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Letta a lezione

Una lotta

Il racconto Una lotta, firmato con lo pseudonimo di E. Samigli, viene pubblicato per la prima volta su «L’Indipendente», quotidiano irredentista triestino fondato nel 1877.

Tema

Darwin, Schopenhauer, lettura omoerotica.

Trama

Una lotta, già dal titolo, ci fornisce una chiave di lettura darwiniana della novella: non si tratta di una storia d’amore, quello che interessa all’autore è lo scontro tra i due personaggi maschili; la donna è solo un pretesto. La novella rimanda all’ammirazione di Italo Svevo per Charles Darwin e la sua teoria dell’evoluzione, applicando il moto istintuale della lotta per la selezione naturale alle dinamiche del rivaleggiare in campo amoroso.

In quest’ottica, i protagonisti sono due maschi che competono per la conquista della femmina e il culmine della sfida è quindi la lotta preannunciata dal titolo; colui che è fisicamente più debole è destinato a soccombere, proprio come accade in natura tra le specie animali. Ariodante e Arturo corteggiano entrambi la bella Rosina. Arturo è un poeta e un sognatore mentre Ariodante è uno schermitore, un lottatore dalla fisicità atletica che incarna la perfetta immagine dell’uomo virile. Uno è cultore del corpo, l’altro dello spirito. Entrambi sono belli e di successo e Rosina si ritrova a dover scegliere tra due uomini che vantano come pregi l’uno le mancanze dell’altro.

Nei racconti di Svevo è costante una triangolazione del desiderio: il contrasto tra protagonista e antagonista o, seguendo le categorie schopenhaueriane, il confronto tra sognatore e lottatore è onnipresente. Il personaggio femminile della storia invece viene descritto con poche e rapide pennellate. Rosina viene presentata come una preda già dalle prime righe del racconto: «una donnina che vive sola e che riceve liberamente uomini in casa è cosa appartenente a colui che vuol prenderla». Rosina è solo apparentemente vulnerabile: «una bella biondina, venuta a N. da poco». Da questo possiamo capire che è lontana dalla sua famiglia, ma non teme di invitare degli sconosciuti a casa.

Tra i due si arriva allo scontro fisico; Arturo attacca Ariodante, viene bloccato e lo morde, prendendosi due pugni e svenendo. Appena Arturo è sveglio, il domestico gli consegna due lettere e il poeta è subito colpito dall’aspetto identico delle due missive: la prima contiene le scuse di Ariodante e la seconda l’addio di Rosina. Arturo ne è distrutto, la donna ha scelto l’altro e i due sono partiti insieme. Alla fine del racconto, l’intellettuale confessa a sé stesso che avrebbe dovuto prevedere l’epilogo della vicenda e, come aveva ammirato Ariodante mentre lo picchiava, lo ammira ancora. Ed è ad Ariodante, non a Rosina, che Arturo rivolge i suoi ultimi pensieri, per questa ragione è soprattutto la parte finale della novella a dare solidità e credibilità alla chiave di lettura omoerotica.

Una lotta può essere considerato un racconto d’intrattenimento su un triangolo amoroso, oppure una parabola darwiniana sulla legge del più forte o, ancora, una novella che nasconde in filigrana un’attrazione fatale tra due personaggi maschili ma anche quella tra vita e letteratura, in un gioco di specchi che si moltiplicano.

La tribù

Racconto scritto da Svevo nel 1897 per la rivista socialista “Critica sociale” di Filippo Turati, questo ci impone una chiave di lettura politica. Il passaggio dalla vita nomade alla stanzialità mette a fuoco alcuni temi come quello della proprietà privata accentuata proprio dalla stanzialità e richiama anche le origini ebraiche di Svevo poiché gli ebrei sono un popolo nomade in cerca della terra promessa.

Trama

È la storia di una tribù araba nomade e felice che, trovata un’oasi, si lascia catturare dalla terra e dalla stabilità, diventando stanziale. Nel momento in cui la tribù si ferma (tranne il guerriero Alì che va via) e costruisce una città, diventa infelice, perché man mano che si creano i limiti e le leggi della proprietà privata e la smania di possesso, la tribù diventa vittima delle cose che credono di possedere ma che li possiedono. I saggi come Hussein, dopo aver mandato Achmed per studiare le leggi, si scoprono corrotti dalla stanzialità e vittima dell’individualismo, e non più mossi dall’interesse comune per la tribù, desiderano tornare indietro alla vita nomade e più felice.

Tema

Socialismo (proprietà privata, capitalismo, industrializzazione), ebraismo (terra promessa e vita nomade).

Analisi

In un luogo fuori dal tempo e non precisato, una tribù nomade – dai nomi dei personaggi forse araba – mette fine al suo nomadismo diventando stanziale. La tribù ha trovato in mezzo al deserto un’oasi talmente ospitale da far mettere radici alla tribù in quel paradiso; la tribù era stata “avvinghiata dalla terra”. La civiltà stanziale è molto diversa dalla nomade sedotta; i nomadi sembrano “evolvere” – punto di vista occidentale del narratore che considera la stanzialità un traguardo evolutivo, un percorso necessario e migliorativo. Le tende diventano case, ognuno si sente proprietario, cambiano i confini della propria identità.

