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Ombre passeggere

Introduzione

Il film è la traccia di momenti svaniti e per questo è un ricordo dell’accaduto chiamato “storia”. Solo alcuni eventi hanno resistito all’oblio. Il cinema delle origini cercò ispirazione in questi eventi. In Italia iniziò con una pellicola “La presa di Roma” del 1870 (regia di Filoteo Alberini). Con la cinepresa sembrò possibile ridare vita al passato. Le persone credevano che col film si potesse assistere quasi in diretta. Il miraggio nasce dal fatto che, tra tutte le tracce che ci ha lasciato il passato, il film è l’unica capace di materializzare la durata nel suo flusso. La maggior parte dei film mostra persone che furono fisicamente davanti alla cinepresa ma che ora sono solo riflessi senza vita.

Due differenze separano il racconto di un evento dalla sua registrazione filmica: la ripresa non cambierà, mentre il racconto sarà modificato. Non è il contenuto, ma la modalità espositiva che distingue le due fonti. L’immagine in movimento scorre, ed essendo movimento, il film è tempo. Mentre il movimento viene rappresentato nel film, il tempo viene percepito dallo spettatore come tale.

Kracauer, storico tedesco, voleva capire perché i tedeschi avessero aderito al nazismo. Notò la presenza nei film tedeschi di temi ricorrenti come il misticismo, l’obbedienza all’autorità, pilastri del regime nazista. I film rispecchiano le disposizioni psicologiche, mentalità collettiva inconscia. C’è una forte relazione tra le opere artistiche con l’epoca che le produce.

L’approccio psicologico o ideologico implica tre presupposti: esistono stati d’animo collettivi; si vedono nei film perché i cineasti li condividono e perché il cinema non può ignorarli; l’immagine influenza il pubblico e promuove modelli di comportamento.

La storia è l’evoluzione dei gruppi umani nel tempo ed è anche un tentativo di rendere intelligibile il presente sulla base dell’eredità lasciata dalle epoche passate. A questo punto intervengono i documenti audiovisivi. Oggi l’archivio audiovisivo è enorme ma ha due conseguenze. Disponiamo di un immenso materiale girato e ora accessibile a tutti, la storiografia odierna deve esaminare le pratiche di ieri alla luce di quelle di oggi.

La “fotografia animata” permetteva di osservare fenomeni che sfuggono all’occhio perché riduceva la continuità di un movimento a una sequenza di istanti immobili. Bisogna capire qual è il ruolo del cinema nella trasformazione delle società. Si tratta di una prospettiva storica, ma “storia” ha 3 significati. Prima è l’accaduto. Poi è l’esposizione razionale, basata sui documenti. Infine è l’insieme di voci, delle notizie non accertate che corrono in una società. I tre capitoli del libro prendono in considerazione il cinema riguardo a queste tre accezioni.

Dopo la fine dell’800 la presenza di molti individui nelle sale di proiezione è diventata un fatto sociale. A differenza di un rituale, che ha norme precise, il fatto sociale si definisce attraverso l’usanza, cambia a seconda delle epoche, si dissolve senza che nessuno l’abbia voluto. I film storici sono poco accurati, mescolano fatti attestati e personaggi inventati, ricorrono ad attori che non somigliano alle persone dell’antichità.

Capitolo 1: Spettacolo e industria. Presenza del cinema nella storia contemporanea

Il fascino delle ombre sfuggenti ha fatto prendere il cinema per un semplice divertimento, facendo dimenticare che fu una delle prime industrie culturali. I progressi del cinema all’inizio del 900 sono legati all’espansione economica e dall'urbanizzazione. I due fenomeni hanno favorito la diffusione dell’immagine in movimento. Il mondo aveva conosciuto la crisi dell’abbassamento dei prezzi nell’ambito dell’agricoltura. Questa congiura si invertì nell’anno in cui il cinema si diffuse. Le banche, approfittando della ripresa, impiegarono i capitali nei settori connessi al cinematografo. La miseria dei contadini mise a disposizione dell’industria una massa di lavoratori. Berlino è un esempio: la popolazione della capitale raddoppiò, operai e impiegati furono relegati nei sobborghi.

