Anni '30: Arti in Italia dopo il fascismo
La mostra tratta del rapporto tra arti e fascismo nel periodo di massimo fulgore e massima pervasività del regime, ovvero negli anni '30. Quello che si denota dalle opere esposte è che in questi anni si è raggiunto un momento di massimo splendore per le arti. Tuttavia, nonostante alcune espressioni culturali dell’epoca mostrassero i segni dell’adesione al fascismo, la maggior parte della produzione culturale di quegli anni era del tutto indipendente dalle logiche del regime. Infatti, Bobbio (un intellettuale, politico) affermò che quando durante il fascismo c’è stata cultura essa non è stata fascista, e quando è stata fascista non è stata cultura.
Infatti, quello che la mostra vuole mettere in luce è che negli anni '30 la tensione culturale non venne meno, ma anzi raggiunse livelli di eccellenza anche in una lettura comparativa con ciò che avveniva negli altri paesi. La mostra è allestita a Palazzo Strozzi, dove già nel 1967 era stata fatta una mostra che metteva in luce l’arte moderna italiana dal 1915-35. Questo fu, dopo gli strascichi polemici del primo dopoguerra, il primo fondato tentativo di leggere secondo una reale prospettiva storica un passaggio complicato e controverso dell’arte italiana del XX secolo.
Si cercarono di esporre opere rilevanti dal punto di vista della qualità, e si cercò quindi di non considerare il loro rapporto con le scelte ideologiche degli artisti stessi. Quindi furono esposte le opere anche degli artisti "primi" del fascismo, come quelle di Sironi e di Martini. Ciò che è cambiato in questa mostra, rispetto a quella del ’67, è il fatto che si è cercato di non dimenticare il quadro complesso nel quale si dipanavano le arti visuali negli anni '30, tenendo quindi in mente gli scambi e gli intrecci tra i linguaggi consolidati di pittura, scultura e grafica, con le nuove forme di rappresentazione legate alla riproducibilità dell’immagine (fotografia, film, fotomontaggio), in un contesto socio-culturale segnato da decisive interferenze dell’ideologia e della politica sulle arti, nonché dall’emergere e dall’affermarsi della comunicazione di massa e della pratica della moltiplicazione industriale delle cose, anche di altra qualità estetica.
Centri e scuole
In questa sezione vengono proposti dipinti di artisti appartenenti alle diverse scuole artistiche attive in Italia negli anni '30. Viene quindi riproposta una suddivisione per scuole del panorama artistico italiano degli anni '30 che si rifà a quella avanzata dall’editore Giovanni Scheiwiller nel volume Art Italien Moderne, pubblicato a Parigi nel 1930. Mentre il governo e l’opinione pubblica mostravano una forte avversione verso l’arte moderna italiana, considerata "brutta mercanzia d’importazione", e prediligevano invece le istanze più conservatrici e accademiche del panorama nazionale, Scheiwiller avanzò una esemplare mappatura degli artisti più rappresentativi dell’arte moderna italiana. Scheiwiller propose una divisione regionale degli artisti individuando due nuclei principali, che fanno capo a Parigi e Milano, e affiancando loro altre realtà locali.
- Nel gruppo di Milano confluisce una varietà di maniere che vanno dalla sensibilità per il colore di Tosi alla pittura quasi monocroma di De Rocchi, entrambi membri del gruppo di Novecento. Inoltre vi sono opere di Sironi, di cui è presente uno dei dipinti su tela di maggiori dimensioni della sua intera carriera artistica, e di Carrà, di cui è in mostra l’opera I pescatori, dipinto esemplare del gruppo di Novecento.
- Sculture di Wildt e Martini. Inoltre, alla mostra sono presenti opere di artisti gravitanti attorno al centro artistico di Milano, ad esempio un nudo di Achille Funi, presentato alla II mostra di Novecento, e una natura morta ricca di suggestioni metafisiche di Gigiotti Zanini.
- A Roma gli artisti più interessanti sono Ceracchini, Di Cocco, Donghi. Oltre a questi vi è anche un dipinto di Felice Carena, che fonda a Roma una scuola d’arte, che sarà fondamentale per i futuri artisti della Scuola Romana.
- Vi sono poi gli artisti operanti a Torino nel gruppo dei "sei di Torino", ovvero Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio ed Enrico Paulucci. Il gruppo era sostenuto dai critici Lionello Venturi ed Edoardo Persico, la loro prima mostra fu nel 1929 e già nel 1930 ci fu la fine del sodalizio. Il gruppo, formatosi nell’ambito dello studio di Felice Casorati, manifestò, pur nella diversità di ricerca, una comune apertura alla cultura europea ed in particolare a quella francese, dagli impressionisti ai fauve.
- Vicini a Firenze sono invece Achille Lega, Lorenzo Viani, Ottone Rosai (tutti e tre indagano il paesaggio fiorentino) Ardengo Soffici e Giorgio Morandi.
- Infine, legati a Trieste sono gli artisti Nathan, Bolaffio e Sbisà.
