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Analisi della politica

Spiegare la politica

Uno studio scientifico della politica presuppone:

  • La separazione dei fenomeni politici da quelli di altra natura (specificità della politica)
  • La selezione di eventi apparentemente sconnessi all’interno di una griglia concettuale comune (elaborazione della teoria)
  • L’individuazione delle regole e dei vincoli che guidano i soggetti politici (essenza della politica)
  • La spiegazione del rapporto che lega gli individui allo Stato (analisi del potere)
  • La comprensione del grado di conflittualità che determina le relazioni tra gli attori politici all’interno e all’esterno dei confini nazionali (stabilità/mutamento; pace/guerra)

L’oggetto di studio è la scienza politica, una scienza empirica. Lo scienziato politico cerca di studiare come funziona concretamente la realtà, come il processo politico si manifesta e come influenza le singole persone. Vuole illuminare, rischiarare, organizzare il dibattito pubblico, spingendo i cittadini a sviluppare un pensiero critico. La politica viene analizzata come fenomeno, con una visione analitica, che deve essere tanto più avaloriale, de-ideologizzata (priva di un accostamento ideologico); infatti bisogna studiare il fenomeno politico così come si presenta nella realtà, nei fatti e come dispiega effetti nella vita sociale dei cittadini.

La funzione della scienza politica è quella di offrire ai cittadini una visione accurata dei fenomeni politici, sia per quanto riguarda le cause che gli effetti. La scienza politica fa comprendere meglio la realtà che ci circonda, tenta di fornire gli strumenti funzionali alla risoluzione di problemi collettivi, problemi di rilevanza pubblica (problem solving). Inoltre detiene una funzione sociale, educa e promuove la democrazia, poiché nasce e si sviluppa in contesti democratici.

Autonomia della politica

Sul piano storico, il percorso che ha consentito alla politica di acquisire la propria autonomia è il risultato di quattro tappe fondamentali:

  • La separazione tra potere temporale e potere spirituale
  • La separazione tra politica e morale
  • La separazione tra politica ed economia
  • La separazione tra politica e diritto

Sul piano disciplinare, il progressivo radicamento accademico della politica passa attraverso la differenziazione con le altre discipline affini, quali: la storia, il diritto, la filosofia politica, la sociologia politica. La politica assume una capienza maggiore rispetto all'economia, alla sociologia e al diritto perché è questa che determina i margini di manovra delle sfere non politiche. Può, almeno in linea di principio, sospendere il diritto, intervenire negli affari economici, sociali, culturali e religiosi. L'autonomia rispetto al diritto attiene all'oggetto della ricerca. Il giurista studia i comportamenti umani regolati dalle norme di un dato ordinamento giuridico, concentrandosi sugli aspetti statici dei meccanismi istituzionali (approccio formale); mentre lo scienziato politico indaga sulle motivazioni e sulle conseguenze di quei comportamenti rispetto ai fini proposti, analizzando la dimensione dinamica dei processi che si verificano all'interno delle istituzioni (approccio funzionale).

Naturalmente, ogni sistema politico è ordinato in modo diverso. Nelle democrazie le sfere sociali, economiche, culturali e religiose che restano al di fuori dell'intervento politico sono molto più ampie di quelle di un regime totalitario. Nel primo caso le regole politiche garantiscono il massimo di autonomia ai soggetti non politici, limitandosi agli interventi essenziali; nel secondo caso le regole politiche annullano completamente l'autonomia dei soggetti privati.

Sul piano disciplinare, la politica si afferma come scienza autonoma intorno agli anni Cinquanta. Sebbene la sua origine si faccia convenzionalmente risalire alla pubblicazione degli “Elementi di scienza politica” di Gaetano Mosca (1896), la sua fase iniziale è per molti versi ancora prescientifica, nonostante il tentativo di studiare, per la prima volta, la natura dei fenomeni politici con un approccio diverso rispetto al diritto costituzionale e alla storia. Nel caso italiano, gli ostacoli all'affermazione disciplinare della scienza politica vanno ricercati nel forte radicamento della filosofia marxista, secondo la quale la politica rappresenta una «sovrastruttura», e dell'idealismo di stampo crociano, il cui ispiratore definiva le scienze sociali delle «scienze inferme».

