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Analisi poesie Ungaretti ed altri autori (Moretti, Gozzano, Marinetti, Govoni, Palazzeschi, Boine, Rebora, Montale)

INDICE TESTI ANALIZZATI

M. MORETTI
A Cesena

G. GOZZANO
L’altro
L’assenza (da I Colloqui)

F. T. MARINETTI
Sì, sì, così, l’aurora sul mare
Manifesto tecnico della letteratura futurista

C. GOVONI
Ne la corte tre stracci ad asciugare (da Armonia in grigio et in silenzio)
Il palombaro (da Rarefazioni... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana otto-novecentesca docente Prof. M. Giachino

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Chiaroscuro p.53

Antefatto: Ungaretti quando vive a Milano vive in un appartamento in cui si può vedere in

lontananza un cimitero, in questo posto arriva dopo che il suo amico arabo si era suicidato e quel questo

segnò molto Ungaretti. Se le liriche che scrive a Milano sono tutte cupe è anche a causa di

quell’episodio.

In questa lirica viene evocata per la prima volta l’immagine dell’amico, non lo nomina mai per

nome. A Ungaretti sembra che si sia ucciso solo l’altro giorno quando in realtà sono passati un paio di

mesi. Il paesaggio è notturno per questo le tombe scompaiono, è in quel momento che l’amico appare;

la sua presenza rimane vivida ad Ungaretti fino all’alba quando le tombe riappaiono.

Il titolo della lirica rimanda al movimento tra la luce e la tenebra che contraddistingue la lirica.

Il ricordo può essere visto come un aspetto positivo ma allo stesso tempo esso porta dolore. Il

buio in questa lirica fa scomparire tutto, il giorno invece fa scomparire il ricordo ma fa riapparire il

paesaggio.

Iniziamo il Porto Sepolto il quale raccoglie le poesie più conosciute di Ungaretti. Questa

raccolta comprende 35 liriche ed è la sezione più numerosa. Le liriche vengono composte dal Dicembre

1915 all’Ottobre 1916.

In Memoria p.59

Nonostante non sia la prima in ordine cronologico, essa è la prima lirica che si trova in Porto

Sepolto in quanto funziona come una dedica all’amico scomparso.

Ungaretti in quale modo ripercorrendo l’esistenza di Mohammed sta ripercorrendo la sua vita. Il

poeta vede nel gesto dell’amico un qualcosa che avrebbe potuto compiere lui, se Ungaretti non compie

quel gesto è solo perché lui è riuscito a raccogliere i frammenti della sua anima. Ne “I Fiumi” ripercorre

il percorso che lo ha portato a rivelare la sua vera entità.

La vita di Mohammed è scandita da tre negazioni e tutto ciò ha fatto in modo che lui si

suicidasse.

Nella seconda parte della lirica viene rivissuto il giorno del suo funerale, in quell’evento c’è solo

Ungaretti e la padrona di casa. Mentre percorrono la strada verso il cimitero sembra quasi che ci sia stata

una fiera, lo si nota dai rifiuti lasciati per strada.

Nell’ultima strofa il poeta sottolinea che sarà lui l’unico a ricordarsi dell’amico, ma così facendo

fa in modo che tutti coloro che leggono la poesia si ricordino di lui e sappiano che lui è esistito → poesia

immacolatrice.

Lindoro del Deserto p.62

Viene presentato il soldato.

Il Lindoro è una maschera veneziana, questo termine piace ad Ungaretti perché è un telo

luminoso.

Viene presentata un’alba che mette in mostra un soldato che era rimasto lì tutta la notte, grazie

alla luce il soldato riesce ad orientarsi e si sente “protetto”.

Le ali in fumo sono l’oscurità che se ne va via.

“Allibisco all’alba” lui si stupisce che il mondo sia ancora lì.

Veglia p.63

La guerra si presenta con un’immagine spietata: il cadavere di un uomo. Ungaretti passa l’intera

notte in trincea e la luna illumina l’ambiente in modo spettrale.

Questa poesia ha un incipit (un inizio) di morte e distruzione.

La poesia è composta da due strofe: nella prima descrive il soldato morto, nella seconda riflette

sulla situazione.

Ci troviamo nella stessa situazione che Rebora aveva descritto in “Perdono?”. 16

L’io-lirico ha passato l’intera nottata accanto ad un soldato morto, dopo aver descritto ciò che

vedeva e quindi dopo un susseguirsi di immagini cruente c’è una reazione piena d’amore.

Il contatto giornaliero con la morte lo rende più attaccato alla vita.

Troviamo il distacco dalla metrica tradizione, ci sono versi brevi formati anche da una o due

parole. Le parole che formano un verso hanno una funzione importante. Toglie tutto il superfluo e cerca

di tenere l’essenziale. Insiste molto sulla lettera [t] che ricorda il suono della mitragliatrice.

Stasera p. 69

È una delle poesie più brevi della raccolta. In questa lirica l’io-lirico è malinconico e si appoggia

ad un parapetto. Ha il desiderio di affidarsi al vento e di far parte delle natura.

Ungaretti poi in vecchiaia dirà che voleva che le sue poesie fossero vocaboli buttati lì come

fossero lampi in una notte.

Ungaretti non racconta mai eventi bellici, lui racconta le attese in trincea, ciò che succede dopo

la battaglia e i sentimenti. Martedì, 5/04/2016

SILENZIO pag. 71

È vicina a “Levante” che rievoca la partenza da Alessandria d’Egitto. Appartengono al gruppo dei ricordi

d’Africa, in particolare per quanto riguarda la partenza e il distacco dalla città natale. Riprende la

tematica e l’immagine della città che il sole abbagliante fa sparire. Riprende l’immagine dell’orizzonte di

Alessandria che sembra ricevere un omaggio dalle stelle (come in “Notte di maggio”). L’Allegria è

composta da temi che ricorrono. Vi è una doppia sparizione: la prima è legata alla condizione

atmosferica. Il sole è così abbagliante da far sparire, annullare le cose. “Conosco…” colloca il recupero

memoriale distante, in un passato lontano. Il momento del distacco (“me ne sono andato”) apre a un’altra

sparizione: “ho visto la città sparire”. La sparizione è dovuta all’allontanamento. Ciò che rimane nello

sguardo e nel ricordo è l’orizzonte (“abbraccio di lumi”).

Il canto delle cicale rimanda all’inquietudine della partenza per il futuro incerto. Non è un canto

rasserenante, ma sembra quasi limare il cuore.

L’aggettivo “torbida” richiama un rapporto turbato, e ricorre spesso nell’Allegria indicando

un’opposizione.

