Estratto del documento

Antropologia culturale: la diversità culturale in un mondo globale

Introduzione

“L’antropologia è lo studio della comprensione pratica della diversità nelle molteplici forme in cui si manifesta” sosteneva Hannerz. Questa definizione riguarda sia i cambiamenti, interni ed esterni più recenti della disciplina, sia l'azione antropologica dalle sue origini. Il tema classico è rendere conto dell'unità e diversità del genere umano. L’antropologia permette di compiere un viaggio al fine di rispondere alla domanda “C’è un senso che attraversa i vari modi dell'esistenza umana?”

Per rispondere a ciò è necessario compiere un viaggio nei meandri della disciplina, all’interno delle società e fra di esse o come direbbe lo studioso Remotti un “giro lungo”. La prospettiva di Lévi-Strauss sostiene che esistano delle modalità per scoprire la verità dell’uomo. Egli riteneva che ciascuna delle migliaia di società che si sono succedute si è valsa della certezza che in essa si condensasse tutto il senso e la dignità umana quando invece la verità dell’uomo sta nell’insieme dei molteplici sistemi, delle differenze tra di essi e dalle loro comuni proprietà.

Di opposta prospettiva, Geertz, il quale dal suo pensiero induce a pensare che tale pretesa sia illusoria, spiegando che l’uomo può identificarsi così tanto con l’ambiente in cui vive da diventarne inseparabile. L’antropologia, in passato, si è occupata di ambiti specifici, dagli uomini primitivi cioè i cosiddetti “selvaggi”, ai popoli che non conoscevano la scrittura, a quelli in via di sviluppo fino ai giorni nostri dove la disciplina è diventata globale in un discorso che riguarda tutta l’umanità senza esclusione alcuna.

Questo indica che non c’è un modo migliore di vivere piuttosto che un altro e gli antropologi si sforzano di attenuare la convinzione che il proprio modo di vivere, in un determinato mondo, sia migliore. Fa infatti parte dello stile intellettuale antropologico una buona dose di relativismo. Qualsiasi rappresentazione antropologica non può far a meno di un implicito “noi”, in riferimento alla cultura e alla società dello studioso e di un atteggiamento di critica della diversità culturale.

Nell’Ottocento gli antropologi erano ritenuti eccentrici e bizzarri per cui questa disciplina è a lungo rimasta la scienza dei rimasugli. L’antropologia del ventesimo secolo si è battuta su due fronti: il primo è stato quello di salvaguardare le forme culturali distintive di vita da un processo di omogeneizzazione planetario, il secondo è stato quello di proporre altri modelli culturali per riflettere autocriticamente sui nostri modi di vivere.

Capitolo 1 – Scenari: la cornice attuale

Il paradigma della contemporaneità si basa sull’idea che non si possa più dividere il mondo in contesti sociali, in società tradizionali o in società moderne. Nessuna società è completamente tradizionale o moderna. Tutte le società sono soggette a mutamento e sono sempre in continua evoluzione, ad assorbire i cambiamenti.

In ogni società esistono strutture anacrone. Da un lato, realtà sociali aperte al cambiamento che lo subiscono velocemente, un esempio può essere fornito dalle innovazioni tecnologiche. Dall’altro, società ostili ai cambiamenti che avranno un decorso più lento, l’esempio emblematico riguarda l’ambito religioso. Quindi, non esistono società fredde, senza storia e che i frutti puri impazziscono, come ricorda James Clifford. Quindi siamo tutti contemporanei. Ciò non vuol dire che siamo tutti uguali, ma che tutti viviamo nella simultaneità.

Dunque, ci si chiede: l’antropologia può ignorare la simultaneità? La risposta a questa domanda ci viene fornita dallo studioso Remotti, il quale ritiene che non solo l’antropologia può ignorare tale caratteristica, ma deve farlo perché non ci si può aspettare le strumentalizzazioni in atto nello studiare una realtà culturale. Una posizione antitetica rispetto al “siamo tutti contemporanei” è quella di Diamond, il quale nel suo libro, “condannato” anche dalla stessa Survival International, incrementa l’ostilità verso i cosiddetti popoli selvaggi.

