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Capitolo 1: Cultura e significato

I membri di una stessa società, condividendo la stessa cultura, vedono il mondo in modo simile: questo secondo la prospettiva antropologica. Di conseguenza, individui che appartengono a culture diverse hanno visioni diverse del mondo. Ci sono alcuni eventi dell’esistenza umana che sono comuni ai membri di tutte le società umane: la nascita, la morte, la ricerca di cibo, di acqua e di riparo; mentre in ogni società differiscono le regole per il corteggiamento, i principi dell’educazione, i metodi per la produzione di cibo, le consuetudini per lo scambio delle merci ecc.

Per alcuni popoli, la morte segna il passaggio di una persona in un altro mondo (in attesa della resurrezione per i Cristiani); per altri, la morte rappresenta l’evento finale della vita; mentre altri ancora la considerano parte di un ciclo ininterrotto costituito da nascita, morte e rinascita (come la reincarnazione per gli Induisti). Per esempio, un popolo della Columbia Britannica, i Kwakiutl, credono che, dopo la morte, l’anima lascia il corpo del defunto, penetra in un salmone e, quando quest’ultimo viene pescato e mangiato, l’anima è di nuovo libera e può reincarnarsi nel corpo di un’altra persona. Inoltre, in alcune società i morti sono temuti e in altre venerati. Nell’antica Cina, in ogni casa vi era un reliquiario degli antenati, e prima di ogni decisione importante il capo del gruppo domestico si rivolgeva al reliquiario invocando il consiglio degli avi. Questo era un modo con il quale i Cinesi rendevano partecipi i morti del mondo dei vivi.

Mentre, i Wari del Brasile occidentale, dopo aver arrostito la carne e alcuni organi del defunto e dopo aver triturato alcune ossa, mangiavano il tutto: cibarsi del morto rappresentava una dimostrazione di rispetto e di compassione per la persona defunta e per la sua famiglia. Ciò non rispondeva affatto a un bisogno di cibo o alla preferenza per la carne umana. Un'altra pratica che a noi occidentali può sembrare aberrante veniva praticata in India: la vedova di un defunto veniva bruciata viva durante la cerimonia funebre del marito.

Altrettanto eterogenee sono le preferenze alimentari dei diversi popoli. Nessuna società considera buono da mangiare tutto ciò che è commestibile, e ognuna di esse seleziona per la propria alimentazione solo una piccola parte dei prodotti commestibili. Alcune società si nutrono di insetti, altre giudicano gli insetti repellenti. Per esempio, le scelte alimentari di molti Americani sono conformi ai precetti contenuti nella Bibbia. Secondo il Levitico, tra gli animali della terra si possono mangiare quelli che ruminano e hanno l’unghia fessa, di conseguenza non mangiano il maiale, il cammello e il tasso; tra gli animali che popolano il mare è possibile nutrirsi di quelli con le squame e le pinne, e non di molluschi, aragoste e ricci di mare; infine, fra i volatili, si possono mangiare solo quelli che hanno le ali e volano.

L’uomo, fra tutte le altre specie che popolano il pianeta, è la sola specie capace di intervenire nell’ambiente attribuendo un significato a cose, comportamenti, emozioni, eventi, azioni e popoli. Gli esseri umani, per via di questa straordinaria capacità, sono animali culturali. Per Clifford Geertz gli esseri umani sono animali incompleti o non finiti che si completano e si perfezionano attraverso la cultura.

Uno degli obiettivi degli antropologi culturali è cercare di comprendere la ragione per cui gruppi diversi di esseri umani hanno culture diverse: se si riuscissero a capire le ragioni di tale eterogeneità, sarebbe possibile superare lo scontro iniziale provocato dal confronto tra le varie culture.

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In effetti, nello scontrarsi con credenze e pratiche molto diverse dalle proprie bisognerebbe fare attenzione a non incombere nel pregiudizio, o molto peggio, in atteggiamenti di condanna. E allora, per non incorrere in errori di valutazione, bisognerebbe stabilire quali criteri seguire per giudicare credenze e pratiche altrui. Nell’elenco di pratiche e credenze umane, alcune potrebbero apparire strane o scioccanti: gli Ilongot delle Filippine per allontanare il dolore per la morte di un parente uccidono un nemico recidendogli la testa; gli Aztechi del Messico, convinti che l’universo subisse una distruzione periodica strappavano il cuore a vittime sacrificali per offrirlo agli dei, credendolo come il solo modo di evitare la calamità; e inoltre, fra le popolazioni della valle del Nilo, nel Sudan, viene praticata ancora l’infibulazione perché non siano violate la castità e la verginità delle fanciulle, i loro genitali vengono mutilati chiudendo l’apertura della vagina e, successivamente, per rendere possibili i rapporti sessuali e il parto, le donne devono subire altri interventi chirurgici.