Alì è un guerriero inquieto che è stato costretto dalla stanzialità a lavorare la terra; tenta di convincere la tribù a spostarsi ma nulla, allora parte solo e solo. Il vecchio Hussein – il saggio – è chiamato a risolvere la disputa tra due proprietari di terreni limitrofi. Uno ha messo i paletti in modo poco chiaro e l’altro ha lavorato anche una parte del terreno non suo; di chi è il prodotto? Non hanno delle leggi in merito. Divide il raccolto in due parti uguali e inviano un uomo a studiare i popoli stanziali.

Achmed è un idealista che parte per portare giustizia alla sua patria, lo giura a sé stesso e agli anziani. Giunto in Europa studia per anni come un’intera tribù. La sua identificazione con la tribù è ancora perfetta. Quando torna è tutto mutato ma non è sorpreso; la legge economica ha colpito anche nel deserto. Tende diventano casette linde e uguali, palazzi per ricchi e catapecchie per poveri. Sono giunti alla disparità sociale marcata. Achmed nota che non c’è ancora la fabbrica, pensa che è in tempo a importarla lui, non si identifica più con la tribù, programma di utilizzare le competenze acquisite per sé non per la tribù. Dall’occidente ha appreso la lezione economica dell’individualismo, il tornaconto personale davanti al bisogno della comunità. Chiede un risarcimento per il lavoro fatto.

Hussein è contrario, loro sono andati avanti senza di lui, di leggi ne hanno dovute fare anche troppe ma invece di condurli alla felicità “e invece la tribù di eroi, che hai lasciato, si è mutata in agglomerato di vili schiavi e padroni prepotenti”. Ci sono influenze marxiane: proprietà privata porta a tutti individualisti vogliono arricchirsi sulle spalle altrui. Hussein ha rimorso della sua scelta, dice ad Achmed che, se gli saprà raccontare di popoli felici dopo la rinuncia della vita nomade, in quel caso avrà i suoi interessi; altrimenti la tribù ripartirà perché prima la loro tribù era “ricca di tutto fuorché di leggi”. La storia della tribù è quella dell’umanità, con il progresso ognuno diventa lottatore per proprio conto, chi vince si afferma e schiavizza il debole. Ellissi del racconto, un europeo stufo della sventura del proprio paese, chiede accoglienza nella tribù felice. Hussein lo rifiuta in quanto europeo e a cenno anche all’aver cacciato Achmed.

Lo specifico del Dottor Menghi

Insieme a Il malocchio fa parte del fantastico sveviano. Scritto presumibilmente nel 1904, inedito alla morte di Svevo, è stato pubblicato da Umbro Apollonio in “Saggi e pagine sparse” nel 1954; la pagina iniziale del racconto era strappata.

Trama

Ci viene letta in un’assemblea medica la memoria del Dottor Menghi, sullo specifico che ha inventato – chiamato Annina – e che seppur formidabile non vuol rivelare. Anzi, spiega perché resterà sepolto. In una memoria molto più narrativa che scientifica scopriamo che l’Annina nasce come antidoto a un preparato precedente, l’Alcole Menghi, un siero che avrebbe dovuto ridare la gioventù all’organismo ma l’avversario – il Dottor Clementi che sta leggendo le memorie – l’ha ribattezzato un abbreviatore di vita, perché intensifica al massimo vitalità e sensazioni ma brucia in fretta l’organismo facendolo accelerare verso la morte. L’Annina invece è l’antidoto; dovrebbe allungare la vita rallentando l’organismo economizzando le energie inutilmente disperse.

Menghi sperimenta su se stesso iniettandosi l’Annina e così non si accorge della madre che si sente male (o così ci fa credere, abbiamo ragione di sospettare di lui) ma per via dell’Annina non prova niente e usa la madre per sperimentare l’Annina che porta il suo nome. Menghi capisce che il siero rallenta la vita e trasforma un uomo per bene in un egoista senza sentimenti, fa sentire sepolti vivi nel proprio corpo e per questo sul letto di morte giura alla madre di non divulgare la scoperta terribile. La fine ci suggerisce che invece Clementi abbia trovato il modo di trovare un equilibrio tra i due preparati.

Tema

Quantità e qualità del vivere, dibattito arte e scienza, figura materna. In realtà è un racconto inedito, questa è una messa in bella del racconto, la prima pagina è stata strappata ma la fine è sicura. Il testimone manoscritto non presenta nessuna data. La parte che introduce il testo è lacunosa (un medico timido, Dottor Galli, nel corso di una seduta della società medica informa l’assemblea che il Dott. Menghi, sul letto di morte, l’aveva pregato di leggere all’assemblea una sua memoria su un siero da lui scoperto).

Analisi

In questo racconto lo pseudoscientismo si confronta con i problemi esistenzialisti, il racconto è una parabola filosofica, quasi. Si occupa dello stesso tema di Leopardi nelle operette morali nel dialogo tra il fisico – entusiasta dell’elisir di lunga vita – e il filosofo – scettico e pessimista. Va nascosto e ritrovato solo quando esisterà anche una medicina per la felicità, altrimenti l’immortalità sarà per forza infelice. Dice la stessa cosa di Menghi, anche lui sotterra la ricetta. La felicità è al centro del racconto; Menghi dirà che non è raggiungibile attraverso la scienza.

Il Dottor Clementi legge il memoriale di Menghi: Menghi è uno scienziato che non sta scrivendo un memoriale sulla sua invenzione ma sulle esperienze che gli ha permesso di fare la sua scoperta che si porterà.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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