Non è nemmeno un caso che i primi studi dei primi antropologi si basavano su uno studio dal basso (Hannerz) e che gli esotici venissero rappresentati come se vivessero in un tempo e spazio altri, secondo il teorema del cronotipo, che prevede l’opposizione tra due mondi: quello dello studioso e quello del nativo.

All’ingabbiamento temporale spesso segue un ingabbiamento spaziale, per cui una geografia dell’alterità alimenta rappresentazioni di popoli non sincronizzati con la modernità, dando per scontato che possa esistere una sola forma: quella occidentale. L’antropologia inattuale rifiuta la contemporaneità e al contrario pone l’accento della conoscenza antropologica sugli scarti temporali. Gli scarti temporali sono come scarti differenziali, ciò che secondo Strauss permette la presa di possesso del senso. Egli in “Tristi tropici” denunciava la “sozzura” gettata sul volto dell’umanità che provoca l’irrimediabile perdita della diversità culturale.

Geertz, nelle parole di Strauss, vede un modo di pensare le diversità culturali alternative a noi, in un mondo in cui tante culture si oppongono reciprocamente tenendosi a distanza, a volte comunicando, ma pur sempre mantenendo le proprie specificità. Per Strauss perdere l’integrità culturale è una tragedia, di diversa opinione è invece James Clifford che riprende la metafora levistraussiana del “sozzume” e la rielabora. “Siamo tutti contemporanei” vuol dire anche che il compito più impegnativo della disciplina è di presentare ed interpretare le vite degli altri come impregnate di elementi che avvengono tra contemporanei e lungo una storia.

Capitolo 2 – Decostruzioni: le tensioni epistemologiche

A lungo l’etnografia si è rivelata una pratica di ricerca molto problematica. È sembrato che volesse accampare pretese riguardo al metodo e alla scrittura. Il metodo era quello basato sull’osservazione partecipante e la scrittura mutuata dalla monografia di scienze naturali. Queste rivendicazioni riguardavano il desiderio di autonomia e maturità verso l’esterno, rispetto alle altre discipline, non marginali come l’antropologia.

A questo proposito sono molto chiare le parole di Levi-Strauss sulla suddivisione dei compiti fra etnografia, etnologia ed antropologia. In Antropologia strutturale sostiene che l’etnografia corrisponde ai primi stadi della ricerca rispettivamente: osservazione e descrizione, lavoro sul terreno (field work) rispetto all’etnografia, l’etnologia ci consente di formulare una sintesi, che può essere di tre tipi: geografica concentrandosi su gruppi vicini, storica di ricostruzione del passato o sistematica se ci si vuole focalizzare su un’istituzione/costume/tipo di tecnica.

Invece, per quanto riguarda l’antropologia ci si trova di fronte all’ultima tappa della sintesi. Etnografia, etnologia ed antropologia, sono tre momenti di ricerca diversi, ma fanno parte della stessa disciplina. È importante ricordare che senza antropologia, l’etnografia è nulla. Da Malinowski in poi, accanto all’ idea di un’etnografia caratterizzata da osservazione partecipante e scientifica se pur distaccata, si affaccia l’idea tesa ad un coinvolgimento da parte dell’antropologo, che è chiamato a partecipare in primo piano alla vita del gruppo che deve studiare, immergendosi a tal punto nella cultura da pensare e sentire come loro.

Accanto all’immersione vi è anche la componente dell’immedesimazione, la nozione psicologica dell’empatia. Ci sono parecchi punti deboli in quest’ultima formula: più ci si cala nella realtà che si vuole studiare, più sarà complicato mantenere il distacco necessario per osservarla. Come ha espresso Alessandro Duranti una totale immedesimazione è pressoché impossibile, è una continua modifica, traduzione, registrazione, trascrizione che impedisce di essere completamente dentro alla cultura studiata. Quel che è fondamentale è adottare uno sguardo antropologico tra nativo ed etnografo.

Il testo Antropologia contemporanea: La diversità culturale in un mondo globale riporta un esempio, per mezzo di discorso diretto, per pronunciare la differenza tra una sintonia sul campo (es. quando dissi a Clement che mi occupavo di antropologia, mi indicò un muretto e incominciò a parlare) e la distonia che Pritchard definì neurosi indicandola come il principale ostacolo della ricerca. Il dialogo dell’etnografo è per lo più frutto di una relazione gerarchica, le domande non sono sollecitate e spesso può concludersi in materiale inautentico.