Di fronte a queste consuetudini bisognerebbe stabilire, insomma, quale deve essere la nostra reazione. La condanna o il rifiuto di credenze e pratiche diverse dalle nostre possono essere causati dal pregiudizio etnocentrico, ossia dalla convinzione che le nostre credenze e pratiche siano giuste, mentre quelle degli altri popoli siano errate. Gli antropologi culturali lottano da tempo contro l’etnocentrismo, cercando di dimostrare che ogni credenza o pratica, per quanto strana o bizzarra a prima vista, è funzionale e logica nell’ambito di una particolare cultura.

Tuttavia, l’alternativa all’etnocentrismo, ossia il relativismo, non è meno problematica. Secondo il relativismo, ogni cultura deve essere studiata all’interno, poiché, per comprendere credenze e pratiche (per quanto a prima vista esse possano sembrare aberranti), occorre far riferimento allo scopo, ossia alla funzione e al significato che esse hanno all’interno di ogni singola società. Riprendendo in esame l’esempio sull’infibulazione praticata alle fanciulle in Sudan, poiché l’onore della famiglia è determinato in parte dalla castità dei membri di sesso femminile, l’infibulazione impedendo i rapporti sessuali, protegge l’onore della famiglia, salvaguarda le ragazze da violenze sessuali e tutela l’onore e la reputazione della ragazza.

Detto ciò, è facile comprendere quanto sia arduo il compito di tradurre i significati di un mondo nei significati di un altro mondo. L’antropologo, in particolar modo, in quanto mediatore di questa traduzione culturale deve liberarsi dei propri preconcetti su ciò che è normale oppure adeguato, e dopo aver studiato una cultura, ha anche il compito di riferire ciò che ha imparato ai membri di un’altra cultura. Gli antropologi, come altri studiosi di scienze sociali, si servono di indagini, documentazione scritta, racconti storici e questionari, ma la caratteristica fondamentale dell’antropologia culturale è l’applicazione del metodo etnografico, ossia l’immersione dei ricercatori nella vita delle persone che sono oggetto dell’osservazione: ovvero, attraverso la ricerca sul campo e l’osservazione partecipante.

Capitolo 2: La costruzione sociale e culturale della realtà

Molti popoli hanno credenze diverse, e ognuno di questi è portato a credere che la propria visione del mondo sia quella giusta: alcuni credono in un Dio la cui esistenza non può essere provata; altri credono nell’esistenza di spiriti ancestrali; altri ancora in streghe, diavoli e magia. Di fronte alla credenza nella stregoneria, ad esempio, si ha la tentazione di dare per scontato che si tratti di qualcosa di sbagliato; in questo caso, il compito dell’antropologo è spiegare come mai si possa credere in qualcosa di sbagliato.

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L’antropologo Edward Tylor disse che la religione e la credenza nel soprannaturale si sono sviluppate attraverso i tentativi di spiegare fenomeni come la morte e il sogno. Tylor provando ad immaginare i primi esseri umani che riflettevano riguardo la differenza tra una persona viva e una morta, tra una persona addormentata e una sveglia. A seguito di questa riflessione, secondo Tylor, essi devono aver ragionato e concluso che doveva esserci qualcosa, una sorta di essenza, che si staccava dal corpo del defunto o che viaggiava in luoghi distanti durante il sogno. Da questo ragionamento, per Tylor, derivò una credenza nell’idea di uno spirito che animava il corpo, ma che lo lasciava nel momento della morte e del sonno. È questo il motivo per cui la parola che indica respiro e anima è la stessa, o molto simile, in tante società.

Il sociologo francese Èmile Durkheim si chiese in uno dei suoi saggi che cosa suggerisse alla mente umana l’esistenza di Dio. Anche Durkheim, come Tylor, ipotizzava che il segreto doveva essere celato nelle credenze dei primi esseri umani. Egli, da questo assunto, analizzò le credenze religiose delle popolazioni indigene dell’Australia, in particolare il totemismo. Il totem era un elemento della natura (un animale, un insetto, una pianta o un fenomeno celeste) che assumeva la funzione di simbolo per un gruppo o un clan. Il totem veniva adorato, era considerato sacro e divino dai membri di un certo gruppo e aveva anche la funzione di elemento di identificazione o di rappresentazione concreta del gruppo. Da quanto detto, ossia che nelle piccole società si adora il gruppo attraverso la sua rappresentazione simbolica (i clan adorano se stessi attraverso i propri totem), pare lecito chiedersi se non si potrebbe altresì supporre che nelle grandi società si adori la società stessa attraverso il proprio Dio.

Molti altri hanno tentato di spiegare l’origine dell’idea di Dio nella mente umana. Sigmund Freud, per esempio, ipotizzò che su un Dio immaginario si proiettasse il potere del padre e che, adorando Dio, si adorasse il padre. Mentre Bonislaw Malinowski affermò che gli uomini si rivolgono a divinità e spiriti per influenzare quegli eventi della vita che si sentono impossibilitati a controllare. In qualunque cosa o concetto l’uomo sia portato a credere, perché in un qualche modo ne ha fatto esperienza, egli ha la straordinaria attitudine di attribuirvi dei significati; e il mezzo attraverso il quale l’uomo entra a contatto con il mondo è il linguaggio. Secondo l’antropologo Edward Sapir, le lingue ordinano in qualche modo le esperienze di coloro che le parlano. Un altro antropologo, Benjamin Lee Whorf, elaborò ulteriormente le idee di Sapir, sostenendo che ogni lingua costituisce un sistema di riferimento che determina la visione del mondo di un particolare popolo.