“Sospesi” si riferisce a “lumi” e forma un iperbato: sposta l’elemento della frase in modo irregolare

rispetto al normale andamento sintattico. Qui l’iperbato colloca il termine in una posizione di prestigio. I

versi sospesi indicano l’interruzione della vita e del rapporto con Alessandria. È un ricordo che

accomuna terra e cielo.

Compare una delle rare rime: momento-bastimento. È una rima ricca: non fa rima solo la sillaba finale

ma le ultime due. Vi è un collegamento fonico tra le due parti della raccolta.

PESO

Assieme a “Dannazione” si entra in un altro tema (4 poesie in tutto): la tensione metafisica, la religiosità.

Ungaretti non è credente, ma ha un desiderio di religiosità, un bisogno di confrontarsi con l’argomento.

“Peso” è costruita sull’opposizione tra due persone: il contadino e l’io lirico, il contadino-soldato e il

poeta-soldato. 17

La prima strofa esprime la condizione del contadino, la seconda quella dell’io lirico. Il contadino porta

una medaglietta, che solitamente ha l’effige di un santo e viene donata da una persona cara. Rappresenta

un oggetto protettivo, che gli permette di affrontare la guerra con più fiducia e sicurezza.

Nella seconda strofa viene contrapposta la condizione del poeta, la cui anima è senza protezione e senza

un “miraggio”, un’immagine illusoria, un effetto ottico che fa intravedere qualcosa di desiderato in

lontananza. È solo un miraggio, ma dà la fiducia e il coraggio di andare avanti. La sua anima non ha

illusioni a cui affidarsi.

Questa diversa condizione è espressa da un ossimoro di fondo. Il contadino porta la medaglietta ma va

“leggero”, il poeta è senza ma va più “pesante”. Questa poesia esprime dubbio e incertezza. Con il

termine “miraggio” i poeta vuole esprimere l’idea che la fede è qualcosa di illusorio ma consolatorio. Fa

trasparire sia l’orgoglio di non cedere ai miraggi, alle superstizioni sia l’invidia verso chi ha un’illusione

che lo fa andare leggero. Idea che torna in “Preghiera”.

DANNAZIONE pag. 73

È una lirica di interrogazione esistenziale. Presenta l’aspirazione al sacro e all’infinito tipici dell’essere

umano, circondato da cose che sono invece finite. Il titolo significa condanna, che è insita alla condizione

umana. Tutto ciò che l’uomo conosce è destinato a finire, ma il desiderio d’infinito è innato. Anche il

cielo stellato, cioè l’universo, finirà. Il cielo è ciò a cui l’uomo può pensare come più durevole, ma finirà.

Il poeta si chiede quindi perché continua ad avere questo desiderio. Costruita tra soffocamento e

claustrofobia tra le cose mostrali. Racchiude tra parentesi tonde: anche il cielo è chiuso tra qualcosa.

Dal punto di vista fonico, il poeta ha cercato di usare più volte (sciame allitterativo) il suono gutturale

/k/, come volesse scandire in modo secco e sordo la lirica.

FRATELLI pag. 77. Vedi fotocopia.

Il poeta ha fatto un lavoro di revisione di questa poesia, ma noi leggiamo l’ultima versione.

Ragionamento valido anche per “San Martino del Carso”. La lirica si organizza attorno alla parola fratelli

e a una domanda formulata una notte di guerra, non si sa da chi è pronunciata. L’importante non è di chi

sia la voce, ma l’appellativo che quella voce anonima rivolge ad altri soldati. È l’incontro tra un gruppo

di soldati in una notte di guerra. Fratelli è una parola che trema, fragile. Vi è un’analogia: è come una

foglia appena nata, tremante, bisognosa di cure. L’aria è spasimante: soffre, sono spasmi di dolore la

natura viene umanizzata. La lirica esprime l’involontaria e spontanea ribellione dell’uomo che cerca di

opporre alla propria fragilità qualcosa: il sentimento di fratellanza. “Fratelli” è titolo e chiusura. L’uomo

è cosciente della propria fragilità. La guerra mette in evidenza la condizione umana precaria. Ciò che l’io

lirico riesce ad opporre a questa è il sentimento di solidarietà. Fratelli significa avere un destino comune.

È un sentimento che recupera da Leopardi: la solidarietà è una tematica dell’ultimo Leopardi (vedi la

Ginestra). Ungaretti dal punto di vista fonico insiste su suoni che rimandano alla condizione di fragilità,

allitterando suoni come /tr/, /fr/, /r/. Mette in rima due parole: tremante-spasimante, il cui collegamento è

sia fonico che semantico. Tremante rimanda a fratelli e alla condizione umana. Spasimante alla

condizione della natura. Gli umani tremano come la natura soffre.

C’ERA UNA VOLTA

La dimensione della fiaba è suggerita dal nome della località sul Carso: Bosco Cappuccio, che suggerisce

desiderio, fantasia di fuga da ciò che la guerra porta con sé. Siamo in una delle pause della guerra. Vi è

un bosco che declina in un tappeto d’erba verde. La prima strofa descrive il paesaggio, nella seconda l’io

lirico descrive il desiderio. Il tappeto verde rimanda a una grande poltrona offerta dalla natura. È una

fantasia regressiva, come in uno stadio di incoscienza infantile, ma anche una fuga in un passato meno

18

inquietante del presente. Il poeta dice di volersi appisolare là (cioè altrove), in un caffè lontano (nel

tempo e nello spazio) con un’illuminazione fioca (una luce in qualche modo protettiva). Vi è una

contaminazione tra il passato ed un presente non immediatamente inquietante; lo sono il prima e il dopo.

Nelle note d’autore, il poeta spiega che quel caffè era un bar parigino in cui era solito incontrarsi con

Mohamed.

SONO UNA CREATURA pag. 79

Inserita subito dopo Fratelli e C’era una volta perché è una lirica di segno opposto. Rappresenta un

momento di totale aridità sentimentale, di pietrificazione dell’anima. Quella località (Valloncello…) ha a

che fare con la postazione di difesa austriaca che impegnò i soldati in un lungo periodo di combattimenti.

Sono 4 cime teatro di duri avvenimenti bellici.

La lirica è costruita su di un paragone. Il primo termine di paragone è “pietra”, le rocce del monte San

Michele. Il secondo è il pianto dell’io lirico per sineddoche: il pianto è anima, interiorità. L’anima è

definita da un elenco di attributi collocati in una gradazione ascendente. Refrattaria: rifiuta tutto.