L’interesse dell’etnografo è stato paragonato a quello di un avvocato, che ascolta i propri clienti, ma che tocca un interesse professionale, più che personale. È interessante non tanto cosa dicono le persone su certi argomenti, ma come costruiscono, interpretano e come organizzano socialmente i significati. L’antropologo Mondlher Kilani in un suo scritto rappresenta il lavoro dell’antropologo in due momenti: in primo luogo, sceglie un campo ricerca in base alle proprie ragioni scientifiche e personali e ci si dedica per un determinato periodo.

Successivamente, fa apprendistato nel campo, interagisce con gli individui, scopre, fa errori, formula ipotesi e sintetizza. Torna infine a casa con un bagaglio di oggetti da cui trarrà un testo elaborato. In secondo luogo, Kilani descrive le difficoltà che l’antropologo può incontrare, in una visione meno lineare rispetto alla prima descrizione del lavoro dell’antropologo. Kilani continua indicando la duplice illusione, tipica della visione ingenua del lavoro sul campo.

La prima illusione consiste nel fatto che la differenza tra soggetto osservato e soggetto che osserva è un prodotto storico e non dipende dalla qualità propria dell’oggetto. La seconda illusione riguarda il fatto che non c’è mai simultaneità tra gli oggetti antropologici da vedere e l’atto di vederli. In un saggio intitolato Etnografia come interazione, Dennis Tedlock afferma che più il ricercatore conosce ed è conosciuto meno può evitare di essere coinvolto nell’azione.

Al contrario, meno il ricercatore è conosciuto maggiore sarà la sua incapacità di interpretare le azioni degli altri. L’antropologo non è infatti un osservatore neutro. Tedlock venne coinvolto direttamente nella scelta della storia da raccontare ai nipoti. Una grande occasione dato che poteva confrontarla con la stessa storia registrata. Il narratore esegue una performance, costruisce una cornice narrativa, coinvolge il pubblico, che risponde e lo invita a continuare. Quando aveva registrato la storia il pubblico non rispondeva. Non si tratta dello stesso evento: il primo è fra narratore e pubblico, l’altro tra il narratore e l’etnografo.

È qui che si inserisce dopo il positivismo e lo strutturalismo durkeimiano, una doppia visione ermeneutica, che viene negoziata nel momento dell’incontro tra etnografo e nativo. Entrambi sono coinvolti allo stesso modo. Da un lato troviamo the closer the better, che consiste nell’analisi della ricerca dell’etnografo verso una diversità culturale, dall’altra l’osservazione non è però sufficiente.

Dunque l’etnografo può utilizzare interviste, osservazione dei fatti quotidiani, richiedere al nativo di compiere un rito ecc, tutti metodi che devono essere coerenti con la modalità di ricerca. Nella ricerca empirica il metodo è uno strumento di controllo della situazione, serve a oggettivare esperienze, a mantenere la giusta distanza fra osservatori e osservati. Il problema dell’etnografo può diventare come trovare unità di analisi che non siano eccessivamente lontane dalla prospettiva nativa.

Questo problema viene spiegato da Dell Hymes negli anni Settanta del Novecento attraverso due prospettive: quella etica, che riproduce il punto di vista esterno e quella emica, che riproduce il punto di vista interno, dei locali. Scopo del ricercatore è passare dalla prima alla seconda prospettiva. Si richiede inoltre all’etnografo di passare da una prospettiva monodimensionale, che esprime solo lo sguardo dell’antropologo alla polifonia, in cui si possono trovare tutte le soggettività del campo. Il passo successivo è...

Anteprima
Vedrai una selezione di 5 pagine su 17
Antropologia culturale Pag. 1 Antropologia culturale Pag. 2
Anteprima di 5 pagg. su 17.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Antropologia culturale Pag. 6
Anteprima di 5 pagg. su 17.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Antropologia culturale Pag. 11
Anteprima di 5 pagg. su 17.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Antropologia culturale Pag. 16
1 su 17
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher grassanoalessia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Matera Vincenzo.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community