Il clima culturale della prima metà del '900 era assolutamente contrario all'introduzione di uno studio sistematico dei fenomeni politici. Tanto i crociani quanto i marxisti concordavano sul fatto che la politica fosse una componente mutevole, provvisoria, dipendente da altri fattori assai più rilevanti. Pensare di rintracciare dei comportamenti propri della politica, dimostrare l’influenza della politica sulla società e sull'economia non rappresentava la priorità scientifica del momento: fino al secondo dopoguerra prevale un atteggiamento di sostanziale sfiducia verso ogni approccio di tipo scientifico allo studio della politica.

Essenza della politica

L’essenza della politica è racchiusa nelle sue dimensioni principali:

  • La dimensione sovra-individuale, che si esplica nel vivere comune; inteso come rapporto intersoggettivo, il rapporto politico è intrinsecamente ambivalente a causa dei meccanismi di solidarietà o di conflitto (amico/nemico) che si instaurano tra gli individui in relazione alla propria identità.
  • La dimensione verticale, che sottolinea l’idea di comando. La dimensione verticale è data dalla presenza di forze che, in qualsiasi momento, possono avere l’obiettivo di disgregare una determinata sintesi politica (ovvero il nemico), imponendo il ricorso alla coazione come unico strumento per garantire l’integrità del sistema. Il possibile ricorso alla coazione, che determina la classica suddivisione tra governanti e governati, evidenzia la connessione tra politica e potere.

Declinazioni della politica

  • Politica interna: azione di uno Stato per la realizzazione dei propri obiettivi nell’ambito dei confini nazionali.
  • Politica estera: azione di uno Stato per la realizzazione dei propri obiettivi nell’arena internazionale.
  • Politica internazionale: insieme delle interazioni delle azioni esterne degli Stati e degli altri attori internazionali (organizzazioni internazionali, ONG, multinazionali).
  • Politica locale: insieme delle istituzioni e delle decisioni che governano aree sub-nazionali di piccole dimensioni (regioni, province, comuni).
  • Politica comparata: studio dei fenomeni politici con il metodo comparato.

Chi fa politica?

Esiste una modalità specifica? Non è possibile definire il concetto di politica a partire dagli attori che la svolgono. Le attività politiche possono essere svolte da tutti i cittadini, tuttavia ci sono determinati soggetti che la svolgono come professione.

Come si fa politica?

L’azione politica prevede una vasta gamma di strumenti, che possono essere dinamiche di persuasione o di conflitto, quindi attraverso l’uso della forza. Si può partecipare alla politica come persone singole o collettive, le quali possono essere i partiti, i movimenti studenteschi, i sindacati, i gruppi di interesse, le organizzazioni no-profit, ecc. Uno dei mezzi prediletti dalla politica è la propaganda per la ricerca del consenso. Anche le manifestazioni che contrastano o celebrano gli organi eletti, le scelte politiche del regime costituito, rappresentano ulteriori modalità di esercizio della politica. La guerra, l’utilizzo della violenza fisica (l’annientamento del nemico), il terrore come strategia di Stato possono costituire altri modi per fare politica. “La guerra non è solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi” (Karl von Clausewitz, Della guerra Vom Kriege, 1832).

Dove si fa politica?

Esiste uno spazio politico univoco? Innanzitutto, per fare politica occorre un campo d’azione con almeno due interlocutori, deve esistere un’interazione, una relazione fra due individui. Robinson Crusoe sull’isola deserta non può fare politica, perché è solo. Il termine politica deriva da polis, con questo termine non si indica solo una città-stato dell’antica Grecia, ma anche il modello politico tipico in quel periodo in Grecia. Si riferisce a una collettività, che si occupa di uno spazio in cui vivono persone.

Perché si fa politica?