Prosciugata: l’acqua rimanda sempre alla vita, in Ungaretti e non solo. Disanimata: senz’anima. Il pianto

è come una pietra: è un pianto interiore, pietrificato, invisibile, non riesce a manifestarsi all’esterno, non

c’è la possibilità di piangere. “La morte…”: sentenza lapidaria relativa alla condizione umana. Di solito

si sconta una pena, una condanna, ma qui si sconta la morte. È una condanna che si sconta durante la

vita. Lapidaria perché breve, come scolpita su una lapide. Questa è la chiusura riflessiva di una lirica che

racconta un momento di totale aridità, quasi una paralisi sentimentale che fa assomigliare l’io lirico al

paesaggio fatto di pietre, opposte all’acqua, cioè la vita. È uno dei casi in cui Ungaretti usa un verso

tradizionale spezzandolo (è un novenario).

DORMIVEGLIA pag. 80

Come in C’era una volta, vi è la contaminazione tra passato e presente. Anche qui vi è un elemento del

presente che fa scattare il recupero di una memoria in qualche modo consolatoria. È il recupero tramite la

memoria di un rifugio meno atroce. Mentre in C’era una volta il bosco rimanda al passato parigino, qui

l’elemento del presente rimanda all’infanzia ad Alessandria. Il passato qui si sostituisce al presente e

permette di andare oltre. È una notte di guerra passata in trincea piena di sventagliate delle mitragliatrici

(precarietà), che fanno ricordare il rumore degli scalpelli degli operai in Egitto, un rumore secco e sordo.

Questo si sostituisce al rumore presente di morte, così la notte risulta più facile da passare.

Ci sono tre strofe. La prima è un verso unico. La seconda rappresenta la notte di guerra. La terza presenta

il ricordo e la sua funzione.

Nel primo verso: “assistere” è usato con grande esperienza. La notte dovrebbe essere silenziosa, ma qui è

l’opposto, è violentata. Assistere significa sia osservare che assistere un malato. Qui, vista la mancanza

della preposizione “a”, significa prendersi cura della notte che è ferita e violentata nella sua quiete.

L’aria è traforata da colpi di arma da fuoco come un ricamo. È un paragone che intende attutire la

drammaticità. Gli uomini, nascosti nelle trincee, sono come delle lumache. Così come la natura ha

connotazioni umane, anche all’uomo vengono dati attributi animaleschi. Non è dispregiativo. Descrive

come la paura faccia nascondere gli uomini come le lumache nei gusci.

La terza strofa rappresenta il ricordo. “Affannato nel lavoro”: testimonia uno sforzo, perché il ricordo

degli scalpellini possa sovrapporsi al rumore delle mitraglie. “Mie” strade: affettività. “Mi sembra di

ascoltare”: quasi fosse in uno stato di dormiveglia (azione di chiudere gli occhi).

Ripresa del titolo nel verso finale (come in Fratelli). La circolarità sembra esprimere il successo nel

“medicare” la notte. Il cerchio è la figura geometrica della perfezione.

I FIUMI pag. 81 19

È una delle liriche portanti della raccolta ed è gemella e complementare a In memoria. È il testo più

lungo della raccolta. Racconta il processo di progressiva ricostruzione della propria identità dell’io lirico.

Viene scritta proprio in un momento di guerra, sinonimo di morte dell’uomo. Ungaretti la definisce la sua

carta d’identità.

È la notte che segue un giorno di pausa dalla guerra, in cui l’io lirico fa un percorso a ritroso verso il

passato. Il presente rappresenta una notte di guerra. Il passato vicino è il giorno precedente, in cui il

soldato fa un bagno nel fiume, che diventa quasi un rituale nel ricordo, un gesto simbolico. Quest’evento

porta alla memoria i fiumi che hanno segnato la sua vita. L’Isonzo (presente), il Serchio (Lucca, da dove

vengono i suoi genitori), il Nilo (infanzia) e la Senna (Parigi). Arriva a concludere che quello è il suo

percorso, quelli gli elementi di costituzione della sua cultura e della sua individualità.

È un percorso all’indietro che comprende più piani temporali. Alla fine si ritorna al presente con un

movimento circolare.

Ogni strofa inizia con “Questo è…”: non distingue tra passato e presente, è come se fosse tutto lì in quel

momento. È una notte di nostalgia.

Analisi.

L’io lirico si tiene ad un albero mutilato da bombe: natura umanizzata.

Dolina: è una valle, caratteristica tipica del paesaggio carsico. Abbandonato: riferito sia all’albero che

all’io lirico, condividono la stessa condizione. La Dolina ha il languore, la malinconia, la desolazione di

un circo prima e dopo lo spettacolo (in cui cioè non ci sono presenze umane). Il circo rimanda al funerale

di Mohamed “luogo di decomposta fiera”. “Circo” è un appellativo amaramente ironico nei confronti

della guerra. Lo sguardo vuole abbandonare quel luogo.

Il bagno assume via via un carattere di sacralità (non religiosa, ma qualcosa oltre le cose umane), un rito

sacro in cui sono compresenti elementi di vita e di morte. La urna, un vaso funerario, è una reliquia, “ciò

che resta” (di me, ma anche, con un’accezione sacra, ciò che resta dei santi). L’acqua rappresenta la vita

e ricorda il liquido amniotico. È il fluire, lo scorrere della vita. L’acqua è anche un simbolo sacro: il

battesimo. Quel bagno dà la sensazione di appartenenza alla natura. “Quattro ossa”: fragilità, magrezza.

“Acrobata”: il gesto di uscire dall’acqua rimanda al circo.

Il sudiciume è un dato di fatto, ma rappresenta anche il male.

L’accoccolarsi rimanda al gesto di preghiera dei beduini, i quali pregano inginocchiati e si piegano. È un

ricordo della dimensione sacra della sua infanzia. “Chinato a ricevere il sole”: ricordiamo la poesia

“Lindoro di deserto”. Il sole ha anche valore protettivo. È illuminazione.

Nell’Isonzo si è sentito in armonia con l’universo. “Fibra”: parte di un tessuto, come tutte le altre fibre. Il

suo tormento è quando non si sente una particella dell’universo.

Ma le occulte mani del fiume mi intridono: intridere significa aggiungere del liquido a sostanze

disomogenee per renderle omogenee. Le occulte mani del fiume fanno di me una sostanza omogenea,

mi regalano serenità. Quelle mani vengono interpretate da Ungaretti come mani eterne che forgiano il

destino degli uomini: le mani di Dio.

“corolla di tenebre”: è una similitudine e un sintagma misto. Indica in generale la fragilità della

condizione umana. I termini sono elementi opposti, hanno un doppio significato. La corolla (di un fiore)

rappresenta fragilità ma anche vita (elemento positivo). Le tenebre rappresentano la notte, la morte

(elemento negativo).

Bergson: la vita è come una goccia nel mare.

