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paio, NERVO VAGO è molto importante, perché innerva CUORE, BRONCHI, APPARATO DIGERENTE, MILZA,

RENI costituendo la componente principale del sistema parasimpatico; l’undicesimo paio, NERVO ACCESSORIO,

controlla alcuni muscoli del collo e del dorso; il dodicesimo paio, NERVO IPOGLOSSO controlla, infine, muscoli della

lingua e del collo.

La pupilla dell’occhio è circondata da un anello riccamente vascolarizzato e pigmentato, l’IRIDE, provvisto di due

muscoli, lo SFINTERE ed il DILATATORE DELLA PUPILLA, i quali, con la loro contrazione, determinano,

rispettivamente, il restringimento (MIOSI) o la dilatazione (MIDRIASI) della pupilla (detti anche IRIDO-

COSTRIZIONE e IRIDO-DILATAZIONE), modificando, così, la quantità di luce che penetra all’interno del bulbo

oculare. IL SISTEMA NERVOSO CENTRALE: VIE NERVOSE

La percezione di uno stimolo tattile o dolorifico può provocare eventuale risposta motoria. Laddove è volontaria è quasi

sempre eventualmente motoria.

Se il cibo è caldo lo tengo in bocca se sono ad una cena di gala, se sono a casa mia con i miei posso anche buttarlo fuori.

La risposta non viene quindi determinata e basta. Se una risposta è, invece, di tipo riflesso, è diverso e a quello stimolo

corrisponde uno stimolo motorio.

Ho un recettore tattile (un nocicettore posto a livello, per esempio, cutaneo) e viene attivato, attivando

conseguentemente il nervo sensitivo spinale e ha il corpo pirenoforo nel ganglio spinale e poi lo stimolo arriva a livello

delle corna dorsali (dopo aver passato le radici dorsali nel nervo spinale). Nelle corna dorsali PUO’ risiedere il neurone

sensitivo di secondo ordine. Dico può poiché lo stimolo è doloroso. Se è tattile potrebbe anche non esserci questo

neurone di secondo ordine.

Questo interneurone di secondo ordine (tornando al caso in cui quello di primo ordine sia il nocicettore a livello

cutaneo) deve mandare impulsi nervosi ai centri superiori per la percezione cosciente (a livello cella corteccia) e il

neurone secondario decussa immediatamente e, attraverso la via ascendente SPINO-TALAMICA arriva al talamo, dopo

aver risalito il midollo spinale.

Attraversa il tronco cerebrale, arriva a livello diencefalico, passa ai neuroni talamici l’impulso ( se l’assone porta uno

stimolo sufficientemente elevato, si attivano anche i neuroni talamici, altrimenti no) e lo stimolo viene quindi portato a

livello corticale per la presa coscienza.

Abbiamo visto che a livello della corteccia (nel lobo parietale) c’è il GIRO POST-CENTRALE che percepisce gli

stimoli provenienti dal talamo e che è un’AREA SENSITIVA SOMATICA.

Ma lo stimolo necessita o meno di una risposta motoria?

In caso in cui bisogni mettere in attivazione il sistema effettore, verranno attivate quelle regioni che sono in grado di

regolare il movimento, poi con le fibre assoniche, le informazioni possono essere inviate ad altri distretti. Accanto alla

percezione nel GIRO POST-CETRALE, possono attivarsi altre fibre assoniche (come le fibre COMMESSURALI) e lo

stimolo viene analizzato sulla base del contesto di dove ci troviamo e viene elaborata l’eventuale risposta motoria

elaborata a livello del GIRO PRECENTRALE, che è nella CORTECCIA; AREA MOTORIA PRIMARIA.

Abbiamo i neuroni a significato motorio, che attivano la VIA PIRAMIDALE, sinaptano i motoneuroni spinali (a livello

delle corna ventrali del midollo spinale) che governano i muscoli, che si devono contrarre per il movimento che

abbiamo in mente. Si attivano solo quei neuroni della corteccia che sinaptano solo quei neuroni che innervano solo quei

muscoli necessari a compiere il movimento che abbiamo in testa. Uscendo dalla radice ventrale del nervo spinale,

l’impulso arriva all’effettore.

Quindi i neuroni che intervengono solo due:

NEURONE PIRAMIDALE O ANCHE DETTO NEURONE CORTICO-SPINALE

 MOTONEURONE (che va alla muscolatura striata).

I movimenti raffinati sono governati dalla corteccia motoria, ma l’azione precisa necessita di tutti gli altri centri motori,

come NUCLEO ROSSO, dell’attività cerebellare, dei NUCLEI CEREBRALI, tutti questi per determinare un

movimento fluido ed armonico.

Il movimento volontario è quello che si realizza anche se associate ci sono una serie di attività nervose e muscolari

anche involontari.

Se muovo un braccio, la postura non deve risentirne, ci saranno quindi dei meccanismi motori involontari, che

permettono al mio corpo di mantenere una postura adatta a non cadere. Questi movimenti involontari ricollegati alla

postura o al movimento dei muscoli antagonisti, sono governati a monte NON dai NEURONI PIRAMIDALI, bensì

dall’attività del TEGMENTO MESENCEFALICO, dal TETTO MESENCEFALICO, dal NUCLEO ROSSO, dai

GANGLI DELLA BASE e dal CERVELLETTO.

Occorre poi ricordare, che mentre si realizza il movimento, questo è comunque effettuato tenendo conto della posizione

e della postura dell’individuo, quindi le componenti vestibolari e propriocettive, nonché le attività integrative di

cervelletto, nuclei della base e nucleo rosso, sono comunque vagliate durante tutto questo processo.

Ci sono le componenti vestibolari, propriocettive, che informano il cervelletto di quello che sta succedendo e

contemporaneamente aiutano nel movimento, poiché associate difatto al movimento stesso.

In altre parole, dopo aver descritto le varie componenti del SNC, è utile descrivere alcune delle vie meglio caratterizzate

nell’uomo. La descrizione di queste vie non vuole essere un mero esercizio mnemonico, ma vuole aiutare a 30

comprendere come i vari distretti interagiscano fra loro e come ogni risposta comportamentale sia il frutto

dell’elaborazione di più stimoli contemporaneamente e coinvolga più distretti.

Percezione di uno stimolo tattile ed eventuale risposta motoria

Quando con la mano sfioriamo una superficie, numerose sue caratteristiche vengono percepite attraverso i recettori

cutanei. In presenza di uno stimolo, supponiamo, doloroso, si attiva il neurone sensitivo primario, il cui corpo risiede

nei gangli spinali e, tramite la radice dorsale del midollo spinale, l’assone del neurone sensitivo primario giunge alle

corna dorsali del midollo spinale. Nel corno dorsale del midollo spinale risiede il neurone sensitivo di second’ordine, un

interneurone il cui assone decorre nella sostanza bianca lungo la via ascendente spino-bulbo-talamica. L’assone del

neurone sensitivo secondario giunge al talamo il quale, ricevuta l’afferenza, la proietta tramite il neurone sensitivo di

terz’ordine nella giusta regione della corteccia cerebrale. Una volta che lo stimolo giunge al cervello prendiamo

coscienza dello stimolo. Come precedentemente accennato nella corteccia cerebrale vi è un giro, detto giro post-

centrale avente funzione di percepire gli stimoli proiettati principalmente dal talamo e costituito dalla corteccia

sensitiva primaria; il giro post-centrale costituisce la corteccia motoria primaria mentre le altre regioni costituiscono

le aree associative in cui i vari stimoli vengono integrati e confrontati con quanto presente nella memoria

dell’individuo. Lo stimolo percepito viene perciò integrato e valutato e determina una risposta motoria. Dalla corteccia

motoria primaria parte una via discendente detta via piramidale(o via cortico-spinale). Tramite questa via i neuroni

corticali controllano direttamente l’attività dei motoneuroni spinali consentendo la realizzazione di movimenti volontari,

coordinati e sincronizzati. È tramite questa via, ad esempio, che le dita possono essere utilizzate per suonare strumenti

musicali e possono essere realizzati movimenti raffinati come la manipolazione. Occorre poi ricordare, che mentre si

realizza il movimento, questo è comunque effettuato tenendo conto della posizione e della postura dell’individuo quindi

le componenti vestibolari e propriocettive, nonché le attività integrative di cervelletto, nuclei della base e nucleo rosso,

sono comunque vagliate durante tutto questo processo.

VIE NERVOSE ASCENDENTI NEL MIDOLLO SPINALE

Sono le vie attraverso cui i centri inferiori mandano informazioni ai centri superiori. Abbiamo VIE ASCENDENTI a

significato motorio e SENSITIVO.

Dentro ciascun cordone (posteriore, laterale ed anteriore) fasci di fibre aventi provenienza e destinazione simile

decorrono affiancati, consentendo l’individuazione di fasci funzionalmente distinti. Il nome di questi fasci avrà come

prefisso spino-se le informazioni saranno di tipo sensitivo(cioè in entrata), ed avranno come suffisso –spinale se invece

avranno significato motorio, ossia se saranno formati da assoni di neuroni provenienti dai centri superiori.

Analizzeremo alcune vie ascendenti: la via del cordone posteriore (fascicoli gracile e cuneato), la via spino-cerebellare

(cordone laterale) e la via spino-talamica (cordone anteriore). È opportuno che lo studente sappia che la seguente è una

descrizione piuttosto semplificata, di vie il cui approfondimento esula dagli scopi del corso.

Via del cordone posteriore = veicola informazioni tattile epicritica(discriminata).

Sono delle informazioni molto precise sia per quanto riguarda la tipologia dello stimolo, sia per quanto riguarda la

posizione dello stimolo. Pensiamo per esempio al TATTO.

L’assone entra nel MS tramite la radice dorsale e decorre entro uno dei due fascicoli, in funzione della sua provenienza.

Se la fibra proviene dai distretti superiori del corpo (come nel caso delle mani) l’informazione scorre all’interno del

FASCICOLO ____________, mentre se l’informazione arriva dai distretti inferiori del corpo (come nel caso dei piedi),

l’informazione scorre all’interno del FASCICOLO _______________.

Per quale motivo discrimino bene da dove proviene lo stimolo?

Poiché c’è un’organizzazione estremamente fedele detta MODALITA’ SOMATOTOPICA. Quel punto corporeo è

rappresentato da un punto specifico della corteccia. Se quindi è danneggiata una parte particolare della corteccia perdo

la raffinatezza nel percepire da dove è provenuto uno stimolo.

La collocazione della fibra è SOMATOTOPICA(cioè rispecchia fedelmente la sua regione di origine). I funicoli

terminano a livello bulbare, nei nuclei gracile e cuneato, ove risiede il neurone di II ordine.

Abbiamo i due NUCLEI GRACILE E CUNEATO a livello dei quali arrivano i due fascicoli corrispondenti.

All’interno dei due nuclei abbiamo dei neuroni che, in base alla scarica di potenziali d’azione, decidono di attivarsi e

mandano gli impulsi al talamo (se l’energia dei potenziali d’azione supera una certa soglia).

Il LEMNISCO MEDIALE è l’insieme di assoni che portano le informazioni dai nuclei gracile e cuneato al talamo e poi

decussano gli assoni.

Anche le fibre che sono in discesa DECUSSANO. Non si conosce il perché!

L’impulso arriva quindi a livello specifico del talamo e se il treno di potenziali di azione che il lemnisco porta ai nuclei

talamici è abbastanza energico, si attivano i neuroni talamici e quindi l’impulso viene mandato alla corteccia sensitiva

primaria, mediante la SOMATOTOPIA dove abbiamo la rappresentazione dell’Homuncolus sensitivus.

Numerosi interneuroni risiedono in questi nuclei GRACILE e CUNEATO e ne consentono il preciso funzionamento.

L’informazione integrata è inviata al talamo tramite il lemnisco mediale, e proprio in questa fase, le fibre decussano,

divenendo controlaterali. Dal talamo, l’informazione è proiettata in modo somatotopico alla corteccia sensitiva

primaria, nella zona corrispondente dell’homunculus sensitivo. 31

La distorsione dell’immagine corporea è dovuta al fatto che gli schemi corporei presentati sono espressione della

densità nervosa delle varie parti; è quindi comprensibile come la mano sia più estesamente rappresentata del braccio o

del tronco.

La rappresentazione, allora, dipende dal numero di recettori in quel distretto. Il TALAMO manda impulsi in modo

somatotopico.

Il talamo è collegato al punto della corteccia specificatamente dal punto in cui ha ricevuto l’impulso.

Anche a livello embrionale c’è una precisa selezione dei diversi neuroni.

IL SISTEMA NERVOSO CENTRALE: VIE NERVOSE DEL MIDOLLO SPINALE

Sono informazioni di tipo PROTOPATICO, che non si localizzano in modo precisissimo sul corpo e che non ci

consentono di riconoscere l’oggetto che ha determinato questo tipo di stimolo.

Se premessi su una superficie con il polpastrello, sento una pressione generalizzata, poiché è lo stimolo iniziale che è

stato generalizzato.

Ci sono degli interneuroni a livello del midollo spinale (già la prima sinapsi avviene qui) prende l’informazione in

entrata e decussa immediatamente, cominciando la risalita, attraverso la via SPINO-TALAMICA.

C’è sempre un neurone di secondo ordine che arriva al talamo (nel distretto corretto del talamo) e l’informazione poi è

mandata alla corteccia (nella zona specifica), ma in modo PROTOPATICO (informazione più grossolana e meno

discriminata). Le fibre della via protopatica hanno più stazioni intermedie e sono fibre più lente rispetto a quelle per la

sensibilità epicritica.

Se sto seduto su una sedia, a livello delle due natiche ci saranno certo dei recettori che rilevano un cambiamento di

pressione, ma se lo stimolo non è sufficientemente elevato o non ci penso, l’informazione dal talamo non raggiunge la

corteccia. Nel caso di una puntura o una forata invece me ne accorgo. 

VIA SPINO CEREBELLARE: si compone di due fasci distinti, e veicola afferenze propriocettive concernenti i

muscoli, i tendini e le articolazioni. Le fibre giungono al midollo allungato e ,tramite i peduncoli cerebellari inferiori,

veicolano le afferenze alla corteccia cerebellare.

Se subentrano degli stati di affaticamento o se lo sforzo è eccessivo oppure se i muscoli sono troppo contratti, succede

che la volontà è interessata.

VIA SPINO OLIVARE = veicola afferenze provenienti da recettori cutanei e propriocettori di muscoli e tendini.

Giunge ai nuclei olivari del midollo allungato, i quali proiettano al cervelletto.

VIA SPINO TETTALE = le fibre recano informazioni tattili e dolorifiche e decussano immediatamente all’ingresso

del Midollo Spinale. Gli assoni decorrono lungo il Midollo Spinale senza interruzioni sino al tetto del mesencefalo

(lamina quadrigemina). Mediano informazioni che portano a risposte riflesse principalmente di tipo visivo (ad es.

sentendo dolere un punto della mano, mi giro e guardo).

In altre parole, la:

VIA SPINO TALAMICA = veicola informazioni dolorifiche, pressorie e tattili protopatiche (grossolana). L’assone

entra nel Midollo Spinale tramite la radice dorsale e fa subito sinapsi con un interneurone delle corna dorsali (neurone

di II ordine). Dal neurone di II ordine parte un assone che immediatamente decussa, entra nella sostanza bianca e poi

decorre entro la via spino-talamica, che termina direttamente sul talamo. Dal talamo, l’informazione è proiettata in 32

modo alla corteccia sensitiva primaria, nella zona corrispondente dell’homunculus sensitivo. La sensazione percepita,

tuttavia, è assai meno localizzata e più difficilmente riferibile di quella veicolata dai fascicoli gracile e cuneato.

[ FASCICOLI NELLA SEZIONE DEL MIDOLLO SPINALE DISEGNO]

I neuroni diretti alle olive del midollo allungato sono disposti latero-ventralmente.

I recettori tattili facciali portano le informazioni al ganglio semilunare di Gasser nel nucleo sensitivo del quinto nervo

cranico (trigemino) a livello del ponte. Si ha immediata decussazione (ignoriamo il nucleo gracile e cuneato poiché

siamo già in alto), ma ci mettiamo nella stessa autostrada. Se lo stimolo che arriva dal recettore è forte l’interneurone

manda l’impulso alla corteccia nel punto specifico (modalità somatotopica).

IL SISTEMA NERVOSO CENTRALE: VIE NERVOSE DISCENDENTI NEL MIDOLLO SPINALE

Le vie nervose discendenti veicolano efferenze (quindi informazioni con significato motorio)dai centri superiori al

Midollo Spinale.

La via più importante è la via PIRAMIDALE o CORTICO-SPINALE, che connette il GIRO PRECENTRALE della

corteccia con il motoneurone che innerva il muscolo che dobbiamo muovere.

L’attività dei neuroni della via PIRAMIDALE è regolata dal PUTAMEN e dal NUCLEO CAUDATO (due gangli della

base).

Nella patologia del Parkinson, i neuroni funzionano bene, ma sono i nuclei della base che funzionano male. I neuroni

mandano anche vari collaterali a centri diversi, che elaborano con le vie PIRAMIDALI alla realizzazione del

movimento. Intervengono anche tutte le componenti responsabili dell’equilibrio e del tono muscolare.

Il cervelletto non l’abbiamo molto annoverato poiché questa struttura encefalica è in connessione con i nuclei della

base.

I centri mandano a loro volta impulsi ai muscoli (come anche ai muscoli antagonisti ed involontari). Diciamo che la via

piramidale mi permette di controllare determinati movimenti.

Mentre l’efferenza va verso il motoneurone spinale, contemporaneamente la stessa efferenza manda dei segnali

eccitatori per fare in modo che il movimento sia ben organizzato (che vi sia la corretta posizione del corpo nello spazio,

che la postura sia mantenuta, che i muscoli antagonisti intervengano nel giusto modo ecc…).

I ginnasti sono bravi poiché hanno appreso dei movimenti e con il tempo, allenandosi, non fanno fatica a rimetterli in

pratica. Pensiamo ad un ALFABETA e ad un ANALFABETA, Oppure, pensiamo ad una segretaria che scrive

velocemente al computer, oppure ad un soggetto che per la prima volta ha un incontro con la tastiera.

Nel Parkinson è il contributo dei nuclei della base che manca e la paralisi è di tipo dinamico.

Anche in questo caso abbiamo l’Homuncolus, ma non più sensitivo, bensì motorio, rappresentato ipoteticamente sulla

corteccia del LOBO FRONTALE a livello del GIRO PRECENTRALE. L’uomo è sempre rappresentato.

Questo deve la deformazione in base essenzialmente al numero di unità motorie presenti in quel distretto.

[DISEGNO A PAGINA 15 DEL LIBRO]

La via è CORTICO-BULBARE (siamo sempre nei neuroni piramidali). A livello della corteccia ci sono dei neuroni

piramidali più grossi di quelli disposti a valle (sempre nella stessa via) e sono detti neuroni giganti piramidali di Betz,

che arrivano al motoneurone del quinto nervo cranico e l’impulso, si porta a livello della BRANCA MASCELLARE

del trigemino, che implica l’associazione di altre fibre (commessurali, associative ecc…). Intervengono anche il

NUCLEO PONTINO (di proiezione) il NUCLEO ROSSO e i NUCLEI DELLA BASE.

Quando interviene il NUCLEO ROSSO, le informazioni scorrono nella via RUBRO-SPINALE e agiscono sui

motoneuroni dei muscoli della mano, se il movimento che vogliamo fare è MUOVERE LA MANO.

Questo avviene certamente con un piccolo ritardo nel midollo spinale, ma è irrilevante.

In altre parole, le vie nervose discendenti veicolano efferenze (quindi informazioni con significato motorio)dai centri

superiori al Midollo Spinale. Nel midollo spinale, tali fasci saranno nominati con un prefisso che indica la zona di

origine seguito dal suffisso –spinale(ad es. via tetto-spinale dal tetto del mesencefalo). La via più importante è

sicuramente la via cortico-spinale (o piramidale), che connette direttamente la corteccia motoria primaria del cervello

con il motoneurone spinale responsabile della risposta motoria elaborata. Tuttavia, durante il suo tragitto l’assone invia

rami collaterali ad altri distretti encefalici (ad es. il nucleo rosso ed il nucleo vestibolare), di modo che tutte le

componenti responsabili del tono muscolare e dell’equilibrio siano informate sull’operazione che si sta per compiere.

Queste componenti (principalmente cervelletto e nucleo rosso), mandano a loro volta fibre sui motoneuroni che

innervano i muscoli responsabili della risposta. Il risultato è un’azione concertata che permette movimenti

estremamente bilanciati, graduati e complessi. Le vie seguite da cervelletto, nucleo rosso e nuclei vestibolari sono

ovviamente la via cerebello-spinale, rubro-spinale e vestibolo-spinale talvolta riunite con il termine improprio di vie

extrapiramidali.

Accanto a queste vie che mediano risposte volontarie, esiste una quantità di circuiti e fibre discendenti che sinapteranno

neuroni viscero-motori appartenenti al sistema nervoso autonomo.

La corteccia motoria primaria, che ha sede nel giro pre-centrale del lobo frontale, presenta una rappresentazione del

corpo deformata e detta homunculus motorio. Proprio come per l’homunculus sensitivo, anche l’homunculus motorio è

deformato rispetto alle reali proposizioni dell’organismo, in quanto riflette il numero di unità motorie e non le

dimensioni fisiche dei singoli distretti.

IL SISTEMA NERVOSO CENTRALE: CONNESSIONI TRA DISTRETTI ENCEFALICI 33

Le varie componenti dell’encefalo sono tra loro in costante comunicazione, e molte relazioni evidenziate dal punto di

vista anatomico restano di oscuro significato funzionale.

I nuclei della base controlaterali sono connessi tra di loro

Quelli descritti di seguito sono i circuiti meglio chiariti. In sintesi, il sistema limbico media risposte motorie correlate a

stati emotivi ed emozionali, connette funzioni consce a quelle autonome, partecipa al consolidamento della memoria a

breve e a lungo termine. Il circuito nigro-striatale è fondamentale per l’esecuzioni di movimenti precisi. Il sistema della

sostanza reticolare è fondamentale per lo stato di coscienza ed il livello di vigilanza.

IL SISTEMA LIMBICO

Il sistema limbico è un buon esempio di come diverse regioni telencefaliche e diencefaliche interagiscano per

determinare risposte comportamentali fondamentali per la sopravvivenza dell’individuo. Il sistema limbico è stato

descritto primariamente nell’uomo, ma si ritiene che i tipi di circuiti descritti siano evolutivamente molto antichi. Il

sistema limbico comprende nuclei talamici, i corpi mammillari dell’ipotalamo, l’amigdala(nucleo cerebrale),

l’ippocampo(componente subcorticale), il giro del cingolo(la regione telencefalica sub-corticale che circonda il corpo

calloso), il setto(componente subcorticale); tutte queste strutture sono fra loro connesse da fibre che decorrono

bidirezionalmente e costituiscono il fornice.

Questo circuito, detto circuito di Papez (conosciuto da 30 anni), riceve stimoli dagli emisferi cerebrali, (principalmente

olfattivi, ma anche somato-sensitivi generali, uditivi e visivi) e poi li ri-proietta agli emisferi ed all’ipotalamo, struttura

diencefalica fondamentale nell’influenzare le attività cardiache, respiratorie e viscerali autonome. L’amigdala è

implicata nell’aggressività e nella paura, mentre l’ippocampo è coinvolto nella memoria a breve termine. Il giro del

cingolo è coinvolto in comportamenti complessi ed innati come le cure parentali, ed il setto è una fondamentale struttura

di collegamento fra le parti.

Sulla base di queste premesse dovrebbe risultare evidente che il sistema limbico è coinvolto nell’elaborazione delle

emozioni(e del resto emozioni forti od improvvise hanno un forte impatto sull’attività del sistema nervoso autonomo),

nella valutazione dei pericoli e nell’avvio dei comportamenti aggressivi di fronte alle minacce. Meno ovvio, ma

altrettanto importante, è che il sistema limbico è coinvolto nella memoria a breve termine e nella memorizzazione

spaziale. Danni al sistema limbico, pertanto causano passività emotiva, incapacità ad adempiere correttamente alle cure

parentali, iper-reattività agli stimoli e perdita della memoria a breve termine.

Incisi del prof a questo argomento:

L’ippocampo, che fa parte del sistema limbico, deve il suo nome dal fatto che ai primi anatomisti questa struttura

ricordava un cavalluccio marino.

La memoria più persistente è quella olfattiva (quella visiva di meno) e serve per consolidare la memoria.

La sensazione rimbalza nel circuito e gli emisferi e l’IPOTALAMO (con i CORPI MAMMILLARI) sono già coinvolti

nel sistema limbico.

Le risposte motorie e viscerali sono in larga parta partite dall’ipotalamo. O meglio, una forte emozione emotiva, non fa

solo aumentare il tono muscolare, ma aumenta anche la pressione ematica e la frequenza cardiaca (con attivazione del

sistema parasimpatico ed ortosimpatico). 34

COMUNICAZIONE NIGRO-STRIATRIALE

I NEURONI della via NIGRO-STRIATRIALE tendono ad eliminare i rumori di fondo.

L’azione di questi nuclei cerebrali è regolata negativamente (RALLENTATA) dalla sostanza nera del mesencefalo.

DEGENERAZIONE FISICA DEL PARKINSON

Con degenerazione fisica non alludiamo alla degenerazione provocata dai farmaci contro questa patologia (non la

DEGENERAZIONE FARMACOLOGICA), ma la degenerazione strettamente ricollegata al processo degenerativo

patologico in sé.

La degenerazione della sostanza nera, fa sì che il TONO COLINERGICO dei nuclei della base prevalga sul TONO

GABAERGICO dei nuclei della base e c’è una PARALISI AGITANTE, tipica del PARKINSON.

In altre parole, come si ricorderà, i nuclei cerebrali caudato e putamen(appartenenti al cosiddetto nucleo striato) sono

fondamentali nella regolazione dei movimenti volontari. Essi possiedono due tipi di neuroni, quelli eccitatori

(colinergici) e quelli inibitori (GABAergici in quanto producono acido gamma-aminobutirrico, o GABA). Questi

neuroni regolano l’attività dei motoneuroni della corteccia responsabili dell’avvio del movimento. In condizioni

standard, l’attività dei neuroni GABAergici prevale su quella dei colinergici, quindi l’attività dei nuclei cerebrali è

prevalentemente inibitoria.

L’azione di questi nuclei cerebrali è regolata dalla sostanza nera del mesencefalo. La sostanza nera possiede neuroni

dopaminergici (producono L-DOPA), che normalmente mandano proiezioni a significato inibitorio sui neuroni

colinergici(eccitatori).

Quando in condizioni patologiche o per l’utilizzo di farmaci il circuito dopaminergico della sostanza nera viene a

mancare, l’azione eccitante dei nuclei cerebrali prevale su quella inibitoria.

Il risultato è la paralisi agitante, tipicamente rappresentata dal morbo di Parkinson, in cui si osserva un incrementato

tono muscolare, problemi nell’avvio dei movimenti ed il classico tremore alle mani.

Il circuito appena descritto rappresenta l’esempio più classico di via monoaminergica, ossia un gruppo di neuroni

interconnessi che si avvalgono di monoammine(in questo caso, la dopammina) come mediatori sinaptici. 35

IL SISTEMA NERVOSO CENTRALE: LA SOSTANZA RETICOLARE

E’ uno dei grandi enigmi dell’encefalo ed è costituito da tanti interneuroni con assoni non mielinizzati ed è in

connessione con tutte le componenti encefaliche e sub-encefaliche.

Come per la via RETICOLO-ENCEFALICA, si ritiene che questa componente attraversante l’intero midollo

allungato rappresenti una sorta di prolungamento ideale degli interneuroni delle corna dorsali del midollo spinale.

Quindi rappresenta un centro integrativo, poiché è con il TALAMO in connessione per regolare delle sensazioni

viscerali.

L’attività elettrica di base della sostanza reticolare traccia l’attività elettrica di tutto l’encefalo. Se mi svegliassi

improvvisamente nella notte, il linguaggio sarebbe sconnesso, mi sentirei intontito, sono più propenso all’aggressività,

proprio perché la sostanza reticolare deve ripigliare la sua normale attività elettrica base di lavoro.

Il fatto di essere più aggressivi dipende proprio dal fatto che anche il sistema limbico si è attivato con l’AMIGDALA,

che in questo caso interviene tantissimo.

Di fatto, la sostanza reticolare svolge funzioni integrative fondamentali per attività riflesse, periodiche od involontarie,

quali il risveglio, la deglutizione o la respirazione. Queste attività non dipendono dalla sola sostanza reticolare, ma

poiché qui giungono numerose efferenze dall’ipotalamo, dal tetto del mesencefalo e dal cervelletto, è evidente che in

questa regione istruzioni provenienti da centri differenti vengono “assemblate”e tradotte in azioni organizzate. La

sostanza reticolare è in connessione con il midollo spinale sia attraverso la via discendente reticolo-spinale che tramite

l’ascendente via spino-reticolare. Un regione funzionalmente cruciale di sostanza reticolare si osserva nel tegmento del

mesencefalo. È questa regione la principale responsabile dell’attività generale della restante sostanza reticolare, ed è

intimamente connessa con il livello di attività delle altre componenti encefaliche, in quanto determinando lo stato di

veglia e di vigilanza, crea il presupposto per qualsiasi attività motoria o di memorizzazione.

IL SISTEMA NERVOSO CENTRALE: PROTEZIONE E SOSTEGNO DELL’ENCEFALO.

Il tessuto nervoso è molto delicato in senso sia biochimico che meccanico.

La perdita di sangue fa aumentare la pressione ematica nel tessuto nervoso che può schiacciare i neuroni. L’ambiente in

cui vivono in neuroni, quindi, deve mantenersi costante il più possibile.

Solo intervalli estremamente limitati di cambiamento di una determina condizione sono compatibili con la

sopravvivenza . Pensiamo al pH: variazioni superiori a 0,4 sono incompatibili con la vita.

Il fluido dove si trova immerso il sistema nervoso centrale (presente anche internamente ad esso) è il LIQUOR o

LIQUIDO CEFALO-RACHIDIANO.

(il SNC è permeato da questo liquido e lo contiene anche al suo interno nelle sostanze intercellulari e dentro ai vari

ventricoli o al canale centrale del midollo spinale).

Il liquor è di derivazione ematica, anche se la sua composizione è molto diversa da quella del sangue. Chi lo mantiene

nella sua composizione e chi lo produce sono due strutture:

• PLESSO CORIOIDEO ( a livello dell’encefalo)

• BARRIERA EMATOENCEFALICA: con il compito di mantenere la composizione del liquor stesso. E’ una

particolare struttura anatomica di capillari con una parete particolare.

Il sistema è molto vascolarizzato, ma i fluidi interstiziali sono diversi dalla composizione dei fluidi vascolari. Poi, sul III

ventricolo ci sono i PLESSI CORIOIDEI.

Il sangue è tenuto escluso da tutto il liquor.

La barriera ematoencefalica deve dipendere da delle strutture cellulari che chiudono le cellule: sono le TIPE

JUNCTION (tra le cellule endoteliali). E’ praticamente impermeabile poiché solo ciò che diffonde nelle membrane non

possiamo fermarlo (quindi gas e sostanze lipofile).

Ci sono anche le cellule ASTROCITARIE che avvolgono strettamente il capillare che ha le TIP JUNCTION, per dare

ulteriore garanzia di impermeabilità e controllo.

Gli scambi respiratori avvengono senza nessun problema. Ci sono poi piccole molecole come GLUOCOSIO che

passano mediante trasporto attivo (dipendente dal sodio).

Ecco per quale motivo tutte le sostanze che agiscono a livello encefalico sono lipofile (ENCEFALOSPORINE ecc…)

Anche l’alcool essendo lipofilo è in grado di portarsi a livello del sistema nervoso e causare gravi danni. Ovviamente

questi sono limitati grazie all’azione filtratoria del fegato, che preferisce danneggiare sé stesso, piuttosto che

danneggiare il sistema nervoso. Basterebbe pochissimo alcool per mandare in COMA ETILICO o verso la MORTE il

soggetto. Il fegato però interviene nell’abbassare la quantità di alcool ematico. 36

Il LCS circola nelle cavità del SNC e nello spazio subaracnoideo. Il LCS è chiaramente di derivazione ematica, ma la

sua composizione è molto diversa da quella del plasma.

