelli praticati dal singolo individuo,

sempre all’interno di un codice religioso culturalmente e

socialmente condiviso di rappresentazioni.

I culti sciamanici sono tipici delle società nelle quali il

contatto con le potenze invisibili è assicurato dall’opera di una

particolare figura definita sciamano. Caratteristica dello

sciamano è di essere come tutti gli altri nella vita di tutti i

giorni, che solo occasionalmente veste i panni della sua funzione.

Ciò che distingue lo sciamano dagli altri, però, è che egli ha la

possibilità di entrare in semi-incoscienza (trance) per entrare in

contatto con le potenze sovrannaturali e attingere da loro le

conoscenze per poter operare sui credenti.

I culti comunitari: sono tutte le pratiche religiose che prevedono

la partecipazione di gruppi di individui organizzati sulla base

dell’età, del sesso, del rango, oppure su base volontaria e che si

riuniscono temporaneamente per un preciso scopo. Un tipo speciale

di culto comunitario è quello totemico, ritenuto connesso con la

prima forma di religione.

I culti ecclesiastici:

prevedono l’esistenza di gruppi di individui specializzati nel

culto e che sono in possesso di testi scritti, che vengono

tramandati in luoghi speciali quali scuole, seminari, ecc. In

questo caso sono forti le connessioni tra gruppi sacerdotali

specializzati e i detentori del potere statale, dove l’uno e

l’altro si sostengono a vicenda grazie a una visione

“ufficializzata” dell’ordine cosmico.

SIMBOLI E RITI

2.1 I SIMBOLI SACRI E LA LORO EFFICACIA

Secondo Clifford Geertz, i simboli significano dei concetti che

rinviano ai valori fondamentali e ultimi di una società. Per questo

si dice che la religione equivale a una visione del mondo, dove

però questa si ricopre di un’aura di sacralità. I simboli religiosi

sono, infatti, “sacri” e il sacro è una nozione centrale del

pensiero religioso. 33

Secondo Emile Durkheim, le cose sacre sono “separate” da quelle

profane e, a differenza di queste ultime, che sono accessibili a

tutti, sono vietate a chi non è consacrato, cioè posto in uno stato

tale da poter accedere ad esse; e “interdette” , ovvero che

suscitano nell’essere umano rispetto e timore reverenziale, al

punto di essere percepite come pericolose.

Il tipo di ordine che i simboli sacri suggeriscono riguarda la

certezza che, nonostante il mondo si presenti con un insieme di

eventi caotici e imprevedibili, dolorosi e capaci di sconvolgere

l’universo morale degli esseri viventi, vi è pur sempre una realtà

ultima, sicura, vera e immutabile alla quale ci si può richiamare.

In questo senso i simboli sacri svolgono una funzione integrativa e

protettiva.

2.2 I RITI DELLA RELIGIONE

Un rito può essere inteso come un complesso di azioni, parole e

gesti la cui sequenza è prestabilita da una formula fissa che

evocano simboli che, proprio perché evocati tramite formule sempre

uguali, svelano il loro carattere sacro. I riti sono normalmente

ufficiati da personalità dotate di un’autorità particolare, come

per esempio un sacerdote. I riti sembrano costruire attività entro

cui si genera un principio di autorità, sono ciò che rende evidenti

le verità di una religione, ossia i valori, i fini ultimi, l’ordine

del cosmo e della società.

I riti “profani” sono, invece, eventi pubblici ricorrenti,

spontanei o organizzati, che risultano privi di finalità religiose

in senso stretto, ma mettono comunque in gioco rappresentazioni

sacre a tutti gli effetti (es: i riti patriottici a nazionalistici

di tradizione euro-occidentale, in cui una bandiera occupa spesso

la posizione di simbolo dominante).

2.3 LA VARIETA’ DEI RITI

I riti si distinguono per alcune caratteristiche particolari a cui

gli antropologi hanno dedicato importanti studi teorici ed

etnografici.

Riti di passaggio: sono quelli che sanzionano pubblicamente il

passaggio di un individuo da una condizione sociale ad un’altra

(battesimi, matrimoni, circoncisioni rituali, entrata e uscita da

un ordine religioso).

Van Gennep distinse, all’interno di ciascun rito di passaggio, tre

fasi, ciascuna caratterizzata da rituali specifici: a) separazione

(riti preliminari), b) margine (riti liminari), c) aggregazione

(riti postliminari), attribuendo la massima importanza a quello

centrale. Nella fase di margine avviene, infatti, il distacco di un

individuo dalla sua condizione precedente.

I rituali funerari: in tutte le società la morte è evento

dirompente e drammatico. Di fronte alla morte le società fanno

riferimento ai valori ultimi sui quali esse si fondano, rendendoli

34

espliciti, pubblici e quindi rappresentandoli attraverso l’uso

rituale di simboli dotati di significato. I riti funerari

contengono gesti, azioni, parole che richiamano alla mente dei

partecipanti i valori e i significati sui cui la società fonda

l’ordine del mondo e di sé medesima. Nelle società non stratificate

i riti funerari sono pressochè identici per tutti.