Martedì, 12/04/2016

PELLEGRINAGGIO pag. 84

È un’espressione del valore storico e universale della poesia. È una poesia di guerra, una riflessione sulla

condizione umana. Ungaretti si nomina, scrive il suo cognome. Scritta durante un tempo d’attesa della

guerra aspettando di essere attaccati. Un riflettore si accende in lontananza nel fronte nemico e genera

paura (l’accensione dei riflettori è un momento di assoluto rischio. Si cerca di illuminare i nemici per

vedere dove conviene colpire.) La paura è sedata da un’illusione: l’immagine del mare. Ungaretti 20

commenta se stesso: gli basta crearsi un’illusione per andare avanti. “Uomo di pena” è la definizione che

più gli sembrava adatta a sé: uomo destinato alla sofferenza. Il pellegrinaggio è un viaggio che ha una

meta. Non è un vagabondaggio casuale. Il viaggio è metafora della vita. Con il pellegrinaggio si

percorrono strade rischiose per arrivare da qualche parte. La vita a sua volta è un percorso doloroso e

difficoltoso che però ha una certa meta.

Macerie: trincee che sembrano quasi budella. Il paesaggio assume tratti antropomorfici.

Carcassa: corpo smagrito dalla guerra. Di solito si parla di carcasse animali: l’uomo animalizzato.

Fango: valore realistico ma rappresenta anche lo “sporco” della guerra.

Spinalba: biancospino. Uno dei cespugli più diffusi ad Alessandria. Come altre volte associa elementi di

segno positivo e negativo: suola-seme. Assomiglia a “corolla di tenebre”. Il seme rimanda alla vita, è

fragile ma contiene in sé un futuro.

Unica rima presente: coraggio-pellegrinaggio.

“Di là”: linee nemiche.

SAN MARTINO DEL CARSO pag. 89 (vedi fotocopia)

È una poesia sulla violenza distruttiva della guerra. Ungaretti non racconta le azioni di guerra, ma il

prima e il dopo. In questa poesia è il dopo. Il paese carsico, situato in una delle zone più colpite dalla

guerra, è completamente distrutto.

Sono quattro strofe costruite con un accanimento geometrico, simmetrico, quasi che con la forma si

cerchi di sopperire alla distruzione che si racconta. La lirica è divisa in due blocchi: le prime due strofe

descrivono il paesaggio esterno, le ultime due il paesaggio interiore dell’io lirico.

Prima strofa: è la distruzione di un paesaggio costruito dagli uomini. “Brandello” di solito non è riferito

ad oggetti inanimati, ma “brandelli di carne” (natura umanizzata). Seconda strofa: distruzione degli

umani. Di tanti che erano come me non è rimasto nemmeno un brandello, come invece è per i muri.

Mentre fuori è tutto distrutto, il cuore si fa carico di conservare in sé i ricordi, come un cimitero.

La distruzione avviene in maniera ossessiva e geometrica: le prime due strofe iniziano con la

preposizione “di” che introduce l’oggetto della distruzione. In comune c’è anche “non è rimasto”. “Tanti”

e “tanto” sono posti in apertura e chiusura di strofa. “Tanti” indica numerosità, “tanto” l’opposto.

Le ultime due strofe hanno una simmetria grafica: hanno in comune la parola “cuore” e sono due

endecasillabi spezzati. Nell’ultima strofa riprende l’immagine della prima: paese. Dalla ricerca di

geometrie appare evidente che con la parola poetica Ungaretti riesce non solo ad esprimere i contenuti

ma la bellezza formale riesce anche a compensare (?) la distruzione. Martedì, 19/04/2016

ITALIA p.95

È il penultimo testo della sezione Porto sepolto. La lirica è interessante perché Ungaretti specifica i

motivi per cui è andato volontario nella prima Guerra Mondiale. La scelta di essere soldato semplice lo

rende consapevole della propria ubicazione e colma il senso di non appartenenza.

La lirica è scandita tre volte dall’anafora “sono” per rimarcare il fatto di aver capito la propria identità.

Essere poeta significa essere una voce collettiva. “Innesti” di piante diverse.

La terza strofa presenta la questione dell’appartenenza: l’uniforme da soldato rappresenta una culla che

lo rasserena e gli fa passare il senso di estraneità. Gli dà identità. L’uniforme ha la funzione sia di figura

paterna che materna.

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COMMIATO

Cioè saluto, congedo. Conclude Porto sepolto. Prima si intitolava “Poesia”. Di fatto, è una lirica che

riprende la tematica della poesia “Porto sepolto”. È dedicata ad Ettore Serra, il tenente dell’esercito che

lo aiuta a pubblicare Porto sepolto.

La lirica inizia con la presa d’atto di essere poeta. Come Porto sepolto, anche questa è una dichiarazione

di poetica. Porto sepolto inizia con il ricordo di Mohamed, qui quello di Ettore. “Fioriti”: rimanda alla

parola “eterno”. L’atto poetico comporta il restituire in forme limpide il sentimento interiore. Una volta

trovata, la parola poetica rimane incisa come nell’abisso.

La sezione successiva è NAUFRAGI. Comprende 17 liriche dal dicembre ’16 ad agosto ’17. Sono

poesie scritte quando Porto sepolto è già stato pubblicato, relative al periodo sul fronte carsico. Farà parte

di Allegria di naufragi dal ’19.

NATALE

La data 26 dicembre e il luogo rimandano a un periodo di licenza che Ungaretti trascorse a casa di

Gherardo Marrone a Napoli. La famiglia in Egitto non poteva raggiungerlo. È una poesia che non

racconta la guerra ma ha la guerra come sfondo. È implicito il confronto tra la situazione di recupero

della quotidianità con la situazione inumana che si stava vivendo al fronte. La lirica risponde alla

proposta di uscire quel giorno: è un rifiuto. Rifiuto di mescolarsi alla folla natalizia. È la scelta di

rimanere accanto al fuoco, come gravato dalle esperienze passate. “Qui” comporta un implicito

riferimento a un “là”: la guerra.

Terza strofa: sono versi spezzati da forti enjambement. Esprime la stanchezza enunciata nella seconda

strofa, anche dal punto di vista formale. L’io lirico è così stanco da essere spezzato.

DOLINA NOTTURNA

Compone un dittico con Natale: stessa data e stesso luogo. Il titolo rimanda ad un elemento del paesaggio

carsico, un avvallamento del terreno, come anche nei momenti di pausa quello fosse il pensiero

dominante. Nelle note: “questa poesia racconta il fantasma della guerra apparso nella licenza.”

Sono presenti tre similitudini che dimostrano aridità e secchezza.

