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Antropologia culturale

Appunti di antropologia culturale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Matera dell’università degli Studi di Milano Bicocca - Unimib, facoltà di Sociologia, del Corso di laurea in sociologia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Antropologia culturale docente Prof. V. Matera

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CAPITOLO 3- Comprensioni:in primo piano la cultura.

L’antropologia è caratterizzata da una particolare tensione epistemologica, che

rende tale disciplina a critiche e continue revisioni mai viste nelle altre discipline.

Relativamente a tale tensione, vi sono posizioni diverse. C’è chi come Anthony

Giddens pensa che sia un segno di confusione teorica, altri come Clifford Geertz

pensano che derivi da una capacità di anticipare le trasformazioni sociali e culturali

e la capacità di adattarvisi. Altri, infine, come Roger Keesing sostengono che

l’antropologia si ricrei continuamente in base ai cambiamenti. Nondimeno, resta il

dubbio che nonostante i progressi della riflessione delle ricerche empiriche,

l’antropologia si sia indebolita rispetto al secolo scorso.

Quando lo studio avanza, così come le nuove acquisizioni, si assottiglia il sentiero

dell’antropologo su cui camminare. Mentre gli studiosi di altre discipline

acquisiscono certezze, gli antropologi accumulano dubbi e cosi Geertz

diceva:”Nella nostra confusione, sta la nostra forza”. Rispetto alle altre discipline in

cui un concetto compresso viene smontato e ridotto a semplice, spesso

nell’antropologia culturale accade il contrario.

Dunque, vengono di seguito delineate cinque linee di comprensione della cultura:

1) La prima parte del titolo di questo capitolo enuncia la parola “comprensioni”,

usata per indicare l’incompletezza dell’uomo (primo tratto), come Geertz ha

sottolineato, presentando una concezione di cultura come software, non che

(seguendo la metafora) una macchina di controllo di cui l’uomo ha bisogno per

vivere in un mondo dotato di senso. E’ ormai consolidato il fatto che l’uomo senza

cultura non possa darsi. Data la sua incompletezza, l’individuo non può far altro che

produrre cultura.

2) Il secondo tratto della specie umana è il concetto di diversità umana, che si

percepisce nella lingua, tratti fisici, valori e modi di agire differenti. In un passo di

Levi Strauss possiamo coglierne al meglio il significato nella metafora del treno. Le

culture, infatti, sono simili a treni, che circolano più o meno in fretta, ognuno sul

proprio binario e in direzioni diverse. Rispetto ai treni che viaggeranno

parallelamente a noi potremo scorgerne interi particolari, quelli che invece

viaggeranno in direzione opposta ci appaieranno confusi e fugaci.

3) Il terzo tratto riguarda il meccanismo della ripetizione con l’improvvisazione, si

colloca al cuore della nostra attività sociale quotidiana, della produzione linguistica

e della produzione culturale. Dove non c’è ripetizione non c’è senso, almeno non

appare. A differenza di un computer, l’essere umano è in grado di cogliere il senso

di ciò che sta accadendo (principio dei contorni sfumati). Da questa prospettiva la

cultura appare come una struttura storica e flessibile. Nel creare la nostra cultura

mediante ripetizione creiamo anche diversità.

4) La quarta linea è connessa ad un’altra caratteristica cruciale per l’essere umano:

la capacità di produrre senso. L’homo sapiens lo fa attraverso l’esperienza,

l’immaginazione, l’interpretazione, la contemplazione. Produciamo senso durante

un’interazione, il senso è distribuito entro una cornice formale, in una sorta di reti di

significati. Questa è l’unica possibilità per l’uomo di ottenere un ancoraggio parziale

e di uscire dal caos.

5) La quinta linea è invece la memoria, cioè la capacità di mantenere le tracce delle

nostre esperienze e di richiamarle alla mente. Nel suo libro, l’egittologo Jan

Assmann ribadisce l’importanza della memoria nella formazione e nel

mantenimento della cultura.