Nei plessi corioidei deve però cambiare la permeabilità ed è necessario che passi anche del liquido e deve cambiare

l’organizzazione citologica dei capillari. Da serrati con TIPE JUNCTIONE, in corrispondenza dei PLESSI diventano

FENESTRATI.

Questi endoteli si affiancano si affacciano su una cavità e ci sono le CELLULE EPENDIMALI (che rivestono la cavità

centrale) e s’interpongono tra il capillare ed il terzo ventricolo. Il capillare è fenestrato e fa passare tutto (tranne le

cellule ematiche).

L’EPENDIMA è chiuso e mediante un trasporto attivo specificatamente porta nel TERZO VENTRICOLO le molecole

che servono alla composizione del liquor (la cui composizione è molto controllata).

L’EPENDIMA si costituisce delle cellule ependimali dei PLESSI CORIOIDEI.

Teniamo conto che vengono prodotti 500 ml di liquor al giorno, anche se in circolo al giorno ne restano solo 150 ml.

Questo implica che c’è un cambiamento del liquor di tre volte al giorno, poiché la sua composizione deve essere

perfetta.

Ma come fa il liquor “esausto” a passare al sangue? 37

La strada va vista al contrario di prima, vediamo:

Ci sono dei distretti apposta per la sua eliminazione. Il liquido scorre all’interno e fuori dal sistema nervoso.

A livello del QUARTO VENTRICOLO ci sono dei fori, che permettono a questo liquido di passare nello spazio sub

aracnoideo e mi trovo già fuori dal sistema nervoso (poiché l’aracnoide circonda il sistema nervoso centrale).

In questo spazio dell’encefalo ci sono le GRANULAZIONE ARACNOIDEE che attraversano la DURA MADRE e si

affacciano sul circolo ed il liquor arriva a due passi dal circolo e per trasporto attivo, le sostanze vengono portate nel

circolo ematico.

Il liquor è il fondamentale supporto dell’encefalo. E’ come se fosse un cuscinetto su cui poggia l’encefalo e viene

protetto da eventuali colpi meccanici, che lo farebbero sbattere a destra e a sinistra.

Nello spazio sub-aracnoideo abbiamo i GRANULI ARACNOIDEI.

In altre parole, per concludere in bellezza tutto il sistema nervoso, diciamo che il tessuto nervoso è estremamente

delicato, sia in senso strettamente meccanico che in senso biochimico. A protezione di questa delicata componente

intervengono pertanto strutture di origine prevalentemente connettivale, le meningi. Inoltre, il SNC è sospeso in, e

contiene nelle sue cavità, un fluido la cui composizione è estremamente controllata: il liquido cerebro-spinale.

Le meningi in generale sono già state trattate parlando del MS, quindi ci si soffermerà ora sulle componenti

squisitamente craniche: la barriera emato-encefalica ed il liquido cerebro-spinale (LCS).

La barriera emato-encefalica rappresenta una struttura di origine vascolare. I vasi decorrono a livello dello spazio

subaracnoideo, ma i capillari presentano giunzioni serrate fra le cellule endoteliali che li costituiscono. Il risultato èuna

scarsissima permeabilità capillare, che si riduce a glucosio, gas respiratori ed aminoacidi essenziali. Altre sostanze che

debbano attraversare la barriera, seguono specifiche vie di trasporto attivo. Ovviamente, molecole liposolubili(alcuni

farmaci ed alcool in primis) possono facilmente attraversare la barriera per diffusione, determinando un’alterazione del

funzionamento del SNC.

La barriera emato-encefalica si interrompe solo in distretti specifici, primo fra tutti il plesso corioideo, che produce il

LCS.

Il LCS circola nelle cavità del SNC e nello spazio subaracnoideo. Il LCS è chiaramente di derivazione ematica, ma la

sua composizione è molto diversa da quella del plasma. I plessi corioidei sono le strutture deputate alla produzione del

LCS. Esse sono maggiormente estese a livello del tetto del III ventricolo (diencefalo), ma in parte si estendono anche ai

due ventricoli degli emisferi cerebrali (I e II) ed al IV ventricolo (ponte). Nei plessi corioidei, i capillari presentano

ampie fenestrature, ma sono strettamente avvolti da cellule epiteliali che impediscono il passaggio di molecole

indesiderate. È solo un’imponente azione di trasporto attivo che determina la composizione finale del LCS, preservata

altrove dalla barriera emato-encefalica. Il LCS è soggetto a ricambio continuo (la capacità del sistema è di circa 150 ml,

a fronte di una produzione di circa 500 ml/die) e rientra nel circolo ematico grazie a particolari strutture, le granulazioni

aracnoidee, il LCS, infatti, raggiunto lo spazio subaracnoideo all’altezza del IV ventricolo, circolano intorno

all’encefalo e rientrano in circolo all’altezza delle granulazioni aracnoidee, estroflessioni dello spazio subaracnoideo

che attraversano la dura madre e si affacciano sul circolo.

SISTEMA CARDIOVASCOLARE

Il sistema circolatorio è un sistema chiuso e il sangue è confinato nei vasi sanguigni o vasi sanguiferi; è un sistema di

trasporto, poiché deve veicolare nutrienti, gas respiratori, ed ormoni.

Ovviamente, tra i gas respiratori non ricordiamo soltanto l’ossigeno, ma anche l’anidride carbonica, che va dalla

periferia alle zone centrali.

Inoltre il sistema circolatorio è il veicolo fondamentale per le componenti cellulari e molecolari su cui poggia

l’immunità degli organismi.

Visto che il sangue trasporta tutto questo, le cellule che scorrono nel circolo sanguigno svolgono anche funzioni

immunitarie. Proprio nella componente del vaso linfatico c’è una componente molto importante per l’espletamento delle

funzioni immunitarie.

Ma quali sono le componenti principali del sistema circolatorio?

• CUORE

• VASI LINFATICI

• VASI SANGUIFERI

Il cuore è una struttura impari e non ulteriormente classificabile.

Cosa indichiamo con il termine di vaso sanguigno?

Indichiamo le seguenti componenti:

VASI CAPILLARI

 VASI ARTERIOSI

 VASI VENOSI

L’aggettivo ARTERIOSO e VENOSO non fanno riferimento alla tipologia di sangue che scorre all’interno del vaso, ma

strettamente ricollegato in base al distretto di partenza (CENTRO O PERIFERIA) e al distretto di arrivo (CENTRO O

PERIFERIA). 38

Ne consegue che, se un vaso porta il sangue dal centro alla periferia lo chiamo ARTERIA o ARTERIOLA (a seconda

del calibro), nel caso in cui il sangue sia veicolato dalla PERIFERIA al CUORE (al centro) lo chiamo VENA o

VENULA.

I VASI CAPILLARI sono il vero effettore del sistema circolatorio, vasi strettamente anastomizzati che stanno in

contatto diretto con le cellule.

Il sistema di vene e arterie è un sistema che potremmo definire di supporto, ma le componenti davvero funzionali sono i

vasi capillari (il cui diametro è molto piccolo).

Possiamo attribuire uno stesso aggettivo (ARTERIOSO o VENOSO) anche al tipo di sangue, nel senso che:

Quando il sangue è ricco in ossigeno e deve essere portato alle cellule assume il nome di sangue ARTERIOSO.

 Quando il sangue è povero in ossigeno e deve tornare ad ossigenarsi ai polmoni assume il nome di sangue

 VENOSO.

A livello del componente capillare, il sistema circolatorio dimostra di non essere un compartimento proprio chiuso. La

parte liquida esce dal torrente e si accumula nei fluidi interstiziali. Questo materiale liquido viene poi drenato dai vasi

linfatici, e lo riportano al torrente circolatorio ematico.

Il sistema circolatorio è un fondamentale sistema linfatico, poiché il sistema circolatorio non è a tenuta stagna.

Questo inconveniente viene compensato dalla presenza dei vasi linfatici drenanti, che funge da sistema di recupero e

permettono che la volemia totale di sangue abbia soltanto piccole o nulla variazioni.

In realtà, è un sistema ramificato che però non arriva proprio in tutti i distretti. Alcuni organi o alcune cellule sono

nutrite esclusivamente per DIFFUSIONE e dove non c’è la vascolarizzazione bisogna impedire che il sangue ci vada.

Ma per quale motivo?

Poiché il sistema circolatorio è strettamente correlato anche al sistema immunitario, una mancata diretta irrorazione

sanguigna di un tessuto, fa in modo che nemmeno il sistema immunitario sia determinatio per riconoscere il SELF dal

NON SELF di quel tessuto e, in caso si verificasse una irrorazione diretta (dovuta ad eventuali traumi) potrei rischiare

di incappare in MALATTIE AUTOIMMUNI.

Pensiamo, per esempio, alla cornea. E’ completamente trasparente e non è mai vascolarizzata e viene ricoperta da una

piccola congiuntiva. Da un lato, se fosse vascolarizzata non sarebbe più trasparente (ci sarebbe un danno funzionale) e

sarebbe quella per cui si potrebbero riscontrare malattie autoimmuni.

Ecco per quale motivo, si può fare tranquillamente un trapianto di cornea, poiché tanto rimane fuori dal sistema

circolatorio. Le problematiche del rigetto su qualunque paziente ricevente non ci sono.

Quindi, abbiamo dedotto, che il sistema circolatorio non arriva dappertutto.

Ma il vero Stakanovich del nostro corpo è il CUORE, che batte circa 100.000 volte al giorno. Questo dato (tenendo

conto delle 70 pulsazioni medie al minuto) è una media medio-bassa, poiché la frequenza cardiaca non rimane

costantemente a 70 pulsazioni per minuto, ma può essere accelerata o rallentata in base a diversi fattori.

Se, inoltre, cominciassi a moltiplicare 100.000 per 365 (giorni che ci sono in un anno) otterrei 36.500.000 pulsazioni in

un anno. A questo punto posso moltiplicare questo numero per una età media (speranza di vita) 85.

36.500.000 X 85 = 3.102.500.000 battiti.

Inoltre il sangue che viene pulsato sono 1.000.000 di litri. Questo organo, visto esternamente è più semplice da

descrivere rispetto all’interno.

Possiede 4 cavità, suddivide in due ATRII e due VENTRICOLI (CONCAMERAZIONI INFERIORI).

Sia i ventricoli che gli atri sono divisibili in atrio e ventricolo destro e atrio e ventricolo sinistro.

Il cuore è diviso in due parti quindi: una parte destra ed una parte sinistra.

Le due parti destre e sinistre agiscono su due comparti differenti.

La CIRCOLAZIONE POLMONARE o PICCOLO CIRCOLO fa capo alla parte destra. O, in altre parole, inizia

nella parte destra del cuore. Il GRANDE CIRCOLO o CIRCOLAZIONE SISTEMICA fa capo alla parte sinistra del

cuore; o, in altre parole, inizia nella parte sinistra del cuore.

Nell’adulto le due parti sono isolate e all’interno delle due parti del cuore, il flusso scorre in modo unidirezionale,

dall’atrio al ventricolo. In condizioni di non patogenicità le due parti sono completamente separate e non avviene la

COMMISTIO SANGUINIS.

Ovviamente sono tra loro atri e ventricoli della stessa concamerazione. Anche tra atrio e ventricolo ci sono delle

VALVOLE che devono permettere l’unidirezionalità del flusso.

Il cuore è una realtà nota dal ‘600. Tuttavia si è scoperto di recente cosa succede a livello cardio-circolatorio. 400 anni

fa i medici credevano che il sangue fosse originato nel fegato, tramite il distillato degli alimenti. Così il sangue veniva

portato al cuore, che poi si purificava con l’aria che arrivava dal polmone. Il sangue quindi passava dalla parte destra

alla parte sinistra del cuore e, dopo essersi riempito di SPIRITO ANIMALE, giungeva al cervello. Infine, tramite i

nervi, veniva portato in tutte le componenti corporee. Quanto appena descritto veniva spiegato dal medico Galeno.

60-70 anni dopo (verso la metà del 1600) si capì l’esistenza della circolazione polmonare. Cominciando poi ad

adoperare il microscopio ottico (nel 1662 con Robert Hook) capirono che molto di quello che i medici sapevano e che

molti docenti spiegavano alle università, difatto fosse quasi tutto errato. 39

Le 4 concamerazioni comunicano a due a due. Il ventricolo destro pompa sangue nei polmoni, il ventricolo sinistra

pompa il sangue alla circolazione sistemica.

Tra il sistema in uscita ed in entrata c’è il SISTEMA CAPILLARE costituito di vasi anastomizzati tra di loro.

In altre parole, il sistema circolatorio dell’uomo è un sistema chiuso in cui il sangue è confinato all’interno dei vasi

sanguigni. Il ruolo del sistema circolatorio è in primo luogo di essere un sistema di trasporto. Tramite il sistema

circolatorio i nutrienti, gli ormoni, l’ossigeno ed i metaboliti raggiungono i distretti di quasi tutto l’organismo. Inoltre il

sistema circolatorio è il veicolo fondamentale per le componenti cellulari e molecolari su cui poggia l’immunità degli

organismi.

Le componenti fondamentali del sistema circolatorio sono il cuore, i vasi sanguigni ed i vasi linfatici. I vasi sanguigni

sono poi identificabili come vasi arteriosi oppure vasi venosi a seconda che essi portino sangue dal od al cuore. Tra il

sistema arterioso ed il sistema venoso si interpone una rete di piccoli vasi detti capillari, a livello dei quali avvengono

gli scambi tra il sangue ed i fluidi interstiziali circostanti.

Il centro del sistema cardiovascolare è rappresentato dal cuore, un organo che svolge un’enorme mole di lavoro nel

corso di una vita media. Nonostante il cuore si contragga circa 100,000 volte al giorno e pompi diversi milioni di litri di

sangue all’anno, è un organo piccolo, delle dimensioni di un pugno, suddiviso in 4 concamerazioni: due atri (dx e sn)

superiormente e due ventricoli (dx e sn) inferiormente. Atrio e ventricolo dx rappresentano la componente che spinge il

sangue nel circolo polmonare (o piccolo circolo), mentre atrio e ventricolo sn spingono il sangue lungo il circolo

sistemico(o grande circolo). Mentre metà dx e sn sono completamente isolate, il flusso ematico fra atrio e ventricolo

omolaterali è regolato dalle valvole atrioventricolari.

Ricordiamo che il cuore è legato con un legamento al diaframma.

IL CUORE

Partiamo dall’anatomia macroscopica e poi andiamo all’anatomia microscopica.

Il cuore è collocato nella CAVITA’ PERICARDICA, una cavità riservata al cuore.

Rivediamo un po’ come funzionava la suddivisione delle cavità corporee: appunti ricopiati dalla pagina 2: 40

Il corpo umano è un corpo cavo. Se io eviscerassi il cadavere, tutto il resto è un contenitore e dentro ci sono delle

sottocompartimentazioni ancor più piccole.

Le cavità del corpo umano, come prima e grande suddivisione sono:

CAVITA' DORSALI

o CAVITA' VENTRALI

o

Il nostro riferimento è il PIANO FRONTALE; le cavità dorsali sono le cavità CRANIALI (cavità reali) e cavità

SPINALE, al cui centro scorre il midollo spinale. Quest'ultima cavità è data dal susseguirsi delle vertebre.

A livello VENTRALE come cavità troviamo un'unica grande cavità: quella CELOMATICA (che deriva dal celoma

embrionale - prendi estrapolato di embriologia, già riportato in anatomia comparata).

Questa cavità è suddivisa dal MUSCOLO DIAFRAMMA (sotto l'arcata costale) in due cavità più piccole:

CAVITA' SUPERIORE o TORACICA

 CAVITA' INFERIORE o ADDOMINO-PELVICA

Gli organi della cavità toracica non sono tutti lì e basta; ci sono delle sottocavità.

Nella TORACICA abbiamo la CAVITA' PLEURICA DESTRA e quella SINISTRA, che contengono i due polmoni e

MEDIAMENTE abbiamo la cavità del MEDIASTINO. All'interno di questa abbiamo la cavità PERICARDICA, che

circonda il CUORE. La cavità celomatica quindi, è molto compartimentata.

Ebbene, tornando a noi, questa cavità pericardica consente al cuore di cambiare il suo volume senza, nel contempo

stesso, andare a compromettere la funzionalità degli organi contigui.

Il cuore è contenuto in questa cavità, che è insita nella CAVITA’ MEDIASTINICA e quindi il cuore confina in

funzione della posizione che considero, posteriormente con l’ESOFAGO, a destra e a sinistra con i due polmoni (ne

tocca i margini mediali). Poiché il cuore è inclinato verso sinistra rispetto alla linea sagittale mediana, va a premere un

po’ di più sul polmone sinistro, che è un po’ più piccolo del polmone destro, per lasciare al cuore un po’ più di spazio.

In ciascuna cavità (soprattutto in quelle ventrali), la parete è rivestita da un epitelio sottile (la SIEROSA) in cui

riconosco due foglietti:

• SIEROSA O LAMINA PARIETALE ( foglietto adeso alla parete della cavità)

• SIEROSA VISCERALE (foglietto in diretto contatto con l’organo contenuto nella cavità).

La SIEROSA, quindi, è a parete doppia: una tocca la parete della cavità, l’altra tocca l’organo.

Tra le due sierose c’è una piccola quantità di fluido, poiché i due foglietti possano scivolare l’uno sull’altro senza

sfregarsi.

Questo sfregarsi, si traduce in attrito. Se i due foglietti si toccassero, provocherebbero calore, il quale calore li farebbe

consumare. In questo modo, durante le contrazioni (SISTOLE) del cuore, i due foglietti non toccano tra loro.

Quanto appena enunciato non è un discorso esclusivo del cuore, si adatta bene anche agli organi retroperitoneali.

La sierosa parietale contatta le pareti corporee, la sierosa viscerale riveste in parte od in toto gli organi contenuti.

Avevo il PERICARDIO VISCERALE E IL PERICARDIO PARIETALE. C’è un lume tra i due che è virtuale riempito

dal LIQUIDO PERICARDICO.

Deve esserci ed essere presente nella giusta quantità.

La pericardite da batteri, determina la produzione di un essudato. Se i due millilitri fisiologici diventano 20, per il fatto

che i liquidi contenuta nella cavità sono incomprimibili, l’organo contenuto in quello spazio non ha più abbastanza 41

spazio per contrarsi e lo stato patologico va trattato con drenaggio (anche tramite puntura), poiché andrebbe a

compromettere gravemente l’attività cardiaca e il cuore non potrebbe più contrarsi efficacemente. Si andrebbe incontro

ad INSUFFICIENZA CARDIACA.

Il pericardio parietale si associa ad una spessa componente fibrosa a formare un vero e proprio sacchetto, il sacco

pericardico, che avvolge per intero il cuore.

Ho il cuore, il peritoneo viscerale e il peritoneo parietale e questo si associa ad una componente connettivale molto

spessa a formare una struttura esterna che avvolge il cuore ed è il SACCO PERICARDICO.

Il cuore in situ, non ha un aspetto rosso come si vede nei film, ma è grigio, poiché è contenuto nel sacco (fibroso,

robusto ed opaco), che tiene il cuore saldamente nella cavità.

Il sacco è saldo e delimita le massime e minime contrazioni del cuore.

Il SACCO PERICARDICO è, insomma, lo spazio che il cuore ha a disposizione.

Il cuore, organo impari e mediano, è collocato in posizione retrosternale. Confina a dx e sn con i polmoni, inferiormente

con il diaframma e posteriormente con un tratto di esofago e, a seconda del livello) con i bronchi extrapolmonari.

Superiormente si individua la regione detta base del cuore, da cui originano (od a cui arrivano) i vasi.

Sul polmone di sinistra, il cuore determina una sorta di impronta; inferiormente poggia sul diaframma.

Se osservassi il cuore in situ, lo vedrei leggermente appoggiato sulla parte inferiore e il margine è più ottuso in alto. La

parte sopra viene chiamata BASE DEL CUORE, regione da cui vediamo uscire i vasi.

In parte i polmoni coprono il cuore e bisognerebbe sganciare il margine mediale del polmone destro e sinistro per

vedere l’organo propulsivo completamente.

Nel cuore, la parte che è inclinata verso sinistra e che rappresenta la punta del cuore, viene chiamata APICE del

CUORE ed è opposta alla BASE del CUORE.

In altre parole, il cuore è collocato nella cavità pericardica, una cavità contenuta nella più voluminosa cavità toracica.

Più precisamente, la cavità toracica si compone di due cavità pleuriche (dx e sn)che contengono i polmoni e dalla

cavità mediastinica, impari e mediana. Entro la cavità mediastinica troviamo esofago, trachea, tiroide e la cavità

pericardica, che contiene il cuore. È bene ricordare che ciascuna cavità è sempre rivestita da una membrana detta

sierosa, in cui si riconoscono due foglietti: sierosa parietale e sierosa viscerale.

SVILUPPO DEL CUORE

Possiamo definire il cuore come un vaso molto modificato, che si forma dall’abbozzo di tubi cardiaci alla base della

faringe, che si fondono e alla terza settimana costituiscono l’abbozzo del cuore.

Il cuore è già molto funzionante in questo momento (il sangue, diciamola tutta, fa poi presto a irrorare un embrione di

due millimetri) La semplice diffusione, in questo caso, non è sufficiente (anche se si tratta di millimetri).

[INSERTO DI ANATOMIA COMPARATA SULLO SVILUPPO DEL CUORE E DEI PRIMI VASI]

Tornando all’embriogenesi, possiamo dire che i primi vasi a formarsi sono a ridosso dell’intestino che si sta formando

(quindi sono a ridosso dell’ARCHENTERON). Nella regione detta si formano i vasi che prelevano i nutrienti

dall’intestino e poi si vengono a formare altri due vasi, che sono i VASI VITELLARI SOTTOINTESTINALI.

Si osserva una VENA VITELLARE DESTRA e una VENA VITELLARE SINISTRA, che hanno il compito di portare i

NUTRIENTI a tutto l’intestino e quindi, le due vene VITELLARI si uniscono a formare il TUBO CARDIACO. O

meglio, diciamo che le vene vitelline sottointestinali sono vasi bilaterali che cranialmente si fondono a formare una

struttura tubulare, il tubo cardiaco, che costituisce l’abbozzo del cuore.

Il cuore, quindi, subito è un TUBO. Con il procedere dello sviluppo il cuore si accresce e per questioni di dimensioni, si

incurva a formare una sorta di “S” (lungo il piano frontale e sagittale), poiché nella CAVITA’ PERICARDICA che lo

deve alloggiare non ci sta come tubo.

La formazione della curva ad “S”, fa sì che il cuore abbia una forma diversa da quella che originariamente sarebbe a

TUBO.

In altre parole, dall’unione delle isole sanguigne derivano i primi vasi, i vasi vitellini che, collocati a ridosso

dell’archenteron carico di tuorlo od al sacco vitellino, si riuniscono a formare le vene vitelline sottointestinali. Le vene

vitelline sottointestinali sono vasi bilaterali che cranialmente si fondono a formare una struttura tubulare, il tubo

cardiaco, che costituisce l’abbozzo del cuore. Allungandosi in misura maggiore rispetto alla cavità pericardico in cui è

alloggiato, il tubo cardiaco si incurva a forma di “S”, sia lungo il piano frontale che lungo quello sagittale. In virtù di

questa torsione, la regione caudale del cuore viene a trovarsi collocata dorsalmente rispetto alla porzione cefalica.

Anteriormente al cuore parte un vaso (l’AORTA VENTRALE), però a questo punto il sangue deve essere mandato a

tutto l’organismo. L’AORTA quindi si dirama a livello degli ARCHI BRANCHIALI, formando gli ARCHI AORTICI.

Ogni ramo quindi è detto ARCO AORTICO.

Ci sono dei meccanismi per riuscire a distinguerli l’uno dall’altro (così come succedeva per gli ARCHI

BRANCHIALI).

Dato che il primo ARCO AORTICO sta davanti al primo arco branchiale, ne deriva che gli ARCHI BRANCHIALI

sono cinque, mentre gli ARCHI AORTICI sono 6 (Bho!).

Tuttavia i vari archi avranno destini diversi nei diversi raggruppamenti. Quindi la distinzione non è così assoluta. Gli

ARCHI AORTICI destri e sinistri (perché sono bilaterali) si ricongiungono dorsalmente e formano l’AORTA

DORSALE. Detta, porta il sangue a tutto il resto dell’organismo. 42

Il sangue del cuore va dall’AORTA VENTRALE agli ARCHI AORTICI e quindi all’AORTA DORSALE, che manda

poi delle diramazioni al SACCO DEL TUORLO.

E’ un primo circolo chiuso, che racchiude l’INTESTINO e la massa dei NUTRIENTI e quindi la CIRCOLAZIONE

VISCERALE VITELLINA, che porta i nutrienti al vitello.

In altre parole, le vene vitelline sottointestinali confluiscono nel cuore in formazione, dal quale si diparte cranialmente

l’aorta ventrale che, all’altezza degli archi branchiali, origina una serie di archi aortici bilaterali, il cui destino è molto

diverso in anamni ed amnioti.

Gli archi aortici confluiscono bilateralmente in un’aorta dorsale, la quale diviene un vaso impari collocato

ventralmente rispetto alla regione in cui si originerà la colonna vertebrale. I primi rami che si diramano in senso

ventrale dall’aorta dorsale sono le arterie vitelline, che originano un sistema capillare il quale si anastomizza con le

vene vitelline formando un primo circolo chiuso, detto circolazione viscerale vitellina, destinato alla distribuzione dei

nutrienti nell’embrione.

Intorno alle vene vitelline si espanderà il fegato, caudalmente al quale il sistema venoso originerà il sistema portale

epatico; entro il fegato i vasi costituiranno i sinusoidi epatici, i quali confluiranno rostralmente al fegato in due vene

epatiche che portano il sangue al cuore.

Durante lo sviluppo a livello della CAPILARIZZAZIONE, si viene a formare il fegato, che ingloba le componenti del

sistema circolatorio e si parla non più di VENA VITELLINA, ma di VENA EPATICA (il vaso che uscito dal fegato si

porta al cuore).

Contemporaneamente si forma anche la COMPONENTE SOMATICA (perché la componente che comprende la

formazione e la funzione del fegato è quella VISCERALE).

Il raggiungimento di tutto il corpo è permesso grazie al dipartimento di vene ed arterie da altre vene ed arterie pre-

esistenti.

Dal cuore il sangue si porta all’AORTA VENTRALE attraverso gli ARCHI AORTICI, raggiunge quindi l’AORTA

DORSALE e, attraverso tante arterie si porta a tutto l’organismo.

Attraverso il CIRCOLO SOMATICO, il sangue fa quanto visto. E’ ovvio che il sangue però deve anche tornare al cuore

per mezzo delle VENE.

I VASI VENOSI principali del CIRCOLO SOMATICO che permettono questo sono diversi.

I vasi arteriosi che hanno portato il sangue nella regione anteriore dell’animale (zona del capo), rientrano con le VENE

CARDINALI ANTERIORI. Le VENE CARDINALI POSTERIORI, fanno rientrare il sangue proveniente dalle zone

posteriori dell’animale, mentre le VENBE ADDOMINALI LATERALI lo recuperano dagli ARTI.

Questi collettori regionali entrano e confluiscono nelle VENE CARDINALI COMUNI, che sono le due vene (una per

ogni antimero) che portano al cuore il sangue.

In altre parole, mentre il circolo viscerale si instaura, contemporaneamente anche la circolazione somatica si sviluppa.

Dall’aorta dorsale si dipartono numerose arterie pari per gli organi retroperitoneali quali le gonadi ed i reni; altre

diramazioni pari giungono agli arti ed alle pareti del corpo. Il sangue veicolato dalle arterie è drenato dalle vene. Due

vene cardinali anteriori raccolgono il sangue proveniente dalla regione del capo, due cardinali posteriori quello

proveniente dalle regioni posteriori, due vene addominali laterali raccolgono il sangue refluo dagli arti. Tutte queste

vene confluiscono nelle cardinali comuni che portano al cuore. Mentre negli pesci il modello circolatorio dell’adulto è

abbastanza simile a quello embrionale descritto, negli amnioti intervengono considerevoli cambiamenti rispetto a questo

primo circolo embrionale. [FINE INSERTO ANATOMIA COMPARATA]

Inizialmente ho due atri e due ventricoli e poi, durante lo sviluppo si forma la corretta compartimentazione e alla quarta

settimana il cuore già comincia ad assomigliare a quello di un soggetto adulto.

Nella quinta settimana è come quello dell’adulto, anche se i due atri cono in comunicazione. A questo punto dobbiamo

introdurre la circolazione fetale dei mammiferi, vista anche in anatomia comparata.

CIRCOLAZIONE FETALE [INSERTO ANATOMIA COMPARATA NUMERO 2]

I mammiferi possiedono anche una circolazione FETALE, ma che non utilizza i polmoni per ossigenare il sangue, ma

respirano attraverso la placenta, e quindi attraverso i polmoni della madre.

I polmoni e i vasi sono collassati poiché il feto non usa i polmoni.

Ma coma fa allora a svilupparsi correttamente la parte destra del cuore? Come fa a battere e pompare se i

polmoni sono collassati?

C’è un meccanismo che consente il corretto sviluppo del cuore e permette di avere un circolo sangue ossigenato, pur

non avendo l’uso dei polmoni.

L’ossigeno arriva dalla placenta e arriva al cuoricino del feto, attraverso una VENA OMBELICALE. Il sangue

ossigenato arriva attraverso la placenta e passa nella vena cava posteriore. Il sangue ossigenato attraversa il circolo

venoso sistemico, poi è diretto verso la parte destra del cuore.

Il sangue ossigenato arriva nella parte destra del cuore (ma nell’adulto arriva a sinistra). Il sangue che deve essere

portato parte sinistra del corpo, altrimenti il sangue va ai polmoni ma deve andare all’encefalo, quindi va all’encefalo

dall’atrio sinistro. 43

Il sangue dall’atrio destro passa nell’atrio sinistro attraverso un FORO OVALE: per come è disposto questo foro

nell’atrio destro, il sangue che arriva nell’atrio destro passa nell’atrio sinistro, che è riempito da sangue proveniente

dall’atrio destro.

All’atrio sinistro dovrebbe arrivare sangue dal polmone, ma i polmoni sono collassati e quindi non arriva altro sangue

all’atrio sinistro.

Ora, nell’atrio sinistro, ho quindi del sangue ossigenato, che arriva dalla placenta materna.

La madre deve avere una buona irrorazione placentare e il feto ha una emoglobina fetale, che ha una maggiore affinità

con l’ossigeno della madre.

Il sangue va a riempire due atri: va alla testa e alla regione post-craniale, dal ventricolo sinistro, che riceve sangue

dall’atrio sinistro .

L’atrio destro butta il sangue al ventricolo destro, che lo manda ai polmoni, ma il sesto arco aortico nel feto è

BIFORCATO:

Una parte forma l’ARTERIA POLMONARE NORMALE come al solito, che va ai polmoni.

 L’altra parte forma il DOTTO ARTERIOSO:

Il DOTTO ARTERIOSO è una struttura di BYPASS, che quando i polmoni sono collassati veicola il sangue e lo riporta

nel circolo sistemico. Questa è una situazione perfetta per il piccolo, che BYPASSA i polmoni attraverso il DOTTO

ARTERIOSO.

Era presente anche nel sesto arco dei DIPNOI, che porta il sangue ai polmoni quando può, altrimenti li BYPASSA: E’

la stessa struttura che c’è anche nei DIPNOI e MAMMIFERI, infatti sono derivati da essi.

I mammiferi hanno iniziato da molto lontano la loro storia evolutiva, ma ci sono strutture omologhe (guarda inizio corso

per significato) dettate dal passaggio acqua terra/aria.

Al momento della nascita, il feto deve emettere il primo vagito ed è un momento cruciale.

E’ un momento in cui tutto viene rivoluzionato nel sistema cardiaco e respiratorio.

Quando c’è il parto, la placenta viene lacerata e il feto va in situazione di apnea (fase del DELIVERY – espulsione ).

Col primo vagito si spalancano i polmoni e anche i vasi intorno ai polmoni e si crea un forte TIRAGGIO (è aperta una

via che prima era chiusa).