È una notte arida come una pergamena. “Ricurvo”: è l’io lirico. “Nomade”: situazione biografica ma

anche identificazione con la sua cultura d’origine, i nomadi del nord Africa. Ungaretti ha la tendenza ad

associare positivo e negativo, vita e morte. La neve ammorbidisce la secchezza. Così come la notte è

secca, l’io lirico è una foglia accartocciatarimanda alla lirica di Montale “spesso il male di vivere ho

incontrato”. La terza strofa è una riflessione sul tempo che lo usa come un fruscio (termine usato non

tanto per il suo significato ma per il suono). Il tempo interminabile (di guerra) lo trascina come un corpo

morto. La dolina rimanda anche a un paesaggio brullo e spoglio.

SOLITUDINE

Insieme a Mattina e Dormire forma un trittico scritto nella località di S. Maria la Longa il 26 gennaio

’17. È un paese posto alle retrovie rispetto al fronte. Un luogo in cui i soldati si riposano dopo un periodo

di combattimenti. Le tre liriche abbracciano una giornata: mattina, pomeriggio e sera. Tutte e tre hanno

per titolo una sola parola.

Solitudine è una preghiera al contrario. È una sorta di ribellione inutile a un cielo sordo che non dà

risposte alle grida dell’io lirico. L’immagine dominante è il cielo, basso e opprimente, che è come una

sorta di campana che emette suoni fiochi. Le urla di dolore dell’io lirico si infrangono, sono deboli. Quel

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cielo è sordo e muto. Le urla sembrano tornare indietro impaurite rendendo tutto ancora più spaventoso.

È una protesta all’impotenza dell’uomo di fronte ad un cielo sordo e vuoto di presenze.

MATTINA pag. 103

La poesia più breve della raccolta, due soli versi. La brevità insieme alla concentrazione di significato è

l’obiettivo di Ungaretti.

Quella di questa lirica è una funzione che il sole ha spesso nell’Allegria. “Lindoro nel deserto”. Lo

splendore del sole (sensazione fisica) di quella mattina di gennaio trasmette una luminosità che diventa

interiore. È un momento d’incanto in cui il poeta si sente un fibra dell’universo, in fusione con la natura.

Parallelismo: entrambi i versi aperti con un’elisione. Illumino-immenso: in comune vocale iniziale e

finale e l’allitterazione m-n.

DORMIRE

Esprime dopo quella mattina un desiderio di quiete. Rimanda a “Bosco Cappuccio” in cui c’è un tappeto

dove appisolarsi. Dormire rimanda a Natale: quiete, riposo, come anestetico dalle atrocità della guerra. Il

poeta vorrebbe essere come il paese avvolto dalla neve – come un camice bianco

VANITA’ pag. 116

Ungaretti gioca sul significato del titolo: è sia qualcosa di vuoto che mancanza di valore. Ritornano

parole tematiche.

Il paesaggio di guerra improvvisamente viene illuminato dal sole (esterno): è un paesaggio fatto di

distruzione. Il sole è “limpido stupore dell’immensità”. Nella seconda strofa vi è una presenza umana:

uomo curvato sull’acqua (in Dolina notturna: adunco). I raggi del sole colpendo l’acqua creano dei

riflessi e l’uomo si riconosce come un’ombra tremante per l’acqua del fiume, cullata, mossa e poi

piano franta, spezzata. L’uomo curvo è l’io lirico che nei Fiumi si era accoccolato nei panni sporchi di

guerra e si era fatto asciugare dal sole. L’acqua gli rimanda una propria immagine più verafragilità

della vita. “Vanità” rimanda all’inconsistenza, tanto è precaria la vita di chi è in guerra.

GIROVAGO (sezione). La penultima sezione è breve: 5 poesie datate ’18. Il poeta si è spostato dal

fronte carsico a quello francese, in cui rimane fino alla fine della guerra.

GIROVAGO (poesia)

È una definizione meno nobile di nomade, non c’è alcuna meta definitiva. Il titolo rimanda alla metafora

del viaggio. È un paesaggio francese di guerra e suggerisce un déjà vu: le atrocità si ripetono in diverse

parti del mondo. Dà un senso di nuovo estraniamento e sradicamento, che non è stavolta biografico, ma

dato da come vanno le cose nel mondo. L’io lirico esprime il desiderio di continuare a girovagare alla

ricerca di un paese innocente. Le prime tre strofe esprimono quel senso di sradicamento, la sensazione di

inevitabilità di quella situazione. Le tre strofe seguenti esprimono invece il desiderio di purezza e

innocenza, possibili solo in un luogo senza tempo e senza storia, agli inizi.

SERENO

Bilancia la lirica precedente. È un momento di comunione con la natura, sentirsi parte del tutto. È un

giorno probabilmente afoso. L’afa si leva la sera e le stelle appaiono in cielo (vedi differenza con

Solitudine: il cielo non è come una campana, basso e opprimente, ma aperto, comunica freschezza). “Mi

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riconosco immagine passeggera”: stessa cosa dell’uomo curvo che vede la sua immagine tremante

riflessa sull’acqua. Riconosce la fuggevolezza della vita umana. Visione dell’universo come un

movimento immortale: l’io lirico non si sente solo. L’uomo è un’immagine fragile e passeggera ma che

appartiene a un mondo più ampio e immortale.

SOLDATI

Di nuovo viene presentata l’idea di precarietà. Vi sono due livelli di lettura: precarietà della vita del

soldato in guerra e fragilità della condizione umana in generale. Anche in Fratelli è presente l’immagine

della foglia. Questo è uno degli esempi di spezzatura metrica:

Si sta come Settenario

d’autunno Insieme, 14 sillabe: verso

sugli alberi Settenario alessandrino.

le foglie Martedì, 26/04/16

PRIME: sezione breve composta da 7 testi, alcune poesie, altre prose liriche. Sono testi che per

composizione si collocano nel ’19 dopo la fine della prima Guerra Mondiale. Sono stati composti in un

periodo in cui Ungaretti si muove tra Parigi e Milano, un periodo di disorientamento e cambiamento sia

biografico che morale ed esistenziale. Se nella guerra il poeta aveva trovato chiarezza, nel dopoguerra

non riesce più ad attingervi. Quando Ungaretti (1969) si occuperà di curare l’edizione di “Vita di un

uomo”, gli verrà richiesto di scrivere un’introduzione. Leggiamo alcuni passi in cui rievoca il periodo di

cui stiamo parlando. Titolo: Note a cura dell’autore, nota introduttiva (pag. 559). Da pagina 571

“Milano…” fino 575 “…incontrarlo.”

Apollinaire, poeta francese, insegnò a Ungaretti la rinuncia alla punteggiatura e una certa attitudine alla

poesia verticale.