È curioso notare che un importante caratteristica del linguaggio umano è la sua economia. Ciò significa che le stesse parole che usiamo per descrivere un’area dell’esperienza possono essere usate anche per descrivere un ambito diverso. Espressioni come “il ciglio della strada” o “i piedi della collina” illustrano la possibilità di utilizzare metaforicamente parole designanti parti del corpo umano per riferirsi a caratteristiche del paesaggio. In “Sara è una iena”, “Carla è una volpe”, “Angelo è un cane” e “Piero e Giuseppe sono dei maiali” i termini che designano animali sono utilizzati metaforicamente per riferirsi a essere umani. Le metafore, dunque, prendono a prestito espressioni linguistiche appartenenti a un ambito dell’esperienza, come il corpo o il regno animale, per applicarle a un ambito diverso come le caratteristiche del paesaggio o la qualità delle persone. E quando il linguaggio viene esteso da un ambito all’altro, anche il significato viene ampliato; nella metafora non solo si parla di un’esperienza nei termini di un’altra, ma la si comprende anche nei termini di un’altra.

Facendo un altro esempio, si può parlare di una discussione utilizzando dei termini impiegati in genere per scontri bellici, cioè si prendono delle espressioni appartenenti alla sfera della guerra e si applicano a quelle della conversazione; ecco che parlando di una discussione si potrebbero utilizzare frasi come: “Ha attaccato le mie opinioni e ho dovuto difendere la mia posizione”, oppure “Credo di averla avuta vinta io”, o ancora “Le tue affermazioni sono indifendibili”. Dunque, se vengono utilizzati i termini della guerra è perché si pensa che la discussione sia una sorta di guerra in cui o si vince o si perde. Perciò con le parole viene trasferito anche un particolare significato.

Il corpo umano e la guerra non sono i soli ambiti da cui si attinge per assegnare significato ad altre aree dell’esperienza. In inglese, per esempio, oltre a parlare del tempo come se avesse un’esistenza autonoma, lo si considera anche qualcosa di specifico: “il tempo è denaro”, “mi stai facendo perdere tempo”, “dovresti amministrare meglio il tuo tempo”, “non ho tempo da dedicarti” ecc. Le metafore, dunque, oltre ad essere espressioni verbali che usiamo per rendere il nostro linguaggio più espressivo ed economicamente vantaggioso, sono anche pensieri che vengono utilizzati per rendere più comprensibile un ambito dell’esperienza nei termini di un altro.

Dunque, il linguaggio rappresenta una delle modalità con le quali filtriamo la nostra esperienza del mondo dal punto di vista sociale. Condividendo una lingua, mettiamo in comune anche una visione del mondo espressa nel lessico, nella grammatica e nelle metafore linguistiche. La lingua tuttavia non è l’unica modalità attraverso cui la nostra vita sociale media tra i nostri sensi e i significati che attribuiamo all’esperienza. Esistono anche delle attività cui prendiamo parte che esprimono una particolare visione del mondo. Particolarmente importanti sono le azioni simboliche come i rituali, il mito, la letteratura, l’arte, il gioco e la musica. Le azioni simboliche sono rappresentazioni e raffigurazioni sociali dei significati condivisi da uno specifico gruppo di persone.

Capitolo 3: La costruzione dell’identità

L’identità personale è uno dei concetti della nostra cultura che più di altri viene dato per scontato. Tuttavia, nessuno nasce sapendo chi è o quale sia il suo posto nel panorama sociale e tutti noi apprendiamo come essere italiani, francesi o americani, maschi o femmine, mariti o mogli, Vincenzo, Martino, Francesco o Salvatore. Quando diventiamo ciò che siamo, impariamo a porci nel rapporto con gli altri e a relazionarci agli altri in quanto figlio o figlia, studente, amico o amante. Da ciò deriva che la società è un insieme di identità sociali distribuite in un certo contesto. Le persone vengono raggruppate in categorie basate su criteri quali: il genere (maschio e femmina); l’appartenenza etnica (italiano, francese, americano); le caratteristiche fisiche (basso, alto, grasso, magro) ecc. In tutte le società, il nome proprio è un intimo contrassegnato della persona, ciò che differenzia gli individui gli uni dagli altri. I nomi vengono assegnati alla nascita e mantenuti per tutta la vita, anche se alcuni possono scegliere di modificarli, ad esempio utilizzando un diminutivo: da Vincenzo, Enzo; da Salvatore, Salvo; o da Francesco, Franco. Qualsiasi forma assuma un nome esso rappresenta comunque l’identità. Quanta parte del sé sia rivelata dal nome varia a seconda della cultura e della situazione. Gli studenti, quando s’incontrano per la prima volta, si presentano con il nome proprio, anziché con il cognome: la loro è un’identità indipendente da

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Moro Elisabetta.
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