Gli studi sul cinema trascurano il settore privato, mentre invece è importante per la storia sociale. I film stanno per diventare elementi della vita domestica. Si mirava alle cerchie familiari, alle chiese e alle scuole. I film non erano costosi e l’affare era proficuo. L’uso individuale del cinematografo migliorò. Su richiesta di privati, i fotografi filmavano riunioni di famiglia, cerimonie, feste, ferie. L’operatore non era un cineasta e l’audience non vedeva un film ma una illustrazione. I termini cinematografo o fotografia animata facevano riferimento a un perfezionamento della fotografia. Le persone filmate rimanevano incantate quando si vedevano sullo schermo.

L’aumento della popolazione aveva influito sull’organizzazione degli svaghi. Il termine “music hall” designava più un tipo di spettacolo che un locale, amavano quest’atmosfera chiassosa e alla buona. L’aggiunta di un proiettore alle altre esibizioni fu rapidissima. Dal varietà il cinematografo passò alle fiere che si tenevano ogni tanto nelle periferie delle metropoli ambulanti. Le persone per bene disprezzavano tali locali, il loro nome era cine-magazzino. Grandi sale di proiezione, attrezzate come veri teatri, venivano aperte nei quartieri eleganti e lussuose. La rapida espansione dei locali dove si vedevano i film costringe lo storico a porsi una domanda: l’apertura di un cinema passava inosservata o influiva sulle relazioni e sulla geografia sociale? La risposta della popolazione era tardiva. Costruire un locale che rispondesse ai regolamenti di polizia era costoso.

In una piccola città gli imprenditori esitavano a investire e tentavano di farsi concedere un luogo già attrezzato. Il consiglio comunale si trovava di fronte ad un dilemma imbarazzante. Avere un teatro lusingava i cittadini ma il mantenimento di una sala era costoso. Una casa editrice di Berlino stampò una pianta della città che indicava tutte le sale di proiezioni. La didascalia distingue 3 tipi di locali a seconda del numero di posti. I grandi cinema erano in zone servite dai mezzi e avevano una clientela diversificata, esterna al quartiere. Invece nei settori urbani distanti dal centro e dal tram, la sala era un centro di aggregazione della comunità rionale. Parlando di cinema la gente non ricordava quello che aveva visto, ma descrivevano bene il luogo in cui si trovavano.

Intorno a un enigma. La vita di molte sale era breve, la febbre di apertura, seguita da una serie di fallimenti, è una delle incongruenze dell’apparizione del cinema. La diffusione del cinematografo, strumento scientifico, poi la sua trasformazione in divertimento, furono rapidissime. Le distrazioni preferite in precedenza erano in declino e tutte le classi sociali si entusiasmavano per il nuovo passatempo. Perché piaceva a tutti? Per l’egocentrismo atlantico il cinema non andava contro le tradizioni letterarie precedenti, ma altrove era diverso, come in Cina e in Giappone, dove l’immagine in movimento era in contrasto con le tradizioni locali.

In Cina ebbero luogo dibattiti tra difensori della rappresentazione tradizionale e i sostenitori di un nuovo dramma dove, grazie ai primi piani, i sentimenti apparivano sul volto degli attori. Per molti fu un altro segno della sottomissione all’Occidente. I produttori realizzarono profitti impressionanti e provocarono una bolla speculativa, un settore che si gonfia e poi scoppia. L’unico paese che non conobbe fallimenti fu la Germania, dove il cinema era molto popolare. Il cinema avrebbe potuto aggiungersi agli svaghi, ma li eclissò. Il cambiamento da proiezioni in teatri a proiezioni al cinema è un mistero. Durante la prima guerra mondiale ci fu un incremento della frequenza. Forse due ore di immagini aiutavano a dimenticarsi dell’angoscia, ma donne e anziani, sostituti degli uomini e costretti a lavorare, avevano poco tempo libero. Altra ipotesi: per molti civili la guerra fu una realtà dolorosa ma lontana, si diffidava dell’informazione ufficiale, e cinegiornali e documentari introdussero una sensazione diversa, l’impressione di verità.