Si nota bene la sequenza di lutti alla fine della guerra, che contribuisce alla cupezza di quel periodo per

l’autore. “Prime” rappresentano il passaggio tra “Allegria” e “Sentimento del tempo”. Non c’è più

l’indicazione di data e luogo. Solo “Parigi/Milano 1919”. Abbandona quella forma diaristica che aveva

mantenuto per tutte le sezioni dell’Allegria, che conteneva poesie scritte durante la guerra. Scrivere data

e luogo è indice dell’idea di precarietà del soldato in guerra, per cui ogni giorno potrebbe essere l’ultimo.

Il tempo ora sembra trascorrere più monotono, più confuso.

RITORNO pag. 129

È la lirica d’apertura. Il linguaggio si fa più chiuso, meno intelligibile, più difficile da codificare. Il

ritorno a cui si allude è quello in Italia dalla Francia dopo la Prima Guerra Mondiale. Viene descritto un

paesaggio cittadino: Milano. In realtà non è presente nessun elemento diretto a descrivere questo tipo di

paesaggio. Viene però descritto il cielo azzurro scuro, franto, come spezzato, frantumato. Per tutta

l’Allegria l’azzurro scuro, il mare, l’abisso erano metafora dell’attività poetica, ora questo si è

frantumato. Le cose della realtà sono come una trina, un ricamo (ricorda: notte… come una trina), cose

sempre uguali a se stesse piene di buchi, assenze. Ciò che è rimasto è un pallido involucro, come

contenesse il nulla. Un arido mantello: rimanda a Lindoro nel deserto (in cui il sole è una specie di

mantello protettivo). Dopo la Guerra mondiale, vi è il sollievo per la fine di questa ma l’Europa è nel

caos.

IRONIA pag. 131 (dei vociani abbiamo letto una prosa lirica e poi Perdono di Rebora). 24

Prosa lirica complicata perché si fonda su un continuo ossimoro. C’è una primavera (che dovrebbe essere

simbolo di ripresa della vita) che non porta conforto e sollievo all’io. C’è una divinità, Dio, che non si dà

pace e sembra presiedere al volgere delle stagioni. L’opera di Dio sembra inutile perché non ha

ripercussioni sull’umanità. (Ricorda The Waste Land, in cui aprile è un mese crudele: mentre la natura

rinasce l’umanità trova a sé più congeniale l’inverno perché rappresenta la mancanza di valori, scopi, ed

è come un pianeta addormentato. Ungaretti sembra dire la stessa cosa).

“Rami neri indolenziti”: sofferenti perché c’è già un annuncio di primavera. Quel processo della natura

può essere percepito solo a quest’ora notturna, mentre è solo. Le finestre chiuse indicano che è notte. L’io

lirico insonne è chiuso nei propri pensieri e patisce il ritorno di quella primavera triste che non

corrisponde a una rinascita interiore.

“Velo di verde”: dei germogli nei rami. Dio non si dà pace e fa continuare il processo.

Il sognatore è l’io lirico, per lui è una sofferenza.

È aprile, ma nevica: contraddice la solita condizione.

La chiusura è una delle solite sentenze dell’autore: la violenza più forte non è quella espressa ma quella

celata, inespressa, fatta di silenzi e freddo.

L’ironia è la beffa. L’opera incessante di una divinità a cui non corrisponde un effetto sull’umanità.

PREGHIERA pag.135

Ultima lirica della sezione che riprende anche lessicalmente diversi temi della raccolta, come le parole

peso, leggero, naufragio, promiscuità, limpidezza (tema che si concentra di più in “Prime”). Sono tutti

vincoli che l’esistenza umana crea nel senso di compromessi, cose poco chiare, torbide, ciò che allontana

dalla semplicità, dalla chiarezza. Questa lirica è un’invocazione, l’espressione di un desiderio: che una

volta abbandonata la promiscuità dell’esistenza mortale, se c’è qualcosa oltre, che sia chiaro.

“Barbaglio”: luce intermittente. “Sfera”: dimensione, oltre vita. “Attonita”: tanto chiara da rimanere

stupefatti. “Il naufragio concedimi”: il naufragio presuppone l’inizio di un altro viaggio, come una

rinascita in un giorno nuovo che è un grido primo, nuovo. (È una lirica di tensione metaforica, tipo

Dannazione, Peso). Ricorda Girovago: “cerco un Paese innocente”. Qui anticipa un tema che svilupperà

poi più avanti.

Quando parla di promiscuità si riferisce anche a quello. Il “paese innocente” è la limpida sfera non

contaminata.

Riprende la metrica tradizionale, non più frantumata. Il primo verso è un settenario, poi ci sono 5 versi di

endecasillabi.

SENTIMENTO DEL TEMPO (da qui leggiamo solo una lirica).

Questa sezione comprende poesie tra il ’19 e il ’35: lavora quindi contemporaneamente su Allegria e

Sentimento del tempo. In questa sezione Ungaretti percorre quello che in Italia sarà il movimento

ermetico (Firenze, anni ’30). Gli ermetici guarderanno questa raccolta come un testo fondamentale, ma

Ungaretti non ebbe con loro contatti stretti. Dal ’19 è a Parigi, Milano e poi si stabilisce a Roma. In

quest’opera il poeta muta il proprio stile, recupera la metrica tradizionale, abbandona l’essenzialità per

assumere forme tradizionali e barocche, ridondanti. Sente l’esigenza di recuperare la forma classica, i

versi, la rima ma anche continui riferimenti al mondo classico, mitologico. Dice di essere stato molto

influenzato dall’ambiente romano, che è una commistione di stili. Oltre al paesaggio urbano,

monumentale, è influenzato dalla campagna: fertile, vegetazione folta... gli sembra di riconoscere

paesaggi che si trovano nella letteratura classica. Questa commistione di paesaggi fa sì che la sua poesia

diventi sovrabbondante, ridondante, al contrario che nell’Allegria, in cui si intravedeva la chiarezza degli

schemi mentali. Ora è un momento di confusione, ricerca, smarrimento. Il recupero delle forme

25

classiche si colloca nel contesto degli anni ’20, anni di “ritorno all’ordine”. La poesia si fa più chiusa,

difficile.

ISOLA (1925) p.154

Questa lirica contiene condensati tutti questi elementi. È un testo difficile.

Racconta di un personaggio volutamente indeterminato che approda a una riva di un’isola in un

paesaggio fatto di boschi, selve, pianure in un’atmosfera irreale. In questo paesaggio boschivo si

addentra e incontra figure mitologiche, ninfe e pastori che rimandano a un tempo antico. È una specie di

percorso in un luogo indeterminato, in un tempo antico ma che è anche un non-tempo, una dimensione

misteriosa che non si riesce a decifrare. Ciò che il personaggio vede, oltre che a restare avvolto nel

mistero, è anche in continua mutazione rende figure e paesaggio quasi impalpabili, quasi fosse un

percorso di impossibilità di decifrare la realtà. I versi sono di varia misura, dal quinario all’endecasillabo

con rime non regolari.