Il ventricolo destro ha la strada aperta per buttare il sangue non ossigenato, poiché dalla placenta non arriva più sangue

ossigenato.

Il sangue non ossigenato va nel sesto arco aortico e l’arteria polmonare ora TIRA, quindi il sangue procede nei polmoni

e il DOTTO ARTERIOSO PERDE la sua capacità di aspirare il sangue, poiché tira molto meno in confronto al

polmone.

Al polmone il sangue torna al cuore nell’trio sinistro e entra in grande quantità. Il forame ovale possiede una valvola

che spinge nell’atrio sinistro, che è chiuso dal SANGUE, che arriva nell’atrio sinistro.

Diciamo che l’atrio destro e sinistro sono distinti.

La valvola è sigillata da un tessuto CICATRIZIALE nel versante destro dell’atrio e forma la FOSSA OVALE, che è un

residuo del foro ovale. Ci sono quindi due comparti completamente ostruiti dell’atrio destro e sinistro.

Il ventricolo destro butta il sangue in ARTERIA POLMONARE e il DOTTO ARTERIOSO per un po’ di tempo

rimane: solo in un secondo momento viene riempito da un tessuto connettivo e diventa un LEGAMENTO

ARTERIOSO.

Nei primi tempi è importante che rimanga il DOTTO ARTERIOSO poiché il feto deve cambiare l’emoglobina fetale in

quella adulta.

Il dotto poi è chiuso poi è chiuso e diventa un legamento e non ho più il BYPASS (quando l’emoglobina fetale è stata

sostituita completamente da quella adulta non ho più il BYPASS).

In altre parole, di grande interesse, anche filogenetico, è l’osservazione che il feto dei mammiferi ha una circolazione

differente da quella del neonato e da quella dell’adulto. Durante la gestazione, il sangue ossigenato arriva dalla placenta,

attraversa il fegato e giunge pertanto all’atrio dx, che raccoglie il circolo sistemico. Dall’atrio dx, tuttavia, il sangue

passa principalmente all’atrio sx tramite il forame ovale, e di lì, tramite il ventricolo sx, va alla testa ed alle regioni

postcraniali. Il sangue che dal ventricolo dx va all’arteria polmonare, giunge ai polmoni (collassati) solo in quantità

esigua, grazie alla presenza del dotto arterioso, lo stesso osservato nei dipnoi, che offre al sangue una via di minor

resistenza verso l’arco sistemico. Col primo vagito, i polmoni si gonfiano, il sangue devia principalmente verso i

polmoni e torna in grande quantità all’atrio sx. L’aumentata pressione in quest’ultimo chiude il forame ovale e completa

la separazione del cuore. Durante l’accrescimento, il dotto arterioso si riduce ad un legamento, ed il forame ovale si

chiude, lasciando come traccia la fossa ovale.

[FINE INSERTO NUMERO 2 DI ANATOMIA COMPARATA]

In altre parole, come si ricorderà dall’anatomia comparata, il cuore può essere assimilato ad un vaso profondamente

modificato. Durante lo sviluppo si formano al di sotto del pavimento del faringe due tubi cardiaci, che poi si fondono

andando a costituire costituisce l’abbozzo del cuore alla III settimana. Allungandosi in misura maggiore rispetto alla

futura cavità pericardica in cui è alloggiato, il cuore si incurva a forma di “S”,sia lungo il piano frontale che lungo

quello sagittale. In virtù di questa torsione, la regione caudale del cuore viene a trovarsi collocata dorsalmente rispetto

alla porzione cefalica (IV settimana). Alla V settimana cominciano a differenziarsi le 4 concamerazioni, che tuttavia

non sono completamente isolate a due a due come nell’adulto. Infatti, data l’assenza di respirazione polmonare, nel 44

feto esistono sistemi per by-passare il piccolo circolo. Più precisamente, fra atrio dx e sn esiste un foro, il foro ovale,

che mettendo in comunicazione metà dx e sn del cuore consente a parte del sangue di evitare il ventricolo dx. Tuttavia,

neppure il sangue che transita per il ventricolo dx arriverà ai polmoni. Infatti, la presenza di un vaso (il dotto arterioso)

farà da by-pass che riporterà al circolo sistemico il sangue transitato per il ventricolo dx. Con il primo vagito il foro

ovale si oblitera, il dotto arterioso collassa e rapidamente degenera, e si crea la condizione descritta normalmente

nell’adulto. LA STRUTTURA DEL CUORE ADULTO

Il cuore è costituito essenzialmente da tre strati:

EPICARDIO

 MIOCARDIO

 ENDOCARDIO

Andiamo dall’esterno (epicardio) all’interno (endocardio).

Perché in mezzo, come si potrebbe pensare non c’è un MESOCARDIO, ma c’è un MIOCARDIO?

La sierosa viscerale del pericardio coincide con l’EPICARDIO.

L’epitelio è sottile ed aderisce al miocardio sottostante ed è la parte che determina le caratteristiche funzionali del cuore,

ed è detto, appunto, MIOCARDIO, poiché la parte preponderante tissutale dello strato è il TESSUTO MUSCOLARE

STRIATO CARDIACO.

Il miocardio rappresenta la componente più massiccia del cuore e ne determina le caratteristiche funzionale. Come si

evince dal prefisso mio-, componente prevalente del miocardio è la muscolatura. Il miocardio è infatti costituito da strati

di muscolatura disposti secondo diversi orientamenti, per lo più a spirale verso l’apice(l’estremità ventrale) del cuore.

Accanto alla componente muscolare, il miocardio contiene anche una fondamentale componente fibrosa, costituente lo

scheletro fibroso del cuore. Questa impalcatura dà forma al cuore e ne garantisce la dovuta elasticità. Inoltre, è la

componente fibrosa che rinforza la base del cuore (da cui escono i grandi vasi arteriosi) e separa nettamente (anche

elettricamente) le 4 concamerazioni. Sempre la componente fibrosa costituisce le valvole atrioventricolari. Ultima

componente del miocardio sono i vasi ed i nervi che decorrono entro il suo spessore.

Dall’apice del cuore alla parte più alta del cuore (dove c’è l’uscita dei vasi), c’è il miocardio.

Nonostante nel miocardio ci sia molta muscolatura, questa non è esclusiva.

Nel miocardio ci sono anche altre numerose componenti che sono fondamentali come la muscolatura. Stiamo alludendo

a tutta quella componente fibrosa connettivale di fibre collagene che costituiscono lo scheletro fibroso del cuore e se

rimuovessi per intero tutto il muscolo, e lasciassi solo le fibre, vedrei che la struttura del cuore rimane invariata.

La componente muscolare, quindi, si organizza intorno allo scheletro fibroso, che è fondamentale per mantenere la

forma definitiva del cuore e anche l’elasticità nei limiti delle contrazioni e rilassamenti massimi.

Questo però, non va confuso con il SACCO CARDIACO, poiché il miocardio, come organizzazione e funzione è

controllato dallo scheletro fibroso, che è nello spessore del miocardio stesso.

La componente fibrosa è abbastanza alta alla base del cuore (dove escono i vasi; affinché vengano stabilizzati dove

sono, poiché in essi c’è molta pressione). C’è un anello SOLIDO FOBROSO alla base.

Ma anche le concamerazioni del cuore sono di tessuto fibroso e che appartengono allo scheletro fibroso del cuore.

Questa componente non è solo importante perché determina le 4 concamerazioni utili alla meccanica cardiaca, ma

anche perché è un isolante degli stimoli elettrici e la distribuzione non sia generalizzata.

Diciamo che gli stimoli elettrici non si propagano in modo errato e questo grazie allo scheletro fibroso, che isola

funzionalmente gli ATRI dai VENTRICOLI e le contrazioni dei due non sono contemporanee. Non solo!

In particolare, le VALVOLE ATRIO-VENTRICOLARI sono delle strutture fibrose che appartengono allo scheletro

fibroso del cuore

Poi abbiamo i vasi ed i nervi nello spessore del miocardio (poiché il sistema nervoso centrale governa la frequenza con

cui il cuore si contrae basilarmente). Diciamo che il sistema nervoso centrale funge da acceleratore e frenante.

Sulla base della necessità, aumenta o decresce la frequenza cardiaca, poiché il cuore non può percepire le necessità

fisiologiche.

Allora ecco perché nello spessore del miocardio ci sono i nervi. L’ultima componente del cuore da individuare è

l’ENDOCARDIO, un epitelio squamoso semplice, che riveste le superfici interne e le valvole e si continua con

l’endotelio dei vasi. L’endotelio è di origine mesodermica ed è un unico strato di cellule, che rivestono l’intero dei vasi.

Possiamo, quindi dire che l’endocardio sia la versione cardiaca del tessuto epiteliale.

IL MIOCARDIO: STRUTTURA

Tra i miociti (fibrocellule muscolari) scorre lo scheletro cardiaco.

Come accennato in precedenza, il miocardio è costituito prevalentemente da tessuto muscolare. Sebbene l’attività del

muscolo cardiaco sia ovviamente involontaria, tale muscolo è di tipo striato.

Il muscolo cardiaco è striato, ma è diverso istologicamente dalle fibrocellule muscolari scheletriche volontarie.

Il muscolo scheletrico volontario è costituito di fibrocellule con dei nuclei alla periferia e le fibrocellule sono di origine

sinciziale.

Nel caso, invece, del miocardio (muscolatura striata cardiaca) abbiamo i MIOCARDIOCITI che sono individuali e

l’unico nucleo tondeggiante si trova al centro; eppure, nonostante non abbia delle strutture sinciziali, il miocardio dal 45

punto di vista funzionale è definito come sincizio, poiché ci sono le GAP-JUNCTION (giunzioni comunicanti), che

permettono alle sostanze di una cellula di passare nell’altra e il citoplasma delle cellule è in collegamento.

Le cellule sono quindi adese in modo stretto, poiché ci sono desmosomi e le GAP-JUNCTION.

Questo tipo di struttura microscopica è molto importante, poiché lo stimolo elettrico può propagarsi alle fibrocellule

muscolari attigue (fa da passaparola). Questo è molto importante, poiché se considero la disposizione dei

MIOCARDIOCITI (che è a spirale intorno all’apice del cuore), permettono all’impulso di passare tra loro dall’apice

alla base del cuore e il cuore stesso subisce una contrazione.

Ma dato che si contraggono prima i miocardio citi della base e poi quelli all’apice, ne consegue che il sangue tende ad

essere spinto verso l’alto, nella fase di SISTOLE VENTRICOLARE. Si tenga conto che l’onda di contrazione

ventricolare va dall’apice alla base del cuore, ma per quanto riguarda la fase di SISTOLE VENTRICOLARE

CARDIACA.

In altre parole, come accennato in precedenza, il miocardio è costituito prevalentemente da tessuto muscolare. Sebbene

l’attività del muscolo cardiaco sia ovviamente involontaria, tale muscolo è di tipo striato.

Tuttavia, a differenza del muscolo striato scheletrico, esso non è di tipo sinciziale. I miocardio citi sono entità distinte e

mononucleate, e non si fondono mai con le cellule attigue. Tuttavia, cellule vicine sono fra loro in profonda connessione

funzionale per il tramite dei dischi intercalari, strutture giunzionali specializzate che tengono le cellule strettamente

adese (mediante desmosomi) ed in collegamento elettrico mediante le gap junctions. Queste strutture permettono allo

stimolo contrattile di propagarsi attraverso la muscolatura. Pertanto, la regolare disposizione dei miocardio citi aggiunta

alla disposizione a spirale dei vari strati muscolari, permettono al cuore di lavorare efficacemente come se fosse una

singola cellula estremamente estesa. Per questo motivo, il muscolo cardiaco è spesso etichettato con il termine di

sincizio funzionale. ANATOMIA DI SUPERFICIE DEL CUORE

A dispetto delle rappresentazioni schematiche, il cuore non è collocato al centro della cavità toracica, né è disposto

ortogonalmente rispetto al piano sagittale. In effetti il cuore è spostato a sinistra rispetto al piano sagittale mediano, con

esso forma un angolo ed è lievemente ruotato verso il proprio lato sinistra.

Ricordiamo che il cuore in situ è:

• INCLINATO

• SPOSTATO

• RUOTATO

Che il cuore sia spostato rispetto alla linea mediana lo si comprende dalla seguente osservazione. La parte superiore del

cuore, detta base, è collocata quasi in posizione retro sternale all’altezza della III cartilagine costale, mentre l’apice

(l’estremità a punta arrotondata del cuore) è a circa 7,5 cm dalla linea mediana che attraversa lo sterno.

L’apice del cuore arriva alla quinta cartilagine costale.

L’effetto dell’inclinazione del cuore si evidenza come segue. Incasellando il cuore in situ in un ipotetico quadrato di cui

ogni lato sia chiamato margine, il margine superiore comprende la base del cuore (atri e base dei vasi), il margine destro

è formato dall’atrio destro, il margine inferiore dal ventricolo destro ed il margine sinistro è formato dal ventricolo

sinistro ed una piccola porzione di atrio sinistro.

Se il cuore non fosse stato ruotato, mi aspetterei di vederlo con un atrio destro e ventricolo destro, atrio sinistro e

ventricolo sinistro di fronte.

Ma il cuore ci mostra di più la faccia destra e ci mostra poco quella sinistra.

Il margine superiore comprende la base del cuore ed in parte, proprio l’uscita dei vasi e gran parte dell’atrio destro.

Il margine destro è costituito dall’atrio destro. Il margine inferiore dal ventricolo destro e il margine destro dalla parte

del ventricolo sinistro e l’atrio sinistro lo si vede poco e questo dà ragione del fatto che il cuore è ruotato.

In un trauma la parte che viene danneggiata del cuore (come una perforazione, anche superficiale) è la parte destra del

cuore, poiché, a causa della rotazione, è quella più evidente. La parte sinistra è nascosta dietro.

Questo fatto sicuramente è un vantaggio, poiché la parte destra del cuore è quella che più tollera eventuali deficit

funzionali.

Il cuore è retro sternale ed è facilmente vulnerabile.

Con degli urti violenti, i ginnasti possono andare anche in arresto cardiaco temporaneo. In questo caso si dovrebbe

procedere col massaggio cardiaco. 46

ANATOMIA DI SUPERFICIE DEL CUORE PARTE 2

Il cuore si compone di due atri e due ventricoli.

I ventricoli sono più sviluppati degli atri. Le valvole esternamente non le vediamo, ma già dall’anatomia di superficie

vediamo la compartimentazione del cuore per quanto riguarda ATRI e VENTRICOLI.

E’ il SOLCO CORONARICO, dove scorrono le CORONARIE. Il nome deriva dal fatto che sembrano una sorta di

corona, disposte a circondare il cuore, se lo immaginiamo come un volto.

Gli atri si presentano abbastanza piccoli e, ad atrio vuoto, c’è una struttura esterna espandibile. Detta viene definita

AURICOLA. Questa si gonfia quando l’atrio è nella fase prima della SISTOLE ATRIALE, proprio quando si sta

riempiendo di sangue. L’AURICOLA si svuota quando l’atrio si svuota.

Sotto ci stanno i due ventricoli.

La suddivisione in atrio destro e sinistro esternamente non è molto evidente. Posso però basarmi sui vasi, anche se non

ho dei solchi come quello CORONARICO.

I due ventricoli sottostanti sono chiaramente distinguibili dall’esterno, poiché i loro limiti anatomici, vengono come

rimarcati esternamente dai SOLCHI INTERVENTRICOLARI (e ce ne sono uno anteriore ed uno posteriore).

Se il cuore lo guardassi di fronte o dorsalmente, vedrei sempre il solco interventricolare.

A fresco, sostanzialmente, i solchi coronarici appaiono riempiti da una sostanza biancastra-giallognola. Detta sarebbe la

riserva privata del cuore di lipidi.

In questo tessuto adiposo che circonda il cuore circolano le coronarie.

Ogni rappresentazione del cuore in situ in cui il ventricolo destro non sia largamente appoggiato sul diaframma, è da

considerarsi errata. Ricordiamo che il cuore è legato al diaframma grazie ad un legamento. 47

In altre parole, come già detto, il cuore si compone di due atri e due ventricoli. L’anatomia di superficie del cuore rivela

chiaramente che gli atri hanno dimensioni minori rispetto ai ventricoli, dai quali sono separati dal solco coronario. Gli

atri posseggono una sorta di appendice, detta auricola, che rappresenta la componente espandibile dell’atrio.

Al di sotto degli atri, separati dal solco coronario, si trovano i due ventricoli. Mentre la separazione esterna degli altri

non è particolarmente pronunciata, i due ventricoli sono chiaramente distinguibili grazie alla presenza del solco

interventricolare anteriore e del solco interventricolare posteriore.

Lungo i solchi coronario ed i due solchi interventricolari è alloggiato del tessuto adiposo, entro cui scorrono vasi venosi

ed arteriosi responsabili della vascolarizzazione cardiaca.

ANATOMIA INTERNA DEL CUORE

Abbiamo detto che gli atri sono piuttosto simili (sia quello destro che quello sinistro), mentre i due ventricoli è meglio

vederli distinti, poiché sono delle concamerazioni con rilevanze strutturali piuttosto importanti.

I vasi che raccolgono il sangue sono le VENE e lo portano agli ATRI.

Dal punto di vista della morfologia e dell’anatomia del MIOCARDIO. I due atri hanno la stesse caratteristiche, poiché

la pressione che devono imprimere al sangue e piuttosto uguale.

Certamente abbiamo dei differenti vasi di arrivo ai due atri. Se non cos’ non fosse, non avremmo l’assolvere funzione

propria del cuore e di tutta la doppia circolazione.

Questo a prescindere dal tipo di sangue (VENOSO-ARTERIOSO).

All’atrio destra arrivano tre vasi e, pertanto avrò tre sbocchi sulla parete dell’ATRIO DESTRO. Questi vasi sono:

• VENA CAVA SUPERIORE: drena il circolo del capo, del torace degli arti superiori ecc…

• VENA CAVA INFERIORE: drena il sangue dei visceri addominali e degli arti inferiori

• SENO CORONARIO O CORONARICO: drena la circolazione cardiaca con una propria circolazione,

quella CORONARICA.

Il SETTO INTERVENTRICOLARE sul lato destro presenta una lieve depressione, è la FOSSA OVALE, nonché il

residuo del FORO OVALE, che garantiva la corretta circolazione fetale (pag 37-38).

Se guardassi la cavità degli atri, vedo che comunicano con i ventricoli. Inoltre, restando a livello della parte destra del

cuore, vedo una struttura fibrosa (connettivale) che possiede tre lembi rozzamente triangolari. Questa è la VALVOLA

TRICUSPIDE.

Se mi spostassi all’atrio sinistro, vedrei 4 fori sulla sua parete e questi sono i 4 sbocchi delle VENE POLMONARI:

• VENA POLMONARE DESTRA

• VENA POLMONARE DESTRA

• VENA POLMONARE SINISTRA

• VENA POLMONARE SINISTRA

L’ATRIO SINISTRO non presenta alcun RITORNO VENOSO (se ci riferiamo alla tipologia di sangue), poiché arriva

soltanto del sangue ossigenato ed il ritorno è solo POLMONARE, altrimenti avrei una COMMISTIO SANGUINIS.

Il setto interatriale sul lato sinistro non presenta alcuna depressione.

La comunicazione con il ventricolo sinistro è permessa dalla VALVOLA MITRALE BICUSPIDE o VALVOLA

ATRIOVENTRICOLARE SINISTRA e queste valvole servono per garantire l’unidirezionalità del flusso ematico (dagli

atri ai ventricoli), affinché l’efficienza di pompa sia garantita. 48

La VALVOLA TRICUSPIDE è tenuta in sede da delle strutture connettivali ( sono dei FUNICOLI CONNETTIVALI

TENDINEI), che ancorano questa valvola ai MUSCOLI PAPILLARI.

In altre parole, alla relativamente semplice anatomia di superficie del cuore, fa da contrappunto un’anatomia

interna assai più articolata, per cui le singole concamerazioni saranno analizzate separatamente. Si tenga

comunque conto che funzionalmente entrambi gli atri sono simili, dato che raccolgono sangue e lo inviano ai

ventricoli. I ventricoli invece, per effetto della diversa forza con cui devono spingere il sangue, sono fra loro

meno simili.

La parete dell’atrio dx presenta tre fori, che indicano i vasi tributari di questa cavità. Essi sono la vena cava

superiore(drena testa, collo, torace ed arti superiori), la vena cava inferiore(drena resto del tronco, visceri ed arti

inferiori) ed il seno coronario(drena la circolazione cardiaca). Il setto interatriale presenta la fossa ovale(residuo del

foro ovale), mentre la comunicazione con il ventricolo dx è regolata dalla presenza della valvola atrioventricolare dx o

tricuspide.

La parete dell’atrio sx presenta quattro fori, che corrispondono agli sbocchi delle vene polmonari(due per polmone). Il

setto interatriale non presenta alcun segno del foro ovale e la comunicazione con il ventricolo sx è regolata dalla

presenza della valvola atrioventricolare sx o bicuspide.

Il ventricolo destro possiede una parete marcatamente più sottile di quella del ventricolo sinistro e quindi le due

concamerazioni dei due ventricoli devono lavorare in modo ovviamente differente (questo lo si capisce molto bene).

I VENTRICOLI

I ventricoli, in effetti, possiedono questa differenza importante dal punto di vista strutturale ( nel miocardio) ed è

importante poiché arrivano due circoli differenti.

A livello del miocardio c’è una componente muscolare nettamente superiore rispetto alla componente muscolare

contenuta nel miocardio a livello del ventricolo destro.

Il ventricolo destro deve dare la spinta al sangue, affinché venga spinto nella circolazione polmonare, mentre il

ventricolo destro deve dare una spinta molto più grossa al cuore, affinché esso si porti a livello della CIRCOLAZIONE

SISTEMICA.

E’ intuibile che quando il sangue esce dal ventricolo destro, deve percorrere 15-20 centimetri e poi è a livello dei

polmoni (e qui viene ossigenato) e servirà una minore pressione rispetto al sangue che deve essere pompato a metri di

distanza.

Ma c’è anche un’altra motivazione:

L’epitelio respiratorio, essendo sottile è estremamente delicato e il sangue deve arrivare con una pressione bassa a

livello degli alveoli polmonari, proprio perché deve garantire l’integrità strutturale della superficie respiratoria.

Se il cuore pompasse sangue con troppa pressione nel piccolo circolo, si avrebbe un EDEMA POLMONARE (con

accumulo di liquidi nel polmone). Sarebbe quindi un grave danno che, oltre a portare ad insufficienza respiratoria,

porterebbe conseguentemente ad insufficienza cardiaca (il sangue è poco ossigenato).

Il ventricolo sinistro deve pompare sangue con una pressione decisamente più alta rispetto a quella del ventricolo destro

(circa 6-7 volte più intensamente) e deve anche cambiare la pressione sulla base delle ESIGENZE METABOLICHE. 49

IL ventricolo può dosare quindi la pressione in uscita.

Se in condizioni standard una persona ha una pressione 110/80, anziché 120/80 è uno stato più o meno normale

standard a riposo.

Se prendessi una persona in eccitamento muscolare, la pressione aumenta, poiché il ventricolo può giostrare questa

capacità.

Il ventricolo destro non può farlo questo, poiché ci sono dei veri e propri limiti funzionali.

L’attività contrattile del ventricolo sinistro è molto importante, anche perché coadiuva l’attività del ventricolo destro.

Possiamo allora vedere il ventricolo destro come una TASCA costruita sul ventricolo sinistro.

Se subentra un danno al miocardio del ventricolo destro, la funzione del ventricolo destro è comunque aiutata

dall’attività del ventricolo sinistro, che è come se lo tirasse seco. Tutto questo grazie all’enorme strato di muscolatura

che lo avvolge.

Quindi, il funzionamento del ventricolo sinistro aiuta il ventricolo destro. Questo ci fa capire perché, tempo addietro,

dicevamo che il ventricolo destro è quello che, in vaso di danni, tollera meglio deficit funzionali.

In altre parole, i ventricoli sono concamerazioni assai più voluminose degli atri, tuttavia esistono consistenti differenze

dimensionali fra ventricolo dx e sn. La differenza nasce dalle differenti esigenze funzionali, dato che il ventricolo dx

deve imprimere al sangue una pressione sufficiente a raggiungere i polmoni (distanti poche decine di cm) ma anche

contenuta per non danneggiare i delicatissimi capillari della superficie respiratoria. Il ventricolo sx, al contrario, deve

imprimere al sangue una spinta sufficiente a raggiungere il letto capillare di tutti i distretti corporei, anche in condizioni

di sforzo, quanto più sangue è richiesto per sostenere una più intensa attività metabolica. L’effetto finale è che il

ventricolo sx pompa sangue ad una pressione 6-7 volte superiore a quella del ventricolo dx, pertanto la parete del

ventricolo sx è molto più spessa. L’attività contrattile del ventricolo sxètale da rivelarsi un fondamentale complemento

per il ventricolo dx, la cui attività contrattile dipende largamente dal trasferimento di forza proveniente dal ventricolo

sx. IL VENTRICOLO DESTRO

Il ventricolo destro presenta delle estroflessioni muscolari, dette MUSCOLI PAPILLARI, a cui si connettono le

CORDE TENDINEE, che a loro volta si attaccano alla valvola atrio-ventricolare destra. Questi funicoli tendinei hanno

il compito, ovvio, di mantenere la valvola in sede durante la SISTOLE VENTRICOLARE ed evitare che si ribaltino

dalla parte degli atri.

Le valvole, essendo in condizioni di protrusione nel ventricolo, quando questo va in SISTOLE VENTRICOLARE, il

sangue tende ad andare verso l’alto. Ovviamente è ostacolato in questo dalle valvole che, per ragioni di emodinamica,

vengono spinte in su dal sangue stesso e toccandosi i tre lembi, impediscono il passaggio del sangue negli atri.

Possiamo dire che le corde tendinee, oltre ad impedire il ribaltamento, sono importanti perché fungono da CARDINI.

Se non fosse così, dovrei parlare di PROLASSO DELLE VALVOLE e per diverse ragioni anatomiche-patologiche, la

valvola non fa bene il proprio mestiere e non protrude nella cavità del ventricolo. Ne consegue che appena abbiamo loa

SISTOLE VENTRICOLARE, c’è un reflusso di sangue e con il fonendoscopio posso sentire quello che viene chiamato

SOFFIO CARDIACO.

E’ tuttavia qualcosa di asintomatico nella maggior parte dei casi e il prolasso avviene in molti casi.

A lungo andare, però, diventa dannoso per il cuore, che pompa con più fatica, e diminuisce inoltre la sua attività.

Spostiamoci dall’atrio al ventricolo, vedo che l’ingresso nel ventricolo destro è il CONO ARTERIOSO

(superiormente), che fa parte ancora al ventricolo destro e da qui il sangue passa al TRONCO POLMONARE (un vero

e proprio vaso) e poi questo si divide nelle ARTERIE POLMONARI.

Come tutti i pertugi a livello cardiaco, è importante che ci siano le valvole anche in questa sede, poiché il sangue dal

ventricolo deve andare al TRONCO POLMONARE, ma quando il ventricolo va in DIASTOLE, tende a richiamare per

risucchio il sangue che è andato a livello delle ARTERIE POLMONARI.

Chi interviene per impedire il reflusso del sangue nuovamente al ventricolo destro?

Sono le VALVOLE SEMILUNARI o A NIDO DI RONDINE; che impediscono il reflusso. Sono anche definite come

VALVOLE SEMILUNARI DESTRE oppure VALVOLE POLMONARI.

Sono delle strutture a semiluna e sono tre lembi che s’incastrano perfettamente tra loro e chiudono la colonna del

sangue in uscita.

Si tratta di una struttura tripartita, che non necessita di essere trattenuta da corde tendinee dato che la sua struttura

geometrica è tale da garantire la tenuta anche senza un ancoraggio vero e proprio.

Il CONO ARTERIOSO ci ricorda l’anatomia dei pesci. Ma ricordiamoci che il termine è stato mutuato dall’anatomia

umana.

Il sangue è pertanto pompato dal ventricolo dx al tronco polmonare attraverso il cono arterioso mentre le valvole

semilunari sono aperte. Durante la diastole ventricolare, mentre il sangue continua il suo tragitto imboccando le arterie

polmonari dx e sn, le valvole si chiudono ed evitano il reflusso a livello ventricolare.

In altre parole, la parete del ventricolo dx è costellata di estroflessioni muscolari dette muscoli papillari. Ai muscoli

papillari sono agganciate le corde tendinee, strutture fibrose che si continuano direttamente con la valvola atrio-

ventricolare dx(tricuspide)e che hanno la funzione di trattenere la valvola durante la sistole ventricolare. Caratteristica

poi del ventricolo dx è la presenza di un fascio muscolare, detto banda moderatrice, coinvolta nella conduzione dello

stimolo contrattile. Superiormente il ventricolo presenta il cono arterioso, che si continua poi con il tronco polmonare.

50

Il passaggio dal cono arterioso (cuore) al tronco polmonare (vaso) è segnato dalla presenza della valvola semilunare dx

o valvola semilunare polmonare.

Allora il sangue ha come unica uscita il TRONCO ARTERIOSO e poi si porta al TRONCO POLMONARE (prima

della biforcazione dell’ARTERIA POLMONARE) e vedo delle valvole semilunari che impediscono il reflusso di

sangue. IL VENTRICOLO SINISTRO

Il ventricolo sinistro presenta due muscoli papillari che hanno le corde tendinee e sono attaccati ai due lembi della

valvola bicuspide. In seguito alla sistole ventricolare, il sangue non torna agli atri ed esce per l’aorta ascendente (nonché

il TRONCO ARTERIOSO), che è regolato nel suo accesso dalle valvole di sinistra (che sono uguali a quelle di destra).

Alla base dell’AORTA ASCENDENTE ( di sinistra) sono presenti delle piccole introflessioni dellòa parete aortica detti

SENI AORTICI, che impediscono che le valvole, quando sono aperte, sbattano contro le pareti del vaso, poiché la

pressione in questo comportamento è davvero altissima e si preferiscono evitare i danni.

Ma non solo questo:

Proprio all’altezza dei SENI AORTICI, si ha la immediata diramazione di un vaso che origina le ARTERIE

CORNARIE di destra e di sinistra), della CIRCOLAZIONECORONARICA (il cuore prima di tutto pensa a sé).

I due grossi TRONCHI ARTERIOSI in uscita dal ventricolo destro e sinistro, sono ben posizionati dalla presenza del

LEGAMENTO ARTERIOSO, ed è quel legame che una volta era il DOTTO ARTERIOSO della

CIRCOLAZIONEFETALE. [INSERTO ANATOMIA UMANA]

Al momento della nascita, il feto deve emettere il primo vagito ed è un momento cruciale.

E’ un momento in cui tutto viene rivoluzionato nel sistema cardiaco e respiratorio.

Quando c’è il parto, la placenta viene lacerata e il feto va in situazione di apnea (fase del DELIVERY – espulsione ).

Col primo vagito si spalancano i polmoni e anche i vasi intorno ai polmoni e si crea un forte TIRAGGIO (è aperta una

via che prima era chiusa).

Il ventricolo destro ha la strada aperta per buttare il sangue non ossigenato, poiché dalla placenta non arriva più sangue

ossigenato.

Il sangue non ossigenato va nel sesto arco aortico e l’arteria polmonare ora TIRA, quindi il sangue procede nei polmoni

e il DOTTO ARTERIOSO PERDE la sua capacità di aspirare il sangue, poiché tira molto meno in confronto al

polmone.

Al polmone il sangue torna al cuore nell’trio sinistro e entra in grande quantità. Il forame ovale possiede una valvola

che spinge nell’atrio sinistro, che è chiuso dal SANGUE, che arriva nell’atrio sinistro.

Diciamo che l’atrio destro e sinistro sono distinti.

La valvola è sigillata da un tessuto CICATRIZIALE nel versante destro dell’atrio e forma la FOSSA OVALE, che è un

residuo del foro ovale. Ci sono quindi due comparti completamente ostruiti dell’atrio destro e sinistro.