C’è un pericolo che minaccia l’organizzazione storica, l’anacronismo, ovvero la tentazione di pensare ai tempi passati con l’ottica attuale. Nel 1907 il comune di Amburgo condusse un’inchiesta sulla fotografia vivente, la prima indagine dedicata alla frequentazione del cinema. Gli autori si occuparono solo del pubblico, dove c’era una grande confusione. I ceti sociali riproducevano al cinema i comportamenti ai quali erano abituati nei teatri. Il cinema non tolse le barriere sociali, ma tutti i ceti parteciparono allo stesso cerimoniale.

In città la vita urbana era regolata dagli scatti delle lancette dell’orologio. Negli anni venti una serie di documentari chiamati “sinfonie urbane” (“Berlino, sinfonia di una grande città”) evidenziarono l’adattamento a una disciplina oraria ferrea. L’irreggimentazione avanzava quando nacque il cinema. Questo, insieme al varietà, permise prima ai ceti popolari di sfogare il loro scontento e dopo la gente si adattò ad una presenza silenziosa. Si è parlato spesso del controllo esercitato nelle fabbriche, ma il cinema rivela l’estensione della subordinazione accettata a quasi tutta la popolazione. Anche la classe dirigente si piegò al rituale.

Perché andate al cinema? L’entusiasmo per il cinema non è passato inosservato. La nozione di audience, aggregato di persone raggiunte da un tipo di performance, emerse per influenza dei sociologi. Gli spettatori guardano tutti e vivono insieme la loro permanenza nella sala, è un’effimera comunità. Conoscere l’audience fu la preoccupazione dei cineasti. Bisognava informarsi sulla composizione e sui gusti del pubblico. Furono fatti sondaggi e questionari all’uscita dalle proiezioni. Censimenti affidabili risalgono solo alla seconda guerra mondiale. Le statistiche non informano sulle motivazioni del pubblico. Le indagini studiano l’influenza del cinema sugli spettatori. I commenti della stampa sono poco affidabili, le risposte raccolte all’uscita delle sale sono stereotipate. Il paradosso è legato alla tecnica del sondaggio: le persone intervistate non danno la loro opinione, rispondono quello che per loro sarebbe la risposta giusta.

Molti spettatori annotavano impressioni dopo la proiezione, come il drammaturgo austriaco Schnitzler che si segnava i commenti dei film che aveva visto sul diario. A Elda è stata trovata una collezione di manifesti annotati, punti di vista di diverse persone provenienti da ambienti differenti. Non sappiamo né perché la gente andasse al cinema né in che modo apprezzasse quel che vedeva. Era un modo regolato di comportarsi e superava i godimenti personali. Oggi la fruizione non è più assegnata ad un luogo fisso.

Il miraggio del “vedere”. Il fascino proviene dal “vedere”, dal desiderio di guardare. Conta il passaggio di esseri viventi che danno l’impressione di muoversi. Il cinema sembra una registrazione oggettiva del reale, l’illusione di trovarsi dove succedono gli eventi e l’osservatore pensa che vedere è sapere. Un altro aspetto dell’illusione cinematografica è il piacere provato che proviene in gran parte da un montaggio veloce che elimina i tempi morti.

Per molti anni il cinema classico usò il montaggio invisibile, un assemblaggio delle immagini tale da eludere i cambiamenti permanenti di scala e di direzione. Lo scorrimento filmico diveniva la verità per chi non conosceva o aveva nozione superficiale di un fatto. Fu il cinema a introdurre il potere che la tv ha amplificato, facendo entrare i dirigenti politici nelle città e nei villaggi, facendole diventare figure familiari. Grierson, fondatore del movimento documentarista britannico, intendeva convincere con l’immagine e voleva che l’oggetto reso visibile dalla cinepresa imponesse allo spettatore il suo carattere incontestabile.