Inizio parafrasi.

Approdò a una riva dove c’era una semi oscurità dovuta a boschi così fitti da sembrare assorti, chiusi in

se stessi, meditativi e si inoltrò. Il rumore di un uccello lo fa voltare. L’acqua resa calda dalla calura

estiva sembra quasi percorsa da una vibrazione stridula. C’è questo lago o una pozza d’acqua da cui si

alza in volo il volatile. Una larva moriva e rinasceva. Era un paesaggio che confonde perché in continua

mutazione, tanto che la larva si trasforma in una ninfa che dorme in piedi abbracciata ad un grande

albero. Arriva in un prato in cui ci sono vergini e ninfe nei cui occhi si raccoglie un’ombra. I raggi del

sole formano una pioggia luminosa. Le mani del pastore sembrano trasparenti come attraversate da una

febbre.

Simulacro: parvenza.

Fiamma vera: verità.

Errare ha un doppio significato: vagare ma anche sbagliare.

coltre: prato che sembra una coperta.

Non è un percorso di conoscenza ma di osservazione. Questa lirica ci ricorda la letteratura arcadica:

pastori, pastorelle, un mondo sereno e privo di conflitti. Questo percorso è in un mondo inconoscibile, vi

è l’impossibilità di orientarsi nello spazio e nel tempo. Può essere interpretato come un confronto con la

realtà che non si riesce a capire o con una realtà interiore enigmatica, di cui non si riesce a conoscere

una parte.

Ricordiamo che Sentimento del tempo è un testo di riferimento per gli ermetici. Martedì, 3/05/2016

Da Il Dolore (1947) leggiamo Giorno per giorno e Non gridate più. Ungaretti è stato fino al ’42 a San

Paolo. Rientra in Italia perché richiamato nel Paese, in piena Seconda Guerra Mondiale. Il Brasile era

accanto gli alleati inglesi; gli italiani di rilievo rientrano in patria perché il Brasile era diventato

pericoloso. Ad Ungaretti viene poi assegnata la cattedra di letteratura italiana all’università di Roma. Il

Periodo brasiliano è segnato da due eventi dolorosi: la morte del fratello in Egitto e del figlio di nove

anni che muore per un’appendicite mal curata. Il titolo rimanda a questi eventi ma anche al dolore

collettivo per la guerra. La raccolta contiene testi dal 37 al 46. Rispetto agli altri libri, questo è atipico:

non fu mai ripreso in mano perché conteneva sentimenti così laceranti che non ebbe più il coraggio di

riaprirlo; gli sembrava inoltre blasfemo tornare a modificare i testi. Non è più ermetico, la lirica si fa di

più semplice comprensione, meno criptica, ha toni spesso quotidiani. Ungaretti anticipa il percorso della

poesia italiana (e non solo) dal ’45 in poi, quando si sentiva l’esigenza di abbandonare le forme chiuse

per aprirsi a forme più semplici e comprensibili. Affronta motivi sociali e politici, l’Italia si deve

ricostruire. Vi è una grande volontà di rinascita. Gli intellettuali sentono il dovere di impegnarsi

socialmente e politicamente. È il periodo del Neorealismo: ci sono stati risultati illustri in cinema e

letteratura, meno in poesia. Ungaretti anticipa quest’impegno. 26

GIORNO PER GIORNO pag. 243

Lirica lunga divisa in 17 parti. Leggiamo 2, 3, 7, 17.

Fin dal titolo, la lirica rimanda ad un effetto cronachistico. È la cronaca del proprio dolore scandita in 17

liriche. La metrica è tradizionale. Attraverso queste 17 parti affronta i nodi dell’esperienza biografica

della morte del figlio. L’impotenza di salvare il figlio che guardava fiducioso al padre lo fa sentire in

colpa. Man mano che si procede, avviene un’inversione di ruoli, quasi fosse il figlio a dare protezione al

padre.

2. le mani fiduciose del bimbo sono rivolte verso il padre, come questi potesse risolvere tutto e verso il

futuro. La vita va avanti anche dopo un evento così tragico.

7. ricerca di una risposta che dia sollievo a quel dolore. Il padre spera di rivederlo dopo la morte.

17. rovesciamento di ruoli: il figlio offre protezione al padre. “Fa dolce”: costruzione creata da Ungaretti:

ha un senso di dolcezza. “Aurora” è speranza. “Intatto giorno” è il futuro. “Muto”: inespresso.

Ci sono legami con Preghiera: in quest’ultima viene rappresentato il primo giorno dopo la morte. Viene

abbandonato il barocchismo a favore di una comunicazione diretta.

NON GRIDATE PIÚ

Appartiene a quel gruppo di poesie che si riferiscono al dolore collettivo per la Seconda Guerra

Mondiale. È una poesia “civile”: si rivolge a tutti per essere insegnamento, guida, per la trasmissione di

valori civili. Vi è un appello: il poeta intende invitare i sopravvissuti ad ascoltare il messaggio di chi in

guerra è morto.

Sono due quartine che rappresentano i vivi e i morti. La lirica si rivolge ai vivi con un’esortazione

pronunciata in modo fermo: “smettete di uccidere i morti” adynaton, cosa impossibile. Si uccidono i

morti non ascoltando ciò che dovrebbero insegnare con la loro morte. Bisogna smetterla di gridare, per

ascoltare il loro messaggio. La voce dei morti è un sussurro difficile da percepire. Gli umani portano

sempre con sé distruzione. L’urlare dei vivi è messo in contrapposizione con il messaggio silenzioso dei

morti, l’unico messaggio vero da ascoltare. È messo a contrasto il messaggio dei morti autentico, vitale,

flebile come il crescere dell’erba con l’urlo dei vivi forsennato, che porta morte e distruzione. Vi è una

ripresa tematica da Allegria (“cerco un Paese innocente”) e Sentimento del Tempo.

mantra: erba lieta. Il titolo è ripreso due volte nel breve testo. Rime: cessate-gridate-non gridate; udire-

perire. --- LETTURA DEL VOLUME DI BARONCINI ---

È una monografia che copre tutto il percorso di Ungaretti. Nell’appendice si trova la cronologia.

Primo capitolo: leggere pagine relative alle tre raccolte viste.

Secondo capitolo: non serve capire nel dettaglio.

Terzo capitolo: parla della stagione barocca.

Quarto capitolo: viaggi… non serve capire nel dettaglio. Non chiederà in modo specifico, lo stesso per

l’ultimo capitolo. Concentrarsi sui primi 3.