A questo punto, è possibile accostarsi al concetto di cultura in due direzioni. Uno è

il livello della cultura come risposta diretta ad alcune caratteristiche e processi di

base degli esseri umani (come l’abbiamo visto finora), l’altro in cui è possibile

accostarsi al concetto di cultura studiando i materiali di cui sono costituite le singole

culture, quelle reti localizzate di significati che a partire dalla frase di Geertz “gli

uomini sono soprattutto differenti”. E’ necessario evidenziare tre punti critici del

programma geertziano: per primo, il modello di sapere antropologico che ha

trasmesso. Gli antropologi studiano nei villaggi e non i villaggi. Per secondo, il

problema metodologico costituito dalla natura microscopica dell’etnografia, che non

porta a risolvere le grandi questioni proprio per il carattere micro. Terzo, le

condizioni della teoria culturale, dato che il compito essenziale per costruire una

teoria non è di codificare regolarità astratte ma di rendere la descrizione densa o

trick description. Il primo concetto antropologico di cultura fu sviluppato da Edward

Burnett Tylor in Primitive Culture liberando così i popoli selvaggi dalla loro

condizione naturale al fine di riconoscere la loro piena appartenenza all’umanità.

Tylor introduce con il concetto di cultura anche quello di sopravvivenza, secondo

cui tutti gli uomini sono dotati degli stessi processi mentali e sotto le stesse

circostanze risponderanno allo stesso modo. Con la nozione di sopravvivenza si

intende l’insieme di processi, costumi, opinioni che sono stati trasportati in forza

dell’abitudine in un nuovo stato della società, diverso da quello originario e quindi

restano come prove di una precedente condizione della cultura a partire dalla quale

se ne è evoluta una nuova. Franz Boas ha segnato lo scivolamento

dell’antropologia da Cultura a culture, sostenendo la pluralità di culture. Possiamo

percepire la cultura come una scatola di attrezzi da cui le persone scelgono pezzi

differenti, proprio come il bricoleur di Levi-Strauss, modi di vivere, modelli culturali,

esperienze, conoscenze ecc.

Entro tale cornice, la nozione di creolizzazione gioca un ruolo rilevante in quanto le

lingue non esistono in isolamento. Sono costantemente in trasformazione, sia per

pressioni di forze interne, sia di forze esterne. Una lingua creola è un Pidgin che si

nativizza come prima lingua a seguito di un’elaborazione della sua struttura. Una

cultura creola è il risultato di processi di ripensamento delle differenze lungo

situazioni di contatto. Tali situazioni si verificano quando alcune parti di una cultura,

solitamente il gruppo dominante, vanno incontro ad un radicale trasformazione e

sono adottate come alimento per un’identità più ampia dei membri del gruppo in

una posizione subordinata. Per alcune ragioni la cultura subordinata non riesce ad

acquisire la totalità della cultura dominante e prende forma così la cultura creola e

lingue creole. Da qui possono prendere forma fenomeni di code e mode swirching,

prestiti linguistici, scivolamenti e altri mescolamenti linguistici e ibridazione.

CAPITOLO 4-Espansioni: l’analisi culturale in un mondo globale.

Le cosiddette culture non sono entità date ed immutabili. Vivono e cambiano a

seguito di azioni abitudinarie o inedite. Gli individui producono senso con le loro

azioni e tale senso produce dei reticoli di significato più o meno condivisi, che

prendono il nome di “cultura”. Le trasformazioni della cultura si devono a pressioni

interne ed esterne e circolano attraverso strumenti di comunicazione quali: i media,

le persone, gli oggetti. Tra i supporti dei significati culturali possiamo aggiungere

anche le merci, poiché un flusso di significati culturali può scaturire in qualsiasi

angolo di mondo e in qualsiasi direzione. Per esempio, ad una recente conferenza

tenutasi a Parigi, pare che per facilitare l’accordo tra i partecipanti sia stato

utilizzato con buoni risultati un modello di discussione specifico degli Xhosa

(gruppo Zulu) consistente nella risoluzione di dispute e discussioni importanti per la

comunità, attraverso un “consiglio”, ossia l’attenzione verso i molteplici punti di vista

riconosciuti tutti come meritevoli. Per cui, non esistono pareri di serie A e pareri di

serie B, tutti hanno un ugual importanza. Questa caratteristica, chiamata Indaba,

affonda le sue radici nelle tradizioni narrative e poesia orale xhosa, chi vi partecipa

ha la capacità di cogliere legami o divergenze interne. Usano una particolare

tecnica volta a stabilire paralleli tra situazioni per esempio passate e presenti per

poi ribaltare le prospettive e scoprire accordi o contrasti. L’Indaba non prevede

forme di partecipazione limitata, ma un coinvolgimento completo, senza gerarchia

alcuna. Durante l’incontro, tutti lavorano insieme attraverso le idee,contributi e

riflessioni raccolte. L’uno ha le stesse capacità dell’altro di risolvere problemi, di

essere altresì disponibile al cambiamento della propria opinione del corso del

dibattito alla luce delle prospettive che possono emergere. Si tratta di una

costruzione collettiva del significato, molto distante dalla nostra tradizione

individualistica.