I corti che distribuiva Henry Ford mostravano in un ambiente ordinario comportamenti normali di americani medi. Ford aveva fatto della parola fordismo un equivalente di modernità, rappresentata dalla catena di montaggio, che non aveva, nei suoi film, un ruolo importante. Fu “Tempi moderni” di Chaplin a rendere famosa un’attrezzatura adoperata solo alla fine della lavorazione.

La pubblicità commerciale si era sviluppata alla fine dell’800. Da secoli dipinti disegni e incisioni avevano fatto una visione di Venezia che i viaggiatori compravano. Quando arrivarono in città gli operatori filmarono i monumenti di Venezia, ma il film non poteva limitarsi ad un’unica veduta. Il cinema diffuse nuovi punti di vista sull’ambiente veneziano.

La battaglia della Somme” scatenò un dibattito: mostrare ai civili le sofferenze e la morte dei loro compatrioti era giusto? Questo convinse il governo a non ripetere l’esperienza e documentari e cinegiornali poche volte fanno vedere feriti gravi. Un’altra censura ha riguardato la nudità e le relazioni sessuali fino agli anni 70.

Nei film della Fiat gli operai sono quasi invisibili e servono per far vedere le dimensioni delle macchine. I numerosi documentari dedicati all’agricoltura, alla pesca e all’industria ignorano i lavoratori. Le ragioni erano l’importanza attribuita ai particolari tecnici e agli attrezzi. L’immagine filmica è ambigua: in quanto registrazione fotografica riflette un frammento del mondo e dall’altra è un artefatto. Il carattere irrealista e artificioso della rappresentazione cinematografica si è accentuato con il digitale. Si vede solo quello che passa sullo schermo, non c’è nulla dietro né prima.

Vita e contraddizioni di un sistema produttivo differenziato. Il cinema rappresenta un esempio di settore industriale moderno ma incapace di produrre in continuità e in serie. Il lavoro saltuario trovò nella produzione cinematografica una delle sue applicazioni. Una particolarità del cinema fu la subordinazione della mano d’opera ad attività instabile, si fece ricorso ad operai con competenze diverse.

Il cinema ha subito due mutazioni, il passaggio dal muto al parlato anni 30 e l’irruzione dell’elettronica, poi digitale, alla fine del 900. La guerra e la concorrenza americana svuotarono gli studi ma colpirono poco le sale che invece soffrirono quando arrivò il parlante perché non potevano permettersi un’attrezzatura sonora. Le assunzioni stabili erano poche, i contratti erano firmati per una sola realizzazione. Il produttore delegava la responsabilità delle operazioni al regista, che ingaggiava personale. Si divisero in 3 gruppi: specialisti, montatori e operatori e a partire dal 1930 i fonici. Lo stipendio dipendeva dal ritmo della produzione e lottavano per ottenere dai poteri pubblici misure protezionistiche. I cameraman furono i primi a organizzarsi per difendere il loro statuto. Malpagati all’inizio del secolo, 50 anni più tardi venivano dopo il regista. Gli operatori ottennero la creazione di un nuovo mestiere, il direttore della fotografia, responsabile di illuminazione del set, e capo di operatori, assistenti ed elettricisti. La preponderanza degli operatori fu messa in questione con l’arrivo del sonoro, perché l’attrezzatura sonora era più complicata da maneggiare. Gli ingegneri del suono erano gli specialisti che sapevano di essere indispensabili. Il montaggio non c’era nei primi decenni del cinema. La rivoluzione del parlante modificò la situazione: la sistemazione della colonna sonora avrebbe dovuto essere attribuita ai fonici, ma gli ingegneri lasciarono il compito ai montatori, il cui nome, da quel momento in poi, venne menzionato.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elisa.bruno.50 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e metodi di analisi del film e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Carluccio Giulia.
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