MONTALE (1896-1981)

Nasce a Genova nel 1896 da una famiglia agiata, ha 12 anni in meno di Ungaretti. Non compie studi

regolari anche a causa della salute incerta. Studia ragioneria, ma non prosegue oltre, anche se la sua

27

formazione fu seguita dalla sorella maggiore, studentessa di filosofia. È un autodidatta. Prende lezioni di

canto, è un baritono. È un melomane, appassionato e critico musicale. La famiglia ha una casa vacanze

nelle cinque terre, a Monterosso. Lì trascorrono le vacanze estive. Questo è il paesaggio in cui si

ambienta Ossi di seppia. Il poeta viene chiamato in guerra nel ’17 e viene mandato in Trentino, tuttavia

l’esperienza bellica non si trova nella sua poesia (eccetto una lirica). Durante la guerra conosce Sergio

Solmi, un letterato e critico affermato che gli permette di pubblicare su Primo Tempo alcune liriche.

Dopo la guerra rientra a Genova. Desidera conoscere gli ambienti letterari, quindi si sposta a Torino,

importante centro culturale. Frequenta ambienti che gravitano attorno alla figura di Pietro Gobetti. Sono

gli anni in cui si afferma il regime fascista. A Torino egli raggruppa attorno a sé gli antifascisti e cade

vittima di una squadra fascista. Montale si rifugia in Francia. È un periodo per il poeta di formazione

politica e civile che lo porta a sostenere l’antifascismo: firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti di

Croce (uno dei massimi filosofi in Italia del periodo).

OSSI DI SEPPIA (1925)

Raccoglie liriche dal 1916 che parlano del rapporto io-natura. L’io osserva il paesaggio marino

interrogandosi e cerca di vedere cosa c’è oltre. Sono liriche di tensione metafisica: l’io lirico si interroga

sul senso che ha ciò che lo sguardo percepisce. Ungaretti crede nel valore e nella funzione del poeta.

Montale invece ha sfiducia nella possibilità che l’io ha di conoscere il mondo (vedi: “non chiederci la

parola”). In Ossi di seppia racconta dell’io che guarda, cerca, indaga, che è volto a trovare risposte ma

che troverà solo frustrazione. Per Montale la realtà è come uno schermo, è solo apparenza, oltre alla

quale lo sguardo si spinge, ma è una barriera che non riesce ad andare oltre. Lo sguardo non può cogliere

la sostanza. La tendenza dell’io di Ossi di seppia è proprio questa, guardare se in un momento d’incanto

la realtà si apre per mostrare cosa c’è oltre. L’io è in attesa di un’epifania, una rivelazione. L’avere una

tensione a darsi risposte metafisiche ma non riuscire a trovare soddisfazione per Montale è una condanna

che la natura dà all’uomo. Nel momento in cui la conoscenza è preclusa l’io si sente estraneo, come

appartenente a un disegno che non riesce a comprendere. Ungaretti scrive di sentirsi a volte in completa

armonia con l’universo, Montale mai. Lui è una fibra isolata che non riesce a sapere se appartiene a

qualcosa di più grande.

Il titolo Ossi di seppia spiega questa condizione esistenziale. L’osso di seppia è stato trattenuto dal mare

come appartenesse a lui, poi viene abbandonato come un elemento senza importanza. Con l’età adulta

anche Montale si rende conto di non appartenere a quel tutto. Martedì, 10/05/2016

CORNO INGLESE

Rimanda allo strumento musicale. Viene rappresentato un temporale che si abbatte sulla spiaggia. È una

lirica giovanile, appartiene a quel gruppo di poesie pubblicate su “Primo Tempo”. È una delle prime

espressioni di quella disarmonia che Montale percepisce tra sé e l’universo, la quale sta alla base di tutte

le sue opere. In questa lirica esprime il desiderio di accordo tra realtà, mondo naturale e condizione

dell’io lirico. L’io viene paragonato a uno strumento scordato, non in armonia con il resto dell’universo.

Montale non trova mai quell’accordo, al contrario di Ungaretti.

È una poesia sintatticamente complicata, con il soggetto alla fine. È divisa in due.

1-13: paesaggio marino spazzato dal vento. Nella percezione di Montale la realtà è come uno schermo

che non rivela nulla e che non lascia intravedere ciò che c’è oltre. L’intenzione di Montale è quella di

fissare il paesaggio sperando che avvenga un miracolo (laico) affinché lo sguardo possa scorgere

qualcosa, altrimenti tutto ciò che gli sta intorno è inutile e senza senso.

Seconda parte: riprende anche lessicalmente la prima strofa. Anche da un punto di vista formale c’è

ciclicità. La situazione dell’io è completamento rovesciata rispetto alla natura: dal punto di vista dei

contenuti quindi la ciclicità è assente.

Il poeta nega implicitamente la stagione del simbolismo. Montale smonta questo tipo di concezione,

nessun particolare della realtà rimanda a un significato universale. 28


PAGINE

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DESCRIZIONE APPUNTO

INDICE TESTI ANALIZZATI

M. MORETTI
A Cesena

G. GOZZANO
L’altro
L’assenza (da I Colloqui)

F. T. MARINETTI
Sì, sì, così, l’aurora sul mare
Manifesto tecnico della letteratura futurista

C. GOVONI
Ne la corte tre stracci ad asciugare (da Armonia in grigio et in silenzio)
Il palombaro (da Rarefazioni e parole in libertà)

A. PALAZZESCHI
Chi sono? (da Poesie)
Lasciatemi divertire (da L’incendiario)

G. BOINE
Carezza (da Frantumi)

C. REBORA
Dall’imagine tesa (da Canti anonimi)
Voce di vedetta morta (da Poesie sparse)
Perdono? (da Poesie sparse)

G. UNGARETTI
da L’allegria
Eterno
Noia
Levante
Tappeto
Nasce forse
Ricordo d’Affrica
Notte di Maggio
Chiaroscuro
In memoria
Il porto sepolto
Lindoro di deserto
I fiumi
Veglia
Stasera
Silenzio
Peso
Dannazione
Fratelli (con redazione 1916)
C’era una volta
Sono una creatura
In dormiveglia
I fiumi
Pellegrinaggio
San Martino del Carso (con redazione 1916)
Italia
Commiato
Allegria di naufragi
Natale
Dolina notturna
Solitudine
Mattina
Dormire
Vanità
Girovago
Sereno
Soldati
Ritorno
Ironia
Preghiera

L’isola (da Sentimento del tempo)
Giorno per giorno 2,3,7,17 (da Il dolore)
Non gridate più (da Il dolore)

E. MONTALE
I limoni (da Ossi di Seppia)
Corno inglese (da Ossi di Seppia)
Forse un mattino andando (da Ossi di Seppia)
Spesso il male di vivere ho incontrato (da Ossi di Seppia)


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francescaberton di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana otto-novecentesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Giachino Monica.

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