Nell’ antropologia contemporanea si è verificata una certa rivalutazione della

diffusione culturale, per alcuni tratti che caratterizzano il fenomeno della

globalizzazione. Lo studioso Hannerz richiama alla figura dello “zimbello” per

indicare il ritardo degli antropologi odierni verso la comprensione della condizione

attuale. Come sostiene Appadurai, “l’etnografia deve ridimensionare se stessa

come una pratica di rappresentazione che illumini il potere delle possibilità di vita

che vi immaginate sopra specifiche traiettorie esistenziali”. E’ un chiaro invito a

intendere la modernità in termini culturali.

Nel mondo contemporaneo si sono verificati per Marc Augé due fenomeni cruciali:

l’accelerazione della storia e il restringimento del pianeta. L’accelerazione della

storia consiste nel fatto che ogni giorno assistiamo ad avvenimenti storici, che ci

vengono trasmessi istantaneamente, ad esempio attraverso i media. La velocità

con cui circolano le informazioni ha fatto scomparire la dimensione mitica, per cui

anche l’indigeno geograficamente più lontano può essere in grado di ascoltare delle

trasmissioni con una semplice radio e sentirsi parte di un mondo più vasto del

proprio, ad esempio. Fino a non molto tempo fa i contatti tra culture erano rari o

comunicavano con una certa distanza. Nel mondo globale è sempre più normale,

invece, progettare un futuro altrove dal proprio luogo d’origine, un presente e

passato diverso da quello che progettavano le generazioni passate. Questo grazie

al lavoro dell’immaginazione nelle azioni, scelte, comportamenti di altri modelli visti

come moderni e gratificanti. Pertinente, è ricordare quanto messo in luce dallo

studioso della Scuola di Manchester Clyde Mitchell, nel suo studio della danza

kalela di Copperbelt (Zambia). Mitchell si propose di studiare le relazioni sociali che

intercorrono tra lavoratori migranti provenienti da gruppi diversi, utilizzando la case

analysis già usata in precedenza da Gluckman. La scuola di Manchester anticipò il

transazionalismo, ossia una prospettiva che rifiuta le nozioni rigide di società per

procedere per analisi situazionali e costruzioni di reti sociali. Lo stesso Gluckman,

in un suo celebre articolo sulla cerimonia di inaugurazione di un ponte nello

Zululand, intende dimostrare come Zulo e Bianchi siano coinvolti in un medesimo

sistema, piuttosto che essere all’interno di strutture sociali distinte e separate.

Secondo Michell, una case analysis è un’analisi dettagliata di un evento, è una

descrizione teorica che non si ferma alla descrizione dettagliata del fenomeno. Lo

studioso delinea tre differenti tipi di analisi di caso: la apt illustration, la social

situation e the estended case study. La apt illustration è una descrizione generale

del caso, la social situation è ad esempio la cerimonia di apertura di un ponte e the

estended case study è un’articolazione di eventi, lungo una cornice temporale

estesa in cui compaiono gli stessi attori sociali. Un esempio di analisi situazionale è

lo studio di Michell sulla danza kalela. Questa danza è una danza popolare, un

rituale bisa. In un ambiente urbano i danzatori erano vestiti nello stile europeo,

svolgevano una pantomima (rappresentazione teatrale) mettendo in ridicolo nelle

cosiddette canzoni di lode, le situazioni sociali urbane in cui vivevano gli europei.

Lo studio di Michell non è focalizzato su un gruppo o su una particolare località, ma

sulle dinamiche sociali. Tutto ciò che restava della danza kalela era l’abbigliamento

europeo di alcuni personaggi (es. il re), lo sbiancamento della pelle, il desidero di

far parte di quella realtà, a loro negata.

E’ comune tra gli studiosi di antropologia caratterizzare la situazione

contemporanea con al metafora del traffico culturale, un’immagine che rievoca il

carattere planetario, globale che i processi culturali hanno assunto nell’ultimo

decennio. Quindi il contesto contemporaneo è caratterizzato dalla mobilità: flussi di

persone, idee, valori e informazioni. L’antropologia è spinta ad indagare tali realtà,

in cui il mondo globale e il mondo locale si intrecciano. Per capire la prospettiva

globale bisognerebbe utilizare una prospettiva bipolare: da un lato cogliere le

trasformazioni che caratterizzano la vita delle persone in una località focalizzando

lo sguardo a livello locale e dall’altro allargare la prospettiva a livello globale. (es.

matrimonio di William e Kate, fenomeno globale, commercio di contro gadget del

matrimonio, oggetti locali che acquistano valore grazie ad un processo globale).