Il ventricolo destro butta il sangue in ARTERIA POLMONARE e il DOTTO ARTERIOSO per un po’ di tempo

rimane: solo in un secondo momento viene riempito da un tessuto connettivo e diventa un LEGAMENTO

ARTERIOSO. [FINE INSERTO ANATOMIA UMANA]

Il TRONCO ARTERIOSO e l’ARCO dell’AORTA sono soggetti ad una grande pressione e un po’ si muovono, ma

sono tenuti comunque in sede grazie al DOTTO ARTERIOSO.

In realtà, il SUONO del cuore dipende dalle valvole che sbattono. Il primo tono che si sente è quello generato dalla

FINE DELLA SISTOLE VENTRICOLARE, con la chiusura della valvola atrio-ventricolare.

Il secondo tono è la FINE DELLA SISTOLE VENTRICOLARE e l’inizio della DIASTOLE VENTRICOLARE

(nonché lo sbattimento delle valvole semilunari).

Alla base ho il SENO AORTICO, alla base della quale si diparte la CIRCOLAZIONECORONARICA.

In altre parole, come per il ventricolo dx, anche la parete del ventricolo sx presenta muscoli papillari(due), cui sono

agganciate le corde tendinee. Le corde trattengono la valvola atrio-ventricolare sx(bicuspide o mitrale) durante la

sistole ventricolare. Dal ventricolo il sangue passa all’aorta ascendente attraversando la valvola semilunare sx(o

aortica), strutturalmente sovrapponibile a quella dx. La base dell’aorta ascendente presenta tre rigonfiamenti, detti seni

aortici, che evitano l’urto delle valvole direttamente contro la parete dell’aorta. Proprio a livello di un seno aortico

originano le due arterie coronarie (dxe sn), responsabili dell’irrorazione cardiaca. L’aorta ascendente piega poi a

livello dell’arco aortico, da cui parte la circolazione sistemica. Arco aortico e tronco polmonare sono uniti dal

legamento arterioso, residuo del dotto arterioso di cui si è parlato a proposito della circolazione fetale.

Il tipico suono del battito cardiaco auscultabile con lo stetoscopio, dipende dall’attività delle valvole durante l’attività

cardiaca. Il primo tono è dato dalla chiusura delle valvole atrioventricolari(inizio sistole ventricolare), il secondo tono

dalla chiusura delle valvole semilunari (inizio diastole ventricolare). L’azione delle valvole è quella di garantire

l’unidirezionalità del flusso ematico, ossia di impedire il reflusso nelle cavità cardiache durante le contrazioni. Qualora

le valvole non funzionino in modo adeguato, si generano suoni (soffi) percepibili tramite adeguate strumentazioni. Non

sempre lievi imperfezioni valvolari compromettono la funzionalità cardiaca, ma severi difetti compromettono

seriamente l’efficienza dell’azione di pompa e, se persistenti, sono ovviamente incompatibili con la vita.

CIRCOLAZIONE CORONARICA 51

Il cuore non può lavorare in condizioni di apnea, e ha bisogno di moltissimo ossigeno.

Sono irrorati primariamente quelli definiti ORGANI NOBILI, che sono ENCEFALO, CUORE e RENI.

Ovviamente, il cuore sarà irrorato dal sangue di primissima qualità, poiché il sangue che esce dal cuore stesso torna

subito ad esso grazie ai vasi coronarici.

L’arteria coronaria dx irrora l’atrio dx(comprese le strutture di conduzione) e parte di entrambi i ventricoli. L’arteria

coronaria dx decorre anteriormente entro il solco coronario, da cui emette rami atriali(per l’atrio dx) e marginali

(ventricolo dx). Seguendo il solco coronario gira intorno al margine dx del cuore e, posteriormente, origina l’arteria

interventricolare posteriore, che irrora entrambi i ventricoli.

Si tenga ben in mente che non si vede ANASTOMOSI tra i vasi di una stessa tipologia che fanno parte della

circolazione coronarica ( Un’ARTERIA CORONARIA ne può generare altre due di calibro più piccolo, ma tra queste

due non ci sono dei collaterali di unione. Se viene occluso il passaggio a monte di una di queste due, i tessuti che essa

andava ad irrorare si trovano non più nutriti. L’unica anastomosi tra vasi è quella tra vene ed arterie, per garantire il

ritorno di sangue al cuore.

In caso in cui vi sia un’arteria bloccata a monte, allora bisogna intervenire chirurgicamente con un bypass artificiale.

In altre parole, il cuore svolge un’incessante attività, durante tutta la vita dell’individuo. La sua attività di respirazione

cellulare, necessaria a produrre l’ATP utile alla contrazione è altrettanto incessante e assolutamente dipendente dalla

disponibilità di O2. Pertanto i primi vaio in assoluto a staccarsi dall’aorta ascendente sono le arterie coronarie dx e sn.

L’arteria coronaria dx irrora l’atrio dx(comprese le strutture di conduzione) e parte di entrambi i ventricoli. L’arteria

coronaria dx decorre anteriormente entro il solco coronario, da cui emette rami atriali(per l’atrio dx) e marginali

(ventricolo dx). Seguendo il solco coronario gira intorno al margine dx del cuore e, posteriormente, origina l’arteria

interventricolare posteriore, che irrora entrambi i ventricoli.

L’arteria coronaria sx, origina il ramo interventricolare anteriore, che discende lungo il cuore irrorando il miocardio

ventricolare ed il setto interventricolare. Le sue diramazioni non si anastomizzano con altri vasi. Un secondo ramo che

nasce dalla biforcazione della coronaria sx è il ramo circonflesso che decorre lungo il solco coronario (porzione sx) e si

sposta nella regione posteriore del cuore.

Dopo la capilarizzazione, il sangue refluo è drenato dalle vene cardiache, tutte tributarie del seno coronario, che sbocca

a sua volta nell’atrio dx.

Ovviamente, se ho un’irrorazione arteriosa ho anche un drenaggio venoso, con il recupero del sangue e allora ho anche

delle VENE CORONARICHE tributarie del SENO CORONARIO, che abbiamo visto buttare nell’atrio destro.

Quindi, appena il sangue esce prende la via della circolazione coronaria e poi il sangue stesso drenato, torna subito al

cuore tramite il SENO CORONARIO, dopo essere stato drenato dalle vene. E’ un sangue che quindi non passa alla

circolazione sistemica.

La coronaria di sinistra non comunica con la coronaria di destra. La motivazione appare evidente: non c’è anatomosi.

CICLO CARDIACO

L’efficacia della contrazione cardiaca dipende dalla sequenza ordinata delle contrazioni di atri e ventricoli.

La sequenza deve essere ordinata, precisa; non ci può essere disorganizzazione dell’attività del cuore.

Affinché il sangue sia spinto in modo unidirezionale dagli atri ai ventricoli, e dai ventricoli ai vasi arteriosi, occorre

infatti che le cavità cardiache si contraggano in sequenza e non contemporaneamente.

ATRIO e VENTRICOLO non devono fare SISTOLE assieme. Prima devono fare sistole gli atri e poi i ventricoli.

Queste concamerazioni non lavorano tanto per termini di parte (destra e sinistra). La suddivisione è funzionale.

Durante la sistole ventricolare, gli atri possono andare in DIASTOLE, poiché il loro lavoro lo hanno già fatto.

E’ importante che i tempi siano rispettati rigorosamente.

E’ importante che i ventricoli possano svuotarsi (anche non accade completamente) per tutta quella che è la loro gittata,

prima che gli atri vadano nuovamente in sistole per riempire il ventricolo.

Le valvole quindi devono andare prima in un senso e poi nell’altro in modo ben preciso e organizzato per garantire

l’efficienza di pompa.

C’è una sincronizzazione del movimento.

Il cuore deve battere regolarmente e occorre che regioni del cuore siano stimolate alla contrazione in modo differenti.

La sistole atriale deve esaurirsi prima della sistole ventricolare, così come la diastole atriale deve concludersi prima

della diastole ventricolare.

Il cuore contiene regioni in grado di generare autonomamente il ritmo del battito cardiaco, che si compone di fasi di

contrazione, o sistole, e fasi di rilassamento, o diastole. 52

Se mettessi il cuore fuori dall’organismo, continuerebbe a battere tranquillamente, poiché la sincronizzazione del battito

non dipende dal cervello.

Le fasi del ciclo cardiaco sono quindi insite nel cuore stesso.

In altre prole, l’efficacia della contrazione cardiaca dipende dalla sequenza ordinata delle contrazioni di atri e ventricoli.

Affinché il sangue sia spinto in modo unidirezionale dagli atri ai ventricoli, e dai ventricoli ai vasi arteriosi, occorre

infatti che le cavità cardiache si contraggano in sequenza e non contemporaneamente. Il cuore contiene regioni in grado

di generare autonomamente il ritmo del battito cardiaco, che si compone di fasi di contrazione, o sistole, e fasi di

rilassamento, o diastole. Gli atri ed i ventricoli si contraggono in tempi diversi, per cui la sistole atriale spinge il sangue

nei ventricoli rilassati, poi la sistole ventricolare dapprima chiude le valvole atrioventricolari, poi spinge il sangue nel

tronco polmonare e nell’aorta. Infine, atri e ventricoli cominciano a riempirsi passivamente durante la sistole.

Gli atri sono pieni, essendo pieni ho i ventricoli che sostanzialmente sono voti (in fase di DIASTOLE). I due atri

entrano in sistole e il sangue che era entrato negli atri precedentemente entra nei ventricoli.

Le valvole atrioventricolari sono aperte verso il basso. A ventricoli pieni inizia la fase di contrazione ventricolare

(SISTOLE VENTRICOLARE) e il sangue tende ad essere spinto agli atri, ma le valvole atrio-ventricolari sbattono

impedendo il reflusso. Per contro, visto il peso del sangue e la forza di contrazione della muscolatura del ventricolo, le

valvole semilunari destre e sinistre dei vasi si aprono verso il basso e permettono alla colonna di sangue di passare nel

tratto successivo.

A questo punto il ventricolo entra in fase di DIASTOLE, e per forza passiva tende a risucchiare il sangue dai vasi.

Quando questi tendono a spostarsi verso l’alto, permettono la chiusura delle valvole a nido di rondine che li precedono e

il ventricolo può riempirsi indisturbato col sangue che proviene dagli atri. Gli atri si sono riempiti mentre il ventricolo

era in fase di SISTOLE. Appena il ventricolo è andato in fase di DIASTOLE, gli atri hanno buttato nel ventricolo il loro

sangue.

Da questo ciclo abbiamo capito quanto il miocardio da solo faccia poco. Infatti, servono assolutamente anche le

VALVOLE.

Ci deve essere una certa sinergia dei processi. Tutto questo, però, avviene perché a livello del cuore abbiamo un’attività

elettrica autonoma. MIOCADIO[INSERTO ANATOMIA UMANA]

In altre parole, come accennato in precedenza, il miocardio è costituito prevalentemente da tessuto muscolare. Sebbene

l’attività del muscolo cardiaco sia ovviamente involontaria, tale muscolo è di tipo striato.

Tuttavia, a differenza del muscolo striato scheletrico, esso non è di tipo sinciziale. I miocardio citi sono entità distinte e

mononucleate, e non si fondono mai con le cellule attigue. Tuttavia, cellule vicine sono fra loro in profonda connessione

funzionale per il tramite dei dischi intercalari, strutture giunzionali specializzate che tengono le cellule strettamente

adese (mediante desmosomi) ed in collegamento elettrico mediante le gap junctions. Queste strutture permettono allo

stimolo contrattile di propagarsi attraverso la muscolatura. Pertanto, la regolare disposizione dei miocardio citi aggiunta

alla disposizione a spirale dei vari strati muscolari, permettono al cuore di lavorare efficacemente come se fosse una

singola cellula estremamente estesa. Per questo motivo, il muscolo cardiaco è spesso etichettato con il termine di

sincizio funzionale. [FINE INSERTO]

Allora, quando genero degli stimoli in modo corretto e li distribuisco in modo corretto, posso dare una coordinazione al

cuore. Quindi, a monte di quello visto prima, c’è l’attivazione elettrica del cuore con delle cellule che si depolarizzano e

si ripolarizzano continuamente e questo rappresenta la genesi degli stimoli elettrici del cuore.

Come più volte ribadito, l’attività contrattile del cuore è autonoma ed automatica. Questo dipende da particolari cellule

muscolari, la cui membrana è in grado di depolarizzarsi spontaneamente e ritmicamente. Lo stimolo generato viene poi

condotto attraverso il cuore di modo che i cardiomiociti si contraggano secondo una sequenza ordinata.

Abbiamo due distretti PACEMAKER (conta passo o segna passo).

Questi due sono:

• NODO SENO-ATRIALE

• NODO ATRIO-VENTRICOLARE

Partiamo dal NODO SENO-ATRIALE ed è collocato nella parete posteriore dell’ATRIO DESTRO (è un nodo di

cellule che si depolarizzano in seguito ad un potenziale di azione che poi si propaga tra le cellule grazie alle TIPE-

JUNCTION.

Ora, lo stimolo generato dal nodo seno atriale viene condotto ai cardiomiociti degli atri e, tramite specifiche fibre di

conduzione (vie internodali) alla seconda regione pacemaker, il nodo atrioventricolare(nel pavimento atrio dx).

Si è accesa la regione del nodo seno-atriale e manda le informazioni ai miocardiociti degli atri e questi mandano

l’impulso al nodo atrio-ventricolare.

Ma lo stimolo non va subito ai ventricoli così com’è, e lo stimolo non viene subito mandato ai miocardiociti del

ventricoli, ma manda lo stimolo lungo il fascio interventricolare, che essendo fibroso non permette allo stimolo di

disperdersi al ventricolo. Quindi questa regione è elettricamente isolata.

Lo stimolo arriva così intatto all’apice del cuore (dove si sfioccano le cellule del purkinje). 53

In altre parole, come più volte ribadito, l’attività contrattile del cuore è autonoma ed automatica. Questo dipende da

particolari cellule muscolari, la cui membrana è in grado di depolarizzarsi spontaneamente e ritmicamente. Lo stimolo

generato viene poi condotto attraverso il cuore di modo che i cardiomiociti si contraggano secondo una sequenza

ordinata. I distretti responsabili della contrazione cardiaca sono i nodi seno atriale ed atrioventricolare. Il nodo seno

atriale è la prima zona pacemaker (segnapasso), collocata nella parete posteriore dell’atrio dx. Lo stimolo generato dal

nodo seno atriale viene condotto ai cardiomiociti degli atri e, tramite specifiche fibre di conduzione (vie internodali) alla

seconda regione pacemaker, il nodo atrioventricolare(nel pavimento atrio dx). Dal nodo atrioventricolare, lo stimolo alla

contrazione corre lungo il fascio atrioventricolare, collocato entro il setto interventricolare che, essendo di natura

fibrosa,funge da isolante elettrico. Lo stimolo arriva così intatto all’apice del cuore. Qui, il tessuto di conduzione origina

numerose fibre, dette fibre di Purkinje. Le fibre di Purkinje risalgono lungo i ventricoli distribuendo lo stimolo ai

cardiomiociti. Dato che lo stimolo giunge alle cellule dall’apice verso la base, anche l’onda di contrazione ventricolare

andrà dall’apice verso la base, il che permette ai ventricoli di spingere il sangue verso l’alto, ove è collocata l’origine

dei vasi arteriosi.

L’attività elettrica del sistema di conduzione è osservabile mediante l’elettrocardiogramma, ove è possibile visualizzare

la depolarizzazione degli atri (onda P) e quella dei ventricoli (complesso QRS). L’ultima onda (ondaT) indica la

ripolarizzazione dei ventricoli.

Nell’elettrocardiogramma la ripolarizzazione degli atri non si vede poiché avviene mentre c’è la depolarizzazione degli

atri. E’ come se fosse nascosta questa fase. VASI

Il sistema circolatorio è un sistema chiuso e il sangue scorre confinato all’interno dei vasi, che a seconda della loro

direzione sono suddivisi in:

• VENE

• ARTERIE

Tra questi due espansi compartimenti ARTERIOSO e VENOSO abbiamo il SISTEMA CAPILLARE.

Se è vera la definizione che abbiamo dato di COMPARTIMENTO ARTERIOSO (veicola il sangue dal cuore alla

periferia) e COMPARTIMENTO VENOSO (raccoglie il sangue dalla periferia e lo porta al cuore), è anche vero che le

condizioni di emodinamica sono diverse tra VENE ed ARTERIE e quindi queste due hanno delle caratteristiche loro

peculiari.

Nel momento in cui ci poniamo che arterie e vene devono essere differenti, dobbiamo dire che le vene raccolgono il

sangue e le arterie lo portano.

Ma dato che ci sono dei momenti funzionali in cui il sangue deve essere ripartito nell’organismo, il compito aspetta alle

arterie che stabiliscono dove il sangue debba andare.

D’altro canto, il compartimento venoso è anche un compartimento di stoccaggio (c’è una zona di riserva) e quindi,

accanto alla funzione di drenaggio del tessuto (e ricordiamo che l’intensità di drenaggio dipende dall’intensità di

irrorazione) c’è un sangue che funge da reservoir.

Se mi togliessero 400gr di sangue, non sarebbe una cosa grave. Il nostro organismo resiste tranquillamente, quindi vuol

dire che abbiamo del sangue in eccesso, altrimenti non potremmo permetterci di perdere sangue.

Inoltre, le comunicazioni tra arterie e vene sono determinate dai capillari, importanti anche per quanto riguarda la

termoregolazione.

Quando c’è freddo, le estremità si raffreddano e sono questi distretti che possono raffreddarsi grazie ai compartimenti

artero-venosi, che si portano più in profondità, mediante un meccanismo di bypass dei capillari più superficiali. Ma

questo lo vedremo più avanti.

Una fondamentale differenza tra i vari tipi di vasi risiede nel loro tipo di parete. 54

Tutte le strutture cave hanno delle pareti e queste pareti sono strettamente responsabili delle loro funzioni.

La TONACA INTIMA; comprende immancabilmente l’ENDOTELIO e una componente elastica CONNETTIVALE.

La tonaca media è costituita prevalentemente da muscolatura liscia, disposta circolarmente ed è importante nel processo

di VASOCOSTRIZIONE (controllato dal sistema nervoso autonomo).

Questa è responsabile nei termini di duttilità dei vasi. Il vaso è difficilmente deformabile, tuttavia è duttile, ma rigido.

In termine di lume, il vaso può cambiare considerevolmente, ma il vaso non può tuttavia modificarsi molto.

Se fosse solo elastico, allora sì, ma della sua parete fa parte uno strato anche di muscolatura liscia.

La TONACA AVVENTIZIA è responsabile della RESISTENZA MECCANICA. La TONACA MEDIA possiede una

grande quantità di muscolatura liscia e le FIBRE COLLAGENE sono anche qui e non solo della TONACA

AVVENTIZIA.

Il fatto che il vaso sia RESISTENTE MECCANICAMENTE è grazie alle fibre collagene, che per lo più sono

concentrate nella TONACA AVVENTIZIA.

Per ragioni emodinamiche e per necessità fisiologiche, le arterie hanno, di norma, pareti più spesse. Elastiche e

resistenti di vene dello stesso calibro.

Nelle VENE c’è la muscolatura, soprattutto in quelle di grosso calibro, anche se ne hanno di più le ARTERIE con lo

stesso calibro.

In altre parole, come già detto, il sistema circolatorio dell’essere umano è un sistema chiuso in cui il sangue è confinato

all’interno dei vasi sanguigni. I vasi sanguiferi si suddividono in ARTERIE (vasi che partono dal cuore), capillari (vasi

in cui avviene lo scambio di sostanze fra il torrente circolatorio ed i fluidi interstiziali) e vene (vasi che ritornano al

cuore). Le caratteristiche strutturali di questi vasi siono ovviamente differenti e rispecchiano in parte il diverso ruolo

funzionale. Si ricordi, comunque, che la distribuzione del sangue a livello sistemico è un’attività estremamente

dinamica, per cui i vasi dovranno essere in grado di distribuire il sangue ai diversi tessuti sulla base delle necessità del

momento. Inoltre, il percorso del sangue, in particolare lungo il compartimento venoso, è influenzato anche dalle

esigenze della termoregolazione. Una fondamentale differenza fra i tipi di vasi risiede nell’organizzazione della loro

parete. Le tre componenti fondamentali sono, dall’interno all’esterno del vaso, la TONACA INTIMA, la TONACA

MEDIA e la TONACA AVVENTIZIA (od esterna). La tonaca intima comprende l’endotelio ed uno strato connettivale

elastico capacità elastica). La tonaca media è costituita prevalentemente da muscolatura liscia disposta circolarmente ed

è responsabile del fenomeno di vasocostrizione (controllato dal sistema nervoso autonomo). La tonaca avventizia è

invece costituita da connettivo, ricco di fibre collagene (resistenza meccanica). Per ragioni emodinamiche e per

necessità fisiologiche, le arterie hanno di norma pareti più spesse, elastiche e resistenti di vene dello stesso calibro.

[pag 640 LIEM] 55

Nei capillari la tonaca intima è quella esclusiva anche se, a valle anche questa si modifica.

[5 righe appunti prof…]

Le arterie che sono vicine al cuore (come l’AORTA ASCENDENTE che origina l’ARCO dell’AORTA) sono soggette

a maggiori pressioni; è chiaro che questi vasi sono dei vasi soggetti a forti differenze di pressione, poiché subiscono una

pressione sistolica ad ogni sistole ventricolare ed ogni pressione diastolica ogni diastole ventricolare. Ne comprendiamo

allora che questi vasi debbano possedere una forte elasticità, poiché la pressione è 70-110 continuamente.

Quando la pressione cala, l’energia che ha immagazzinato l’AORTA durante lo spostamento della parete elastica

(allargamento) dovuto alla sistole ventricolare, viene ri-emessa sottoforma di energia cinetica e quindi moto.

Ne consegue che anche l’aorta ha contribuito a spingere il sangue in circolo.

Il vaso non si rompe, poiché essendo elastico, per condizione di elasticità fisiologica, regge tranquillamente questi

sbalzi di pressione.

Quelli più soggetti a forti pressioni, sono quelli più vicino al cuore e i più grossi sono quelli che risentono proprio

dell’azione contrattile del cuore. Per questo motivo hanno poco muscolo e tanta elastina a livello della tonaca intima.

Non c’è necessità di vasocostrizione dell’AORTA, perché porta sangue a tutto l’organismo (è un grosso tronco

arterioso, che deve servire grandi aree senza distribuzione a specifiche aree).

Questo è il contrario per le ARTERIE PICCOLE (cioè quelle non elastiche), che devono portare il sangue ai distretti

particolari (e sono arterie che non risentono grandemente dell’azione di pompa cardiaca).

Ecco per qual motivo l’indurimento patologico delle grosse vene o arterie è grave, poiché perdendo di elasticità sono

soggette ad eventuali rotture dovute alla pressione non più tollerata.

Spieghiamo questa seconda frase: allontanandosi dal cuore arriviamo dalle grosse arterie a quei vasi di distribuzione;

principali protagonisti di distribuzione del sangue ai distretti non estesi (piccole e determinate regioni corporee).

Se l’arteria è di distribuzione (propriamente detta), deve garantire il giusto flusso (come quantità) di sangue in quel

distretto.

Si tenga ben in conto però, che “quantità” non significa che ci sia un volume determinato e costante di sangue che

debba passare attraverso quel vaso per raggiungere quel distretto. Semplicemente, significa che il volume di sangue che

passa per di lì non è sempre quello. Un soggetto che solleva pesi ha bisogno di più sangue rispetto ad uno che scriva e le

ARTERIE DI DISTRIBUZIONE (di medio calibro) essendo responsabili della distribuzione e non risentendo della

pompa cardiaca, possiedono una TONACA MEDIA molto sviluppata e ricca in muscolatura liscia.

E’ qui che si osserva VASODILAZIONE o VASOCOSTRIZIONE, che determina il diverso circolare di sangue nel

corpo.

La muscolatura liscia non ha una contrazione ritmica, né volontarie. Il responsabile di tutto è il sistema nervoso

autonomo, che può agire sotto controllo emotivo, oppure propriocettivo.

Infatti, i chemiocettori, i propriocettori (che registrano la quantità di anidride carbonica all’interno del sangue e, per lo

più, in precisi distretti), veicolano le informazioni al sistema nervoso centrale, che per via riflessa attiva le componenti

viscerali involontarie, che determinano VASODILATAZIONE o VASOCOSTRIZIONE.

Lo sviluppo relativo delle tonache in arterie di diverso diametro, sarà pertanto differente e grazie anche a questo aspetto

si individuano le seguenti categorie di vasi arteriosi:

• ARTERIE ELASTICHE (o di CONDUZIONE)

• ARTERIE MUSCOLARI ( o di DISTRIBUZIONE)

• ARTERIOLE

Poi da ricordare sono le ARTERIOLE, che si affacciano sul SISTEMA CAPILLARE.

Le ARTERIE ELASTICHE sono grandi vasi (con diametro maggiore ai 2,5 centimetri, quali le POLMONARI, la

CAROTIDE COMUNE, le ILIACHE COMUNI), in cui la componente muscolare della TUNICA MEDIA è poco

sviluppata, a vantaggio di una considerevole componente elastica (sempre della tonaca media). Questo consente loro di

ammortizzare le variazioni pressorie dovute all’azione del cuore (sistole-diastole) e di trasmettere un flusso

sostanzialmente omogeneo.

Le ARTERIEMUSCOLARI (con un diametro di circa 0,5 centimetri), hanno una sviluppata componente muscolare,

che sotto il controllo del sistema nervoso autonomo, determina l’irrorazione differenziata dei vari organi.

In altre parole, allontanandosi dal cuore, le arterie sono soggette ad una pressione via via inferiore. D’altro canto, la

diversa distribuzione del sangue ai vari distretti corporei dipenderà da quanto sangue le arterie lasceranno passare per un

determinato distretto. Da questa semplice descrizione, deriva che la parete di arterie di grosso calibro, che risentono

grandemente dell’azione della pompa cardiaca, avranno una sviluppata componente elastica. Spostandosi verso la 56

periferia, la componente elastica perde di importanza, mentre diventa fondamentale l’azione della componente

muscolare. LE ARTERIE

Le loro prerogative funzionali, fanno sì che le loro pareti siano più ricche una fibre elastiche e in termini relativi, sono

presenti fasci muscolari. Diminuendo il loro calibro, si vede una TONACA INTIMA che diventa via via sempre meno

sviluppata. Certo, però, lo sviluppo relativo della muscolatura è maggiore rispetto allo sviluppo relativo della

componente elastica.

Nel sistema capillare, talvolta, la TONACA AVVENTIZIA è assente ed è presente soltanto una TRAMA leggera di

fibre muscolari responsabili della irrorazione a livello della rete capillare.

Qui c’è ANASTOMOSI. Se un arteria non funziona o s’occlude, ce n’è un’altra attraverso cui il sangue può

tranquillamente passare.

In termini di calibro dei vasi, andiamo da centimetri come diametri fino a frazioni di millimetri.

In altre parole, le arteriole (con un diametro medio di 30 µm) hanno una componente avventizia poco o nulla sviluppata,

ma mantengono la componente muscolare della tonaca media, il che consente di regolare finemente l’afflusso alla rete

dei capillari. CAPILLARI

Questi vasi sono il SOLO compartimento in cui avvengono gli scambi con l’ambiente extravasale. Tutti gli altri vasi

sono una sorta di supporto ai capillari, autostrade che veicolano il sangue ai vari svincoli autostradali (appunto i

capillari) per arrivare a destinazione nelle cellule o nei tessuti.

E’ qui che tutto deve funzionare benissimo. Se a livello del capillare qualcosa va male, avere un cuore efficientissimo e

delle vene grosse è inutile. Questo è lo scopo del sistema cardiovascolare e arriviamo a livello microscopico con il

dialogare molecolare tra ambienti intravasali ed extravasali.

E’ una rete enorme e siamo pieni di vasi. Buona parte degli scambi avviene per diffusione. Altri scambi prevedono

trasporti attivi e le pareti dei capillari devono quindi essere molto sottili, poiché quanto più distanti sono i due

compartimenti, tanto meno facilmente avviene la diffusione e deve essere ridotta al minimo la distanza tra i due

ambienti; ecco perché c’è solo la TONACA INTIMA e non ha FIBRE ELASTICHE e possiede una TONACA

INTIMA con una MEMBRANA BASALE per mantenere il vaso in posizione.

L’endotelio viene nutrito dal sangue stesso che circola nel lume che egli stesso origina.

Quindi, la membrana basale c’è, ma non lo nutre. Poi dipende anche dal tipo di vaso.

Allora sorge poi lecita una domandona: chi nutre le cellule che costituiscono la parete dei grossi vasi?

Abbiamo dei veri e propri capillari che s’impegnano ad irrorare i grossi vasi: da qui l’espressione VASA VASORUM

( i vasi dei vasi).

In definitiva, i capillari sono molto sottili, hanno una parete sottile, con un diametro che, addirittura, può arrivare ad

essere di 8 µm (che è il diametro delle stesse EMAZIE, che sono costrette a passare in fila indiana).

In effetti, ci sono alcuni capillari che devono scambiare molto di più di quelli classici (in cui il passaggio di

macromolecole è necessario) e sono i CAPILLARI FENESTRATI ed i SINUSOIDI.

Questi sono dei capillari a permeabilità maggiore. Siccome l’endotelio è un ENDOTELIO PAVIMENTOSO

MONOSTRATIFICATO, qui la membrana basale è fortemente modificata.

Solitamente com’è fatta la membrana basale?

E’ formata da fibre collagene e altre componenti. E’ una sorta di feltro e protegge il materiale grossolano e le proteine

plasmatiche e le macromolecole, che non riescono a passare questo setaccio.

Solo quello che passa tra le cellule endoteliali può passare.

In alcuni casi, invece, la membrana basale possiede proprio dei fori e le funzioni quanto sopra non sono rispettate e le

molecole di grosse dimensioni possono passare nell’ambiente extravasale.

I SINUSOIDI sono a livello epatico o del midollo osseo, dove le membrane sono fenestrate e fanno passare molti

elementi cellulari e grandi volumi di liquido con sostanze grosse al loro interno.

Anche a livello dei PLASSI CORIOIDEI c’erano questi capillari (vedi pagina 32).

I sinusoidi ci sono anche a livello della MILZA, per la distruzione delle emazie.

Oppure, a livello del midollo osseo, dove c’è la funzione di EMOPOIESI. Essendo l’osso un tessuto riccamente

vascolarizzato, una rottura di questo può provocare la rottura di tantissimi vasi con conseguente emorragia, poiché

l’osso è davvero molto perfuso.

Il materiale liposolubile passa tranquillamente le membrane, a arrivano molto velocemente ai distretti principalmente

irrorati. Le cellule ENDOTELOIALI non presentano le GAP-JUNCTION, quando il capillare è fenestrato nel

SINUSOIDE.

In altre parole, i capillari sono il solo comparto in cui possano avvenire gli scambi con l’ambiente extravasale. Dato che

buona parte degli scambi avviene per diffusione (anche se esistono altri possibili meccanismi), ne consegue che le pareti

dei capillari dovranno essere sottili e che il sangue dovrà scorrere entro i capillari lentamente. In effetti, la parete dei

capillari è costituita della sola tonaca intima ed il loro diametro medio (circa 8 micron), corrisponde a quello degli

eritrociti. Sulla base dell’entità degli scambi cui risiedono i capillari, possono essere CONTINUI (cioè con cellule

endoteliali intimamente connesse e presenza di membrana basale), FENESTRATI (interruzione puntiforme nella

continuità endoteliale e della membrana basale) o SINUSOIDI (membrana basale frequentemente interrotta od assente).

57

Questi ultimi, si ritrovano dove gli scambi devono essere massimi, classicamente a livello epatico e del midollo osseo.

I CAPILLARI #2

Costituiscono una rete in cui spesso molte arteriole hanno più accessi. Ad un determinato plesso capillare

contribuiscono più arteriole, ce n’è un’altra che ha accesso, grazie all’anastomosi. Ricordiamoci che la patologia è una

deviazione dalla norma. In alcuni distretti questo sistema di tutela avviene a livello di vasi più importanti, cioè di

ARTERIE, e si parla di ANOSTOMOSI ARTERIOSA.