Quali sono le finalità specifiche della politica? Prima di tutto la gestione della comunità, del bene comune. Far uscire l’uomo dal suo stato naturale (per Hobbes lo stato di natura è la condizione selvatica, di pericolo che avvicina l’uomo allo stato animale. L’uomo è lupo per gli altri uomini (Homo homini lupus), è feroce, egoista, mira a sopraffare gli altri a proprio vantaggio). Inoltre la politica mira a garantire, offrire sicurezza, prevedibilità, una coesione sociale pacifica, a controllare la violenza. La coesistenza, la convivenza pacifica non è un fine ultimo ma un obiettivo minimo, è uno dei bisogni primari, che lo psicologo Abraham Maslow nel 1954 individua come bisogni di sicurezza: prevedibilità, soppressione di preoccupazioni e ansie, protezione, tranquillità. Nella Piramide di Maslow questi bisogni si pongono dopo quelli fisiologici.

Secondo la definizione (Cotta, Morlino, Della Porta 2001), la politica è “l’insieme di attività, svolte da uno o più soggetti individuali o collettivi, caratterizzate da comando, potere e conflitto, ma anche da partecipazione, cooperazione e consenso, inerenti al funzionamento della collettività, alla quale compete la responsabilità primaria del controllo della violenza e della distribuzione al suo interno di costi e benefici, materiali e non”.

  • La politica è un’attività collettiva che si determina all’interno dei gruppi e tra i gruppi.
  • La politica comporta la presa di decisioni su questioni che coinvolgono il gruppo. Queste decisioni si possono raggiungere con diversi mezzi, dalla deliberazione informata all’imposizione violenta.
  • Le decisioni politiche diventano obbligatorie per il gruppo in quanto vincolano e impegnano i suoi membri.

La politica è un’attività collettiva che presuppone una comunità delimitata da confini territoriali, in cui si esercita un’autorità (organi preposti ad assumere decisioni anche attraverso l’uso della forza, ad esempio con l’arresto o l’inclusione). La politica è un’attività mediante la quale attori singoli/individuali o collettivi (organizzazioni sindacali, partiti, movimenti sociali, gruppi di interesse, di ideali, di pressione, organizzazioni del terzo settore, di volontariato) possono influire sulle scelte dei titolari di posizioni decisionali. Gli attori collettivi della partecipazione politica svolgono un esercizio di influenza, di pressione sui decisori stessi, con azioni di sostegno o di protesta contro lo status quo, lo stato esistente percepito come soddisfacente o inadeguato. L’azione politica implica una diversa gamma di strumenti, di molteplici dinamiche di persuasione, di cooperazione (in cui l’elemento di violenza fisica è assente), ma anche di dinamiche conflittuali, di coercizione (in cui l’elemento violento è dominante). Prendere decisioni politicamente vincolanti, determinanti significa distribuire risorse, che generano costi e benefici.

Norberto Bobbio, uno dei padri della scienza politica italiana, afferma che “non esiste teoria politica che non parta in qualche modo direttamente o indirettamente da una definizione di potere o da un’analisi del fenomeno del potere”. Il sociologo Max Weber elabora la sua teoria associando il concetto di politica a quello del potere. Di Weber esaminiamo due importanti lezioni datate 1919: “Lo scienziato politico come professione” e “La politica come professione”, in cui distingue due figure, l’individuo che vive di politica e colui che vive per la politica. L’autore introduce l’espressione “politici di professione” per indicare coloro che traggono sostentamento dalla politica, che diventa così esercizio di potere. “Chi fa politica aspira al potere”, il potere è legato a una relazione sociale almeno fra due individui (chi lo esercita e chi lo subisce). Thomas Hobbes (Il Leviatano, 1651) “Il potere di un uomo consiste nei mezzi per ottenere qualche apparente vantaggio futuro”.