Nelle nostre società, i binomi amore-morte, sesso-morte, rinascita-

morte costituiscono termini di scandalo proprio perché rendono

impensabili le regole su cui si fondano le nostre istituzioni

sociali. In altre culture, queste relazioni vengono sottolineate in

continuazione, dal momento che la morte e i riti che l’accompagnano

esplicitino gli elementi stessi dell’ordine ancestrale che è il

cuore stesso del sistema normativo.

I rituali funerari non contengono, però, tutte le complicate

dinamiche relative al lutto e alla perdita: tra rituale funebre e

lutto non c’è, infatti, un rapporto di necessaria reciproca

inclusione.

Riti di iniziazione: sanciscono il passaggio degli individui da una

condizione sociale o spirituale a una diversa dalla precedente.

Nelle società studiate dagli antropologi viene spesso dato grande

rilievo a riti di questo genere, poiché essi sono la dichiarazione

pubblica, socializzata, dell’assunzione di un nuovo status.

RELIGIONI E IDENTITA’ NEL MONDO GLOBALIZZATO

3.1 SECOLARIZZAZIONE E NUOVE RELIGIONI

Dalla fine del XIX secolo i filosofi hanno cominciano a discutere

riguardo la secolarizzazione, ovvero la ritrazione progressiva del

sacro dalla vita sociale e dalla sensibilità degli individui.

I movimenti:

- i culti di revitalizzazione: sono quelli in cui un gruppo o una

comunità dichiarano di puntare al miglioramento delle proprie

condizioni di vita, i cui riti hanno lo scopo di rivitalizzare il

senso di identità di gruppo o della comunità medesima.

- i culti millenaristici: accentuano rappresentazioni relative

all’avvento di un’epoca di pace e felicità, che può essere favorito

mediante appropriate attività rituali e grazie a un particolare

atteggiamento interiore dei partecipanti. Nei paesi extra-europei,

il termine millenaristico serve ad indicare i movimenti religiosi

nati in contrapposizione al colonialismo.

- i culti nativistici: sono quelli che fanno propria la protesta

contro le condizioni di svantaggio sofferte dalle popolazioni

native e che mirano a riaffermare l’identità della cultura nativa,

in opposizione alla cultura dominante.

- i culti messianici: sono quelli a fondo carismatico, legati alla

presenza di una forte personalità, e si caratterizzano per il fatto

di fondarsi sull’attesa di una rivoluzione socio-politica radicale.

35

Ogni tipo di movimento tende a fondere le caratteristiche di tutti

gli altri.

ATTIVITA’ CREATIVA ED ESPRESSIONE ESTETICA

LA CREATIVITA’ CULTURALE

1.1 LA CREATIVITA’ COME ASPETTO COSTITUTIVO DELLA CULTURA

La creatività culturale è strettamente legata a una caratteristica

fondamentale del lignaggio umano: la sua produttività infinita, che

consente agli uomini di produrre sequenze comunicative non

predeterminate, anche se parzialmente prevedibili.

La creatività umana consiste nella possibilità degli esseri umani

di produrre novità mediante la combinazione e la trasformazione di

pratiche culturali esistenti.

1.2 LA FESTA COME DIMENSIONE CREATIVA

Vi sono forme di attività e circostanze in cui queste combinazioni

di pratiche e significati inediti sono più evidenti che in altre:

una di queste circostanze, oltre che la produzione artistica e

l’innovazione tecnica, è la festa. Le feste mettono in moto

comportamenti improntati sulla dimensione collettiva e segnano una

rottura con il corso ordinario della vita e in alcune culture

possono venire a costituire dei marcatori temporali di rilevante

importanza.

Una differenza fondamentale tra rito e festa è che quest’ultima ha

la tendenza a moltiplicare i centri, si verifica la presenza di

gruppi e sottogruppi, punti di aggregazione autonoma che sviluppano

la festa secondo dinamiche largamente casuali.

La festa, proprio in quanto complesso di atti che si staccano dalla

vita quotidiana, è un terreno culturalmente creativo, in cui i

partecipanti esperiscono quella che viene definita la dimensione

comunitaria (la comunitas di Victor Turner). I partecipanti si

sentono coinvolti in un processo collettivo in cui non esistono più

differenze tradizionali e individuali tra persone.

Durkheim ha considerato le feste come un evento collettivo atto a

rinsaldare periodicamente il senso di appartenenza a una comunità;

altri studiosi hanno visto nelle feste un modo per neutralizzare la

negatività della vita o per rappresentare la gerarchia e i valori

sociali. Una festa è creativa nel senso che in esse si compiono

accostamenti simbolici inediti o insoliti tramite i quali si ha la

possibilità di trasmettere concetti e stati d’animo difficilmente

esprimibili in altro modo.

L’ESPRESSIONE ESTETICA

2.1 “ARTE” ED ESPRESSIONE ESTETICA 36


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Fabietti Ugo.

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