Giovani e irrealisti
Negli anni trenta sono presenti sulla scena artistica italiana anche diversi giovani artisti la cui arte, spesso criticata, si allontana radicalmente dalle forme più tradizionali e novecentiste. Tosi, di cui alla mostra è presentato un dipinto appartenente alla serie di opere dell’artista dedicato alle Prealpi bergamasche, ha infatti una predilezione per i paesaggi ed ha l’abitudine di rielaborare lentamente ed emotivamente le stesse vedute. Tosi vive quotidianamente la natura, la osserva, adottando l’abitudine dello studio en plein air dei soggetti (grazie a Cézanne); ma le sue opere assumono la loro fisionomia solo dopo la rielaborazione in studio, dove vengono definite strutture e colori e decise le prospettive. L’immagine non è quindi mai basata sull’immediatezza della visione ma risulta decantata, meditata. Tosi appartiene al gruppo di Novecento, anche se la critica contemporanea avverte questa sua partecipazione come una contraddizione, infatti il suo stile guarda di più all’Ottocento.
Anche al Museo del Novecento è presente nella sala "il paesaggio tra le due guerre" un dipinto di Tosi, luglio, che mostra una chiara influenza di Cézanne. L’opera venne poi considerata ancora sul piano della tradizionale pittura di paesaggio lombarda dell’Ottocento. Tosi si formò nell’ambiente della scapigliatura, sulle opere di Ranzoni e Tranquillo Cremona.
- Sono presenti opere sia alla Boschi di Stefano, sia al Gam.
- Fondato nel 1922 a Milano. Gli artisti del gruppo, seppur diversi tra loro, sono accomunati dal bisogno di un ordine compositivo e di una chiarezza dopo gli sperimentalismi delle Avanguardie. Ciò che cercano è un ritorno al senso della forma e dello stile, ciò che era stato messo in crisi dai movimenti più radicali degli inizi del Novecento.
- A Roma opera nel clima della rivista Valori Plastici. Nel 1929 partecipa alla Seconda mostra del Novecento Italiano. Al Museo del Novecento è presente un’opera all’interno della sala dedicata al Gruppo di Novecento.
- Gruppo dei Sei - Sei di Torino. Comuni ai pittori del gruppo torinese furono l’esperienza della lezione futurista e il riferimento casoratiano negli anni di formazione, l’adesione ad alcune mostre di Novecento, la presenza alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali torinesi e romane. L’interesse per il Fauvismo, nato da soggiorni parigini, provocò l’allontanamento degli artisti dai modi casoratiani e fece prendere le distanze dal clima di Novecento.
Uomo Nero di Fontana e altre di Guttuso alimentano tuttavia la convinzione da parte di alcuni critici della coraggiosa autenticità dell’esperienza artistica di questa nuova generazione. Per cui verso la fine del decennio si crea, a livello nazionale, un drappello di critici che condivide idee e propositi degli artisti coetanei, impegnandosi in una serie di iniziative editoriali diversificate ma unite nel sostegno militante della nuova produzione. I centri che promuovevano questa nuova tendenza artistica erano quelli di Milano, grazie alla Galleria del Milione, e Roma, grazie alla Galleria d’arte di Roma. Si cercarono tuttavia di organizzare mostre che prevedevano la partecipazione di giovani artisti sia milanesi che romani, con l’intento quindi di superare il policentrismo dell’arte italiana per avviare un’unificazione dell’arte giovane italiana. A queste mostre parteciparono:
- Giovani pittori milanesi: Birolli, Bogliardi, Ghiringhelli, Soldati, Sassu
- Giovani pittori romani: Cagli, Cavalli, Capogrossi, Paladini, Pirandello
- I siciliani: Barbera, Franchina e Pasqualino Noto.
- Gli astrattisti: Prampolini, Licini, Radice, Melotti.
Inoltre, altri luoghi di incontro per i giovani pittori e scultori sono la Triennale milanese e la redazione della rivista "Quadrante" (rivista fondata da Massimo Bontempelli, che si occupava prevalentemente di architettura ma anche di arte, musica e letteratura. Vi collaborava anche Cagli).
Molti di questi artisti mostrano influssi derivanti dall’espressionismo europeo, ad esempio La piovra di Scipione, la cui maniera di dipingere è caratterizzata da una pittura fluida e nervosa ed a un uso del colore quasi barocco, caratterizzato da un accostamento di colori vivaci e fortemente contrastati. Oppure in Ritratto del chirurgo Guglielmo Pasqualino di Guttuso, dove si hanno riferimenti al modello pittorico dell’espressionista Ensor (che negli anni a cavallo tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento rappresenta uno dei protagonisti della stagione simbolista e pre-espressionista europea), a cui rimandano le mascherine sullo sfondo.
Altre opere, seppur rimandino a modelli iconografici rinascimentali, mostrano schemi compositivi inconsueti. Ad esempio I neofiti di Cagli rimanda chiaramente a Battesimo di Piero della Francesca, però le anatomie sono antinaturalistiche ed espressionisticamente allungate sullo sfondo di un paesaggio atemporale. Forse debitrice del fitto scambio di relazioni con l’ambiente romano di Cagli è la maniera di Renato Birolli, la quale mostra chiari riferimenti all’arte del quattrocento. Ad esempio nei giocatori di polo è palese il riferimento alla Battaglia di San Romano di Paolo Uccello.
In scultura Marino Marini guarda ai modelli dell’arte etrusca, egizia e soprattutto romana, tuttavia le sue sculture, come Il nuotatore, sono realizzati con materiali poveri, come il legno, materiale antiaccademico per eccellenza.