Il sistema organismo si è evoluto in un determinato ambiente e il sistema non si è pervenuto per superare un caso di

infarto. L’anastomosi arteriosa non deve allora essere vista come un meccanismo di tutela o di difesa. Semplicemente, il

sistema è ottimo per organismi come noi, che in caso di occlusione di alcuni vasi, possano essere bypasati e il sangue

può arrivare allo stesso distretto percorrendo vasi capillari della stessa rete, ma passando in punti diversi

Ci sono insomma dei collaterali, che permettono la continua circolazione del sangue anche in quei distretti che per

qualche motivo (patologico o meno) siano pervasi primariamente da capillari che ora sono occlusi.

Capiamo con un esempio: io sono seduto e ho tantissimi vasi che sono chiusi. Tuttavia, grazie all’ANASTOMOSI tra i

capillari, ho la perfusione degli stretti distretti grazie a dei collaterali attraverso cui il sangue circola. Magari sono

collaterali che normalmente sono occlusi e quando sono in una determinata posizione si aprono.

Le possibilità son molte.

In alcuni casi la rete capillare può essere bypassata ed è quello che si riferisce alla condizione di termoregolazione o che

si verifica in caso di agitazione.

I capillari superficiale sono bypassati e il sangue passa direttamente alle vene più profonde, per fare in modo che il

sangue e il suo calore vengano tenuti il più vicino possibile al nucleo corporeo.

Abbiamo le ARTERIE, le ERTERIOLE, quindi passiamo alle METARTERIOLE (che rappresentano l’inizio dei

capillari), poiché partono più radici dall’unica ARTERIOLA per l’ennesima rete capillare.

C’è un CANALEPREFERENZIALE, un CAPILLARE CLASSICO che drena, la VENULA e quindi la VENA.

Alla base delle arterie ci sono dei fascetti muscolari (2-32 fibrocellule) che decidono da quali ingressi la rete verrà

irrorata. Non c’è mai un’arteria che diventa sottile e poi dà la rete capillare, ma dalla stessa arteriola ci sono più radici

che si dipartono e il sangue passa preferibilmente lungo una sola via, con dei cambi continui in pochi secondi tra un

ingresso e l’altro per essere certi che tutti i cordoni possibili siano irrorati. Questo sangue esclusivamente per ragioni

emodinamiche va in un ingresso o in un altro. Non c’è preferenza o qualche forma di volontà.

Ad ogni meta arteriola, sulla base della radice della metarteriola, segue un canale preferenziale specifico. Ecco poi che

c’è ANASTOMOSI tra le arteriole e quando una è chiusa il sangue passa da un’altra.

Le ANASTOMOSI ARTEROVENOSE sono dei collegamenti tra le arteriole e le venule e questo succede in

determinati casi.

In altre parole, i capillari non devono essere visti come un singolo vaso sottile che connette un’arteriola ad una venula.

In realtà, i capillari costituiscono un sistema ramificato, una vera e propria rete in cui spesso una o più arteriole hanno

multipli accessi. Questa organizzazione rende il sistema molto più dinamico e fa sì che all’occlusione di un’arteriola

non corrisponda inevitabilmente un blocco circolatorio a valle. In alcuni distretti questo sistema di tutela avviene a

livello di vasi più importanti, cioè di ARTERIE, e si parla di ANOSTOMOSI ARTERIOSA. Infine, spesso esistono dei

bypass che connettono direttamente l’arteriola con la venula, escludendo la rete capillare. Questa ANOSTOMOSI

ATEROVENOSA è fondamentale, ad esempio per la TERMOREGOLAZIONE.

LE VENE

Le vene raccolgono il sangue refluo dai capillari e lo veicolano al CUORE.

Ci sono due percorsi venosi: uno più superficiale (quando c’è da disperdere calore) ed è collocato più in profondità

(quando c’è da risparmiare calore e concentrarlo vicino al nucleo corporeo). 58

Di solito le VENE sono più superficiali rispetto alle ARTERIE. Ciò che cambia è la componente fibrosa nella

TONACA FIBROSA (è la componente che dà la RESISTENZA MECCANICA, in base direttamente al calibro del

tronco).

Quelle più grosse devono modificarsi poco (devono essere INDEFORMABILI) e allora avranno molto strato fibroso;

non a caso scorrono più all’interno del corpo (che difatto rappresenta una regione del corpo poco deformabile). La

componente muscolare ed elastica sono poco espresse e la pressione a cui sono soggette è piuttosto bassa, poiché il

sangue ha rallentato il suo flusso in velocità e pressione e il sangue ha oprmai perduto la spinta iniziale.

I VASI VENOSI sono di norma usati per il ritorno del sangue al cuore ed, inoltre, i vasi venosi sono usati come

RISERVA VOLEMICA (vale per quei vasi venosi di piccolo-medio calibro). Servono come reservoir e devono avere

una certa estensibilità (si tenga ben presente che non è ELASTICITA’). Il sistema non è schiettamente elastico (tollera

certi range di deformazione). Si tenga conto che ci sono anche delle componente collagene.

Essendo noi organismi bipedi, il sangue tende, per forza di gravità, ad accumularsi verso il basso. Qui allora si annovera

la patologia dei PIEDI GONFI, con scarso ritorno venoso.

Ma perché il sangue tende ad accumularsi ai piedi?

Perché le pareti interne delle vene di medio calibro hanno delle sporgenze che funzionano da valvole.

Il tragitto non è un tubo pervio, ma la colonna è suddivisa in tante sottocolonne, invece la presenza di valvole mi dà

sostegno al sangue.

Quindi la vena risente del peso ematico, ma le valvole impediscono che la colonna di sangue cada tutta sul fondo. Poi la

muscolatura fa il suo lavoro, nel senso che le contrazioni muscolari, comprimono i vasi, che spingono il sangue verso

l’alto.

Il sangue si porta nella cavità ADDOMINO-PELVICA e il sangue a livello del TRONCO per mezzo degli atti

respiratori( che fanno aprire e chiudere la gabbia toracica) viene spinto alla cavità addomino-pelvica e quindi torna al

cuore.

Le due vene cave arrivano al cuore e sono però entrambe a livello della cavità toracica, che consente il rilascio di

sangue durante le fasi di respirazione. In caso contrario il sangue non avrebbe abbastanza per pressione per fare ritorno.

Quindi il sangue transita nella cavità addomino-pelvica, poi nella cavità toracica, per tornare al cuore.

Quando il ritorno non è ottimo, le vene hanno il loro reservoir ottimale.

In altre parole, le vene raccolgono il sangue refluo dai capillari e lo veicolano al cuore. Come per le arterie, cui

decorrono normalmente affiancate, anche per le vene esiste una classificazione che si basa sulle dimensioni in:

• VENULE

• VENE DI GROSSO CALIBRO

• VENE DI MEDIO CALIBRO

La componente che cambia maggiormente, è quella fibrosa. Tanto più grande è una vena, tanto più sviluppata sarà la

componente fibrosa della tonaca avventizia. In generale, la componente muscolare è presente ma non particolarmente

sviluppata. In effetti, le pressioni cui una vena è sottoposta sono molto inferiori rispetto a quella di un’arteria. Inoltre,

dato che i vasi venosi sono di norma usati come riserva volemica (vedi oltre), la loro distensibilità è un elemento

fondamentale per le loro funzioni. Di rilievo il fatto che, data la postura eretta e la scarsa pressione nelle vene, il sangue

tenderebbe per gravità ad accumularsi verso i piedi. In realtà, sporgenze delle pareti interne di venule e vene di medio

calibro fungono da valvole, dividendo la colonna di sangue ed impedendo che il sangue si accumuli nelle estremità

inferiori. La normale attività della muscolatura scheletrica funge poi da spinta per il sangue che ritorna così alla cavità

addomino-pelvica. Qui saranno soprattutto gli atti respiratori e non le valvole a garantire l’unidirezionalità del flusso

ematico. IL RESERVOIR VENOSO

Se sto fermo al sole sto peggio in confronto ad uno che è in movimento sotto al sole. Inoltre, questo secondo caso è un

soggetto che disperde molto meglio il calore.

L’EMORRAGIA è l’evento plausibile perché entri in gioco il RESERVOIR VENOSO. Quei 5 litri classici di un

individuo uomo di 70 Kg di massa corporea sono più di quelli che effettivamente serve alla sopravvivenza. Eventuali

traumi stradali o altri danni che danneggino il sistema circolatorio, possono provocare emorragia e ridurre la quantità di

sangue disponibile. Il SANGUE DISPONIBILE propriamente detto non è quello CIRCOLANTE (la cui quantità non

deve mai variare).

Se una questione anche di immobilità modifica la quantità di sangue circolante, il cuore non funziona più!

Arterie e capillari insieme contengono il 30-33% del volume ematico e il resto sta nel compartimento venoso.

Più sotto è riportato un grafico a torta che mostra la diversa capacità dei vari distretti della circolazione da fungere da

reservoir di sangue.

Vediamo come una parte ampia della torta sia occupata dal Circolo sistemico (per il 64%). Questo si suddivide nelle

GRANDI VENE, con una capacità di 14%, si suddivide nelle VENE e nelle VENULE di medio calibro (con una

capacità del 23%),si suddivide ancora in un reservoir venoso a livello del fegato, midollo osseo e cute (per il 21%). Ma

non lo rilasciano al sistema circolatorio vero e proprio, ma il rilascio è qualcosa di lento. In questo caso non serve tanto

ai tessuti che lo possiedono. Possono tranquillamente andare in deficit di irrorazione.

Diciamo che sono come una sorta di distretti-stoccaggio, in cui il distretto è DISPENSABILE dalla presenza di sangue.

59

Allora possiedo dei distretti in cui circola più sangue di quello che ne serve in realtà. Posso scompensare emorragie fino

ad un litro. Quando ho necessità di compensare perdita ematica, i vasi dove c’è il reservoir venoso tendono a diminuire

il loro diametro e le vene spostano nelle zone circolatorie vere e proprie il loro contenuto dispensabile.

Deve succedere, perché in caso di emorragia cala la volemia e il sangue passa dalle vene del RESERVOIR a quelle

della circolazione sistemica e polmonare e la corretta volemia viene mantenuta.

Si vede quindi il pallore superficiale. Tutti i barocettori che percepiscono uno scarso ritorno di sangue al cuore, si

attivano e il sistema nervoso autonomo col suo ramo parasimpatico fa in modo di mantenere costante la volemia.

La persona può talvolta arrivare ad essere livida superficialmente e la persona può andare in stato confusionale (poiché

il cervello è meno irrorato).

Anche nel caso della disidratazione succede questo. Un caso come quello descritto accade anche nel caso di un soggetto

che prende pastiglie di ecstasy o cocaina.

Non percependo più gli stimoli della seta o del calo di pressione, la persona non viene avvisata in anticipo dal sistema

nervoso autonomo parasimpatico e il soggetto collassa, poiché non ha messo in gioco tutti i meccanismi che gli

permettevano di fare fronte alla minaccia.

In altre parole, la distribuzione del sangue di un uomo (circa 5 litri) non è uniforme fra compartimento arterioso,

capillare e venoso. Arterie e capillari contengono assieme il 30-35% del volume ematico, mentre la parte restante è

accumulata a livello venoso. Questa disomogenea distribuzione fa del compartimento venoso una vera e propria riserva

ematica, che consente di far fronte ad eventuali emorragie, anche importanti, senza compromettere la funzionalità

cardiaca (che dipende dal volume di sangue che rientra nel cuore) e l’irrorazione di distretti quali il cuore stesso,

l’encefalo ed i reni (organi nobili). La vera riserva è accumulata nei comporti venosi di fegato, midollo osseo e cute.

Questi vasi possono essere costretti (cioè ristretti nel lume) grazie alla muscolatura liscia, così da indurre la disponibilità

ad ospitare sangue che può essere immesso nel torrente circolatorio principale. In questo modo, l’organismo riesce a

fronteggiare un’imponente perdita di sangue senza gravi scompensi.

Abbiamo detto che il sistema circolatorio è un sistema chiuso. I vasi sono le arterie, il sistema capillare e quindi anche

le vene, che permettono al sangue di tornare al centro.

VASI PRINCIPALI

Abbiamo le ARTERIE, nonché vasi che partono dal cuore. I principali vasi arteriosi, ma anche venosi, si trovano a

livello del cuore (quelli principali sono i vasi a maggior calibro), dove comincia il circolo (se pensiamo alle arterie) o

dove esso finisce (se pensiamo alle vene). Quindi il cuore è considerato il centro del sistema.

Allora, dobbiamo dividere il sistema circolatorio nei due circoli:

• GRANDE CIRCOLO O CIRCOLAZIONE SISTEMICA

• PICCOLO CIRCOLO O CIRCOLAZIONE POLMONARE

Il piccolo circolo si esaurisce in fretta. Partono le arterie polmonari dal cuore, arrivano ai polmoni, si sfioccano nei

capillari, che si anastomizzano con le venule e quindi il sangue viene riportato al polmone per mezzo delle VENE

POLMONARI, ricche in sangue arterioso (anche se un po’ di venoso c’è – lo vedremo nel sistema respiratorio).

Per il CIRCOLO SISTEMICO, il grosso vaso e quello principale è quello appena sopra alle valvole semilunari (che

segna la fine tra il ventricolo sinistro e il vaso stesso, che sarebbe l’AORTA ASCENDENTE). Questo vaso, in realtà,

non è altro che un piccolo tratto di qualche centimetro e poi, a livello del MEDIASINO, esce dalla cavità

PERICARDICA e piega inferiormente e posteriormente al cuore, dando origine all’ARCO AORTICO.

Da questo arco partono tre DIRAMAZIONI PRINCIPALI, che sono:

TRONCOBRACHIOCEFALICO: è un’arteria anomala, poi ne spieghiamo il motivo.

 CAROTIDE COMUNE SINISTRA

 60

SUCCLAVIA SINISTRA

Il TRONCOBRACHIOCEFALICO è molto grosso e si biforca nelle:

SUCCLAVIA DESTRA

 CAROTIDE COMUNE DESTRA

Queste due non si staccano subito dall’ARCO AORTICO, ma sono le diramazioni di una diramazione dell’arco aortico.

In realtà, succlavia e carotide irrorano rispettivamente arto e capo, poi dalle diramazioni di queste, si originano altri

rami.

I derivati delle carotidi irrorano il capo (encefalo compreso), mentre le succlavie vanno a vascolarizzare gli arti

superiori.

L’encefalo è irrorato da rami veri e propri delle carotidi interne ed esterne. Se una non irrora bene, le altre possono

compensare la carenza funzionale di un arteria. Queste diramazioni delle carotidi sono anastomizzate tra di loro ed

estese, poiché se alcuni vasi irrorano meno bene il cervello, altri vasi possono compensare.

Torniamo all’ARCO AORTICO, nonché la piega dell’AORTA ASCENDENTE; che piega posteriormente ed

inferiormente al cuore.

Cosa succede all’aorta nel dettaglio?

Avendo già irrorato il capo, piega dietro al cuore, si colloca a ridosso della colonna vertebrale e, ora, assume il nome di

AORTA DISCENDENTE e posso attribuirle due nomi, a seconda del suo rapporto col diaframma.

SOPRADIAFRAMMATICA O AORTA TORACICA

 SOTTODIAFRAMMATICA O AORTA ADDOMINALE

L’AORTA TORACICA è un pezzo dell’AORTA DISCENDENTE ed è un’AORTA, le cui diramazioni irrorano tutti i

distretti della cavità tracica.

Dopodiché, l’AORTA attraversa lo IATO AORTICO (un foro situato nel diaframma) e l’AORTA da TORACICAS

diviene ADDOMINALE. Questa componente retri peritoneale è quasi sempre addossata alla colonna vertebrale (rimane

quindi in collocazione profonda e protetta da eventuali traumi); ricordiamo che, infatti, è un VASO PRNCIPALE. I

derivati dell’AORTA ADDOMINALE, irrorano i visceri ADDOMINOPELVICI (ghiandole annesse al sistema

digerente, come PANCREAS; FEGATO e il sistema digerente stesso, inoltre irrora le GONADI, la VESCICA ecc…,

che vengono irrorate dai derivati dall’aorta addominale.

Dall’aorta addominale, infatti, partono dei rami ìmpari per quelli che sono gli organi ìmpari e partono dei rami pari, per

quelli che sono gli organi pari (come nel caso dei reni).

Nel caso di organi ìmpari, c’è questa asimmetria.

Il TRONCO CELIACO è un tronco unico e poi si sfiocca in tre: I più importanti sono:

• ARTERIA EPATICA COMUNE

• ARTERIA GASTRICA SINISTRA

• ARTERIA DELLA MILZA

Avrò dei rami pari per tutti quegli organi disposti in modo pari lungo la linea sagittale mediana del tronco ( come i reni).

Una volta irrorato, arrivano all’altezza del QUADRANTE LOMBARE, dall’AORTA ADDOMINALE arrivano le due

arterie seguenti: 61

ILIACA COMUNE DESTRA

 ILIACA COMUNE SINISTRA

Sono sempre a livello della colonna vertebrale e, a questo punto, le due iliache comuni si biforcano in:

ILIACA COMUNE DESTRA origina ILIACA INTERNA ed ESTERNA

 ILIACA COMUNE SINISTRA origina ILIACA INTERNA ed ESTERNA.

La ILIACA INTERNA si porta verso la regione del PELVI (quindi verso la vescica ed i genitali).

La ILIACA ESTERNA gira a livello dell’OSSO COXALE (a livello del bacino) e poi va nell’ARTO INFERIORE,

originando l’ARTERIA FEMORALE (vaso principale ed un unico grosso vaso dell’ARTO INFERIORE).

Il SISTEMA ARTERIOSO è un sistema rettilineo e poi si biforca.

[IMMAGINE DEL PERCORSO ARTERIOSO]

A livello dei piedi c’è una vascolarizzazione sul dorso e sulla superficie ventrale.

Ci sono degli archi che connettono i vasi del dorso a quelli della pianta, poiché, essendo l’essere umano nato nudo, ci

sono dei vasi che possono occludersi e il sangue deve comunque irrorare questo distretto anatomico. Si vedono quindi

numerosi archi che collegano i vasi tra loro e permettono una efficace ANASTOMOSI .

Nei punti di non perfusione del piede, ci sono i vasi principali del piede, che non sono mai a diretto contatto con il suolo

(quando si lascia l’orma, questa non è completa proprio nei punti in cui nel piede ci stanno i vasi principali). Nel caso di

un individuo coi piedi piatti, il continuo premere sui vasi principali, determina una debolezza del piede e quindi anche

una scarsa efficienza attività sportiva e/o militare (marcia, corsa ecc…).

E’ una sorta di adattamento evolutivo.

In altre parole, una descrizione anatomica esauriente dei vasi del corpo esula dagli scopi del corso, per cui la seguente

descrizione è volutamente riduttiva e non tiene conto dei numerosi dettagli anatomici.

In quanto a diametro, i principali vasi arteriosi e venosi sono osservabili a livello cardiaco.

Le principali arterie sono quelle che partono direttamente dal cuore. Dal ventricolo sinistro, diretta al circolo sistemico,

parte l’aorta, che subito piega posteriormente ed inferiormente nell’ARCO AORTICO, da cui generano il tronco

brachio-cefalico (originerà poi la succlavia destra e la carotide comune di destra), la carotide comune di sinistra e la

succlavia di sinistra. I derivati delle carotidi irrorano il capo (encefalo compreso), mentre le succlavie vanno a

vascolarizzare gli arti superiori. L’aorta diviene ora AORTA DISCENDENTE che, sino al diaframma, è denominata

AORTA TORACICA. I suoi rami irrorano tutti i visceri toracici, il diaframma e la porzione toracica di colonna

vertebrale e midollo spinale.

L’aorta addominale è retro peritoneale, scorre a ridosso della colonna vertebrale ed i suoi derivati vascolarizzano i

visceri addominopelvici. Pertanto, dall’aorta partiranno i rami impari per gli organi impari (come per esempio

l’EPATICA COMUNE per il fegato) e rami pari per gli organi pari (come per esempio le ARTERIE RENALI di destra

e di sinistra). Dall’aorta addominale derivano a livello lombare, le arterie iliache comuni di destra e di sinistra. Dopo

un’ulteriore ramificazione, le arterie iliache esterne (destra e sinistra) origineranno le arterie femorali, i principali vasi

degli arti inferiori. VASI PRINCIPALI VENOSI

I vasi principali di tipo venoso ripercorrono il sistema cardiocircolatorio a ritroso e le regioni individuali da irrorare

sono:

• CAPO

• REGIONE SUPERIORE DEL TRONCO

• ARTI SUPERIORI

• REGIONE INFERIORE DEL TRONCO

• ARTI INFERIORI

Come nel sistema arterioso, c’era un sistema vascolare dedicato al cuore, anche nel sistema venoso c’è un sistema

vascolare dedicato al cuore. Stiamo parlando del SENO CORONARICO.

Le vene più importanti sono sempre a livello del cuore, dove il circolo si termina e dove il calibro dei vasi è sempre più

grosso.

A livello dell’atrio destro c’è l’arrivo dei tre vasi venosi:

VENA CAVA SUPERIORE (tributaria dell’atrio destro) – VASO IMPARI -

 VENA CAVA INFERIORE (tributaria dell’atrio destro) – VASO IMPARI -

 4 VENE POLMONARI (provenienti dal piccolo circolo e che sono tributarie dell’ATRIO SINISTRO).

In altre parole, secondo lo schema descrittivo adottato precedentemente, le principali vene corporee sono quelle che

drenano il capo, il collo, gli arti superiori e la regione superiore del tronco (VENA CAVA SUPERIORE), il CUORE

STESSO (seno coronario) e le rimanenti parti del corpo (VENA CAVA INFERIORE). Queste tre vene, ìmpari, sono

tutte tributarie dell’atrio destro. Altri grandi vene sono le 4 vene polmonari, che drenano il circuito respiratorio e sono

tributarie dell’atrio sinistro.

Le vene che drenano il capo sono le GIUGULARI, INTERNA ed ESTERNA. Le giugulari, congiungendosi con la

VENA SUCCLAVIA ed altri vasi minori formano la VENA BRACHIOCEFALICA. Le due vene brachicefaliche

(destra e sinistra) si congiungono a formare la VENA CAVA SPERIORE, che riceve altri vasi prima di giungere 62

all’atrio destro. La VENA CAVA INFERIORE riceve, invece, quasi tutto il sangue degli organi sottodiaframmatici e

degli arti inferiori.

Perché il prof ha scritto QUASI?

Il quasi lo dico poiché trascuriamo il concetto di AZIGOS ed EMIAZIGOS, che sono bypass della vena cava superiore

e anche perché il sistema epatico porta il sangue dall’intestino al fegato prima di andare al cuore, per merito della

VENA PORTA, che origina dalla VENA CAVA INFERIORE.

[DISEGNO DEL PERCORSO VENOSO]

Le vene più importanti sono, di solito, collocate più in profondità, vicino alle arterie. Il nome delle vene è più o meno

simile a quello visto per le arterie (si dovrebbe vedere nell’immagine precedente).

La VENA PORTA drena il fegato e poi si congiunge alla VENA EPATICA e poi alla VENA CAVA INFERIORE.

A livello degli arti trovo due circoli venosi:

• CIRCOLO VENOSO PIU’ PROFONDO

• CIRCOLO VENOSO PIU’ SUPERFICIALE

Il motivo del perché possiedo due tipi di circoli collocati in zone differenti sta a significato del mantenimento della

termoregolazione.

Il sangue arterioso scorre sempre più in profondità, poiché è molto ricco in pressione. Le vene, essendo vasi che

trasportano sangue povero in pressione, possono permettersi di stare più in superficie.

Questi sue sistemi a livello degli arti sono tra loro congiunti tramite dei “ponti” venosi ed il sistema in questione è

importantissimo per la termoregolazione.

Se è importante disperdere calore, a livello degli arti, si tende a riportare il sangue al centro grazie al circuito

superficiale.

Il contrario avviene se devo risparmiare calore. Se l’organismo deve risparmiare calore, ecco che il circuito è quello

profondo (e si affianca alle arterie) e quindi evito di spendere calore corporeo attraverso la cute.

La VASODILATAZIONE è relativamente importante e riguarda anche grossi VASI VENOSI.

C’è un altro sistema VENOSO della cavità addominale che è il SISTEMA PORTALE EPATICO e, ad una

capilarizzazione ne segue una seconda, prima del ritorno al VASO PRINCIPALE.

Un vaso che si frappone tra due sistemi capillari è detto SISTEMA PORTALE.

Esiste però a livello dell’intestino una capilarizzazione, cui segue un vaso venoso e la vena porta si congiunge poi al

sistema capillare epatico e poi giunge alla VENA CAVA INFERIORE.

In altre parole, quando ad una prima capilarizzazione ne segue una seconda, prima del ritorno al vaso venoso

principale, la componente intermedia tra le due capillarizzazioni assume il nome di PORTALE. L’esempio più evidente

nell’essere umano è dato dal sistema portale epatico, in cui il sangue refluo del sistema digerente non va alla vena cava

inferiore (come sembrerebbe ovvio)ma, tramite la vena portale epatica (o, più brevemente, vena porta) raggiunge il

fegato. Il significato funzionale di questo sistema risiede nella diversa composizione del sangue refluo del sistema

digerente.

Però, il sistema digerente non consuma soltanto ossigeno, ma demolendo i nutrienti li assorbe anche e dall’intestino i

cibi vengono trasportati a livello dei vasi.

Allora l’intestino modifica in modo considerevole la composizione ematica e allora, in base a quello che mangio avrò

delle diverse composizioni ematiche, ma il nostro organismo non tollera forti sbilanci di nutrienti, ma si muove attorno

ad un piccolo range di tolleranza (soprattutto l’encefalo).

Il sangue veicolato tramite le arterie allora deve essere bilanciato entro certo intervalli di tolleranza, ma che possono

essere facilmente oltrepassati se il sangue che passa dall’intestino passasse direttamente nella circolazione sistemica,

quindi capiamo quanto importante sia il FEGATO.

Grazie alla vena porta, il fegato riceve il sangue da bilanciare.

Se abbiamo digiunato, il fegato rilascia glucosio, se abbiamo mangiato troppo lo stocca. Allora il sistema organismo ha

bisogno di sangue bilanciato. Il fegato regola la composizione biochimica del plasma e fa in modo che il sangue torni al

cuore con la sola necessità di essere ossigenato.

Il sangue che esce dal fegato viene riversato nella vena cava inferiore grazie alle vene epatiche.

In altre parole, ricco di nutrienti e delle sostanze assorbite, il sangue viene veicolato al fegato, che provvederà ad

intervenire biochimicamente sulla sua composizione. In questo modo, il sangue che lascia il fegato tramite le VENE

EPATICHE per poi giungere alla VENA CAVA INFERIORE, sarà stato privato di tutte le componenti potenzialmente

dannose, ed i suoi livelli di glucosio, proteine ed altri elementi saranno adeguati alle necessità della circolazione

sistemica. Si ricordi, infatti, che questo sangue, giunto all’atrio destro, affronterà il piccolo circolo per la sua

ossigenazione, ma non subirà cambiamenti prima della sua immissione, tramite il ventricolo sinistro, nel grande circolo.

Il sistema portale deve bilanciare la composizione del plasma. Se il sangue esce biochimicamente sbagliato dal fegato,

non potrà essere più modificato.

La VENA EPATICA allora drena il sangue refluo del sistema digerente e lo veicola al fegato.

IL SISTEMA LINFATICO

Il sistema linfatico è un sistema per cui è importante parlare nel sistema cardiovascolare, poiché il sistema limbico è

fondamentale se considero che i vasi sanguigni e soprattutto i capillari non sono a tenuta stagna e il sangue allora non è

del tutto confinato. La pressione che il sangue possiede a livello capillare, spinge sull’endotelio e sulla membrana basale

63

e permette la parziale fuoriuscita del fluido (e NON DEL PLASMA, che possiede delle molecole che non possono

fuoriuscire dalla membrana basale). Anche se l’endotelio e la membrana basale hanno delle fibre disposte strettamente,

alcune piccole molecole sono in grado di passare da questo feltrino. Ricordiamo per esempio:

Sodio, acqua o altre piccole molecole.

Di certo, però, mano a mano che il fluido esce dai vasi, le proteine del plasma si concentrano e, per osmosi (nella

seconda parte del percorso capillare) tendono a richiamare l’acqua perduta.

Però questo non è comunque sufficiente a permettere il giusto recupero di quello che è andato perduto nel primo tratto

(del circolo capillare). Nei grossi vasi questo fenomeno non si verifica.

Allora la linfa viene drenata a poi riportata a livello del circolo cardiovascolare.

I macrofagi e/o i linfociti possono uscire dai vasi linfatici, il cui contenuto è simile a quello dell’AMBIENTE

EXTRACELLULARE e questo sistema drena la linfa (il fluido).

Allora il sistema linfatico, oltre ad essere un forte sistema di drenaggio, è importante per l’appoggio al sistema

immunitario.

Se considero il sistema linfatico nel suo complesso, accanto ai vasi linfatici ho il TESSUTO LINFOIDE o gli ORGANI

LINFOIDI primari e secondari e sono delle strutture fondamentali per le difese fondamentali dell’individuo.

In altre parole, i vasi sanguigni, ed in particolare i capillari, non sono entità a tenuta stagna. Nonostante sia un sistema

chiuso, parte dei fluidi che scorrono entro il sistema circolatorio esce dai vasi e tende ad accumularsi nei tessuti.

Il sistema linfatico è in grado di drenare questa componente fluida, detta linfa, e di ri-veicolarla al torrente circolatorio.

In realtà la linfa non contiene solo una componente fluida, ma contiene anche linfociti e macrofagi. Infatti, il sistema

linfatico non deve essere considerato esclusivamente una componente di recupero di fluido, ma anche il principale

sistema di difesa dell’organismo. Al sistema linfatico si ascrivono anche il tessuto linfoide e gli organi linfoidi (primari

e secondari), strutture di fondamentale importanza per le difese immunitarie dell’individuo.

Le funzioni del sistema linfatico sono pertanto il mantenimento della volemia, la produzione/manutenzione e

distribuzione di linfociti e la veicolazione di alcune molecole lipidiche. E’ soprattutto sulla prima funzione che noi

porremo l’accento.

A livello del comparto capillare ci sono delle interdigitazioni di vasi bianchi, con un diametro più esteso dei capillari

sanguiferi. E’ un sistema pervasivo come il sistema circolatorio, poiché assolve alle funzioni di recupero.

CAPILLARI E VASI DEL SISTEMA LINFATICO

In assenza del sistema linfatico, un soggetto potrebbe morire di volemia. Capiamo dunque quanto sia importante come

sistema.

Possiede dei capillari linfatici a fondo cieco; le parti terminali sono i linfatici (propriamente detti)o CAPILLARI

LINFATICI e la comune struttura endoteliale è, ovviamente, molto permeabile poiché deve far passare al limite della

sua capacità portante, tutto quello che c’è nell’ambiente extravascolare. Dentro, quindi si possono trovare detriti

cellulari, batteri, virus ecc…

Ma Il fluido come fa ad entrare e ad uscire?

In realtà, il sistema anatomico è importante poiché l’endotelio ha una disposizione embricata, per cui le molecole

trovano più facilità ad entrare e più difficoltà ad uscire.

I capillari linfatici, grazie alle contrazioni muscolari, vanno ai vasi linfatici, grazie a queste spinte.

Quindi il muscolo fa da pompa e va verso l’alto e la linfa viene portata sempre ai vasi di più grosso calibro.

Ma il sistema linfatico non drena nel cuore, ma nei grossi vasi venosi, appena prima dell’ingresso nel cuore.

Ovviamente i vasi del sistema linfatico avranno delle valvole che impediscono che la linfa precipiti verso il basso.

Non è accettabile che le persone non abbiano un sistema linfatico funzionale. In caso contrario avremmo una persona

allettata.

Una frazione dei lipidi assorbiti a livello dell’intestino entrano a livello dei capillari linfatici (e non nel sangue) e la linfa

assume un colore biancastro che sembra latteale. Questi sono i VASI CHILIFERI (portatori del CHILO), con un aspetto

lattescente e trasportano dei lipidi che sono assorbiti nel digerente e vengono portati a livello della circolazione

sistemica, senza il passaggio attraverso il fegato.