Come sostiene Appadurai, le dinamiche culturali sono complesse e disgiunte. La

sua prospettiva si basa sulla nozione di panorama. Un panorama è mutevole a

seconda del punto da cui l’osserviamo, è frastagliato proprio come il mono culturale

oggi. I panorami sono collegati tra loro da relazioni globali, ma tali relazioni sono

disgiuntive e imprevedibili. (es. situazione della Libia, che ha creato nuovi panorami

etnici nei paesi confinanti, tensioni interne con l’UE, sia nuove forme di terrorismo).

Altri due panorami sono definiti da Appadurai: i panorami mediatici ed i panorami

ideologici. Un panorama ideologico è formato dall’insieme di idee di matrice

universale e a carattere universale, mentre panorami mediatici sono quelli creati dai

media. Entrambi sono formati da una concatenazione di informazioni.

Gli antropologi del Novecento si sono sforzati di descrivere le popolazioni studiate

sul campo non nelle loro effettive condizioni, ma mettendo da parte tutte le

occidentalizzazioni e modernizzazioni. Questa tendenza è ben espressa da una

nota vignetta “arrivano gli antropologi”, che rappresenta un indigeno, che alla

finestra avvista un antropologo con registratore, macchina fotografica ed elmetto, in

avvicinamento. Così si premura di occultare elettrodomestici, televisori ecc. Brown

e Malinowski sono stati coloro i quali hanno svolto ricerche metodologicamente

rigorose e basate su una full immersion all’interno delle realtà studiate. I campi di

ricerca di fine secolo erano stati soprattutto Oceania e Australia, dopo la seconda

guerra mondiale vi si aggiunge anche l’Africa. Lo studio di Edmund Leach in

Birmania è forse il primo studio condotto in società complesse, stratificate,

economicamente articolate.

Come sostengono alcuni tra cui Levi-Strauss, nella società contemporanea, scambi

troppo intensi e facili tra poli differenti minacciano la diversità, favoriscono la

monocultura e una sorta di appiattimento. Ad esempio, il modo con cui un individuo

inserirà un contenuto in un social network è lo stesso sia per un attentatore sia per

un’adolescente. Tuttavia, c’è chi sostiene che “la torre di Babele esista ancora”.

Comunque sia, che il campo di gioco si stia livellando (Friedman) sia che le

diversità siano ancora su un piano gerarchico, un concetto di cultura chiuso e

localizzato è inadeguato.

Attraverso l’immaginazione, con gli strumenti tecnologici a disposizione, incastrato

nelle realtà locali può inserirsi in contesti globali. Questo è il senso dell’espressione

“comunità immaginate” di Benedict Anderson, che aveva utilizzato per delineare i

processi di costruzione di uno stato-nazione. La base per poter costruire il senso di

appartenenza ad una comunità è, oltre alla secolarizzazione, “il capitalismo della

stampa”. Per capitalismo della stampa si intende la produzione su larga scala di

giornali, romanzi, pamphlet politici ecc. Ciascun individuo in questo modo si sente

parte di una comunità. Significativo è il passo dello scrittore Kader Abdolah, in cui è

presente un dialogo tra padre e figlio. Il padre compra per sé e per il figlio una

cravatta e si recano in città. Ad un certo punto, il padre che era analfabeta si mette

a leggere il giornale. Qui si verifica il meccanismo di costruzione di comunità

immaginate illustrato da Anderson, per cui tutti gli uomini che tengono sotto braccio

un giornale si sentono tutti part di una comunità. Anche il protagonista che non sa

leggere si lascia trasportare da questo desiderio irresistibile. Altri esempi possono

essere guardare lo stesso evento alla tv oppure lo scambio di messaggi in uno

stesso social network.