Giocando con il doppio significato della parola “Beruf“, che in tedesco indica sia professione che vocazione, nella sua lezione intitolata “La politica come professione”, tenuta all’Università di Monaco nel 1919, Max Weber analizza e riflette sulle qualità che un uomo dovrebbe possedere se volesse “mettere le mani negli ingranaggi della ruota della storia”, e si chiede “con quali qualità può egli sperare di far fronte a questo potere e quindi alla responsabilità che esso gli assegna?”. Secondo Weber, l’uomo che sceglie, predilige la carriera politica ha la soddisfazione di sentirsi potente. L’attività politica, infatti, essendo intimamente legata al potere e all’uso della forza legittima come mezzo, fa sentire chi la svolge in grado di ottenere il potere e di partecipare alla sua distribuzione sia all’interno che all’esterno dello Stato. In particolare, all’uomo politico ideale (che vive per la politica) compete primariamente di trovare un equilibrio tra tre caratteristiche: la passione, la capacità di valutazione e il senso di responsabilità. La passione non è altro che la dedizione appassionata all’ideale che sostiene, alla “causa” intorno alla quale ruota tutta la sua vita politica. Il percorso che porta alla causa deve essere guidato da un lato dalla lungimiranza, una capacità di valutazione fredda e razionale, un atteggiamento di calma e raccoglimento, grazie al quale si crea una distanza tra l’azione e la causa. Dall’altro lato dal senso di responsabilità, ovvero dall’assunzione della responsabilità delle conseguenze sia positive che negative, soprattutto quelle negative, che scaturiscono dall’esercizio del potere e dall’azione politica. L’uomo politico non può riversare le proprie responsabilità né su altri politici né imputarle ad altre cause. Il rischio di un uomo politico inadeguato, o che non possegga queste tre caratteristiche, è di cadere nella trappola della vanità e di commettere quelli che Weber chiama i “due peccati mortali”: l’infedeltà alla causa e la mancanza di responsabilità. In questo caso, l’uomo politico finisce infatti per perseguire l’apparenza vuota del potere invece del potere reale, o di trasformare l’esercizio di quest’ultimo in un godimento personale.

Esercitare potere significa produrre degli effetti. Weber fornisce una tripartizione del potere sullabase dell’equazione potere=mezzi attraverso cui il potere si realizza. Distingue tre forme di potere identificando gli strumenti, le risorse principali attraverso le quali un uomo può influenzare il comportamento di un altro:

  • Potere economico, che si basa sulle risorse economiche finanziarie, attraverso l’esercizio di costrizione, di remunerazione, il valore concesso è il benessere
  • Potere coercitivo, basato sull’uso della forza fisica, della violenza, il valore concesso è la sicurezza fisica, la libertà, l’integrità fisica, la possibilità di utilizzare liberamente il proprio corpo
  • Potere simbolico (ideologico), basato sulle risorse ideologiche, simboliche. I simboli definiscono identità, veicolano l’appartenenza, l’esclusione delle persone, aiutano a mobilitare le persone mosse da valori (fede religiosa, credo, ideologie politiche) e non da interessi materiali

Weber individua il potere politico in quello coercitivo. Per identificare la politica si guarda all’istituzione politica per eccellenza ovvero lo Stato, il suo compito fondamentale è il monopolio dell’uso della coercizione fisica legittima. Lo Stato è inteso come un’organizzazione istituzionale moderna nella quale l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio dell’uso della coercizione fisica legittima in vista dell’attuazione degli ordinamenti. Il potere politico si avvale della forza regolata dal codice penale (le attività mafiose sono un esempio di esercizio della forza illegittima).

Altri autori hanno fornito definizioni di politica che vanno al di là dell’equazione politica = potere, quindi non in base alle risorse mobilitate, agli strumenti del potere, ma che si basano sulla funzione svolta dal potere politico. Secondo la definizione di Mario Stoppino, professore all’università di Pavia, il potere politico è un potere che produce e distribuisce poteri sotto forma di diritti (potere di poter fare, di concedere, di definire diritti); si tratta di una definizione astratta. La politica viene intesa non in relazione agli strumenti, ma come una prassi concreta, un insieme di azioni, di provvedimenti e di comportamenti. Il politologo focalizza l’attenzione nello scambio politico e distingue i cittadini in due macrocategorie: da un lato gli attori politici, coloro che prendono le decisioni, i governanti, i vertici del potere politico decisionale. Il loro obiettivo è quello di conquistare delle posizioni di autorità politica attraverso dinamiche di competizione; questo avviene in governi democratici e non (attraverso la forza). L’autorità politica adotta decisioni vincolanti e concede dei diritti (benefici, speranze).

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher defendente di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Analisi della politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Valle d'Aosta o del prof Vesan Patrik.
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