La fame è la condizione in cui si è evoluta la specie umana e portare subito in circolo i lipidi è importante nel caso

subito dopo il pasto, senza perdere troppo tempo (come i trigleceridi che sono facilmente metabolizzabili). Se penso ai

bambini del Biafra so che una somministrazione di cibo a ricco contenuto di lipidi, a in modo che questi non vengano

trasportati tutti a livello del fegato, ma una parte (quelli più semplici) passano direttamente a livello del circolo linfatico.

Questi entrano nel DOTTO TORACICO e poi a livello della circolazione sistemica.

Il sistema è autolimitante per quanto riguarda le tipologie di lipidi trasportati, infatti dipende dal numero di carboni della

catena.

I lipidi complessi, che necessitano di rimaneggiamenti metabolici più importanti passano attraverso il fegato.

In altre parole, in virtù della pressione idrostatica, il plasma tende ad uscire dai capillari, tuttavia l’azione di richiamo

delle proteine plasmatiche compensa in buona parte questa tendenza. Ciò nonostante, fino al 72% del fluido circolante

passa dai vasi all’ambiente interstiziale ogni giorno, quindi è evidente la necessità di un efficiente sistema di recupero.

Il sistema linfatico si compone di capillari linfatici a fondo cieco, il cui endotelio è largamente permeabile. In esso non

passerà quindi solo la linfa, ma anche, ad esempio, batteri ed altre componenti che possono essere presenti

nell’ambiente extracellulare. Una particolare disposizione embricata dell’endotelio dei vasi garantisce che il fluido 64

possa entrare ma non uscire. Particolari vasi linfatici sono i cosiddetti VASI CHILIFERI. Questa componente linfatica

veicola in circolo i lipidi assorbiti a livello dell’intestino tenue. Il contenuto di questi vasi è perciò lattescente, data la

sua ricchezza in lipidi. Questi lipidi, a differenza dei nutrienti che vengono assorbiti tramite il torrente circolatorio, non

vanno al fegato, ma giungono direttamente a livello del circolo venoso.

I capillari linfatici, con l’ausilio delle contrazioni muscolari, versano il loro contenuto nei vasi linfatici. I vasi linfatici di

calibro maggiore hanno una parete simile a quella delle vene, quindi sostanzialmente priva di muscolatura liscia. Il

sistema linfatico manca di un cuore, quindi è evidente che la garanzia di un flusso a senso unico sarà garantita solo

attraverso delle valvole. La propulsione è garantita dall’attività della muscolatura scheletrica. Un adeguato movimento è

pertanto molto importante per garantire la funzione drenante del sistema linfatico.

IL MANTENIMENTO DELLA VOLEMIA

Il movimento muscolare garantisce il movimento della linfa nei capillari prima e nei vasi linfatici poi.- Infine, la linfa fa

il suo ingresso nei TRONCHI LINFATICI delle CAVITA’ TORACICA ed ADDOMINOPELVICA,. I due TRONCHI

LINFATICI PRINCIPALI sono il DOTTO TORACICO, che raccoglie la LINFA di tutto l’antimero sinistro e da buona

parte di quello destro, e dal DOTTO LINFATICO DESTRO. I due dotti sono tributari della VENA SUCCLAVIA

SINISTRA e della VENA SUCCLAVIA DESTRA, rispettivamente. Dati i volumi che transitano quotidianamente nel

sistema linfatico, è evidente che l’occlusione di un tronco linfatico causerà seri problemi nel mantenimento della

volemia. D’altro canto, anche l’occlusione dei vasi linfatici periferici si traduce nell’accumulo di linfa, situazione nota

come LINFEDEMA.

Allora, in base a quanto detto, il sistema non è ben organizzato in modo pari lungo il piano sagittale del tronco.

Il prodotto dei CHILIFERI è veicolato a livello del DOTTO TORACICO nella succlavia sinistra, quindi nelle vene e,

infine, all’atrio destro del cuore.

RUOLO DEL SISTEMA LINFATICO NELL’IMMUNITA’

Come precedentemente accennato, il sistema linfatico si compone anche di strutture strettamente associate all’attività

immunitaria.

Le STAZIONI LINFONODALI che si trovano lungo il percorso, hanno una funzione schiettamente immunitaria, che

raccolgono componenti antigeniche varie, che possono attivare delle cellule particolari.

Allora come funziona la faccia immunitaria del sistema immunocompetente?

Agisce grazie, principalmente, alle stazioni linfonodali.

I piccoli capillari linfatici convergono verso i LINFONODI e c’è uno STROMA RETICOLARE che alloggia le cellule

immunitarie e c’è una zona periferica dove ci sono i vasi periferici afferenti e dall’altra parte ho un ILO, da cui escono i

VASI LINFATICI EFFERENTI e qui troviamo il VASO ARTERIOSO, che nutre il linfonodo e la VENA LINFATICA

che drena.

L’EMOLINFA (quella che nella specie umana è all’interno dei vasi linfatici) è analizzata dalle cellule ivi residenti e, a

questo punto, potrà essere determinata una eventuale risposta immunitaria (specifica o aspecifica) delle componenti che

ci sono nella linfa e che sono inviate al linfonodo.

I linfonodi sono maggiormente distribuiti in quelle regioni più esposte ad infezioni e ho dei linfonodi che possono

essere distribuiti sulla base della loro posizione.

Il problema del tessuto linfatico è che è molto permeabile alle cellule che possono fare DIAPEDESI e che possono

staccarsi dalla massa tumorale e, molto spesso, le cellule tumorali maligne, iniziano la colonizzazione dell’organismo

dai linfonodi. In sede operatoria, possiamo prelevare i linfonodi circostanti alla massa tumorale e alla manovra di

Valsava (per palpazione) posso rilevare il grado di metastasi che si sta verificando.

La prognosi è più o meno infausta in relazione al grado di colonizzazione dei linfonodi. Poiché dopo il sistema linfatico,

la cellula tumorale può andare a livello della VENA CAVA, quindi al CUORE e anche al POLMONE, e portarsi poi a

tutto l’organismo.

E’ l’alta permeabilità che consente alla cellula di diffondersi. L’organizzazione centripeta della linfa, fa poi in modo che

essa esca da un unico blocco.

In altre parole, come precedentemente accennato, il sistema linfatico si compone anche di strutture strettamente

associate all’attività immunitaria.

Lungo il cammino della linfa si trovano numerosissimi linfonodi, organi linfoidi secondari, in cui si ritrovano i linfociti.

In virtù della loro permeabilità, i capillari linfatici raccolgono non solo fluidi, ma anche batteri e componenti

antigeniche varie e, nell’emolinfa stessa, si concentrano informazioni circa la presenza di agenti patogeni. La

permeabilità del sistema linfatico è però un’arma a doppio taglio nel caso dei tumori maligni. Le cellule invasive

frequentemente percorrono le vie linfatiche e, non di rado, generano metastasi a livello dei linfonodi.

IL SISTEMA RESPIRATORIO

Il sistema respiratorio ha come ruolo quello di portare ossigeno il più vicino possibile al sangue per permettere lo

scambio efficiente di diffusione. Al sistema respiratorio è strettamente connesso il sistema cardiovascolare. Non

fatichiamo a capirlo per il motivo suddetto.

In virtù della sua intensa attività metabolica, l’essere umano ha un ovvio bisogno di ossigeno, accanto alla necessità di

eliminare anidride crabonica, che deriva principalmente dal metabolismo ossidativo degli zuccheri. 65

Un uomo a riposo compie mediamente una ventina di atti respiratori al minuto, ma tale valore è puramente indicativo e

può subire importanti oscillazioni sulla base delle necessità del momento, dell’attività fisica, dell’età del soggetto ecc…

Diciamo che può anche variare in relazione alla capacità polmonare, in base allo stato di salute, in caso vi siano

disfunzioni.

L’ossigeno è veicolato ai tessuti tramite il sangue, quindi compito principale del sistema respiratorio è di veicolare

l’ossigeno al sangue e di consentire la diffusione nel torrente circolatorio.

Alcuni dicono che il sistema cardiovascolare ha come ruolo fondamentale di collegare il sistema respiratorio a tutto

l’organismo; in effetti il discorso è interessante.

Il sistema respiratorio, pertanto, si compone di un imponente e complesso sistema di conduzione e di una componente

nella quale avvengono effettivamente gli scambi respiratori. Ci sono dei tubi che portano l’ossigeno fino ai distretti più

lontani dalla cavità-nasale-orale, addentrandosi nel corpo.

Allora la struttura ad albero respiratorio, alla fine ha una vera e propria componente di scambio.Solo a livello dei

polmoni avviene fisicamente e chimicamente lo scambio passivo per diffusione.

Però il sistema non è soltanto una struttura di tubi, ma fondamentale per consentire alla superficie di scambio di fare il

proprio lavoro e permettergli di farlo in toto.

L’aria in quanto tale, non è adatta per poter essere “lavorata”. La presenza di granelli di polvere, sono paragonabili a

macigni caduti in una frana montuosa. Quando cadono sugli epiteli respiratori possono determinare gravi danni.

Pertanto è necessario che questi vengano fermati non appena l’aria si porta nel corpo.

Non dimentichiamom poi che l’aria deve inumidirsi, perché il sistema respiratorio si è evoluto in acqua, lo ricordiamo

nel caso dei dipnoi, e quindi una volta inumidità, arriverà a livello mdegli epiteli Altrettanto umidi e la diffusione di gas

sarà efficiente.

Il riscaldamento dell’aria, poi, non va dimenticato! Poiché nelle zone interne al corpo è necessario mantenere una

temperatura di 37°C in condizioni fisiologiche, è ovvio che l’aria non può entrare fredda in quanto tale, ma è necessario

che venga riscaldata e veicolata dalla superficie respiratoria.

Tutte queste fasi avvengono dopo il tragitto dell’aria lungo il sistema di tubi.

L’epitelio resapiratorio ha una organizzazione citologica e caratteristiche strutturali tali da consentire l’efficace

diffusione di ossigeno ed anidride carbonica. Ccanto all’attività fondamentale del sistema respiratorio, è opportuno

ricordare che l’anidride carbonica rientra nel mantenimento del pH ematico, a livello polmonare esiste un enzima

(angiotensin converting enzyme) fondamentale per la regolazione della pressione arteriosa e che l’aria espirata può

essere utilizzata per la fonazione.

L’ACE permette il clivaggio di un precursore che darà dei mediatori, che a loro volta intervengono nella modulazione

della pressione arteriosa. I mediatori agiscono a livello della muscolatura liscia e delle arterie.

L’aria espirata può essere adoperata per la fonazione. Si parla mentre si esala.

IL NASO e LE CAVITA’ NASALI.

L’aria che respiriamo entra principalmente dal naso. Il naso è una struttura organizzata per pulire, condizionare ed

analizzare l’aria inalata. Una volta entrata tramite le NARICI, l’aria attraversa il VESTIBOLO DEL NASO (prima

parte delle CAVITA’ NASALI) in cui protrudono numerosi peli, corti e ruvidi che intrappolano principalmente polvere

e il particolato grossolano. 66

Il sistema olfattivo tappezza le cavità nasali. L’aria attraversa il vestibolo del naso, dove si esplica filtrazione e

purificazione dal particolato grossolano, anche insetti.

Una volta passatele narici, l’aria si porta dentro le due cavità nasali, divise dalle OSSA del SETTO NASALE, che sono:

VOMERE

ETMOIDE (la lamina perpendicolare all’etmoide).

Allora entra in un sistema delle cavità nasali che è estremamente complesso; le ossa in questione sono:

MASCELLARE

NASALE

FRONTALE

PALATINI (inferioemente)

SFENOIDE

ETMOIDE

Accanto a queste, ho poi i CORNETTI NASALI (delle strutture scheletriche che stanno per conto loro). Sono strutture

individuali e delimitano i turbinati, che sono delle strutture di grande rilevanza strutturale e funzionale delle cavità

nasali.

La loro conformazione è tale per cui, l’aria che entra con moto più o meno laminare, viene scomposto e l’aria delle

cavità nasali assume un moto vorticoso, che fa sì che tutte le particelle siano sballottate da tutte le parti e allora la

mucosa nasale, umida, che ricopre la struttura ossea e le cavità nasali, tappezzate dalla mucosa nasale, fanno in modo

che l’aria vortichi e ciò che non è stato possibile trattenere in questo primo tratto, venga trattenuto ad un livello

successivo, insito nel vestibolo del naso. Le particelle si fermano a livello delle pareti e finiscono nel muco (un prodotto

ricco in acqua e mucopolisaccaridi), che trattiene il particolato.

L’aria allora è purificata dal punto di vista meccanico, viene inumidita, poiché la mucosa è umida (poiché il muco è

liquido) e la superficie umida fa sì che si abbia un notevole condizionamento dell’aria, ed infine che essa venga anche

riscaldata, poiché il naso è un distretto riccamente vascolarizzato.

Allora, nella prima parte delle vie respiratorie vedo già esplicate le prime funzioni del sistema di conduzione dell’aria.

Il vestibolo è sostenuto da del materiale cartilagineo (CARTILAGINI ALARI E LATERALI).

L e cartilagini maggiori circondano la parte più esterna del naso, nonché quella protrundente. Le cartilagini minori

circondano, invece, le parti più interne del naso, quelle più aderenti al viso.

Ci sono delle cavità presenti nello scheletro, che attraverso dei sistemi di pori è in connessione con il vestibolo.

Il sistema visto, che è molto complesso, amplia la superficie delle cavità nsali. Non appartengono al sistema respiratorio

e nasale, ma fanno parte del sistema osseo e sono in connessione con il sistema respiratorio. Stiamo parlando dei SENI

all’altezza frontale.

Le cavità nasali sono in connessione col sistema dei seni.

Oltrepassiamo le cavità nasali ed addentriamoci nelle vie respiratorie interne; alla fine dell’osso palatino (ala destra e

sinistra dell’osso palatino), ci portiamo nelle COANE, per poi passare al FARINGE.

In altre parole, l’aria inalata viene suddivisa dal setto nasale (lamina dell’etmoide e vomere) nelle due cavità nasali. La

componente scheletrica delle cavità nasali è complessa, ed è rappresentata dalle ossa mascellari, nasale, frontale,

etmoide, sfenoide e, inferiormente, palatini. A queste strutture si aggiungono i cornetti nasali. Accanto ad un aumento di

superficie, utile al condizionamento ed all’analisi sensoriale dell’aria nelle cavità nasali. Grazie alla loro conformazione,

i turbinati fanno sì che l’aria ruoti vorticosamente nelle cavità nasali, facilitando l’adesione del particolato alle pareti

rivestite di muco.

E’ una struttura a TUBO (abbastanza flessibile), anche in parte, entro certi limiti deformabile, che confina direttamente

con la colonna vertebrale ed è una struttura imbutiforme, con la parte larga rivolta verso l’alto e va dalle COANE ( a

livello dei condili) fino alla biforcazione tra ESOFAGO e LARINGE (regione che precede la TRACHEA).

Ricordiamo che le regioni della faringe sono 3:

- RINOFARINGE (regione esclusiva delle vie respiratorie).

- OROFOARINGE (regione intermedia). 67

- LARINGOFARINGE (Più profonda).

Le altre due ( OROFARINGE e LARINGOFARINGE) sono in comune con le vie alimentari e quindi il cibo e l’aria

debbono passare per un tragitto comune, che è rappresentato per una porzione della FARINGE.

Abbiamo una fase di apnea quando deglutiamo, poiché il bolo sta occupando la OROFARINGE e la

LARINGOFARINGE e allora deve passare una cosa sola alla volta. Ci saranno delle strutture anatomiche che

impediranno al cibo di prendere la strada sbagliata.

Questo si traduce anche sulla differenza citologica diversa.

Mentre la RINOFARINGE è costituita da un epitelio PSEUDOTRATIFICATO e CIGLIATO (tipico del SISTEMA

RESPIRATORIO), nel passaggio tra RINOFARINGE e OROFARINGE, l’epitelio della KMUCOSA cambia e da

PSEUDOSTRATIFICATA cigliata diventa PLURISTRATIFICATA PAVIMENTOSA NON CHERATINIZZATA

(poiché l’aria non è un INSULTO MECCANICO TANTO FORTE sulla RINOFARINGE e allora l’epitelio può essere

anche delicato. Possiede comunque delle ciglia che facilitano il movimento del muco, che una volta sporcato, deve

essere rimosso dalle vie respiratorie.

D’altro canto a livello della OROFARINGE, poiché il cibo può rappresentare un vero e proprio insulto chimico e/o

meccanico, l’epitelio ha ragione di cambiare.

L’aria, però, può contenere dei germi e, allora, a livello della RINOFARINGE ci sono le ADENOIDI, che sono le

tonsille della RINOFARINGE.

C’è un vero e proprio TESSUTO LINFOIDE, che analizza le sostanze estranee che entrano. Il tessuto linfoide è quello

associato alla mucosa nasale, anche se, in realtà, siamo a livello già inferiori (NALT – Nose Associated Linfoid Tissue).

Essendo sempre a contatto con aria contaminata, la mucosa può anche infettarsi o andare incontro a recidive e più volte

può essere rimossa chirurgicamente (l’adenoide).

Alla OROFARINGE segue la LARINGOFARINGE (il confine è una linea che passa all’altezza dell’osso ioide), ma la

suddivisione è meramente anatomica. Anche se, in realtà, rappresenta un continuum.

In altre parole, la faringe rappresenta un condotto dalle pareti flessibili ed in parte deformabili, in cui, almeno per alcuni

tratti, vie aeree e vie alimentari si sovrappongono. La faringe si estende dalle coane (le narici interne) alla biforcazione

di esofago e trachea. Le regioni della faringe sono 3, ed in senso CRANIO-CAUDALE sono la RINOFARINGE,

l’OOFARINGE e la LARINGOFARINGE. La RINOFARINGE appartiene esclusivamente alle vie respiratorie e si

estende dalle coane al palato molle. La tonsilla faringea (o ADENOIDE) si affaccia su questa cavità. La porzione

successiva e l’OROFARINGE, in cui transita anche il cibo, che attraverso le FAUCI, inizia il suo viaggio verso lo

stomaco. Il passaggio del cibo implica che gli insulti meccanici e chimici cui la OROFARINGE è sottoposta superino di

gran lunga quelli cui è sottoposta la RINOFARINGE. Infatti, mentre in quest’ultima l’epitelio è quello tipico delle vie

respiratorie, pseudo stratificato e cigliato, l’orofaringe presenta un epitelio pavimentoso pluristratificato.

All’OROFARINGE segue la LARINGOFAINGE (il confine è una linea che transita all’altezza di una biforcazione:

quella tra LARINGE ed ESOFAGO.

Allora l’aria deve andare per forza nell’unica via che essa può prendere, quella di minor resistenza, poiché ricordiamo

che l’esofago non è una struttura beante, ma in assenza del bolo alimentare è una struttura le cui parete sono adese tra di

loro.

Diciamo allora che l’esofago, in assenza del bolo, è una struttura collassata.

La direzione dell’aria, quindi è quasi obbligata.

Al contrario, il cibo al suo ingresso può trovarsi davanti due vie: quella beante della TRACHEA, oppure quella chiusa

dell’esofago.

Mediante una serie di processi nervosi, volontari ed involontari, l’ingestione volontaria del bolo è preceduta da un

ribaltamento involontario dell’EPIGLOTTIDE, che fa da barriera e sbarra le vie respiratorie dall’ingresso del cibo. E’

anche vero che in questa fase siamo in condizioni di apnea.

Allora è vero che il bolo alimentare può, erroneamente, prendere la via della trachea, rischiando di finire nelle vie

sbagliate. In tal caso si verrebbero ad instaurare dei meccanismi involontari per cui si avrebbe l’induzione della tosse,

per ributtare fuori il bolo alimentare caduto erroneamente nelle vie respiratorie. 68

Tra rinofaringe ed OROFARINGE, ho la CAVITA’ DELLE FAUCI, con la presenza dell’UGULA. C’è anche una

tonsilla linguale (che sta dietro la lingua) e quelle PALATINE, che si dispongono, nel loro insieme, a determinare una

sorta di anello con la funzione di presiedere all’immunità.

Dalla LARINGOFARINGE andiamo a livello della GLOTTIDE e poi entriamo nelle vere e proprie VIE

RESPIRATORIE:

La commistione tra le vie respiratorie e quelle alimentari si è conseguita nel tempo, dovuto proprio all’allungamento

della LARINGE, che ha dato un vantaggio ed uno svantaggio. Da un lato ci ha dato la possibilità di riuscire a FONARE

in maniera complessa e coordinata, d’altra parte ha dato proprio questo potenziale rischio di affogamento.

Ovviamente ci sono tutte le strutture anatomiche e comportamentali involontarie per impedire che questo si verifichi.

LARINGE

Il passaggio alle vie respiratorie è presieduto da una CARTILAGINE detta EPIGLOTTIDE.

In altre parole, anche se la laringe può essere descritta come un breve tratto cilindrico a pareti muscolari, la discrezione

di tutte le strutture associate alla laringe è piuttosto complessa.

Pur essendo un tubo a pareti cartilaginee e muscolari, è organizzato in modo da non essere facile da descrivere.

Ci sono fondamentalmente tre cartilagini:

- TIROIDE (al centro, che caratterizza il POMO d’ADAMO).

- CRICOIDE (Più sviluppata posteriormente).

- EPIGLOTTIDE (il custode delle vie respiratorie, collocata sopra alla cartilagine TIROIDE. Ad essa

vengono attribuiti due nomi solitamente, in virtù della sua peculiare forma: a FOGLIA o a

CALZASCARPE).

Queste tre sono delle cartilagini impari, a cui vanno aggiunte altre tre coppie di cartilagini (3 X 2) e sono 6.

Queste sono le ARITENOIDI, CUNEIFORMI, CORNICULARI. Dette sono collegate e rinforzate da muscolatura

scheletrica striata, che è normalmente suddivisa in due:

-MUSCOLATURA INTRINSECA

-MUSCOLATURA ESTRINSECA

La MUSCOLATURA INTRINSECA è quella con cui abbiamo più familiarità, che interviene nella fonazione.

La MUSCOLATURA ESTRINSECA è quella che ha principalmente un ruolo di sostegno.

Accanto alla presenza di muscolatura, le cartilagini sono connesse da dei legamenti. Questi legamenti sono:

LEGAMENTI VOCALI

 LEGAMENTI VESTIBOLARI

Detti legamenti sono importanti, poiché su questi legamenti si può disporre una mucosa a formare le cosiddette

PIEGHE VOCALI.

Allora i legamenti servono per il sostegno delle pieghe vestibolari e vocali.

Quelle più importanti sono quelle note con il termine di CORDE VOCALI. La vibrazione delle corde vocali generata

dall’aria che espiriamo, determina il principio di fonazione.

Ma perché allora chiamarla corda, visto che difatto è una piega?

Perché agiscono proprio come le corde di uno strumento ad arco.

Ciò che determina l’altezza del suono è la lunghezza della corda.

Tanto più lunga è la corda, tanto più il suono è grave; tanto più la corda è piccola, tanto più acuta essa sarà. 69

Se il registro di partenza è grave o acuto, dipende dallo spessore anche della corda. Quelle più spesse nella chitarra

corrispondono ad un suono più grave (basso) e hanno il registro più grave, viceversa, le corde più sottili corrispondono

ad un suono acuto e il loro registro è acuto (alto).

Nelle corde vocali succede la stessa cosa e lo spessore è determinato dalla presenza del TESTOSTERONE.

Il bambino e la bambina hanno le voci, cosiddette bianche, indistinguibili, proprio perché la produzione di

TESTOSTERONE è più o meno identica e lo spessore, conseguentemente, simile. Dopo la pubertà, la produzione

differenziale di TESTOSTERONE nell’adolescente maschio, determina l’aumento di spessore delle pieghe, per cui,

quando vibreranno, il suono emesso sarà più grave.

Mentre parlo, con la MUSCOLATURA INTRINSECA agisco sull’altezza del legamento e quindi sull’altezza delle

pieghe vocali.

La muscolatura intrinseca è regolata finemente dai neuroni piramidali.

Possiamo modulare il registro di canto.

Parliamo delle vocali (che sono quelle emesse effettivamente), la vera articolazione del suono (formazione delle

consonanti è mediata dalla LINGUA).

L’articolazione del suono è modulata dai neuroni ell’AREA di WERNICK, la volontà di fare un determinato suono

dall’AREA di BROCA.

L’EPIGLOTTIDE è la vera guardiana della glottide, nonché l’apertura di dove si origina la LARINGE.

E’ più facile che sia un liquidi a sbagliare strada piuttosto che qualcosa di solido.

Il muco può essere espettorato nell’esofago e poi va nello stomaco. La via dello stomaco è persa anche dal muco nasale.

Per liberare tutto il naso, quando c’è lo stimolo dello starnuto, sarebbe meglio corretto farlo col naso e non per la bocca.

La cartilagine CRICOIDE è decisamente più grande di quella TIROIDE, ed è più estesa posteriormente che

anteriormente e questa sostiene le cartilagini CARNICULATE e ARTENOIDE e, perpendicolarmente, vediamo i

LEGAMENTI VESTIBOLARI (più in alto) e il LEGAMENTO VOCALE (più in basso).

Davanti alle CARTILAGINI CURNICULATE abbiamo quelle CUNEIFORMI, tante e sono legate da legamenti e

muscolatura. Questo ultimo punto descritto lo vedo se giro la laringe e la guardassi nella posizione posteriore.

Da tenere in considerazione che siamo a livello di C3 e C6 e tutta la struttura è di pochi centimetri.

C3 e C6 indicano le vertebre cervicali.

Il primo anello tracheale comincia a livello di C7.

In altre parole, la laringe inizia con una strettoia, la GLOTTIDE, ed è sostenuta ventralmente da tre CARTILAGINI

impari, la CARTILAGINE IROIDE (la più voluminosa e palpabile, soprattutto nei maschi), la CARTILAGINE

CRICOIDE, inferiore, la CARTILAGINE EPIGLOTTIDE, superiore.

L’EPIGLOTTIDE si solleva durante la deglutizione e va a coprire l’accesso alla glottide, separando così le vie aree

dalle vie alimentari. A queste tre cartilagini si associano tre coppie di cartilagini pari ( ARITENOIDI, CORNICULATE

e CUNEIFORMI). Tutte le cartilagini sono tra loro connesse da legamenti, ma quelle più rilevanti sono i LEGAMENTI

VESTIBOLARI e di LEGAMENTI VOCALI, posti a livello della glottide.

Sui legamenti vocali si osservano due pieghe epiteliali, le PIEGHE VOCALI, meglio note come CORDE VOCALI.

Proprio come uno strumento a corda, le corde vocali vibrano quando l’aria passa attraverso la glottide. L’azione della

muscolatura striata scheletrica (volontaria) di questo distretto, agendo sul legamento vocale sottostante, cambia la

lunghezza e lo spessore delle corde vocali, consentono di modulare il suono. Al tono iniziale emesso dalle corde vocali,

si sommano poi gli effetti di cassa di risonanza di cavità nasali, laringofaringe.

La modulazione del suono, ha infine, nella lingua la fondamentale protagonista. La muscolatura laringea, nel suo

complesso, viene suddivisa in INTRINSECA ed ESTRINSECA, la prima più funzionale, la seconda di sostegno.

TRACHEA

LA TRACHEA ha davvero del tubo. Infatti, è una struttura tubulare (che si estende dalla sesta vertebra cervicale alla

quinta vertebra toracica).

Gli anelli cartilaginei non sono dei veri e propri anelli, poiché la parte posteriore manca e, quindi, ha forma di C.

L’incompletezza dorsale dell’anello è dovuta al fatto che la trachea è addossata all’esofago, pertanto, la trachea, nella

parte posteriore, deve poter essere leggermente comprimibile (al passaggio del bolo alimentare).

Ma perché gli anelli cartilaginei tracheali hanno la forma di una C?

L’ho appena detto: la trachea deve essere leggermente deformabile.

L’esofago è molto indietro nel collo, eppure, quando mando giù un bolo grosso, sento il dolore sulla parte superficiale

del collo. Questo motivo, dipende dal fatto che la parete posteriore della trachea è leggermente deformabile.

Tuttavia, se il bolo alimentare è troppo grosso, ci sono dei meccanismi nervosi, che ne impediscono la deglutizione. Il

tutto per via RIFLESSA.

La mucosa che riveste la trachea è uguale a quella che riveste le cavità nasali e la RINOFARINGE. Qui, ho delle cellule

cigliate, che vibrano grazie alla DINEINA, e fanno salire il muco sporco verso l’alto e dalla LARINGE, lo mandano

all’ESOFAGO. Questa modalità di trasporto verso l’alto de muco viene chiamato ASCENSORE MUCOSO.

In altre parole, la trachea è una struttura a selezione cilindrica, che si estende da C6 a T5 (circa una decima di cm).

Tipicamente la trachea, che inizia sotto la cartilagine cricoide, è sostenuta da anelli cartilaginei aventi forma di C. la

parte aperta della C è rivolta all’indietro, verso la colonna vertebrale, da cui la trachea è separata dall’esofago. Proprio il

passaggio del bolo impone una certa deformabilità alla porxione posteriore della trachea. Per il resto, per effetto degli 70

ANELLI TRACHEALI associati ai LEGAMENTI ANULARI, è una struttura piuttosto resistente e flessibile rivestita

dal classico epitelio PSEUDOSTRATIFICATO CIGLIATO. Il muco che risale dalla trachea viene convogliato

all’esofago, tramite l’apertura della GLOTTIDE.

Qualora il muco presente ristagni o sia in eccesso, si osserva tipicamente il riflesso DELLA TOSSE.

Questo si verifica soprattutto nel caso dei FUMATORI CRONICI, il quale fumo determina la distruzione delle ciglia

che, in condizioni fisiologiche, dovrebbero mandare in alto il muco.

Il diametro della trachea non è costante, anche perché la muscolatura liscia tracheale(collocata al confine con l’esofago)

può modificarne il lume, sulla base delle necessità: questo si esplica nel passaggio di più o meno aria. La trachea non ha

ragione di essere costretta. Si apre di più, al massimo, quando deve fare passare più aria.

La trachea si biforca nel MEDIASTINO nei due BRONCHI PRINCIPALI (bronco DX e SN) o EXTRAPOLMONARI.

I bronchi principali hanno una struttura in tutto simile a quella della trachea, con anelli cartilaginei e legamenti. I due

bronchi non sono strutture identiche e simmetriche, in quanto il destro è più voluminoso e scende in modo più rettilineo

nel polmone. Il sinistro è meno voluminoso, poiché l’APICE DEL CUORE preme sul lato mediale del polmone sinistro.

I bronchi entrano nei polmoni a livello del loro LATO MEDIALE, nella regione detta ILO DEL POLMONE. Solo una

volta entrati nel polmone, i bronchi si ramificano in componenti via via di dimensioni minori, sino a livello dei

SACCHI ALVEOLARI.

Le ramificazioni dei bronchi assumono nomi diversi in relazione al loro diametro. Possono avere diversi nomi, come:

BRONCHI PRINCIPALI, BRONCHI EXTRAPOLMONARI, BRONCHI BILOBATI, BRONCHI TERZIARI,

BRONCHIOLI TERMINALI, BRONCHIOLI ecc…

Man mano che ci approfondiamo nell’ALBERO RESPIRATORIO le componenti cartilaginee cambiano o si vengono a

perdere. Da anelli diventano delle semplici placchette e poi spariscono del tutto nei bronchioli più piccoli.

Man mano, per contro della cartilagine, aumenta la componente muscolare.

La CARTILAGINE della trachea è di tipo IALINA. I POLMONI

Tra la pleura parietale e viscerale dei polmoni c’è uno spazio virtuale pieno di liquido pleurico e consente

l’ampliamento e lo svuotamento del polmone e la presenza del liquido è importante poiché possa avvenire la

ventilazione. Il meccanismo di espansione e compressione del polmone non avviene per stiramento muscolare, come

accadeva per il cuore, che fanno comunque parte del polmone.

Se ci sono delle infiammazioni al liquido pleurico ho delle PLEURITI, con accumulo di fluido tra le due pleure ed

essendo eccessivo, c’è da drenare i liquidi in eccesso. Ne consegue una patologia che porta al deficit respiratorio. Il 71

liquido pleurico garantisce l’espansione corretta del polmone durante la respirazione. Le due pleure sono praticamente

incollate dal fluido (due pellicole con un film d’acqua all’interno. Dentro non c’è il vuoto.