A proposito delle comunità in rete, queste esercitano la forte capacità di sfidare le

gerarchie politiche esistenti, che tendenzialmente gestiscono il monopolio sui

media e l’informazione. Inoltre, internet non è a parte rispetto al mondo e quindi

non è esente dai condizionamenti. I media contribuiscono a formare la nostra

esperienza e fanno parte della nostra quotidianità. Di fatto, scopriamo attraverso la

tecnologia nuove strategie immaginative per poi renderle concrete. Le persone

possono scegliere, desiderare, progettare esistenze slegate dai propri percorsi

sociali o culturali. In tutti i paese, per la forza che esercitano i media, il controllo di

questi ultimi è un terreno di scontro politico, tali mezzi sono considerati pericolosi e

assumono una connotazione negativa. Lo scrittore Vereni presenta in un suo libro

una chiave di lettura del programma televisivo di Maria De Filippi “Amici”. Riprende

Bourdieu nelle nozioni di capitale economico e capitale sociale. Ogni soggetto

possiede un capitale complessivo e del capitale culturale. Per esempio, un

professore possiederà molto capitale culturale e poco economico, viceversa, un

grande commerciante possiederà un grande capitale economico e un basso

capitale culturale. Queste combinazioni sono all’origine dell’habitus di ciascuno,

ossia che produce uno stile di vita specifico. Quindi Bordieu nel suo saggio

distingue un borghese da un piccolo borghese. Quindi, Vereni partendo da tale

distinzione riflette sulla situazione odierna dei borghesi e delle classi lavoratrici, in

rapporto alla comunicazione mediatica. Le classi popolari sono affamate

dall’immaginario borghese. E ora veniamo al canale mediatico. I media svolgono un

ruolo fondamentale nella dinamica tradizione/modernità: ci fanno immaginare la vita

che vorremmo o ad esempio per quanto riguarda persone geograficamente lontane

in questo modo è possibile il mantenimento dei contatti. Josha Meyrowitz in un suo

libro intitolato “Oltre il senso del luogo”, ha esaminato i modi in cui i media

contribuiscono al superamento del luogo come ancoraggio principale dell’identità

delle persone. Secondo Meyrowitz, l’evoluzione dei media ha diminuito il significato

dell’essere fisicamente presenti (es. videoconferenza). Nel suo studio si rifà a

Goffman e a McLuhan. Goffman si è limitato all’interazione faccia a faccia mentre

Luhman ha studiato anche i media, definendoli estensioni dei sensi. Secondo lo

studioso, è possibile modificare influenzare il comportamento sociale attraverso il

fatto che i media provocano una riorganizzazione degli ambienti sociali, un crollo di

barriere di separazione, di confini. Si attenua il distacco tra legame fisico e legame

sociale.

CAPITOLO 5- Liquefazioni: tentativi di ricomporre oggetti decomposti.

Il paradigma della liquidità ha dato una chiave dei lettura della società

contemporanea. Il principale autore che ha teorizzato la modernità liquida è

Zygmunt Bauman. Le società liquide sono tali in quanto caratterizzate da una

perdita di legami solidi, dove prevale il modello “usa e getta” in ambito amoroso,

amicale e relazionale in generale. Dentro le società in liquefazione bisogna vivere

essendo veloci e cogliendo le occasioni che la vita presenta qui ed ora, essere lenti

e pensare alle conseguenze delle azioni sono modi di vivere anacronistici. Vale la

competizione, si perde la solidarietà. Vengono meno le certezze, non si hanno

direzioni, senza capacità progettuali a lungo termine. La metafora della liquidità si

contrappone a quella della solidità, concezione secondo la quale gli uomini sono

guidati dall’azione razionale, sostenuta dalla fede della scienza e dalla ragione e

soprattutto dal processo di secolarizzazione, ossi la collocazione del trascendente

su un livello altro rispetto al piano della realtà sociale. Questo processo

contribuisce alla delimitazione del sacro, se ciò non avviene allora esso è

onnipresente nella vita quotidiana (es. terrorismo).

La storia dell’Europa occidentale dopo millenni subisce cambiamenti di grande

portata. I cambiamenti individuati dai sociologi sono tre: l’avvento del capitalismo, la

nascita dello stato moderno e l’individualismo. In primis, il capitalismo ha favorito un

particolare tipo di scambio mediato dal denaro che modella e crea gli ambiti della

vita sociale, intensificando il contrasto tra solidità di uomini che affermano se stessi

e fluidità e transitorietà dei ruoli (es. ultimo modello di telefono). Poi, gli stati-

nazione che nel periodo della loro formazione avevano l’obiettivo principale di far

sentire membri di una comunità i propri cittadini, eliminando le regole di

discendenza e i legami di sangue, creare una cultura omogenea, moderna, sentita

propria da tutti ed aperta a tutti. Un esempio è fornito dall’etnografia della vendetta


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher grassanoalessia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Matera Vincenzo.

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