Se tiro su un foglio viene su anche l’altro. Quello è quello che succede anche nel polmone. La pleura parietale tira il

liquido pleurico vicino di sé e la pleura viscerale deve seguire quella parietale e il polmone si espande correttamente. Il

polmone funziona correttamente. Le pleure permettono di far scivolare gli organi nelle loro cavità e di permettere, nel

caso del polmone,l la sua corretta funzione. Per effetto della capillarità esercitata dal liquido pleurico, i polmoni restano

adesi alle pareti interne della cavità toracica ed al diaframma, il che è di fondamentale importanza nei processi di

ventilazione. La ventilazione è un’attività che si completa in due fasi:

• INSPIRAZIONE (sempre attiva)

• ESPIRAZIONE ( non necessariamente attiva).

Noi, infatti,l abbiamo due respirazioni:

EUPNEA: la ventilazione inconscia per azione dei muscoli volontari ma senza attivazione conscia,

 che si esercita per l’azione di due tipologie di muscoli:

MUSCOLO DIAFRAMMA e/o

 MUSCOLI INTERCOSTALI (poiché ho due tipologie di ventilazione)

Quali sono queste due tipologie di ventilazione?

• SUPERFICIALE (O INTERCOSTALE)

• DIAFRAMMATICA (più efficace).

Normalmente usiamo quella INTERCOSTALE. Dopo alcuni minuti prendiamo un respiro più profondo, poiché

l’EUPNEA superficiale è meno efficiente di quella DIAFRAMMATICA.

RESPIRAZIONE DIAFRAMMATICA

E’ una respirazione molto importante, profonda ed efficace, che non necessita di compensazione.

Allora perché non c’è solo questa?

Perché nella giornata, la respirazione diaframmatica diventa quasi impossibile e quindi la ventilazione intercostale

(superficiale) ci deve essere.

Nell’EUPNEA allora possiamo usare due tipologie di muscoli e ottengo la dilatazione della cavità toracica ed i polmoni

la seguono.

Rilassando la muscolatura l’espirazione è uno svuotamento passivo, poiché la capacità elastica della gabbia toracica fa

in modo che poi l’energia accumulata venga restituita come moto. Nell’IPERPNEA dove sia inspirazione che

espirazione sono attive, si mette in gioco anche il muscolo STERNOCLEIDOMASTOIDEO e altri muscoli ( sono tanti

in quelli che intervengono in questa respirazione intensa), ma dal punto di vista fisico il principio resta quello.

Amplio la cavità toracica e la richiudo, ma posso usare un numero di muscoli diverso a seconda del tipo di ventilazione

effettuato (nel caso dell’IPERPNEA posso usare questi muscoli sia per la fase d’inspirazione che per quelle

d’espirazione).

Entrano in gioco anche gli addominali ed altri muscoli (quando si fa uno sforzo fisico). Questo accade nell’IPERPNEA

poiché sono gli ATTI RESPIRATORI più profondi e, allora, interviene più muscolatura.

I polmoni sono a tronco di cono nella cavità pleurica e contattano gli organi che sono nella CAVITA’ MEDIASTINICA

e li contattano con la loro parte mediale. Ho una faccia posteriore, che si appoggia alla parete del dorso, una faccia

inferiore che si appoggia al diaframma. A livello della faccia mediale entrano i BRONCHI, VASI E NERVI (e qui è

interrotta la continuità polmonare) ed è la parte del polmone più articolata. Dove entrano queste strutture assume il

nome di ILO del POLMONE.

La FACCIA MEDIALE è anche deformata dagli ORGANI con cui vengono a contatto i polmoni. Dei due, quello più

interessante è il polmone di sinistra. Il cuore, infatti, essendo spostato rispetto al margine mediale verso sinistra, preme

sul POLMONE SINISTRO, che sarà più piccolo del POLMONE DESTRO e il polmone destro è più in alto rispetto al

sinistro (a causa del fegato che spinge sul diaframma) e diverso è anche il numero di lobi per polmone: il sinistro ha due

lobi, mentre il destro ne ha tre.

Questa suddivisione è ad opera della PLEURA VISCERALE, che s’invagina nel PARENCHIMA POLMONARE

delimitando questi lobi.

[SEZIONE TRASVERSALE POLMONI]

Internamente, il polmone è suddiviso in aree sempre più ristrette dallo STROMA DEL POLMONE (un insieme di fibre

elastiche con scarse fibre muscolari e collagene), che formano un vero e proprio sistema di TRABECOLE che

suddividono il polmone in regioni.

Questa suddivisione in regioni è molto importante, poiché i VASI e i BRONCHI seguono, nella loro progressione

(nelle loro diramazioni), lo stroma connettivale e, allora, è come se trovassero la strada, da un certo punto di vista.

La faccia mediale del polmone presenta la REGIONE DELL’ILO. A livello dell’ILO POLMONARE, si osserva anche

l’insieme di FIBRE CONNETTIVALI E MUSCOLARI che ancorano il polmone alla CAVITA’ TORACICA (se no

non ci stanno fermi con solo le due pleure). Le pleure non garantiscono un attacco mediale, ma solo alle pareti interne

della gabbia toracica.

Ecco, allora, che ci sono dei LEGAMENTI FIBROSI, che formano la RADICE DEL POLMONE, che dalla faccia

mediale si ancorano al MEDIASTINO (pareti interne della cavità toracica). La RADICE del polmone, internamente,

forma lo STROMA DEL POLMONE. Lo stroma si suddivide a dividere il polmone in tanti compartimenti dentro. 72

Il polmone ha questo aspetto parenchimatoso.

Entro il polmone, lo stroma continua a ramificarsi e suddivide i lobi in compartimenti di dimensioni via via minori, sino

alla più piccola compartimentazione: il lobulo, ed è qui che ci sono gli ALVEOLI POLMONARI deputati allo scambio

dei gas respiratori.

Il sistema è molto complesso e la compartimentazione è logicamente seguita dall’arrivo dell’ARIA, dei NERVI, dei

VASI e dei BRONCHI. La ramificazione dei bronchi e dei vasi segue la compartimentazione determinata dallo stroma,

per cui i bronchi polmonari daranno dapprima un ramo per ogni lobo (BRONCHI LOBARI O SECONDARI).

Il SACCO ALVEOLARE è nel LOBULO, ma determinato dalla ramificazione dei BRONCHIOLI. Allora hanno un

sistema di TUBI e TUBICINI, che devono trovare la propria strada nei diversi compartimenti.

Man mano che i BRONCHI si dividono, perdono le componenti cartilaginee di supporto. Diciamo meglio, prima

diventano delle PLACCHETTE CARTILAGINEE e successivamente vengono perse e rimane solo la

MUSCOLATURA LISCIA e questo è determinato banalmente da ragioni di spessore. Se la struttura diventa piccola, la

cartilagine non può permettere alla struttura di restare beante e allora interviene la muscolatura, che è funzionalmente

modulabile; d’altro canto è purtroppo uno svantaggio nella BRONCOCOSTRIZIONE, poiché il sistema può collassare

nelle vie respiratorie e dare difficoltà respiratorie anche estese, cosa che con la cartilagine non succede (rimane sempre

beante, poiché non è funzionalmente modulabile).

Tuttavia, la necessità della cartilagine è una necessità strutturale, ma si traduce anche in un pericoloso svantaggio. Il

grado di contrazione dipende dall’azione del sistema nervoso centrale (SNA) e da fattori locali.

La BRONCOCOSTRIZIONE è mediata dal SISTEMA NERVOSO AUTONOMO PARASIMPATICO.

La BRONCODILATAZIONE è mediata dal SISTEMA NERVOSO AUTONOMO ORTOSIMPATICO.

In base a quello che abbiamo detto, allora ho due toni:

TONO PARASIMPATICO oppure TONO ORTOSIMPATICO a seconda della necessità.

Dove i BRONCHI si dividono c’è la zona della CARENA. Parlo di ALBERI RESPIRATORI, poiché la ramificazione

sembra quella di un albero.

I BRONCHI entrano nel LOBULO e quelli che sono i BRONCHIOLI RESPIRATORI, poi si aprono nei SACCHI

ALVEOLARI. Il BRONCHIOLO RESPIRATORIO è preceduto dal BRONCHIOLO TERMINALE.

A livello dei sacchi alveolari troviamo queste STRUTTURE SFEOIDALI e la chiamiamo anche ACINI (sinonimo di

ALVOLI) POLMONARI, poiché la struttura in toto ricorda un grappolo.

Il BRONCHIOLO RESPIRATORIO è così sottile che i gas da questo livello possono DIFFONDERE.

Un BRONCHIOLO RESPIRATORIO è tributario a più SACCHI ALVEOLARI (serve due o tre piccole camere).

Ora, abbiamo detto che la ramificazione avviene seguendo la ramificazione interna dello stroma e che è importante

anche per i vasi.

Quali vasi arrivano ai polmoni?

Per quanto riguarda la parte schiettamente respiratoria abbiamo vasi che appartengono al PICCOLO CIRCOLO. Ho

delle diramazioni delle ARTERIOLE tributarie della VENA POLMONARE. Il sangue si ossigena a livello degli acini e

73

poi si anastomizzano con la VENA POLMONARE (che riporta il sangue ossigenato – arterioso – all’atrio sinistro del

cuore).

Poi c’è un CIRCOLO A PARTE che deve nutrire i polmoni.

Allora, da un lato c’è il sistema arterioso del piccolo circolo e dall’altra ho le diramazioni del GRANDE CIRCOLO

(vasi che provengono dall’AORTA TORACICA) e che vanno ad irrorare il polmone; poiché il polmone è un organo e,

come tale, va nutrito.

Mentre ci sono due sistemi che nutrono il polmone, ne ho uno solo che porta il sangue refluo dal polmone al cuore, e

questo sangue refluo dai polmoni si anastomizza con delle vene polmonari e diluisce un po’ il sangue arterioso che

viene portato al cuore (dopo essere stato ossigenato a livello degli acini polmonari).

Allora ho due SISTEMI ARTERIOSI ed un solo SISTEMA VENOSO, che riporta tutto il sangue (venoso ed arterioso

al cuore – nell’atrio sinistro –).

Il sangue ossigenato deve tornare con le VENE POLMONARI al cuore, ma le vene che hanno il sangue deossigenato

dove vanno? Vanno comunque a finire nella VENA POLMONARE (che deve portare il sangue arterioso al cuore).

Ma allora le vene polmonari contengono al loro interno sia sangue venoso che sangue arterioso, che viene diluito

inevitabilmente, seppur poco.

Il sangue venoso che torna dal polmone diluisce quello arterioso. Però non parlo di COMMISTIO SANGUINIS, poiché

c’è molto più sangue arterioso che viene ossigenato nel polmone.

Quindi le VENE POLMONARI si anastomizzano con le ARTERIE che portano il sangue ossigenato al polmone per

nutrirlo. Si anastomizzano poiché le VENE POLMONARI riportano sia il sangue deossigenato, sia quello ossigenato

(molto di più di quello venoso) al CUORE.

Allora questo è un caso dove vasi ARTERIOSI, dopo aver nutrito l’organo a livello capillare, danno origine a dei vasi

VENOSI che non buttano nella VENA CAVA SUPERIORE (nel caso dei polmoni), ma che buttano nella VENA

POLMONARE.

In altre parole, i polmoni sono organi a forma di tronco di cono, ed occupano larga parte della cavità toracica. L’apice

del polmone si estende oltre la prima costa, mentre la base del polmone poggia sul muscolo diaframma. Ogni polmone

poggia sul MUSCOLO DIAFRAMMA. Ogni polmone è racchiuso in una propria cavità, la CAVITA’ PLEURICA. Le

due cavità pleuriche destre e sinistre sono separate dal MEDIASTINO. Come ogni cavità, la cavità pleurica è avvolta da

una sierosa, detta PLEURA. Il foglietto esterno (PLEURA PARIETALE) e quello interno ( PLEURA VISCERALE)

sono separate da uno spazio virtuale (CAVITA’ PLEURICA) ripieno di un liquido PLEURICO, che consente lo

scivolamento dei foglietti eliminando l’attrito. Mentre la pleura parietale aderisce alla parete della cavità toracica, la

pleura viscerale riveste per intero il polmone e lo suddivide in lobi. Per effetto della capillarità esercitata dal liquido

pleurico, i polmoni restano adesi alle pareti interne della cavità toracica ed al diaframma, il che è di fondamentale

importanza nei processi di ventilazione. Infatti, durante l’EUPNEA (respirazione in condizione normali) la muscolatura

intercostale e/o diaframmatica si contrae durante l’inspirazione. Questo causa un aumento del volume della cavità

toracica e la conseguente espansione dei polmoni che sono solidali alle sue pareti. L’ESPIRAZIONE in EUPNEA è

invece passiva e sfrutta le proprietà elastiche dei polmoni della gabbia toracica.

Nella IPERIPNEA, sia l’inspirazione che l’espirazione sono processi attivi ed altri muscoli (intercostali interni e

trasverso del torace) intervengono. Tuttavia, il principio fisico che lega i polmoni alle pareti della gabbia toracica e ne

consente l’espansione resta il medesimo.

In altre parole i polmoni sono organi pari, ma polmone destro e sinistro sono facilmente distinguibili. Il polmone destro

è costituito da tre lobi, mentre quello sinistro è suddiviso in soli due lobi. Per effetto della posizione del cuore, il

polmone sinistro è più piccolo. Tuttavia, dato che il fegato, collocato a destra, spinge in alto il muscolo diaframma, il

polmone destro risulta più corto di quello sinistro. Il polmone presenta quattro facce: ANTERIORE, POSTERIORE,

DIAFRAMMATICA (il pavimento) e quella MEDIALE.

La regione mediale è anatomicamente la più complessa perché presenta la regione dell’ILO, in cui i BONCHI, i VASI

ed i NERVI entrano nel polmone. Inoltre, le facce mediali recano le impronte degli organi e dei condotti con cui i

polmoni vengono a contatto, quali il CUORE, l’ESOFAGO e l’AORTA. I polmoni sono strutture parenchimatose, e la

suddivisione in lobi dipende dall’approfondimento della pleura viscerale nel parenchima, a livello delle fessure. Entro il

polmone, lo stroma continua a ramificarsi e suddivide i lobi in compartimenti di dimensioni via via minori, sino alla più

piccola compartimentazione: il lobulo. Anche la ramificazione dei bronchi e dei vasi segue la compartimentazione

determinata dallo stroma, per cui i bronchi polmonari daranno dapprima un ramo per ogni lobo (BRONCHI LOBARI O

SECONDARI). Ciascuno di questi bronchi lobari si suddivide ulteriormente in BRONCHI TERZIARI e poi via sino ai

BRONCHIOLI RESPIRATORI, che sfociano direttamente nei SACCHI ALVEOLARI. La componente cartilaginea dei

bronchi primari viene progressivamente perduta ed è sostituita dalla sola muscolatura liscia, il cui grado di contrazione

dipende dall’azione del sistema nervoso centrale (SNA) e da fattori locali.

GLI ALVEOLI (O ACINI)

Ogni polmone contiene circa 150 milioni di alveoli, ciascuno dei quali è connesso ad un ampio reticolo di capillari, a

loro volta avvolti da fibre elastiche.

A livello degli ALVEOLI è prodotto il SURFACTANTE a funzione TENSIOATTIVA, per cui il fosfolipide garantisce

la TENSIONE superficiale sufficiente per fare in modo che gli acini, anche durante l’espirazione, rimanghino pervi. 74

L’epitelio respiratorio vero e proprio è sottilissimo (0,1 – 0,2 μm) monostratificato, pavimentoso (1/10 di micron). E’

costituito da due tipi cellulari:

• PNEUMOCITI DI PRIMO TIPO: effettive cellule piatte che consentono il passaggio di ossigeno dal lume

alveolare al sangue (ma le cellule devono essere piatte).

• PNEUMOCITI DI SECONDO TIPO, che sono importantissimi poiché producono il SURFACTANTE e non

tanto per gli scambi respiratori.

L’epitelio respiratorio ha una membrana basale, ma questa membrana basale è così sottile che in alcuni punti è la stessa

che riveste l’epitelio.

Allora i capillari e il lume alveolare sono separati da un’unica lamina di laminina, collagene IV, proteoglicani (tra cui

fibronectina).

Questa membrana basale, in alcuni punti è quella che nutre anche l’endotelio dei vasi. Allora i capillari e il lume

alveolare sono così vicini che la sola membrana basale è sufficiente a nutrire sia l’ENDOTELIO sia le cellule

pavimentose degli alveoli. Questa membrana basale viene detta pertanto MEMBRANA RESPIRATORIA.

A livello degli alveoli trovo anche dei MACROFAGI (cellule mobili che possono spostarsi) e sono delle cellule che

hanno una funzione fagocitaria del particolare sfuggito all’EPITELIO CIGLIATO RESPIRATORIO. Il particolare deve

essere inferiore al micron ovviamente.

A questo livello, infatti, è consentito il passaggio di sostanze piccole e del diametro inferiore al micron. Il particolato

superiore al micron viene fermato nelle vie superiori.

Tutta la struttura descritta è nutrita da arterie che nulla hanno a che vedere con il PICCOLO CIRCOLO. Viceversa, il

sangue venoso che drena gli scarti metabolici del polmone si mescola a quello ossigenato, che torna al cuore tramite le

VENE POLMONARI.

Il SURFACTANTE è una delle ultime molecole ad essere prodotte durante lo sviluppo ed è questo che rende difficile la

nascita del soggetto prematuro. Potrebbe mancare il surfattante e ogni volta che espira gli alveoli collassano ed ad ogni

inspiro è come se fosse il primo vagito. Allora ho bisogno di tecniche per aiutarlo e a pressione controllata gli fornisco

dell’aria (il bambino è costantemente insufflato).

Le EMAZIE passano in fila a livello dei capillari degli acini polmonari.

Uno STATO ENFISEMATOSO con l’avanzare dell’età fa calare la superficie della parte interna del polmone. Poi è

ovvio che un soggetto, fumando, può accelerare questo processo.

In altre parole, ciascun sacco alveolare, può essere paragonato ad un grappolo d’uva di cui gli alveoli rappresentano gli

acini. Ogni polmone contiene circa 150 milioni di alveoli, ciascuno dei quali è connesso ad un ampio reticolo di

capillari, a loro volta avvolti da fibre elastiche. Il lume alveolare non può essere mantenuto pervio da muscolatura, dato

che questo comprometterebbe lo scambio dei gas per diffusione. Pertanto, negli alveoli, costituiti da un epitelio

pavimentoso semplice, si individuano PNEUMOCII di I primo tipo (deputati agli scambi) e PNEUMOCITI del II

secondo tipo. Questi ultimi producono un materiale ricco di fosfolipidi, il SURFACTANTE (o SURFATTANTE) che,

per effetto della tensione superficiale, mantiene pervio l’alveolo e ne impedisce il collasso durante l’espirazione. Nelle

regioni in cui lo scambio dei gas è più efficiente, la membrana basale dell’epitelio polmonare e la parete dei capillari è

fusa in una MEMBRANA RESPIRATORIA, struttura sottilissima (circa un decimo di micron), che ottimizza la

diffusione di ossigeno ed anidride carbonica. Nell’epitelio polmonare si ritrovano anche MACROFAGI, fondamentali

in quanto fagocitano il particolare sfuggito all’PITELIO PSEUDOSTRATIFICATO CIGLIATO, che si interrompe

all’inizio dei BRONCHIOLI TERMINALI. Tutta la struttura descritta è nutrita da arterie che nulla hanno a che vedere

con il PICCOLO CIRCOLO. Viceversa, il sangue venoso che drena gli scarti metabolici del polmone si mescola a

quello ossigenato, che torna al cuore tramite le VENE POLMONARI. 75

SVILUPPO DEL POLMONE

I polmoni derivano da un estroflessione del FARINGE

(appunti july)

In definitiva ci sono due regioni connesse da una struttura impari alla faringe, che origina i TRATTI RESPIRATORI

COMUNI tra i POLMONI e la FARINGE . Ho due regioni che sono connesse da una struttura impari al faringe. Allora

c’è già un PATTERN determinato.

(appunti prof fino a surfattante).

La produzione del surfattante è eseguita tardi nello sviluppo e il bambino non deve respirare nella pancia della mamma.

Il surfattante comincerà ad essere prodotto poco prima della nascita.

Il bambino dovrà vagire, gonfiare i polmoni e, tossendo, buttare fuori l’espettorato dai polmoni.

(Accanto allo sviluppo dei polmoni…appunti prof…fino alla fine).

LE STRUTTURE PIU’ IMPORTANTI ANTICIPANO SEMPRE I DETTAGLI.

[DISEGNO DELLO SVILUPPO UMANO DEL POLMONE].

Il processo va avanti anche dopo che il soggetto è nato. Lo sviluppo completo e definitivo del polmone va avanti fino a

due mesi dopo la nascita. 76

SISTEMA URINARIO

Abbandoniamo la CAVITA’ DORSALE, abbandoniamo anche la CAVITA’ TORACICA e andiamo a livello della

CAVITA’ ADDOMINO-PELVICA, pur restando all’esterno, a livello del suo parenchima. A livello

RETROPERITONEALE.

E’ un SISTEMA NOBILE e rappresenta il PRINCIPALE DISTRETTO DI PURIFICAZIONE del sangue (dall’attività

metabolica/catabolica).

I prodotti di rifiuto della cellula vengono rilasciati nel FLUIDO INTERSTIZIALE che vanno poi al CIRCOLO e/o alla

LINFA e alla fine arriva al sangue comunque, e servono dei sistemi che bilancino la concentrazione delle sostanze che

ha all’interno. A seconda del metabolismo, si eliminano più o meno scorie metaboliche.

Nell’uomo, gli organi deputati a questa attività di depurazione del sangue sono principalmente (ma non esclusivamente)

i RENI. I reni, accanto alla funzione di eliminazione dal sangue dei prodotti di rifiuto, concorrono in modo determinate

al mantenimento dell’equilibrio idrosalino ed alla stabilizzazione del pH ematico mediante il controllo esercitato sulla

composizione dell’URINA.

I reni sono importanti per la purificazione del sangue. Nel caso dei reni, accanto alla eliminazione delle sostanze di

scarto, sono importanti poiché svolgono anche altre molteplici funzioni:

REGOLAZIONE DEL VOLUME EXTRACELLULARE (necessario per permettere la

 sopravvivenza di tutte le cellule immerse nel liquido). E’ importante poiché correla anche la

PRESSIONE ARTERIOSA.

REGOLAZIONE DELL’OSMOLARITA’ (nei mammiferi deve tenersi attorno a 290mOsm,

 altrimenti si avrebbe una morte cellulare).

MANTENIMENTO DEL BILANCIO IONICO: deve mantenere il più poccibile costante la

 concentrazione di ioni calcio, magnesio e potassio.

REGOLAZIONE DEL pH: l’acidità del sangue porta effetti sull’attività dei canali ionici e altre

 attività

ELIMINAZIONE DEI PRODOTTI DI SCARTO DAL METABOLISMO: come cataboliti proteici,

 acido urico, creatinina, tossine, farmaci, conservanti, dolcificanti ecc…

PRODUZIONE DI ORMONI

 ERITROPOIETINA: che regola la produzione delle emazie.

 RENINA: regola la produzione di ormoni per il bilancio del sodio

 ENZIMI per la CONVERSIONE della vitamina D o CALCITRIOLO.

Il grado di acidità dell’URINA può essere bilanciato per mantenere il pH ematico. Abbiamo RENI, URETRA,

VESCICA e URETERI.

I reni, che sono il sistema funzionante e gli altri che hanno funzione di conduzione, accumulo ed espulsione, sotto il

controllo, entro certi limiti, della volontà. 77

78

La VESCICA è nella cavità pelvica. Ed è diversa la collocazione a livello del sesso o del soggetto. I reni sono organi di

una decina di centimetri e ricevono il 25% del sangue.

In altre parole, l’attività metabolica/catabolica provoca la produzione di numerose molecole potenzialmente dannose

che le cellule rilasciano nel fluido interstiziale.

La composizione del fluido interstiziale è mantenuta costante attraverso continui scambi con il sangue il quale, a sua

volta, dovrà depurarsi di queste scorie al fine di evitarne l’accumulo nel torrente circolatorio. Nell’uomo, gli organi

deputati a questa attività di DEPURAZIONE del sangue sono principalmente (ma non esclusivamente) i RENI. I reni,

accanto alla funzione di eliminazione dal sangue dei prodotti di rifiuto, concorrono in modo determinante al

mantenimento dell’equilibrio idrico-salino ed alla stabilizzazione del pH ematico mediante il controllo esercitato sulla

composizione dell’urina. 79

L’apparato urinario si compone di relativamente pochi organi, in quanto ad esso si ascrivono i RENI, GLI URETERI, la

VESCICA e l’URETRA. Gli URETERI drenano l’urina prodotta dai reni e la veicolano alla vescica. La vescica è un

organo impari che funge esclusivamente da sito di accumulo per l’urina, la quale, sotto controllo volontario, può essere

espulsa tramite l’URETRA. SVILUPPO DEI RENI

[INSERTO DI ANATOMIA COMPARATA]

Prima di arrivare ai due diversi punti di arrivo, bisogna percorrere un tragitto lungo e che differisce tra i due a partire da

un certo punto.

La linea guida, come sempre, prevede di partire dal MESODERMA INTERMEDIO rispetto alla posizione dei somiti e

ci sono delle strutture della CRESTA (i NEFRONI), distribuiti metamericamente e sono i primi abbozzi di reni.

L’OLONEFRO

L’olonefro e’ una struttura ipotetica che si ritiene fosse propria dei cranioti adulti ancestrali. Questo rene rispecchiava

fedelmente la struttura metamerica dei somiti embrionali, e prevedeva un nefrone per ogni segmento corporeo; i vari

nefroni drenavano in un dotto archinefrico comune. IL PRONEFRO

Il pronefro rappresenta la prima struttura renale che si costituisce nell’embrione di tutti i cranioti. Lo sviluppo del rene

avviene in senso cranio-caudale. La porzione più rostrale della cresta nefrica si differenzia in alcuni tubuli renali che

convergono in un dotto archinefrico (o dotto di Wolff) comune, che rapidamente si allunga all’indietro e sbocca nella

cloaca. Il pronefro e’ funzionante solo negli embrioni di alcuni anamni, mentre non e’ funzionante negli embrioni di

tutti i rimanenti vertebrati. Tuttavia dal dotto di Wolff derivano i dotti spermatici delle vie genitali maschili di quasi tutti

i vertebrati. MESONEFRO

Nella regione della cresta nefrica immediatamente posteriore a quella che origina il pronefro, non si formano tubuli

renali. Caudalmente a questa regione priva di tessuto renale segue la parte della cresta nefrica che origina il mesonefro.

Il dotto archinefrico che decorre ventralmente ad essa, ne induce la differenziazione in tubuli renali; questi tubuli renali

costituiscono il mesonefro. I tubuli del mesonefro sono inizialmente disposti in numero di uno per ciascun segmento

corporeo e drenano singolarmente nel dotto archinefrico. Procedendo nello sviluppo, mentre il pronefro anteriormente

degenera, i tubuli mesonefrici gemmano in numerosi tubuli secondari e terziari. La struttura metamerica viene così a

perdersi, ed i tubuli renali versano in dotti collettori che divengono i nuovi tributari del dotto archinefrico. Il mesonefro

e’ funzionante nell’embrione e nelle larve di tutti i vertebrati

PROTONEFRO (PARTE 2)

Il primo rene a svilupparsi è il PRONEFRO, che si sposta gradualmente dall’estremità cefalica a quella caudale

dell’animale. Si localizza solo alle estremità della CRESTA NEFRICA e sarebbe il primo abbozzo di rene (una

massarella renale con un NEFRONE per ogni segmento corporeo).

Se si formano dei NEFRONI, appare ovvio che la loro funzione sia quella di filtrare il sangue e, contestualmente, a

differenza del PRONEFRO, si forma il DOTTO ARCHINEFRICO (DOTTO ESCRETORE EMBRIONALE). Sotto la

cresta nefrica scorre questo dotto escretore archinefrico e va alla cloaca e l’embrione scarica quindi il filtrato in questo

dotto.

Il PRONEFRO è una struttura molto piccola e marginale e fa davvero poco lavoro. Determina, tuttavia, lo sviluppo del

DOTTO DI WOLF (appunto il dotto ARCHINEFRICO – sinonimi -).

Quindi, la funzione principale è di indurre principalmente la formazione del dotto di cui abbiamo parlato. E non tanto

quella di filtrare.

In alcuni animali è funzionante il PRONEFRO.

Il dotto archinefrico può essere adoperato non solo dalle vie urinarie, ma anche da quelle genitali.

Accanto al drenaggio delle vie urinarie, può drenare le gonadi, portando lo sviluppo anche di queste (c’è un punto

d’incrocio nei due sviluppi).

Al PRONEFRO nella sua regione caudale, segue il MESONEFRO (non subito dietro al MESONEFRO, ma un po’ più

indietro).

Il MESONEFRO drena con i tubuli il filtrato nel dotto archinefrico (che rimane quello che si era formato prima).

Questo dotto rientra anche nel drenaggio delle vie genitali.

La METAMERIA iniziale del MESONEFRO può perderla nel continuare lo sviluppo. Fino al MESONEFRO, tutti i

vertebrati seguono lo stesso percorso. A questo punto però, abbiamo due possibilità:

• O SI EVOLVE UN METANEFRO

• O SI EVOLVE UN OPISTONEFRO.

In altre parole, riassumendo con gli appunti del prof:

I tubuli che si formano nel corso dello sviluppo possono essere di tipo diverso sulla base della collocazione del

glomerulo e della comunicazione tra il tubulo renale e la cavità celomatica. Le larve delle lamprede e di alcuni anfibi

possiedono glomeruli esterni(cioè non alloggiati entro una capsula renale) ed il filtrato entra di fatto in un recesso

celomatico. Il tubulo renale si apre su questo recesso e, tramite un nefrostoma cigliato, veicola il filtrato mediante il

moto delle ciglia nefrostomali al primitivo dotto escretore (archinefro). Tutti i vertebrati adulti possiedono glomeruli 80

interni, tuttavia in alcuni casi il tubulo renale resta in comunicazione con la cavità celomatica (elasmobranchi,

attinopterigi primitivi e molti anfibi) mediante il nefrostoma cigliato. Nella larga maggioranza dei vertebrati, comunque,

il nefrone e’ una struttura a se stante priva di qualsiasi comunicazione con la cavità celomatica.

Come precedentemente accennato, lo sviluppo del rene prevede il differenziamento del mesoderma intermedio in una

cresta nefrica che rispetta la segmentazione dei somiti. Lo sviluppo del rene avviene sequenzialmente in senso antero-

posteriore, e prevede la formazione di tipologie di reni non necessariamente mantenute dall’individuo adulto. Lo

sviluppo dei reni e dei relativi dotti escretori e’ intimamente associata con quella delle vie genitali (principalmente di

quelle maschili), in quanto residui di strutture renali embrionali divengono frequentemente strutture proprie

dell’apparato riproduttore nell’adulto. Distinguiamo diversi tipi di reni: l’olonefro, struttura ipotetica di tipo ancestrale,

il pronefro ed il mesonefro, strutture embrionali transitorie, l’opistonefro ed il metanefro, strutture renali definitive

rispettivamente in anamni ed amnioti.

[FINE INSERTO ANATOMIA COMPARATA]

POSIZIONE DEI RENI

Dato che i reni sono addossati alla parete corporea e sono retro peritoneali, essi non sono legati direttamente ad altri

organi.

Ci devono essere delle strutture che li tengono in sede, poiché possono spostarsi nella vita dell’individuo. Abbiamo:

• CAPSULA RENALE (fascia connettivale molto sottile che aderisce al rene strettamente).

• CAPSULA ADIPOSA (difatti protegge il rene dagli urti, poiché il rene è a livello della parete corporea e,

allora, la CAPSULA ADIPOSA lo mantiene in temperatura (poiché ha un significato isolante) e lo protegge.

• CAPSULA CONNETTIVALE (FASCIA RENALE) è una struttura connettivale robusta, che delimita lo

spazio concesso ai reni.

Per dare unità al sistema, i reni nel loro complesso si attaccano poi anche alle altre strutture connettivali (PERIOSTIO,

MUSCOLATURA ecc…)

La FASIA RENALE (o CAPSULA CONNETTIVALE) anteriormente, tende a congiungersi al PERITONEO

PARIETALE, che è la parte parietale che riveste anteriormente la cavità addominale.

La CAPSULA ADIPOSA è rivestita dal PERITONEO e possiede due foglietti:

VISCERALE: a contatto con la faccia renale e la struttura da dare ai reni deve essere stabile il più

 possibile. Anche se i reni hanno un certo grado di mobilità.

Un dimagrimento mal controllato fa perdere il tessuto adiposo che circonda il rene e fa abbassare la posizione dei reni e

abbassando gli URETERI, fa cambiare la direzione delle urine e il rene, abbassandosi determina delle patologie. Allora

i reni sono degli organi fluttuanti.

[DISEGNO RENE SEZIONTO TRASVERSALMENTE A LIVELLO DI L1]

In altre parole, i reni sono organi retro peritoneali, fuori dalla CAVITA’ ADDOMINALE, collocati a ridosso della

CAVITA’ VENTRALE.

Il rene destro è un po’ più basso del sinistro, inoltre la cavità ADDOMINALE contiene ORGANI IMPARI, RENE

destro e sinistro prospettano su organi differenti.

Il rene destro è dietro al FEGATO, dietro alla FLESSURA EPATICA del COLON e del DUODENO.

Il rene sinistro è dietro lo STOMACO, al PANCREAS, alla FLESSURA SINISTRA del COLON, del DIGIUNO e della

MILZA

In altre parole, sono organi lunghi una decina di centimetri e, di norma, il rene destro è lievemente più basso del rene

sinistro, per effetto della presenza del fegato. Dato che nella cavità addominale sono presenti numerosi organi impari, i

reni destri e sinistri toccano organi diversi. Il rene destro si trova, infatti, dietro a stomaco, milza, pancreas, digiuno

(parte dell’intestino tenue) e FLESSURA SINISTRA DEL COLON.

Entrambi i reni sono sormontati , a mo’ di cappuccio, dalle piccole ghiandole surrenali, fondamentali nella risposta a

stimoli stressanti. Dato che i reni sono addossati alla parete corporea e sono retro peritoneali, essi non sono legati

direttamente ad altri organi. Pertanto il mantenimento della loro posizione lo si deve a più fattori concomitanti, che alla

presenza di strutture di ancoraggio. Tutto ciò che rende i reni organi insolitamente “mobili”, la cui posizione può

variare, anche in modo significativo per diverse cause, tra cui, ad esempio un forte dimagrimento. La faccia anteriore

del rene è ricoperta dal PERITONEO PARIETALE (il peritoneo è la sierosa che avvolge la CAVITA’

ADDOMINALE). I reni in sé stessi sono però ricoperti da tre strati connettivali, che dal più interno al più esterno sono

la CAPSULA RENALE, LA CAPSULA ADIPOSA E LA FASCIA RENALE.

ANATOMIA MACROSCOPICA DEL RENE

I reni hanno tipicamente una forma “a fagiolo”. Il rene ha la PELVI RENALE, una concavità che permette ai vasi di

entrare nel rene stesso.

E’ come una tasca a livello della cavità mediale. E’ da qui che esce l’URETERE. Questa regione è l’ILO del RENE o

PELVI RENALE.

Il RENE PRESENTA una cavità interna detta SENO RENALE e non è una struttura piena, ma che si chiude intorno ai

vasi.

La CAPSULA RENALE a livello dell’ILO, si apre (poiché è a due foglietti e la parte più interna va a rivestire quella

più esterna (nell’apertura) ed è quella che riveste correttamente i vasi. 81

Se sezionassi il rene longitudinalmente, vedrei che ha un’organizzazione corticale e che è molto complesso e vedrei

quello che vedo a pagina 72. C’è una porzione corticale (che appare più scura) e una midollare (più scura).

Nell’ambito della midollare sembra interamente disegnato e vedo delle strutture più o meno triangolari, (il vertice punta

verso il seno renale). Tra le strutture che hanno l’aspetto a TRIANGOLO ci sono delle strisce di tessuto che sono scure

come la regione corticale (allora la zona midollare non è omogenea).

I triangoli sono separati da zone più scure (nell’immagine, in realtà, appaiono più chiare), simili alla regione corticale.

Le strutture triangolari hanno la base rivolta verso la regione corticale.

L’apice di queste piramidi è detta PAPILLA RENALE.

Tra le piramidi adiacenti si osserva tessuto in tutto simile alla componente corticale e costituente le COLONNE

RENALI. L’insieme di piramide renale, porzione adiacente di colonne renali e di regione corticale forma il LOBO

RENALE. La produzione di urina avviene sia a livello della regione corticale che midollare del rene.

Anche se la filtrazione del sangue avviene a livello CORTICALE.

Ogni LOBO RENALE produce perciò urina che è drenata all’altezza delle papille renali da una struttura a COPPA detta

CALICE MINORE. Quattro o cinque calici minori convergono in CALICI MAGGIORI ed i vari calici maggiori

conducono alla PELVI. Come sopra accennato, la pelvi trapassa negli URETERI a livello dell’ILO DEL RENE. (vedi

immagine a pagina 72).

Quando la PELVI esce dal rene assume il nome di URETERE.

Le piramidi renali hanno un aspetto striato. Ogni apice è in diretta connessione con il calice minore.

Più calici minori (4-5) danno i CALICI MAGGIORI, che drenano nella PELVI RENALE (è un vero e proprio seno

all’interno del rene) L’ILO è la regione da dove dal rene, passo all’ambiente extrarenale.

In altre parole, i reni hanno tipicamente una forma a fagiolo e, sul margine mediale, concavo, presentano il sito di

ingresso di vasi sanguigni, vasi linfatici e nervi. Questa regione è denominata ILO del RENE. L’ILO è anche il sito di

uscita della PELVI, struttura imbutiforme da cui origina l’URETERE. All’altezza dell’ILO, il rene presenta una cavità

interna, detta SENO RENALE. La CAPSULA RENALE, oltre a rivestire il rene esternamente entra a livello del seno e

lo riveste completamente.

Una sezione sagittale del rene ne svela la complessa organizzazione interna. Nel rene si osservano una REGIONE

CORICALE (rosso scuro e di aspetto granulare) ed una REGIONE MIDOLLARE (comprendente strutture a sezione

triangolare, di aspetto striato longitudinalmente, dette PIRAMIDI RENALI). Le PIRAMIDI RENALI hanno la base

rivolta verso la regione corticale e l’apice rivolto verso l’ILO.

ANATOMIA MACROSCOPICA RENALE #2

La vascolarizzazione del rene segue di pari passo l’andamento dei distretti anatomici visti finora. A livello dell’ILO

esce la VENA e l’ARTERIA RENALE e portano il sangue in senso opposto.

L’ARTERIA RENALE si suddivide in rami ognuno dietro ai LOBI (con le ARTERIE LOBARI), che prendono origine

dalle ARTERIE SEGMENTALI.

Queste arterie lobari si dividono nelle ARTERIE INTERLOBARI, che decorrono nelle COLONNE RENALI.

L’ARTERIA ARCIFORME avvolge la base della PIRAMIDE RENALE. Dalle RTERIE ARCUATE, partono diretto

verso la CORTEX delle ARTERIE INTERLOBULARI e sono le ARTERIOLE che originano le ARTERIOLE

EFFERENTI, nonché il punto dove avverrà la FILTRAZIONE (arterie che vanno al NEFRONE e, attorno ad esso ho i

VASA RECTA – la capillarizzazione – con il ritorno venoso e ci sono le VENE INTERLOBULARI e il percorso

inverso con gli stessi nomi (solo che cambia ARTERIA con VENA) fino ad arrivare alla VENA RENALE, che esce

dall’ILO RENALE.

Le ARTERIE SEGMENTALI prendono i grossi comparti del RENE. Il GLOMERULO RENALE è a livello della

cortex e allora servono delle capillarizzazioni.

In altre parole, la vascolarizzazione e l’innervazione seguono l’organizzazione in lobi appena descritta, per cui le

ramificazioni di ARTERIA e VENA RENALE circondano i LOBI, creando una sorta

I circuito che dall’ILO giunge la regione corticale, per poi ritornare all’ILO. L’ARTERIA RENALE origina le

ARTERIE SEGMENTALI, da cui si dipartono le ARTERIE INTERLOBARI, che seguono, nel loro decorso, le

COLONNE RENALI. Le ARTERIE INTERLOBARI originano le ARTERIE ARCUATE, che decorrono seguendo la

base delle piramidi. Dalle ARTERIE ARCUATE derivano le ARTERIE INTERLOBULARI, da cui si originano le

ARTERIOLE EFFERENTI, che vanno al NEFRONE. Dopo la complessa struttura vascolare che si genera intorno al

nefrone, il sangue refluo viene poi raccolto dalle vene via via corrispondenti alle arterie già elencate, sia come nome,

che come decorso. COMPONENTI DEL SISTEMA URINARIO 82

La capsula renale raccoglie l’ARTERIOLA EFFERENTE che, dentro alla capsula, forma una struttura estremamente

convoluta, che origina il GLOMERULO RENALE.

La FILTRAZIONE avviene a livello del CORPUSCOLO RENALE. Quello che abbiamo all’inizio è un

ULTRAFILTRATO, che subisce notevoli rimaneggiamenti di composizione chimica e, a livello del TUBULO

RENALE, che ha i tre segmenti per fare in modo che si formi la PREURINA, avvengono queste modificazioni del

liquido, per farlo diventare, alla fine di tutto, URINA da espellere.

La suddivisione non è solo anatomica, ma anche funzionale.

Il TUBO DISTALE o TUBULO CONTORTO di SECONDO ORDINE, può essere molto vicino al punto di filtrazione,

ma è quello distale. Questo tubulo distale porta il filtrato ad un TRATTO REUNIENTE, che si uniscono a formare un

DOTTO COLLETTORE (sopranefridiale in termini di organizzazione).

I DOTTI COLLETTORI sversano più nefroni in contemporanea.

Scendono verso l’ILO del RENE e partono dalla corticale, arrivando fuori dalla midollare. 83

L’aspetto a strisce delle piramidi renali dipende, appunto, dal fatto che ci sono dei nefroni, che si estendono dalla base

all’apice.

Durante questo tragitto i TUBULI COLLETTORI sono denominati DOTTI PAPILLARI. Il DOTTO PAPILLARE

sversa il contenuto nel CALICE MINORE.

Dal calice minore in poi abbiamo l’URINA e comincia il processo di conduzione dell’URINA, secondo il seguente

percorso:

CALICE MAGGIORE – PELVI – URETERE – VESCICA.

Il CORPUSCOLO RENALE è, in realtà, costituito da:

COMPONENTE CAPSULARE DI ORIGINE RENALE

 COMPONENTE VASCOLARE DI ORIGINE GLOMERULARE

Alla fine, il DOTTO COLLETTORE è il DOTTO PAPILLARE ( quella che scorre qui dentro è PREURINA, ma

dall’uscita di questo distretto anatomico si può definire URINA).

In altre parole, l’unità funzionale del rene è il NEFRONE, in cui si riconosce un’estremità prossimale allargata a

formare una CAPSULA RENALE. Detta accoglie un vaso che, assumendo andamento convoluto e capillarizzato entro

la capsula, forma il GLOMERULO RENALE. L’insieme di CAPSULA e GLOMERULO RENALE costituisce il

CORPUSCOLO RENALE. A livello del corpuscolo renale avviene la filtrazione, tuttavia il filtrato subisce numerosi

cambiamenti in termini di composizione durante l’attraversamento della componente tubulare del nefrone, il TUBULO

RENALE, posto in successione al CORPUSCOLO RENALE. Nel tubulo renale si riconoscono un primo tratto detto

TUBULO CONTORTO PROSSIMALE, un tratto intermedio rappresentato dall’ANSA DI HENLE ed un tratto

terminale detto TUBULO CONTORTO DISTALE. La lunghezza e lo spessore delle diverse componenti varia in

funzione delle regioni considerate e questa diversità strutturale, rispecchia una diversità di funzione.

Il tubulo contorto distale porta il filtrato ad un TRATTO REUNIENTE. Più TRATTI REUNIENTI si congiungono a

formare il TUBULO COLLETTORE. I tubuli collettori originano di norma nella regione corticale, per cui scendendo

verso l’ILO, attraversando tutta la componente midollare del lobo di appartenenza. Durante questo tragitto i TUBULIB

COLLETTORI sono denominati DOTTI PAPILLARI. Al termine del lobo, a livello delle PAPILLE RENALI, il DTTO

PAPILLARE versa il proprio contenuto nel CALICE MINORE. Il filtrato a questo punto prenderà la via della PELVI

prima e degli URETERI poi. TIPI DI NEFRONE

La maggior parte dei nefroni è a livello corticale e questa ha un aspetto granulare e qui ho i CORPUSCOLI RENALI,

che vediamo quasi ad occhio nudo. E’ granulare poiché tutti i nefroni hanno i loro corpuscoli nefridi ali a livello della

cortex e poi la maggior parte dei nefroni si esauriscono nello spessore della corticale. L’ansa di Henle è piccola;

tuttavia, la percentuale minoritaria dei nefroni che hanno l’ansa di Henle che entra anche nella midollare sono detti

NEFRONI JUXTAMIDOLLARI. Pur essendo irrilevanti nella produzione del filtrato, sono importanti per permettere il

CORRETTO FUNZIONAMENTO DEL RENE, questo perché il riassorbimento degli ioni a livello dell’ansa di Henle

(a livello dei nefroni juxtamidollari) consentono di concentrare il filtrato a livello della midollare e ci deve essere un

aumento della concentrazione osmotica a livello dei fluidi interstiziali (in termini di milliosmoli – mOsm).

Questa cosa dipende dalla presenza dei nefroni, appunto, juxtaglomerulari. I Sali vengono riassorbiti.

Questo è importante poiché il TUBULO DISTALE, che è nella regione corticale, sversa il proprio contenuto nel

DOTTO COLLETTORE, che attraversa per intero la MIDOLLARE e, poiché è importante nel concentrare la

PREURINA questo avviene solo se nella midollare ho un’alta concentrazione osmotica.

Allora il nefrone Juxtaglomerulare sono importanti non in termini di numero, ma per la formazione dell’URINA e senza

questo ambiente la concentrazione della PREURINA in determina condizioni risulterebbe sballata.

La popolazione dei nefroni juxtaglomerulari è minore al 20% della popolazione dei nefroni (che hanno un’ansa di Henle

molto lunga).

Dal punto di vista funzionale è al livello del CORPUSCOLO RENALE, che avviene la filtrazione su base della

pressione dell’ARTERIOLA AFFERENTE e il sangue spinge sull’ENDOTELIO.

Non passano le proteine plasmatiche di grandi dimensioni (alcune possono comunque esserci, almeno nel filtrato

iniziale).

Il primo filtrato subisce importanti cambiamenti in termini di ATTIVO o PASSIVO, che accadono a livello di tutto il

nefrone.

Nel complesso, la componente tubulare promuove il riassorbimento d gran parte dell’acqua del filtrato, riassorbe tutte le

molecole organiche utili (come per esempio il GLUOCOSIO) e secerne molecole potenzialmente dannose (ad esempio

farmaci), che non hanno subito il processo di filtrazione.

E’ una RETE MIRABILE propriamente detta, poiché c’è un VASO ARTERIOSO tra due capillarizzazioni. Il

SISTEMA PORTALE è tra due capillarizzazioni per mezzo della VENA.

In altre parole, la distribuzione dei nefroni nei lobi renali non è uniforme. La larga maggioranza dei nefroni è infatti

collocata per intero a livello corticale. Tuttavia, una percentuale minoritaria di nefroni, detti NEFRONI

JUXTAGLOMERULARI, ha il CORSPUSCOLO RENALE a livello corticale, mentre l’ansa di Henle si approfonda

nella midollare. Se i nefroni corticali sono i principali responsabili dell’attività complessiva del rene, dal punto di vista

funzionale, la presenza dei nefroni juxtamidollari è fondamentale. E’ infatti grazie a questi nefroni che la regione 84

midollare del rene presenta, nei suoi spazi interstiziali, le caratteristiche osmotiche che sono fondamentali per il

riassorbimento di fluidi e la concentrazione dell’URINA.

Il nefrone juxtamidollare è di norma preso ad esempio nella descrizione del nefrone, ma lo studente deve ricordare che

essi rappresentano meno del 20% della popolazione complessiva dei nefroni.

Dal punto di vista funzionale, a livello del CORPUSCOLO RENALE, avviene la filtrazione vera e propria, che è un

PROCESSO PASSIVO. Il primo filtrato ha una composizione simile a quella del plasma, ma senza proteine di grandi

dimensioni. Questo filtrato subisce poi importanti cambiamenti in termini di composizione mediante meccanismi attivi

e passivi attuati in tutte le rimanenti regioni del tubulo renale.

IL NEFRONE

La prima componente del nefrone è il CORPUSCOLO RENALE. Esso si compone di una struttura di origine renale, la

CAPSULA DI BOWMANN (o CAPSULA GLOMERULARE) e di una struttura di origine vascolare, il

GLOMERULO.

La CAPSULA RENALE ha due foglietti:

Uno più esterno, che presenta l’EPITELIO CAPILLARE, che ha delle cellule unite con delle TIPE

 JUNCTION

La MEMBRANA BASALE DEL CAPILLARE

 A livello del polo vascolare, si vede l’EPITELIO GLOMERULARE

Tra i due epiteli c’è uno STRATO CAPSULARE

La capsula glomerulare è una struttura costituita da due foglietti, uno esterno ed uno interno, separati da un lume. Il

foglietto esterno è detto epitelio CAPSULARE, quello interno è detto epitelio glomerulare. Tra i due epiteli si estende

lo spazio capsulare, il lume che alloggerà il filtrato e che si continua con il lume del TUBULO CONTORTO

PROSSIMALE. L’aspetto dei due epiteli della capsula è differente, e di rilievo è la presenza di particolari cellule dette

PODOCITI nell’EPITELIO GLOMERULARE.

I PODOCITI abbracciano la capillarizzazione che deriva dall’ARTERIOLA AFFERENTE. Una volta avvenuta la

filtrazione, i capillari si riuniscono in un ARTERIOLA EFFERENTE, che lascia la CAPSULA sempre attraverso

un’ARTERIOLA EFFERENTE dallo stesso polo. Ho poi delle barriere che determinano la filtrazione. Vediamo quali

sono:

• L’ENDOTELIO del CAPILLARE

• MEMBRANA BASALE del capillare ed è la LAMINA DENSA

• EPITELIO GLOMERULARE dei PODOCITI.

Con queste barriere solo le macromolecole plasmatiche non passano. Solo se sono danneggiate queste barriere le

macromolecole possono passare. Questo è importante poiché, il fatto che non passano, determina un potenziale

osmotico.

Se ci fossero troppe proteine nel lume, richiamerebbero acqua e si sbilancerebbe la concentrazione dell’urina.

Dato che la quantità di sostanze utili presenti nel primo filtrato è ingente, la componente tubulare interverrà per

riassorbire tutto ciò che non deve essere scartato con l’urina.

I podociti tendono ad abbracciare la capillarizzazione del glomerulo

In altre parole, l’epitelio capsulare trapassa nell’epitelio glomerulare. L’epitelio capsulare trapassa nell’epitelio

vascolare a livello del POLO VASCOLARE della capsula. A livello del POLO VASCOLARE entra l’ARTERIOLA

AFFERENTE, che si capillarizza nel glomerulo. Dopo la filtrazione, i capillari si riuniscono nell’ARTERIOLA

EFFERENTE , che lascia il capillare sempre attraverso il POLO VASCOLARE.

La filtrazione del sangue avviene passivamente a livello dei capillari del glomerulo. Il sangue deve attraversare tre

barriere: l’endotelio capillare, la membrana basale del capillare (molto più densa del normale) e l’EPITELIO

GLOMERULARE dei podociti. L’organizzazione del filtro è tale che solo l’acqua, ioni, soluti semplici glucosio,

vitamine, amminoacidi, rifiuti metabolici ecc…) e proteine a basso peso molecolare possono passare.

I podociti abbracciando le cellule, tendono a limitare la fuoriuscita di certe sostanze. Quando c’è la fusione delle

membrane basali si ha una struttura chiamata MESANGE. La LAMINA DENSA è rappresentata dalla membrana

basale che nutre l’endotelio vascolare.

IL TUBULO CONTORTO PROSSIMALE

Come distinguo istologicamente questa parte del nefrone da un’altra componente tubulare? 85

Ci sono delle differenze; il tubulo prossimale presenta un classico epitelio con delle cellule cilindriche dotate di

microvilli (ci sono classicamente a livello dell’intestino) e, infatti, queste cellule hanno funzioni di assorbimento (di

acqua, amminoacidi ecc…)

Sostanzialmente l’epitelio ha una specializzazione per il riassorbimento.

Nell’urina prodotta correttamente non ci devono essere delle proteine. Ecco perché nell’analisi delle urine vengono

cercate le proteine plasmatiche (se ci fossero sarebbe a causa di deficit funzionali, calcoli ecc…).

Gli amminoacidi, il glucosio e le proteine plasmatiche non devono esserci sostanzialmente nell’URINA, poiché si

lavora contro gradiente.

In altre parole, il tubulo contorto prossimale, origina a livello del polo tubulare del corpuscolo renale, collocato in

posizione diametralmente opposta al polo vascolare. Il tubulo contorto prossimale presenta il tipico epitelio di

assorbimento, in quanto le cellule epiteliali sono dotate di MICROVILLI. L’osservazione istologica rende conto delle

funzioni del tubulo prossimale, che sono di riassorbire attivamente ioni quali il potassio, i fosfati, i solfati, il calcio, il

magnesio. Il tubulo prossimale riassorbe inoltre i nutrienti e le proteine plasmatiche. Per ragioni osmotiche, l’attività del

tubulo prossimale determina il passaggio di acqua dal lume tubulare al fluido interstiziale (detto anche, vista la

posizione, FLUIDO PERITUBULARE). L’ANSA DI HENLE

Se vado nell’Ansa di henle del nefrone juxtaglomerulare, so che l’ansa di henle ha due segmenti:

• TRATTO ASCENDENTE

• TRATTO DISCENDENTE

A cui corrispondono segmenti sottili e spessi, ciascuno dei due segmenti ha un epitelio di rivestimento di diverso

spessore a cui corrisponde una diversa attività (sulla base dell’epitelio istologico). Un epitelio per spesso a livello del

tratto spesso ed un epitelio più sottile nel tratto sottile e la membrana plasmatica può essere tanta e non avrei microvilli.

Nel complesso, l’ansa di Henle riassorbe attivamente ioni sodio e cloro, concentrandoli nell’ambiente peritubulare. Ciò

determina, inoltre un ulteriore riassorbimento di acqua.

Spieghiamo bene: assorbendo sodio e cloro, questi formano poi cloruro di sodio (sale da cucina) e l’ambiente,

riempiendosi di questo sale, diventa molto osmolare.

Dal tubulo, l’acqua può passare alla midollare. Dal riassorbimento attivo degli ioni, si verifica un riassobimento passivo

(per osmolarità) dell’acqua. Ricordiamo, infine, che a livello dei reni arriva tantissimo sangue.

In altre parole, l’ansa di Henle presenta tipicamente un SEGMENTI DISCENDENTE ed un SEGMENTO

ASCENDENTE, riuniti a livello della base dell’ansa che, in un nefrone juxtamidollare è collocata in profondità nella

regione midollare. Ciascuno dei due segmenti presenta un epitelio di rivestimento di diverso spessore. Per cui, ciascun

segmento (ascendente e discendente) presenta un tratto spesso ed uno sottile. Al diverso spessore corrisponde una

diversa e specifica permeabilità. TUBULO CONTORTO DISTALE

C’è una funzione di secrezione e l’epitelio non sarà come quello visto in precedenza che serviva per l’assorbimento. E’

richiesta una specializzazione diversa delle strutture citologiche in virtù della diversa funzione che questo tratto deve

svolgere.

Non avrò cellule cilindriche con dei microvilli. Le cellule non sono più attaccate, tendono al CUBICO e scompaiono le

TIPE-JUNCTION e si può osservare un epitelio CUBICO SEMPLICE.

Principalmente, questo epitelio ha una funzione di secrezione e, in parte, anche di RIASSORBIMENTO

dell’ALDOSTERONE ecc…

La LAMINA DENSA riveste l’NDOTELIO CAPILLARE a livello glomerulare.

La MACULA DENSA è un distretto specializzato con delle cellule che tendono di più ad una forma cilindrica (sono

cellule più voluminose delle altre cellule tubulari).

Queste cellule prendono contatto, a loro volta, con delle cellule muscolari speciali dell’ARTERIOLA EFFERENTE e

sono le CELLULE JUXTAGLOMERULARI, associate alle cellule del MESANGIO EXTRAGLOMERULARE

(nonché le cellule che si interpongono tra le cellule endoteliali quando le due membrane si fondono).

Queste strutture delle cellule del MESANGIO non sono solo a livello del glomerulo, ma alcune sono anche a livello del

TUBULO CONTORTO DISTALE. Viene detto MESANGIO poiché sono cellule che stanno tra i capillari.

Queste regioni ci sono anche appena fuori dal glomerulo.

Le cellule del mesangio sono associate con la MACULA DENSA. Le cellule della MACULA DENSA, sono a contatto,

come già detto, con le CELLULE JUXTAGLOMERULARI, appartenenti all’ARTERIOLA stessa. Insieme ad

un’ulteriore comeponente, la macula densa e le cellule juxtaglomerulari formano l’APPARATO

JUXTAGLOMERULARE, a funzione endocrina.

Viene prodotta l’ERITROPOIETINA e ha delle funzioni endocrine importantissime stimola la produzione delle

EMAZIE). Non solo: viene prodotta anche la RENINA, che è importantissima, in quanto induce la produzione di

ormoni legati al riassorbimento di acqua.

L’azione di questo apparato juxtaglomerulare è in diretta connessione con la concentrazione di elettroliti del fluido

tubulare e della pressione del sangue a livello dell’ARTERIOLA AFFERENTE, ed è fondamentale per garantire

l’apporto ematico necessario ad una corretta filtrazione anche in presenza di riduzioni pressorie a livello sistemico. 86

Nell’apparato juxtaglomerulare ho delle CELLULE BAROSENSIBILI E CHEMOSENSIBILI, che mettono in

relazione la pressione in entrata del sangue e la composizione del fluido che è in uscita.

In definitiva, questo sistema percepisce se c’è il rapporto corretto dei fluidi in ingresso e in quelli in uscita.

Se c’è una scarsa pressione in ingresso rispetto a quello che è stato prodotto (di più) bisogna fare in modo di mantenere

la VOLEMIA (allora bisogna risparmiare acqua). A questo livello si gioca per lo più sulla pressione ematica.

Se il sangue arriva con pressione sufficiente ci sono due possibilità:

TROPPA FILTRAZIONE rispetto alle esigenze metaboliche

 HO PERSO VOLEMIA: allora la renina fa in modo che l’acqua venga risparmiata e l’ERITROPOIETINA si

 mette in gioco per indurre la produzione di cellule ematiche.

Questi sistemi utilissimi e complessi sono, per fortuna, del tutto automatici e non agiscono dal punto di vista solo della

patologia.

Se ho un calo di pressione o poco sangue nel vaso, bisogna aumentare la ritenzione di fluido per aumentare la

VOLEMIA ma, poiché potrei avere anche un emorragia bisogna produrre eritropoietina. Allora il rapporto tra pressione

arteriosa / volume prodotto deve essere mantenuto. C’è quindi una omeostasi da rispettare.

In altre parole, il tubulo contorto distale origina al termine del tratto ascendente dell’ansa di Henle. Questo tubulo

distale si porta a ridosso del polo vascolare della capsula di Bowmann, e si affianca alle arteriole afferenti ed efferenti,

decorrendo parallelamente ai vasi. Rispetto al tubulo prossimale, il tubulo distale ha un epitelio privo di microvilli con

confini fra le cellule ben distinte. In effetti, il tubulo distale ha principalmente una funzione di secrezione di ioni, acidi e

sostanze indesiderate. Accanto a questa attività di secrezione, è presente anche un azione di riassorbimento di sodio

(dipendente dall’ormone aldosterone della ghiandola surrenale) e di acqua.

Il tubulo distale, nelle regioni adiacenti all’arteriola afferente presenta una distretto specializzato detto MACULA

DENSA. DOTTO COLLETTORE

Il sistema dei dotti collettori si compone dei TUBULI RIUNIENTI, dei DOTTI COLLETTORI veri e propri e dei

DOTTI PAPILLARI. I DOTTI PAPILLARI convergono poi nei CALICI MINORI, che non appartengono al sistema di

dotti collettori.

Il sistema dei dotti collettori rappresenta infatti l’ultima componente renale in grado di modificare la composizione della

pre-urina, che ha lasciato il nefrone. Le pareti dei dotti collettori presentano una permeabilità d’acqua che è variabile

sulla base dei segnali ormonali, principalmente dell’ormone antidiuretico o vasopressina. Il riassorbimento dell’acqua si

avvantaggia delle alte concentrazioni osmotiche sempre presenti nella regione midollare del rene. Se pertanto la

permeabilità dell’acqua è scarsa, allora il prodotto del nefrone non subirà cambiamenti rilevanti.

Se invece la permeabilità all’acqua è significativa, il sistema dei dotti collettori interverrà concentrando l’urina.

Ma perché tutto quello che abbiamo visto nell’argomento precedente deve avvenire in quel distretto (tubulo

distale)?

Poiché dopo tutto arriva a livello dei dotti collettori. E’ questo il GIUDICE che deve esaminare la composizione della

PREURINA, la sua concentrazione e altre caratteristiche.

Le proteine, amminoacidi e il glucosio sono riassorbiti quasi immediatamente. Quando la PREURINA arriva a livello

del dotto collettore deve essere aggiustata solo in termini di osmolarità (Sali e acqua).

I Sali vengono riassorbiti più o meno a seconda di quanta acqua bisogna rilasciare o voglio recuperare dalla preurina.

I dotti collettori sembrano nella midollare e poi cambiano leggermente l’aspetto istologico e nelle PAPILLE

COLLETTORI deve essere riassorbita acqua, sotto al controllo della vasopressina. Allora, se il bilancio osmolare è tale

per cui si verifica un aumento della permeabilità all’acqua del sistema dei collettori, l’URINA definitiva si troverà

molto concentrata.

Se l’aldosterone riassorbe pochi Sali (poco sodio e poco cloro) si avrà un minimo richiamo di acqua e l’urina sarà

copiosa; nemmeno possiamo dire che la vasopressina intervenga per permettere il riassobimento di acqua. Se occorre

che l’urina sia più copiosa, essa sarà più ricca in acqua.

Per quanto riguarda i volumi dell’urina, il sistema di controllo definitivo avviene a livello proprio del dotto collettore.

Il sistema allora, lo capiamo molto bene, non tollera blocchi di funzionalità.

La non funzionalità di entrambi i reni non è compatibile con la vita. Non è importante solo il fegato per la purificazione

del sangue, ma anche i reni, che ricevono il 20-25% della GITTATA SISTOLICA. Allora, in definitiva, il sistema è

molto raffinato. Il rene interviene nella composizione del sangue arterioso. Il sangue viene bilanciato a livello epatico,

ma purificato dal punto di vista dei cataboliti a livello del rene.

I cataboliti vengono eliminati in gran parte nel circolo arterioso dai reni.

Perché non l’hanno messo nel circuito venoso?

Poiché serve una grande pressione perché avvenga la filtrazione. Il sangue deve avere una certa pressione per poter

lavorare bene.

Al termine del sistema dei dotti collettori, abbiamo i DOTTI PAPILLARI con delle cellule che hanno un aspetto un po’

diverso da quelle del DOTTO COLLETTORE. Le cellule dei dotti papillari sono più a tronco di cono e un nucleo che è

più tondo e più basale. 87


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze biologiche
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher paolo.morandi.1987 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Anatomia umana e fisiologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Malagoli Davide.

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